Sherlock, Lupin & Io - 3. Il mistero della Rosa Scarlatta
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Sherlock, Lupin & Io - 3. Il mistero della Rosa Scarlatta

  1. 272 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Sherlock, Lupin & Io - 3. Il mistero della Rosa Scarlatta

Informazioni su questo libro

Riuniti tutti e tre a Londra, Irene, Sherlock e Lupin trovano sul Times uno strano problema scacchistico firmato "Il Frate Nero". È scritto in un codice sconosciuto e un leggero brillio si accende negli occhi di Sherlock... Il giorno successivo la città è scossa dalla notizia dell'assassinio di un ricco mercante. Sulla sua scrivania è stata ritrovata una rosa scarlatta: lo stesso fiore che venti anni prima era stata la "firma" di un audace gruppo di criminali. Che la Banda della Rosa Scarlatta sia tornata?

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Informazioni

Print ISBN
9788856644715
eBook ISBN
9788858513552

Capitolo 1

UN NATALE LONDINESE

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Se ripenso a quel lontano pomeriggio di dicembre del 1870, mi torna in mente un’immagine ben precisa: una lenta danza di minuscoli fiocchi bianchi che riempie la finestra dello studio di papà. Era la mia prima nevicata londinese.
Papà si trovava a Glasgow per uno dei suoi viaggi d’affari e, con la generosità che lo contraddistingueva, mi aveva consentito di usare il suo piccolo ma accogliente studio dalle pareti coperte di libri.
Non lontano da me, in un piccolo camino di marmo bianco, ardeva un vivace fuoco scoppiettante. Orazio Nelson, il nostro fedele maggiordomo, si avvicinò discretamente alla porta che avevo lasciato socchiusa e indicò la finestra con un lieve cenno del capo.
– Guardate, signorina Adler...
Non appena mi voltai, la vista di tutto quel candore mi sorprese, stringendomi il cuore.
– Nevica! Nevica! – esclamai senza neppure pensarci, come una bambina (o forse sarebbe più giusto dire che, in quell’istante, a parlare fu la bambina che a quel tempo viveva ancora dentro di me).
Di lì a poco, richiamata dallo scoppio della mia voce, arrivò anche mia madre. Orazio si fece da parte con un inchino e si allontanò.
Vidi allora la mamma guardare verso la finestra e illuminarsi di un semplice sorriso. Anche lei, dopotutto, aveva un cuore da bambina.
– Oh, Irene... Non è bellissimo? – mi domandò.
– Bello come in una favola – le risposi.
Mia madre gettò un’occhiata ai molti volumi che ingombravano la scrivania di papà e, nello scorgerli, sembrò quasi compatirmi.
– Ti lascio studiare, mia cara! – mi sorrise. – A dopo.
Anche io sorrisi, pensando che il suo ottimo umore aveva in realtà un significato ben preciso: dopo un autunno di sospiri, musi lunghi e melanconici riferimenti a Parigi, la città dalla quale eravamo dovuti scappare precipitosamente per via della guerra contro la Prussia, Londra aveva finalmente conquistato il suo cuore.
L’eleganza austera degli edifici, le compassate abitudini della buona società londinese e la raffinata fattura degli oggetti venduti negli empori di lusso dai quali la mamma si forniva per arredare il nostro nuovo appartamento di Aldford Street avevano, giorno dopo giorno, fatto breccia nel suo animo. Quando poi, tramite gli amici di papà, ci raggiunse la notizia che, come noi, diverse altre dame della buona società parigina si erano spostate nella capitale britannica per allontanarsi dai pericoli della guerra, il cambiamento nella mamma si era completato. Non si sentiva più sola. E così anch’io.
Ad aiutarci a sentirci a casa in quella città straniera era poi bastata l’atmosfera del Natale, alla quale sia io che mia madre eravamo sempre state sensibili. Ed erano quindi, quelli, giorni molto allegri, che trascorrevo felicemente insieme a lei, come raramente era successo prima.
Questo non significa che non serbassi con lei dei segreti. Al contrario. Anche in quel momento, per esempio, non stavo affatto studiando come lei aveva pensato. Avevo invece appena finito di scrivere una pagina del diario che da alcuni mesi avevo cominciato a tenere. Un diario segreto, un bel volume rilegato in cuoio marocchino al quale avevo già consegnato molte delle parole che, in questi giorni, mi aiutano nella stesura delle mie memorie d’infanzia. Ma non ho certo bisogno di consultare le sue pagine ormai ingiallite per ricordarmi che cosa avessi scritto quel pomeriggio. Avevo scritto dei miei due inimitabili amici: Sherlock Holmes e Arsène Lupin. Il primo era divenuto ormai una frequentazione abituale da quando mi ero trasferita a Londra, mentre il secondo si trovava da qualche parte in giro per il mondo, insieme al circo del padre. La sua ultima cartolina risaliva a un mese prima, ed era stata spedita da Anversa. Quando l’avevo ricevuta, passatami di nascosto da Orazio, l’avevo letta nella mia camera, con le labbra che quasi bruciavano.
Sospirai, mentre i miei occhi restavano incollati alla finestra e alla delicata danza dei fiocchi di neve. Sapevo di essere una ragazza molto fortunata, e non perché mio padre aveva saputo allontanarci della guerra permettendoci di mantenere il nostro tenore di vita, ma perché già allora, quando la fama non aveva ancora neppure sfiorato il mio amico, mi rendevo conto di quale privilegio fosse potere passare del tempo con Sherlock Holmes ed essere testimone dell’irrequieta e dirompente grandezza della sua mente. Ma Lupin mi mancava, a volte, con la sua semplicità disarmante, la sua audacia, la sua capacità di far sembrare innocue anche le imprese più pericolose, salvo poi raccontarle in modo così esagerato che io stessa faticavo a riconoscermi come una delle protagoniste. Mi mancava quell’alchimia che si creava quando noi tre ci ritrovavamo insieme, mi mancavano le battute e le confidenze, i gesti audaci e scriteriati, e quel senso di onnipotenza nei confronti del mondo circostante che mi rassicurava di fronte a ogni pericolo. Ecco qual era il potere della nostra giovane età, e della nostra amicizia.
Quando staccai finalmente gli occhi dalla finestra mi affrettai a guardare la pendola all’angolo dello studio. Mancavano pochi minuti alle tre. Era mercoledì, e in quel giorno della settimana, come anche il venerdì, i miei pomeriggi londinesi erano scanditi sempre allo stesso modo: alle quattro in punto sarei scesa in strada, dove Orazio e una carrozza mi avrebbero attesa per condurmi in Carnaby Street, alla Shackleton Coffee House. Era quello un altro dei piccoli segreti che condividevo con il nostro maggiordomo. Per i miei genitori io mi sarei recata a casa della signorina Langtry, la mia nuova insegnante di canto, ma la verità era che ci sarei andata soltanto un’ora più tardi, dopo avere passato un po’ di tempo in compagnia di Sherlock Holmes, in quel caffè così poco adatto a una fanciulla di buona famiglia. Ma poiché il signor Nelson era incaricato di trattare le prenotazioni e i pagamenti con la signorina Langtry, non era difficile barare sulle ore di lezione e guadagnare quel piccolo momento segreto da passare in compagnia del mio affascinante amico.
Quel giorno, tuttavia, l’arrivo inaspettato della neve mi convinse a cambiare i miei soliti programmi. Rimisi frettolosamente ordine sulla scrivania di papà e corsi in camera da letto per mettermi i miei stivaletti più pesanti. Quindi mi imbacuccai per bene e annunciai i miei propositi quando ero ormai sull’uscio di casa.
– Quest’oggi andrò a piedi dalla signorina Langtry! – dissi. – Voglio godermi la città sotto la neve! Puoi mandare la solita carrozza a prendermi alle sei, Orazio?
Mentre ancora le voci del signor Nelson e della mamma risuonavano nell’ingresso alle mie spalle, io mi tuffai fuori, nell’aria fredda, tra i mulinelli di neve che si insinuavano tra i palazzi, le carrozze e i passanti infagottati.
Intendevo ovviamente recarmi al mio appuntamento con Sherlock, ma non avevo affatto mentito quando avevo detto che volevo godermi la città sotto la neve. Percorsi così un tratto di Aldford Street e imboccai con decisione South Audley Street, diretta a Piccadilly. Non era di certo quella la strada più breve, ma non appena sbucai sulla ricca e animatissima via che giunge fino al cuore di Londra trovai tutto ciò che desideravo. Innanzitutto i maestosi alberi di Green Park, con i rami ora tutti innevati che sembravano favolosi intrecci di filigrana d’argento. Mi ritrovai a pensare a qualcosa che mi aveva già colpito anni prima, quando ero bambina: l’incredibile incantesimo che la neve è in grado di fare quando trasforma anche l’angolo più insignificante di una città in un luogo magico, fatato e misterioso. Osservavo le luci dei grandi alberghi e delle vetrine, per nulla stridenti con l’austerità della nevicata, e poi il viavai delle dame impellicciate, dei loro sbuffanti valletti carichi di pacchi e, insomma, quella speciale, febbrile allegria che si può respirare in una via piena di negozi nei giorni che precedono il Natale.
Mi ritrovai circondata da voci, colori, risate, profumi di caldarroste e pani di zucchero, e mi lasciai trasportare volentieri dalla corrente impetuosa di persone a passeggio. Mi godetti ogni singolo istante di quella camminata sotto la neve, catturata dai colori accesi, le dorature e i rami di vischio delle vetrine, come in un grande caleidoscopio.
Raggiunsi così, quasi senza accorgermene, Piccadilly Circus, dove tra la folla e il traffico dei carri merci e delle carrozze era quasi impossibile muovere un passo. Non mi restò che imboccare la prima via che conduceva verso nord e raggiungere Carnaby Street, con un quarto d’ora di cammino a passo spedito. Anche lì, tra le bancarelle del mercato, le grida dei negozianti e il viavai della gente, mi lasciai guidare da un pungente odore di salsicce arrosto, in un’atmosfera ben più semplice e popolare di quella delle vie che mi ero appena lasciata alle spalle.
Varcai infine la soglia della Shackleton Coffee House e, nonostante fossi in anticipo di una buona ventina di minuti, trovai Sherlock già sprofondato nella sua poltrona preferita.
Vederlo mi diede la consueta emozione profonda, che mi prese direttamente allo stomaco, come una leggera contrattura. Vedendo l’aria grigia che sembrava vorticargli attorno alla testa perennemente spettinata, sentii come un accordo lugubre e stonato, che mi mise subito all’erta. Lo conoscevo infatti troppo bene per non capire, al primo sguardo, che doveva essere successo qualcosa.

Capitolo 2

UNA TEMPESTA IMPROVVISA

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Il mio intuito aveva fatto centro: il saluto di Sherlock mi arrivò nella forma di una specie di grugnito inarticolato.
– Buongiorno a te, Holmes – lo punzecchiai immediatamente. – Sono lieta di constatare che la frizzante atmosfera del Natale ti ha reso allegro.
Sherlock mi lanciò uno dei suoi sguardi profondi. Gli occhi nerissimi brillarono per un istante, poi lui li coprì con la mano, stropicciandosi il volto come se fosse stato uno straccio. In mezzo alla fronte, fino a quel momento alta e distesa, si formarono le due consuete rughe di disappunto, mentre il naso, lungo e affilato, sembrò vibrare di indignazione.
– Il mio animo è, al momento, un deserto di noia senza fine... – disse – mentre mi spiace informarti che quella che tu chiami “atmosfera del Natale” semplicemente non esiste.
– Davvero? – risposi, scostando la poltrona. – Eppure mi pare di aver appena visto qualche migliaio di allegri londinesi in giro per le strade, pronti a smentire la tua bizzarra teoria...
La risposta di Sherlock fu affidata a un ghigno tagliente.
– Non riesco a capire per quali ragioni la gente sia così allegra! – aggiunse, poi, accavallando le gambe con un movimento nervoso. E distese le mani, lunghe e nodose, per enumerare tutto ciò che gli sembrava incomprensibile. – Strade ingombre di gente con sorrisi ebeti stampati in volto, commercianti famelici desiderosi di vendere ciarpame inutile e un penoso affannarsi a mangiare cibo unto e malsano... Sarebbe questa la tua “frizzante” atmosfera? – tuonò il mio amico.
– Credo proprio che dovresti scrivere una lettera a Sua Maestà la regina Vittoria, con la formale preghiera di abolire il Natale – lo rimbeccai. – E avrai risolto il problema.
Sherlock abbrancò la sua tazza di cacao bollente, bevve un sorso e mandò un altro dei suoi grugniti. Poi mi guardò con gli occhi che sorridevano e io feci altrettanto.
Ormai conoscevo molto bene quei suoi momenti di umore nero e, allo stesso modo, Sherlock sapeva che non ero affatto disposta a farmi travolgere nei gorghi oscuri della sua ira. Ciò che però non avrebbe mai ammesso, nemmeno sotto tortura, era se la mia presenza lo aiutasse a distendersi e tranquillizzarsi. E se avesse voglia di incontrarmi almeno quanto lo desideravo io.
– La verità – ammise, dopo avere ordinato una tazza di cacao caldo anche per me – è che ora sono decisamente meno irritato di quanto lo fossi solo mezz’ora fa, Irene.
– Ho sempre saputo di avere un certo potere, su di te... – scherzai, appoggiando i guanti sul tavolino. E mi piaceva immaginare che fosse davvero così. – E, se posso domandare, a che cosa si deve questo provvidenziale miglioramento del tuo umore?
– È tutto merito del buon vecchio Times! – rispose Sherlock, afferrando una copia del giornale che giaceva sul davanzale accanto a lui.
Sentii una puntura di disappunto, che ignorai.
– Oh. Immaginavo che ti servissero ben altre letture, per questo... – risposi, sorpresa.
– E avevi ragione – ammise Sherlock, prendendo a sfogliare le pagine del quotidiano. – Ma questa pagina degli annunci del Times di lunedì contiene una bizzarria alquanto... interessante.
– Se ti riferisci a quella notizia delle scimmiette indiane addestrate a sfilare i portafogli dalle tasche dei benpensanti, be’: Orazio me ne ha già parlato a lungo. Anche lui ne è rimasto assai colpito...
– Nessuna scimmietta. Si tratta di questo – rispose Holmes, indicandomi un piccolo riquadro in un angolo della pagina degli annunci.
Mi sporsi per leggere un annuncio intitolato Problema scacchistico, che presentava tre righe di sequenze di lettere e cifre, tipo V2 - P19 - D2, seguite dalla frase Scacco matto in tre mosse e, infine, dalla firma Il Frate Nero.
– Spiacente – dissi, riappoggiandomi allo schienale della poltrona. Era tipico di Sherlock compulsare un giornale fin nei minimi dettagli, leggendo con più attenzione gli annunci minuscoli e le inserzioni pubblicitarie piuttosto che le notizie della prima pagina. – Il gioco degli scacchi non è proprio il mio forte. Si tratta di un problema particolarmente stimolante?
– È proprio questa la faccenda curiosa... – rispose il mio amico. – Questa roba, qualunque cosa sia, di certo non è un problema scacchistico.
– E come fai a esserne così sicuro, scusa?
Sherlock sbuffò e si inarcò sul tavolino.
– È semplicissimo! Si dà il caso che, qualche tempo fa, nel t...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il mistero della Rosa Scarlatta
  3. 1. Un Natale londinese
  4. 2. Una tempesta improvvisa
  5. 3. Un’anima in subbuglio
  6. 4. Tre ragazzi a Scotland Yard
  7. 5. Una gita a Twickenham
  8. 6. All’insegna del Vecchio Brigantino
  9. 7. I tre mendicanti
  10. 8. Un grande detective
  11. 9. Le primizie di Fleet Street
  12. 10. Un cambiamento improvviso
  13. 11. Un lungo sogno affannoso
  14. 12. Una tigre in gabbia
  15. 13. Scorribanda a Liverpool
  16. 14. Il labirinto delle scartoffie
  17. 15. Una storia ingarbugliata
  18. 16. Tre gentiluomini (o forse no)
  19. 17. Caccia al Frate Nero
  20. 18. Un’alba sul Tamigi
  21. 19. L’ombra di una vendetta
  22. 20. Un Natale tra amici
  23. Copyright