La vita è una bomba
eBook - ePub

La vita è una bomba

  1. 128 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

La vita è una bomba

Informazioni su questo libro

Boban tira una bomba dal limite, il portiere respinge la punizione del cecchino, l'attaccante avanza ed esplode il destro… Com'è possibile che una delle cose più belle del mondo, il calcio, e una delle più brutte, la guerra, parlino con le stesse parole? Eppure è così, e Milan, 8 anni, di Sarajevo, adottato a Milano da nuovi genitori, ne sa qualcosa…

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Anno
2015
eBook ISBN
9788858513668
Print ISBN
9788838436529

SE FOSSI 1

La maestra mi fissa come il più infallibile dei rigoristi.
Vorrei risponderle con uno sguardo cattivo, alla Seba Rossi, invece abbasso la testa sul foglio e scrivo la data: 13 ottobre 1995.
Seduto a undici metri dalla cattedra, lo confesso, ho un po’ paura.
Ma cercate di capirmi: è il mio primo temino in classe d’italiano e sono nel vostro Paese da appena cinque mesi. Platini, che era Platini, ce ne ha messi sei per ambientarsi nella Juventus. Non so se mi spiego.
Questo tema è una porta di calcio da difendere… ma è più grande del monte Trebevic: come fa un bambino di otto anni a coprirla tutta?
Posso anche buttarmi e indovinare la direzione del tiro, ma la maestra mi segna lo stesso… «Sicuro al chinotto!» direbbe il Galbiati, un amico del mio papà nuovo. Quella lì segna anche se tira a occhi chiusi, con i suoi orribili sandali verdi, che mi ricordano tanto le lucertole dell’orto di Goran.
Il mio amico Sante, figlio del signor Pagliarulo, il panettiere, ha sentito una puntura sul collo e ora agita la mano come fanno le mucche con la coda per scacciare le mosche.
Ma non è un insetto a pungere, è il compasso di quel crapone di Passoni, che adesso ride con la faccia schiacciata sul banco, nascosto dall’enorme schiena di Sante.
La maestra ci è cascata e scatta l’ammonizione: – Pagliarulo, la finisci di muoverti?
E poi: – Milan!
Cavoli, forse mi ha beccato…
– Milan!!!
Senza forse: mi ha beccato in pieno, eppure a Passoni avevo fatto un gestaccio piccolo piccolo…
(Signor arbitro, Passoni disturbava Pagliarulo e poi ha minacciato me con le calamite… Signor arbitro, lei lo sa che le calamite io proprio non le sopporto.)
Come può una maestra sapere quello che succede e fare giustizia, se sta sempre voltata alla lavagna, senza neppure un guardalinee che l’aiuta?
– Attenti, bambini: leggete bene il titolo del tema che scrivo alla lavagna, poi copiatelo sul vostro foglio.
È in questo preciso momento che Chiara si allunga dal banco di dietro, mi tocca dolcemente il braccio e mi sussurra piano nell’orecchio: – Milan, se non capisci qualche parola dimmelo, che ti do una mano.
La sua camicetta ci mette i fiori, i suoi capelli danno il profumo di camomilla: Chiara è un bellissimo prato biondo che spiega la primavera molto meglio del calendario e degli alberi in cortile.
– Grazie, Chiara.
Che strano, il suo sorriso mi ha scaldato la guancia, come facevano i baci della mia mamma vecchia.
Strano anche che il monte Trebevic dietro di me, adesso, sia diventato piccolo come una porta da hockey. Posso farcela. Mi viene addirittura da fare lo scemo sulla linea di farina, come Grobbelaar quella volta contro la Roma nella finale di Coppa dei Campioni.
– Milan, sta’ fermo sulla sedia!
Ecco. La mano della maestra si è messa in viaggio sulla lavagna, come un piccolo treno che si lascia dietro nuvole di gesso, scrivendo: Se fossi uno.
Lo so! Lo so fare questo tema! Cosa vi dicevo?
«Se fossi 1.» Ho indovinato la direzione del tiro, sono in volo e il pallone cammina come una lumaca verso i miei guanti… non è neppure un tiro a effetto. Facile. Posso addirittura evitare la respinta e tentare direttamente la presa.
Cara la mia signora maestra dai sandali di lucertola, io questo rigore glielo paro. Sicuro al chinotto.
Se fossi 1, sarei il più bravo portiere del mondo, avrei mani grandi e sicure come quelle del mio papà vecchio, quando giocavamo al rinvio e io ero il pallone. Lui mi sollevava con una mano sola e, con l’altra sulla fronte, guardava lontano; urlava ai difensori di andare avanti, poi faceva due passi e al terzo mi lanciava in aria, pronto a calciarmi lontano.
Il bello erano quei secondi di vuoto: chiudevo gli occhi, mi concentravo forte forte e, se il gioco riusciva, mi veniva la pelle d’anatra…
– Pelle d’oca.
– Grazie, Chiara.
Mi veniva la pelle d’oca per davvero e sentivo paura per quel calcione che doveva spedirmi nell’area avversaria. Invece il calcio non arrivava, papà mi bloccava con sicurezza e si accartocciava a terra, per proteggermi dai tacchetti di un qualche Passoni.
Il mio papà vecchio però non giocava in porta, lui era il numero 9 e faceva tanti gol.
In porta, nella squadra del sabato, giocava il dottor Juric, che si tuffava bene, ma aveva una presa mica tanto buona.
Con lui non giocherei mai al gioco del rinvio. Quando, nel suo ambulatorio, mi sollevava per mettermi sul lettino, mi veniva la pelle d’oca anche senza chiudere gli occhi e concentrarmi forte.
Il papà diceva che a Juric mettevano un coniglio nel pallone, perché non riusciva mai a bloccarlo quando gli saltellava davanti.
Però il dottor Juric era simpatico ed era molto mio amico, perché tutte le partite del sabato le ho viste dietro la sua porta e, quando il pallone era lontano, parlavamo. Dopo l’intervallo, mi portava sempre un bicchierino di tè caldo dagli spogliatoi, si appoggiava al palo con la spalla e chiacchieravamo di tutto, come due vecchie signore.
Quante ne ho viste in quell’area di rigore… Una volta, uno stopper di Pofarici, alto come una giraffa, che veniva avanti sui calci d’angolo, tirò una ginocchiata cattiva al dottor Juric, che restò a terra dieci minuti con la bocca aperta, come fanno i pesci fuori dall’acqua.
Radovan Topic, il nostro numero 2, che era il più grosso e il più tosto della squadra, prese lo stopper per i capelli e gli disse: «Amico, se ti incontro in quest’area un’altra volta, Sarajevo avrà una vedova in più, puoi giurarci!».
Mentre curavano il dottor Juric, Radovan Topic mi fece l’occhiolino: «Milan, non vedrai più quello spilungone da queste parti».
Io sorrisi a Radovan con tutti e due gli occhi chiusi, perché di schiacciarne uno solo non mi è mai riuscito.
Radovan aveva ragione. Ci furono ancora molti calci d’angolo, ma lo stopper di Pofarici non cercò più di fare il furbo e se ne rimase tranquillo nella sua difesa. Io pensai che forse aveva molti figli e non gli andava di lasciare sua moglie da sola a pensare per tutti… Si può rischiare una cosa del genere per un semplice calcio d’angolo?
Neanche la mia mamma vecchia, a essere sinceri, aveva una bella presa, perché le piangevano le mani, da quella prima volta che il cielo si mise a fischiare come un arbitro e la mamma mi diceva di correre forte fino alla caserma vicina ai giardinetti.
I militari urlavano, la gente scendeva in fretta dalle macchine senza neppure chiudere le portiere e la piazza sembrava la mia stanza: soldatini e macchine in disordine.
Non sapevo che la mia mamma sapeva correre così forte. Mi trascinava come uno straccio, ma ogni tanto le scivolavo via, perché le sue mani piangevano, allora doveva tornare indietro a raccogliere lo straccio. Cioè io.
Scendemmo giù per le scale e ci trovammo in tanti, al buio, come se qualcuno, finito di contare, dovrebbe… doveva…
– Fosse dovuto.
– Grazie, Chiara.
Come se qualcuno fosse dovuto venire a cercarci.
Invece arrivarono le bombe.
La gente gridava.
Io per fortuna conoscevo il gioco del rinvio, quando il mio papà faceva finta di calciarmi.
E nei secondi di vuoto, tra il fischio e la bomba, chiudevo gli occhi, mi concentravo forte forte e, se il gioco riusciva, mi sembrava di ritrovarmi tra le braccia di papà, che mi proteggeva.
Però facevo finta di avere paura lo stesso, così la mia mamma vecchia mi accarezzava i capelli e si asciugava le mani. Non volevo vederle piangere, le sue mani.
Se fossi 1, Chiara sarebbe inginocchiata dietro la mia porta con una di quelle enormi macchine fotografiche che fanno dei grossi lampi. Le ho viste una volta in un vecchio film di pugilato in bianco e nero. Dei signori con un gran cappello in testa e l’impermeabile scattavano ai piedi del ring e si accendevano certe luci bianche che sembravano le scintille dei cazzottoni. I pugili avevano gli occhi chiusi, un po’ per le botte, un po’ perché gli davano fastidio i flash, credo.
Adesso Chiara sta facendo un servizio sul più grande portiere del mondo. Le serve una foto davvero spettacolare, perciò io faccio un po’ il pagliaccio, appeso alla traversa come una scimmia.
Il mio nuovo papà, in panchina, tormenta il suo cappello da tranviere: – Milan, non distrarti! Milan, sta’ attento!
Tranquillo, papà. Mi sfilo i guanti, raccolgo un quadrifoglio e lo regalo a Chiara: – Facciamo due passi?
Chiara risponde col suo sorriso di primavera. La mia manona stringe delicatamente la sua e camminiamo a centrocampo, dove l’aria è più buona. Mi tolgo la maglia e la stendo sul dischetto del calcio d’inizio, come una tovaglia da picnic. Chiara ringrazia e si siede, colpita dalla mia galanteria. Sai, noi portieri siamo dei gentiluomini, lavoriamo con i guanti…
Il mio papà nuovo si sbraccia, sempre più nervoso, e si mette a fischiare come un Trapattoni.
Va bene, va bene, torno tra i pali, certo che l’ho visto Passoni, che pensa di fregarmi con un pallonetto da lontano, ma io ho tutto il tempo di rientrare. Eccomi sul pallone: bloccato, visto?
La maestra fischia il fallo: ho i piedi fuori dall’area.
Il mio papà nuovo sta saltando sul suo cappello da tranviere, come se volesse sprofondarlo al centro della terra. Tranquillo, papà, che tanto gliela paro questa punizione.
Chiamo in barriera Sante, che è largo e fa per due, sorrido a Chiara che è pronta per la foto, mi appoggio al palo e sposto il muro dei miei difensori. Più a destra… stop! Chi calcerà?
Non riesco a vedere l’avversario che va sul pallone.
Mi sembra di vedere il mio papà vecchio che passa dietro la rete, col carrello carico di farina che ha usato per segnare il campo, e mi mette in guardia: – Attento, Milan, dietro la barriera c’è un cecchino!
Dov’è? Non lo vedo.
Ora alle mie spalle non c’è più una porta da calcio, ma un corteo di persone che sollevano dei cartelli con scritto PACE. Oggi è il 5 aprile 1992. Ieri, a un matrimonio, qui a Sarajevo hanno ammazzato il padre della sposa. Non riesco a vedere il cecchino. Dov’è? Se riuscirò a fermare il suo tiro, la piccola Irma non morirà, la guerra non farà la prima vittima, la farina del mio papà vecchio non diventerà mai rossa e t...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. LA VITA È UNA BOMBA!
  3. La vita è una bomba
  4. Presentazione
  5. Se fossi 1
  6. Se fossi 2
  7. Se fossi 3
  8. Se fossi 4
  9. Se fossi 5
  10. Se fossi… Due anni dopo
  11. Appendice
  12. Copyright