Lucidai a specchio i miei stivali e la fibbia della cintura. Poi strofinai un panno intriso di benzina su una minuscola macchia di unto sulla giubba dell’uniforme. Ero nervoso. Le altre reclute nella camerata non avevano idea di cosa avessi in mente, o del motivo per cui mi stessi tirando a lustro quando il programma della giornata prevedeva soltanto un’esercitazione di tiro al poligono.
Cinque minuti prima delle nove, con il cuore in gola, lasciai la camerata e attraversai a passo di marcia l’enorme spiazzo di adunata della caserma, diretto a uno degli edifici amministrativi. I castagni spogli erano avvolti dalla nebbia di novembre; la campana di una chiesa vicina cominciò a battere le ore.
Avevo appuntamento con il comandante di divisione, l’Oberstleutnant Poppinger, riconoscibile per il naso a patata, arrossato dal cognac francese, e per la luccicante Croce di Ferro che portava sempre appesa al collo grasso. Espressa da una semplice recluta come me, un minuscolo ingranaggio nella colossale macchina da guerra tedesca, la richiesta di parlare con Poppinger equivaleva a pretendere un’udienza da Dio in persona.
Alle nove in punto del 10 novembre 1943 scattai sull’attenti davanti alla sua scrivania, di fronte a lui e al grande ritratto di Adolf Hitler che campeggiava sulla parete alle sue spalle. Battei i tacchi degli stivali, mi portai la mano destra alla visiera del berretto in un brusco saluto militare e, con la voce tonante imposta dall’esercito tedesco, strillai: «Funker Rauch a rapporto, signore!».
«Riposo. Allora, sentiamo: perché volevi vedermi?» Si allungò sullo schienale della poltrona, contemplandomi con uno sguardo quasi bonario.
Per tutta risposta, urlai la frase che preparavo da settimane, girandola e rigirandola nella mente: «Funker Rauch chiede l’autorizzazione di informarvi della sua impossibilità di prestare servizio come ufficiale nella Wehrmacht tedesca».
Con un’espressione attonita, quasi inebetita, l’Oberstleutnant sbottò: «Sei impazzito? Ho sentito bene?».
«Jawohl, Herr Oberstleutnant!»
Poppinger scattò in piedi. Era un po’ più alto di me, e la sua faccia era diventata paonazza. Aggirò la scrivania, mi si piantò davanti e ringhiò: «Sta a noi decidere chi saranno gli ufficiali della Wehrmacht. E, una volta stabilita la sua idoneità al grado di ufficiale, chiunque si rifiuti di servire la patria sarà trattato alla stregua di un disertore».
Si rivolse all’attendente rimasto sulla porta, come in cerca di conferme. «Quest’uomo non è in sé. Dichiararsi incapace di servire la nazione come ufficiale è alto tradimento!»
A quel punto la sua voce si era fatta stridula. Sforzandosi visibilmente di ritrovare il contegno, tornò a sedere sulla poltrona, bevve un sorso d’acqua e proseguì, in tono più contenuto. «Esigo una spiegazione.»
Di nuovo, battei i tacchi. Come percorso da una scarica elettrica, premetti le mani lungo i fianchi e urlai: «Non mi sento all’altezza di diventare un ufficiale dell’esercito tedesco perché sono di sangue ebreo».
Poppinger balzò di nuovo in piedi, il colorito ormai quasi violaceo, e farfugliò: «Che cos’hai detto?».
«Mia nonna era ebrea.»
«Come sei arrivato qui, Mensch? Una nonna ebrea! Devi essere completamente uscito di senno!»
Indicò all’attendente di avvicinarsi, gli bisbigliò qualche parola all’orecchio, poi tornò a guardarmi e disse soltanto: «Congedato».
Seguii l’attendente nel suo ufficio dove, con più calma, spiegai di aver specificato la mia ascendenza ebraica nei moduli di reclutamento compilati al momento della chiamata alle armi. A quel punto mi congedò anche lui e io tornai in camerata.
Era vuota. L’ordine dei letti a castello era impeccabile. I materassi di paglia erano stati battuti, le due coperte grigie, ripiegate con precisione geometrica, erano appoggiate ai piedi del letto sulle lenzuola ruvide e tirate, i cuscini sistemati nell’angolatura esatta prevista dal regolamento. L’odore di disinfettante era opprimente.
Non avevo idea di quali conseguenze aspettarmi dopo il colloquio con Poppinger, ma mi sentivo sollevato. Mi arrampicai sulla scaletta e mi sdraiai sulla branda, deciso a godermi il lusso inatteso di qualche ora di solitudine prima che i miei commilitoni tornassero dalle esercitazioni.
Disteso sul letto a castello, ripensai agli eventi della mia vita militare fino a quel momento. Rammentai la desolazione assoluta provata il giorno in cui avevo trovato la cartolina di chiamata alle armi nella cassetta delle lettere. A quell’età ero ancora abituato al sonno profondo e senza sogni dei giovani, ma quella notte ero rimasto sveglio fin quasi all’alba, sforzandomi di escogitare una via di fuga, un espediente qualsiasi per non diventare un soldato tedesco.
Sapevo di non avere speranze. Mi ero arrovellato sulla questione per un anno intero, macinando in bicicletta centinaia di chilometri sulle Alpi austriache. Ma non esisteva luogo capace di nascondermi, non un posto in cui poter sopravvivere al sicuro in un’Europa decisa ad annientarsi con le sue stesse mani.
Ovunque avessi riparato, a un ragazzo giovane e sano, in abiti civili, avrebbero subito chiesto i documenti. Tra i diciotto e i sessant’anni, non c’era un solo maschio che non indossasse l’uniforme. La coscrizione era obbligatoria e universale: se eri in grado di imbracciare un fucile, dovevi combattere, punto e basta.
Nel giorno prestabilito, mi presentai a rapporto alla Kaserne di Vienna e compilai i moduli, indicando il mio grado di istruzione (diploma di disegnatore tecnico), i sei anni di studio del francese e i miei hobby, tra cui l’assemblaggio di apparecchi radio. Precisai anche che conoscevo l’alfabeto Morse, a quel tempo l’unico sistema di comunicazione senza fili.
In virtù della mia preparazione, i tedeschi mi permisero di indicare la branca dell’esercito in cui preferivo arruolarmi. Io scelsi la fanteria, dimostrandomi un perfetto idiota agli occhi di amici e parenti. Dopotutto c’erano altre forze armate ben più agevoli e prestigiose: l’aeronautica, la marina, o persino i corpi corazzati.
Io ero ben consapevole che i soldati di fanteria dovevano sopportare enormi privazioni, ma a spingermi d’istinto in quella direzione era stato un unico pensiero: in una guerra totale come quella in atto, non volevo ritrovarmi intrappolato in una qualsiasi scatola di ferro, ad aspettare la granata, il missile o la mina che l’avrebbe fatta saltare. Mi sembrava molto più sicuro tenere gli anfibi ben piantati a terra, dove almeno avrei avuto la possibilità di darmela a gambe o trovare un riparo. O, alla peggio, sparire in una buca, a patto di riuscire a scavarne in tempo una abbastanza profonda.
Il campo alla periferia di Vienna dove ricevetti l’addestramento base come telegrafista, o Funker, consisteva in uno sgraziato assembramento di edifici a tre piani, di un uniforme color grigiastro e tutta l’aria di non essere stati riverniciati né rinnovati dai tempi della monarchia. Nelle prime settimane, passammo le giornate a sudare sul campo da parata, affinando la suprema arte prussiana di marciare avanti e indietro dall’alba al tramonto.
Una volta istruiti per bene, e ridotti dal martellamento costante a eseguire i comandi in modo pressoché automatico, finalmente ci permisero di dedicare più tempo alla nostra specializzazione: l’installazione e l’utilizzo di ricetrasmittenti a onde corte e apparecchi telefonici. Io apprendevo senza difficoltà, perché mi era sempre piaciuto trafficare con gli arnesi elettrici.
Per contro, la mia transizione da spensierato adolescente a soldato disciplinato non filò altrettanto liscia. Figlio di medici e architetti, ero cresciuto nella convinzione che le mie opinioni personali meritassero sempre di venir prese in considerazione, o che quantomeno fosse lecito esprimerle. Quindi non mi era affatto facile piegarmi a ordini spesso illogici, il cui unico obiettivo era di produrre soggetti totalmente remissivi, sempre pronti a obbedire senza avanzare la minima obiezione o un diverso punto di vista. Uno dei nostri ufficiali istruttori aveva un motto: «I ragionamenti lasciateli ai cavalli. Loro hanno la testa più grossa».
Io ero già finito in consegna di rigore per tre piccole trasgressioni: mancato saluto a un superiore, assenza non autorizzata dalla camerata e, una volta, per essermi ritirato in branda mentre i miei compagni erano ancora fuori ad ammazzarsi di fatica nell’ennesima, inutile marcia sullo spiazzo. Durante una delle nostre settimanali esercitazioni sul campo, però, mi macchiai di una colpa un po’ più grave.
In una splendida mattinata di maggio, insieme a un’altra compagnia della caserma, presi uno dei tram rossi e bianchi di Vienna per raggiungere il Bisamberg, un modesto rilievo a nord della città. Armati di vanghe e fucili, carichi di apparecchiature e strumenti, e con le maschere antigas sul volto, ci inerpicammo a fatica, ansimando, su un versante della montagna. Giunti in vetta, senza nemmeno il tempo di riprendere fiato, la nostra compagnia – la Rossa – ricevette l’ordine di dare l’assalto alla Blu, salita dal versante opposto.
Attraversando splendide radure fitte di fiori primaverili, e con l’erba alta fino alla vita, ci scagliammo contro la postazione “nemica”, arretrammo e poi attaccammo di nuovo. Continuammo così, avanti e indietro, incalzati dall’abbaiare costante dei nostri superiori («A terra! Alzarsi! Strisciare! All’attacco!») fino a mezzogiorno quando, esausti, crollammo al suolo in attesa di un nuovo ordine di carica.
Eravamo sdraiati nell’erba alta, ciascuno a una decina di metri dall’altro. Il fumo degli ultimi colpi a salve si era dissipato e, poco alla volta, al tanfo della polvere da sparo si sostituiva il profumo dolce dei fiori e del terriccio umido. La pausa si protraeva, l’ordine tardava ad arrivare, così decisi di mettermi un po’ più comodo.
Mi liberai del mio carico di armi e apparecchiature, abbandonandolo a terra al mio fianco, sbottonai la camicia e lasciai che il sole mi asciugasse il sudore. Bevvi a lunghe sorsate dalla borraccia e mangiai qualche boccone di pane. Le api ronzavano tra i fiori. Le coccinelle si arrampicavano lungo gli steli d’erba per poi spiccare il volo. Sdraiato supino, e avvolto dagli odori rassicuranti della primavera, mi addormentai come un sasso.
Mi svegliai di soprassalto al ra-ta-ta-ta delle mitragliatrici e per la fitta di un calcio nel costato.
«Mensch, cosa ci fai qui?» strillò una voce rabbiosa. «Non hai sentito l’ordine di attacco? Serve un dispaccio personale per farti muovere il culo?»
Con gli occhi appannati dal sonno, intravidi la punta nera di un anfibio che si preparava a sferrarmi un secondo calcio ancora più violento. Il grugno furibondo che prendeva la mira apparteneva all’ufficiale incaricato dell’intera manovra.
Gli spari e le urla risuonavano nitidi, ma i miei commilitoni si erano già allontanati di parecchio mentre io me ne stavo mollemente adagiato al sole. Date le circostanze, avrei dovuto scattare in piedi e inventare una scusa per giustificare un comportamento tanto inqualificabile.
Invece, sfidando ogni regola, restai dov’ero. Da sdraiato, battei i tacchi, mi portai la mano alla fronte nel saluto militare e urlai a pieni polmoni all’Oberleutnant: «Il Funker Rauch è morto per il Führer, il popolo e la patria, signore!».
Avevo pensato che se c’era battaglia, allora doveva esserci anche qualche caduto ma, a giudicare dall’espressione, il mio superiore non era dello stesso avviso. Di colpo mi vidi scorrere davanti agli occhi settimane di esercitazioni punitive, cella di rigore, marce fino allo sfinimento o, nella migliore delle ipotesi, cataste di patate da pelare fino alla fine dei miei giorni.
Trascorsero secondi interminabili, e Dio solo sa quali pensieri passarono per quel cervello prussiano. Poi, sforzandosi di trattenere una risata che gli stirava l’angolo sinistro delle labbra, l’Oberleutnant disse: «Quando le truppe ripasseranno da qui, mi farai il santo favore di resuscitare dal regno dei morti e rientrare nei ranghi dei soldati ancora abili al combattimento?».
«Jawohl!» strillai io, dalla mia posizione supina.
Qualche settimana dopo, all’inizio del nostro quarto mese di addestramento, l’Oberstleutnant Kraus, l’ufficiale responsabile del campo, comparve senza preavviso alla nostra adunata mattutina. Scambiò qualche parola con il nostro capitano, gli consegnò un foglio, poi se ne andò.
Il capitano si girò verso di noi: «I soldati che si sentiranno chiamare per nome facciano due passi avanti». Poi cominciò a sbraitare: «Funker Sperling, Funker Magdeburger, Funker Zoellner, Funker Rauch...».
Obbedendo agli ordini, io avanzai, domandandomi quale altra delle innumerevoli regole militari avessi violato. L’elenco dei nomi si allungava, e mi consolai rendendomi conto che tanti soldati...