Una perfetta sconosciuta
eBook - ePub

Una perfetta sconosciuta

  1. 384 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Una perfetta sconosciuta

Informazioni su questo libro

E se tutto ciò che hai intorno… fosse una bugia?
E se nessuna delle persone che conosci… ti stesse dicendo la verità? Immagina che la polizia arrivi a casa tua e ti mostri una foto in cui tu - con i capelli di quel tuo rosso inconfondibile, il tuo cappotto blu - stai baciando un uomo. Peccato che quell'uomo sia stato trovato morto trentuno ore prima, e tu non ricordi di averlo mai baciato. Anzi, lo conoscevi appena. Era il tuo nuovo capo, l'uomo che ti aveva dato in gestione la galleria per conto di un misterioso proprietario. Il lavoro dei tuoi sogni: ti era sembrato troppo facile, troppo bello per essere vero. Eppure tutto era andato liscio, la galleria esisteva davvero, avevi firmato un contratto regolare. Adesso, però, guardando quella foto capisci che non c'era niente di regolare. Niente di facile. Perché là fuori qualcuno sta cercando di incastrarti, anche se non riesci a immaginare il motivo. Qualcuno che sa molte cose di te. E che forse ti è molto vicino…
In questo thriller in cui nulla è come sembra, Alice Humphrey vede crollare intorno a sé, come un castello di carte, ogni certezza. Compresa quella più importante: la sua stessa innocenza.
Pieno di colpi di scena, di suspense e rivolgimenti inaspettati, Una perfetta sconosciuta è il nuovo thriller psicologico dell'autrice bestseller de La ragazza nel parco - un'autrice che sa come tenervi incollati alle pagine di un libro.

Scelto da 375,005 studenti

Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.

Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.

Informazioni

Anno
2017
eBook ISBN
9788858517307
Print ISBN
9788856658781
PARTE PRIMA

Troppo bello per essere vero

1

Quattro settimane prima

Molte delle cose più importanti della vita di Alice le erano successe in modo piuttosto casuale. Non le aveva cercate. Non le aveva volute. Tantomeno si era impegnata perché accadessero. Anzi, sembrava che ogni volta fosse inciampata in questo o quel cambiamento di percorso, quasi senza accorgersene. Se fosse stato il caso, o la fortuna, o una sorta di intuizione inconscia non era una questione che la appassionava granché; e poi, tutto sommato, perché chiederselo? Le cose fino a quel momento le erano andate sempre abbastanza bene.
Aveva un master in storia dell’arte perché il corso sul dipinto nelle corti rinascimentali italiane alla fine non le era servito per la specializzazione in storia, che era la sua scelta iniziale. Era finita a Manhattan, dopo il college, per seguire un fidanzato. Abi­tava nel suo attuale appartamento perché aveva sentito un uomo in un bar raccontare di doversi trasferire a Los Angeles e di aver appena disdetto il contratto di affitto. E anche l’opportunità offertale da Drew Campbell era arrivata – oltre che nel momento del bisogno – in un modo che era sembrato da subito naturale, immediato, ovvio.
La galleria si trovava nel Fuller Building, uno dei suoi grattacieli preferiti di New York. Entrando, si era fermata ad ammirare i dettagli Art déco che ornavano facciata e interni. L’artista era alla sua prima apparizione pubblica dopo un decennio, quindi Alice si aspettava una gran folla per l’inaugurazione. Invece si era ritrovata in una spaziosa galleria semivuota, con in mano un bicchiere di vino e la possibilità di studiare con calma quelle figure astratte sovrapposte, dalle forme così insolite che sembrava potessero da un momento all’altro staccarsi dalle pareti e volteggiare leggiadre in aria.
Si accorse di lui prima ancora che le si avvicinasse. Era intento a sfogliare il listino prezzi e ad ammirare una delle opere più grandi, un olio su tela raffigurante una scena carnevalesca. Il viso severo, sotto la barba di qualche giorno, era affascinante e quasi fuori luogo in quella galleria così mondana, ma gli abiti tradivano la sua appartenenza a quel genere di ambiente. Alice lo osservò parlare con una donna esile dallo chignon nero, che riconobbe come la proprietaria della galleria. Si chiese quanto avrebbe pagato per quella tela.
Le fece piacere notare che anche lui la stava guardando. Abbastanza sicura di sé da avviarsi verso di lui, si fermò davanti a un quadro che raffigurava alcuni triangoli intrecciati e sorrise tra sé quando lo sentì avvicinarsi.
«Proprio un deserto stasera, eh?» esordì l’uomo. «Piacere, Drew Campbell.»
Lei gli restituì la stretta di mano e si presentò.
«Allora, Alice,» continuò lui «qualche teoria sulla scarsa affluenza?»
«È assurdo, vero? E pensare che stasera in una galleria di Chelsea ci sarà la fila fuori per quel ragazzetto punk appena uscito dalla scuola d’arte che fa scarabocchi di celebrità. Qui invece ci sono quadri che potrebbero essere di Jackson Pollock, e sembra una serata alcolica per astemi.»
L’artista, Phillip Lipton, un tempo era una figura molto conosciuta della scuola dell’Espressionismo astratto newyorkese, un contemporaneo di Pollock, de Kooning, Rauschenberg e Kline. A quanto pareva, Drew Campbell la sapeva piuttosto lunga su di lui.
«Conosco un mercante d’arte che l’ha rappresentato per un po’. Non immagineresti mai che razza di playboy fosse da giovane. Hai presente quei tizi fissati che escono solo con donne supermagre o superbionde? Bene, sembra che Lipton frequentasse solo ballerine, e nonostante la categoria fosse molto ristretta, riusciva ad avere una nuova ragazza ogni settimana. Girava una battuta sul fatto che le mettesse all’ingrasso con bistecca e gelato in modo che il New York City Ballet fosse costretto a rimpiazzarle. A quei tempi il suo quartier generale era lo One if by Land, al Village.»
Alice riusciva quasi a immaginare una versione più giovane dell’artista al bar, con la sigaretta tra le dita e il cappello di feltro che aveva in tutte le foto dell’epoca. E adesso Lipton era un uomo di novantuno anni al quale la moglie sessantenne stava spazzolando via le briciole dal bavero della giacca in una galleria semideserta, dove erano stati venduti in totale due pezzi, incluso il dipinto del carnevale appena acquistato da Drew.
«Quindi ti piace l’arte?» le chiese.
«Fino a poco fa era il mio lavoro.» Gli raccontò del suo passato al Met, senza soffermarsi sulla lunga storia personale che stava dietro il suo licenziamento. Era più facile attribuire il suo attuale stato di disoccupazione ai tagli al budget del museo.
Le piaceva parlare con lui. Sorriso caldo e naturale. Sguardo aperto e sincero. Sembrava fosse genuinamente interessato a quello che Alice aveva da dire. Era strano: non c’era tensione sessuale, eppure si sentiva attratta da quell’uomo, non tanto dal suo aspetto quanto dalla gradevole sensazione che lui la trattasse come una donna interessante. E non soltanto come la figlia di suo padre. Né come una single disoccupata che cominciava a non esser più giovanissima.
Drew la stava facendo sentire quasi brillante, come non le capitava da tempo, e all’improvviso Alice realizzò che gli otto mesi senza lavoro avevano avuto un effetto su di lei. Quasi senza accorgersene, aveva iniziato a dare per scontato di essere una perdente.
* * *
Alice non aveva mai pensato che a trentasette anni si sarebbe ritrovata senza uno straccio di carriera, ma sapeva che molte persone, considerando il punto da cui era partita, avrebbero avuto da ridire su alcune circostanze. Ad esempio, aveva scelto di non frequentare nessuna delle rigorose scuole superiori proposte dai suoi, perché troppo piene di figli di papà, e aveva preferito seguire i suoi amici scapestrati. Dopo, aveva frequentato un’eccentrica facoltà di studi umanistici, un college serio ma non certo della Ivy League, e una volta laureata come spesso accade ci aveva messo qualche anno a trovare una stabilità. Prima il lavoro da addetta stampa in una ditta di cosmetici. Poi il disastroso matrimonio a St. Louis, durato tre anni prima che lei si accorgesse di aver commesso un grave errore. Così, aveva ricominciato da capo tornando all’università, stavolta specializzandosi in storia dell’arte. Finiti gli studi era andata a lavorare nell’ufficio sviluppo di quello che riteneva l’edificio più impressionante del mondo: il Metropolitan Museum of Art.
Con il senno di poi, si rendeva conto che alcune di quelle scelte erano state sciocche e di comodo. Ad esempio, i suoi genitori avevano speso una fortuna per pagarle gli studi in un’uni­versità che nessuno, a parte un paio di professori in giacca di tweed, aveva mai sentito nominare. E, ovviamente, le avevano finanziato anche il master.
Ma, quando aveva ottenuto il lavoro al Met, aveva pensato di essere finalmente riuscita a ottenere qualcosa solo per i suoi meriti. Forse, se fosse stata assunta per quelli – competenza in campo artistico, abilità nella raccolta fondi, esperienza nel marketing – adesso sarebbe stata ancora nel suo ufficetto con vista su Central Park, impegnata ad abbozzare l’opuscolo della prossima mostra di Chuck Close da inviare ai donatori più generosi del museo.
O, se almeno si fosse resa conto della verità, avrebbe saputo muoversi in maniera meno stupida. Magari non avrebbe comunicato a suo padre in modo così perentorio di non volere più che lui l’aiutasse. Basta pagamenti dell’affitto e “bonus” annuali. Aveva insistito: Non voglio più il tuo aiuto, papà. Mai più.
Ebbene, a sua totale insaputa, buona parte di quell’aiuto andava dritta al museo. Così, quando le generose donazioni di suo padre erano improvvisamente cessate e il Met si era ritrovato a dover fare dei tagli, Alice era stata tra le prime a essere mandata al patibolo.
Soltanto quando aveva dovuto riscrivere il curriculum aveva capito quanto la sua vita adulta non fosse esattamente un buon biglietto da visita per il mondo del lavoro. Negli otto mesi trascorsi dal licenziamento, le era stato offerto un solo impiego: assistente personale di un noto scrittore di romanzi gialli. Un’ami­ca lo aveva frequentato per un certo periodo e l’aveva proposta. L’aveva informata del fatto che il giallista fosse un tipo decisamente parsimonioso, così, quando lui le aveva chiesto di restituire alla gastronomia un vasetto aperto di yogurt perché non gli piaceva la consistenza “granulosa” dei lamponi, Alice aveva scucito di tasca sua quasi due dollari per comprare un nuovo vasetto di “omogeneo” yogurt al mirtillo. L’amica le aveva anche detto dei suoi modi “anticonformisti”, quindi Alice si era mostrata accondiscendente quando lui le aveva chiesto di legarlo al tavolo della sala da pranzo, in modo da studiare come un personaggio potesse liberarsi da una situazione simile. Alla fine, aveva deciso di mollare definitivamente il colpo quando entrambe le discutibili caratteristiche del suo datore di lavoro si erano fuse in un’unica, imbarazzante richiesta: voleva che Alice prendesse parte a un ménage à trois con lui dopo aver contattato una escort, in modo da poter raccogliere fondamentali “dettagli di vita vissuta” senza dover pagare due professioniste. Alice aveva dato le dimissioni in quell’istante, ma si era odiata per il modo in cui lo aveva fatto. Aveva dato la colpa agli orari irregolari, invece di rifilargli una ginocchiata nel glorificato soggetto della maggior parte delle sue “ricerche”.
Forse fu proprio per via di quella breve parentesi lavorativa e dell’umiliazione che ancora le provocava che Alice decise di non opporsi alla piega che aveva preso la sua conversazione con Drew Campbell.
«Ti interesserebbe gestire una galleria tutta tua?»
Normalmente le sarebbe andato il vino di traverso per la sorpresa, ma Drew glielo aveva chiesto in modo del tutto naturale, come se avesse fatto un commento sul tempo.
«Be’… perché no. Ho sempre pensato che avrei avuto un lavoro nel mondo dell’arte, in un modo o nell’altro. Devo solo aver sottovalutato un po’ quanto sia difficile trovarne uno…»
Il “mondo dell’arte”, come dimostrato dal fallimento di quella mostra, era un mondo per giovani. Alice era una donna adulta, e non era nemmeno un’artista. A trentasette anni, aveva già superato i suoi anni migliori.
«Devo controllare un paio di cose, ma potresti essere la persona perfetta per una nuova galleria che sto dando una mano ad aprire.»
«Per quale ruolo?»
«Direttrice. Non è molto grande, ma abbiamo bisogno di qualcuno che sia pronto a dedicarci parecchio tempo.»
Era disoccupata. Il suo ultimo impiego consisteva nel procurare il caffè a un sociopatico che avrebbero dovuto inserire nel registro degli aggressori sessuali… Era difficile credere che qualcuno sano di mente potesse pensare di darle le chiavi di una galleria. A quanto pareva il suo scetticismo le si leggeva in viso.
«Non immaginarti una galleria come questa. E forse dovrei avvertirti che potrebbe non durare molto. Ho questo cliente, un tizio per il quale ho comprato delle opere d’arte, un tipo piuttosto eccentrico, come dicono i suoi amici. Se non fosse ricco, probabilmente direbbero soltanto che è fuori di testa.»
«Eccentrico? Mi sono già fatta fregare una volta da una definizione simile.»
«Tranquilla, niente di strano. È un cliente di vecchia data. In realtà è un amico di mio padre, gli do una mano da anni. Con il tempo ha imparato a fidarsi di me. Ed è venuto fuori che è un normalissimo signore anziano che apprezza la compagnia di uomini più giovani. Li tratta bene e loro gli danno le attenzioni che desidera, se capisci cosa intendo.»
«Direi che è piuttosto chiaro.»
«In ogni caso, il suo ultimo amico sembra durare più del solito, e immagino che il mio cliente sia pronto a fornirgli una forma di sostentamento più cospicua. Vuole una piccola, modesta galleria per esporre opere di talenti emergenti. Ovviamente uno di questi artisti dovrà essere il suo amico. Il ragazzo è riuscito a piazzare le sue opere in un paio di mostre, ma non ha mai ottenuto uno spazio esclusivo in una galleria di New York.»
«Ancora per poco, a quanto pare.»
«Esatto. E sono sicuro che sarà molto grato al mio cliente per l’aiuto.»
«Continui a chiamarlo soltanto “il mio cliente”.»
«Credimi, hai sentito parlare di l...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. UNA PERFETTA SCONOSCIUTA
  4. Il bacio
  5. PARTE PRIMA. Troppo bello per essere vero
  6. PARTE SECONDA. Niente da nascondere
  7. PARTE TERZA. Ricordi
  8. PARTE QUARTA. Mia
  9. Ringraziamenti
  10. Copyright