L’ambulanza è ancora lontana quando Dana riapre gli occhi nell’oscurità che preannuncia la sera. La sirena è un lamento che penetra la cappa di smog sull’autostrada. Dana si rende conto di essersi addormentata sul divano, nel salotto della sua casa nella periferia di Paterson, così vicina a Manhattan eppure distante anni luce. Un mal di testa atroce le pulsa dietro le palpebre. Si mette a sedere. Accanto a lei, sul cuscino, c’è un libro della biblioteca. Lo prende, fa una minuscola piega all’angolo della pagina, poi lo richiude e lo appoggia sul tavolino, sfiorando delicatamente la copertina.
Negli ultimi tempi riesce a divorare un romanzo in un paio d’ore. È sempre stata una lettrice vorace, ma adesso legge a una velocità supersonica. Le atmosfere, i dialoghi, le descrizioni, tutto le appare più nitido e avvincente, come se i libri fossero lampade magiche e bastasse aprirli per liberare il genio che vi è intrappolato. I fatti e i personaggi tra le pagine le sembrano più reali di quelli della vita vera, i protagonisti più brillanti, con i loro sorrisi perfetti, le loro battute folgoranti. A volte, finito un libro a tempo di record, si sente un po’ smarrita, come se un caro amico avesse riagganciato il telefono a metà di una bella chiacchierata.
In casa c’è un silenzio di tomba, senza Jamie. Dana aveva sperato che suo figlio scegliesse una scuola a New York, invece lui ha preferito il Boston College. Ha fatto le valigie ed è partito. Boston non è poi tanto distante, ma per lei è come se fosse all’altro capo del mondo. «Pensa se avesse scelto l’Idaho» rispondeva suo marito, quando lei se ne lamentava. Così ha smesso di farlo. Si è morsa la lingua e si è dedicata a ritinteggiare la casa e a cambiare la disposizione dei mobili; adesso legge molto, passa le notti in bianco e le è sempre più chiaro che non era pronta a restare da sola con Peter, senza Jamie. Quando ci pensava, nei mesi prima della partenza di suo figlio, si ripeteva che sarebbero diventati come le coppie che si vedono in televisione, genitori che riempiono il nido rimasto vuoto con passeggiate romantiche su spiagge esotiche, cene gourmet e tanto sesso. Sospira. La realtà è un po’ diversa: Peter fa sempre tardi al lavoro e spesso la cena la salta del tutto. Di mettersi ai fornelli, poi, neanche a parlarne.
Si costringe ad alzarsi dal divano e attraversa la stanza in equilibrio instabile, mentre l’ambulanza si precipita verso il suo quartiere, la sirena come un sibilo nell’afosa aria estiva di Ashby Lane. Il pomeriggio appena trascorso le torna alla mente a piccole ondate: Celia che urla in strada, la discussione dopo che entrambe avevano alzato parecchio il gomito, il ricordo vago di quando era rientrata in casa barcollando ed era crollata sul divano, sprofondando nel torpore causato dalla sangria. Celia è a un passo dal diventare alcolista, ammesso che non lo sia già. Ultimamente non la si vede mai senza un bicchiere in mano, e sembra sempre sul punto di rovesciarlo, tanto vacilla su quelle zeppe vertiginose. Massaggiandosi le tempie doloranti, Dana si ripromette di proporle una riunione agli Alcolisti Anonimi. Potrebbero andarci insieme, magari a Manhattan, che è comunque vicina, ma decisamente più “anonima” delle sedi di Paterson. Si offrirà di accompagnarla, senza insistere, però: non la conosce abbastanza da prendersi una tale confidenza.
Le scoppia la testa, ma l’aspirina è nella borsetta che aveva dimenticato in macchina quando si era precipitata da Celia. La porta d’ingresso è ancora socchiusa. Apre la zanzariera, esce, recupera la borsa dal sedile anteriore dell’auto e cerca il flacone. Da lì, il suono dell’ambulanza è più nitido, la sirena buca il brontolio del traffico sull’autostrada. Dana guarda in fondo alla via, strizzando gli occhi nella foschia della sera. Qualcosa non va, lo avverte nell’aria. Un attimo dopo, l’urlo della sirena diventa assordante. In piedi accanto alla macchina, manda giù l’aspirina senza neanche un goccio d’acqua e resta imbambolata a osservare l’ambulanza che sbuca da dietro la curva e inchioda davanti alla casa di Celia. Tre paramedici si precipitano verso l’ingresso. Appoggiato allo stipite della porta c’è Ronald, il marito. Dana istintivamente comincia a camminare, accelerando il passo mentre supera le tre case che la separano da quella di Celia, con i sandali che battono sull’asfalto ancora bollente. Quando arriva sul prato, sta ormai correndo a rotta di collo; giunta all’imboccatura del vialetto, scivola su una pozzanghera, perde l’equilibrio e cade rovinosamente contro la fiancata della macchina di Ronald.
Si appoggia al cofano per tirarsi su, sale di corsa i gradini verso la casa degli Steinhauser e si precipita nell’anticamera, dove va quasi a sbattere contro Ronald. Lui la squadra con le braccia incrociate sul petto, senza dire una parola. Dopo un istante, Dana prosegue verso il salotto, che l’amica aveva appena riarredato. I paramedici sono sulla soglia: inginocchiati a testa china sul parquet nuovo come fedeli in preghiera, sembrano intenti a studiare le venature dei listelli di bambù. In casa c’è un odore penetrante, un odore che Dana conosce bene. «Dio» dice. «Cosa…» Poi vede Celia.
«Non respirava più» dice Ronald. Sta bisbigliando, come se sua moglie si fosse addormentata sul pavimento, con i capelli sciolti in una pozza del suo stesso sangue, e lui temesse di svegliarla. «Ho chiamato il 911» aggiunge, indicando con un cenno i tizi del pronto soccorso che si affaccendano intorno a Celia, pallida e inerte, con il sangue che le disegna un’aureola intorno alla testa. «Però mi è successa una cosa stranissima» prosegue lui. «Non riuscivo a ricordare il nostro indirizzo. Continuavo a pensare: Wilmont, 3189 Wilmont. La casa dove sono cresciuto, a Cedar Rapids.» La sua voce è simile a un ronzio. Dana si avvicina a Celia e prova un dolore talmente intenso da mozzarle il fiato. La sua vicina sembra così piccola e inerme, riversa sul pavimento. Avrà freddo, lì per terra, e forse si sentirà sola, circondata da quegli sconosciuti. Dana tende una mano per carezzarle i capelli.
«Ehi!» Il paramedico più vicino le afferra il polso. «La porti via di qui» ordina a Ronald, ma lei sta già indietreggiando, mentre il marito di Celia continua a parlare: «C’è stato un tamponamento sull’autostrada. Una tizia si era messa a scrivere un sms mentre guidava. Un cazzo di sms! Sono rimasto due ore bloccato nel traffico, mentre mia moglie moriva dissanguata…».
«Sento il battito» annuncia un paramedico. «È molto debole.»
Ronald si siede sui talloni, con le braccia abbandonate lungo i fianchi. Ha visto qualcosa sotto il divano: si mette carponi e allunga una mano per recuperarlo. Un cellulare. Dana lo riconosce. È quello di Celia, uno sgradevole promemoria del loro litigio di poche ore prima.
«Bisogna portarla in ospedale» sente dire a uno dei soccorritori. «La stiamo perdendo.»
«No!» Ronald cade di lato, rischiando di travolgere anche Dana. Si abbatte come un fiore con lo stelo spezzato; lei lo aiuta a rialzarsi e a sistemarsi su una sedia dove resta a fissare con gli occhi lucidi i paramedici che si affrettano a trasportare la barella fuori dalla porta. Anche Dana sta piangendo, ma le sue lacrime le sembrano distanti, come se appartenessero a un’altra persona. Niente le sembra reale. Non la pozza di sangue né l’invasione di sconosciuti che abbaiano ordini e sporcano il parquet di bambù appena lamato con il fango sotto le suole degli anfibi. Vorrebbe urlare a tutti loro di andarsene, ma stanno già correndo con la barella verso l’ambulanza. Ronald si alza di scatto, attraversa in fretta la stanza e infila la porta.
«Vengo con voi!» grida, senza ottenere risposta.
L’ambulanza slitta sul vialetto, schizzando pezzetti di ghiaia. Poi riparte a sirene spiegate lungo Ashby Lane e sparisce dietro la curva, diretta verso l’ospedale. Dana però ha notato gli sguardi scambiati dai paramedici, la loro concitazione, e sa già che quella corsa è inutile.
I loro anfibi si sono appena dileguati quando ecco arrivare nuove scarpe, un andirivieni continuo sul portico imbrattato di sangue: gli agenti della Scientifica raschiano e passano al setaccio i tappeti del salotto, riempiendo minuscole bustine di plastica di microscopici reperti. Sospingono Dana fino alla porta e le chiedono le sue generalità: vogliono sapere chi è e perché si trova lì, come se fosse lei quella fuori posto e non loro, con quelle scarpe da Gestapo e il fiato che puzza di fumo. «Ci faremo vivi» le dicono.
Dana si ferma sulla veranda degli Steinhauser. In preda all’agitazione, lancia un’ultima occhiata verso la finestra panoramica del salotto illuminato a giorno. Da dietro il vetro, scruta le tende e i cuscini come se gli indizi fossero là, incastrati sotto la seduta rigida della poltroncina di seconda mano o abbandonati in un angolo del divano. Celia avrà senz’altro lasciato qualcosa che aiutasse a identificare il colpevole, e di colpo Dana si convince di essere l’unica in grado di scovarlo. Sente squillare un telefono, poi vede un poliziotto giovane con i capelli rossi che si porta il cellulare all’orecchio.
Lei e Celia erano vicine di casa e amiche. Nelle loro conversazioni di fronte a un caffè o mentre andavano a fare la spesa al piccolo centro commerciale locale, avevano condiviso pettegolezzi, ricette per la crostata e la passione comune per i mercatini dell’usato. Ma nessun segreto, almeno fino a oggi. Dana chiude gli occhi e le immagini del pomeriggio le invadono la mente: la sangria rosso sangue nel bicchiere; le scarpe dell’amica, color sabbia e con i tacchi alti; il cane degli Steinhauser accucciato sotto il lavandino della cucina; un minuscolo strappo nella rete della zanzariera che Dana aveva notato quando l’aveva aperta per uscire; il marciapiedi, la strada, infine il vialetto di casa sua; e poi Celia in una pozza di sangue, il vaso rotto sul pavimento, dietro la sua testa, e il coltello da cucina accanto alle sue dita. Ma ha la memoria piena di buchi. I suoi ricordi sono come lampi di immagini e suoni, tessere di un puzzle sparpagliate su un supporto scivoloso e instabile.
«Non ce l’ha fatta» annuncia l’agente dai capelli rossi ai colleghi. «La squadra investigativa assegnata al caso arriva alle cinque.» Mette via il cellulare, allunga un piede e chiude la porta con la punta della scarpa. Dana corre a casa, con il cuore che le martella i timpani e il respiro affannoso cadenzato da singhiozzi che risuonano nell’aria soffocante della sera estiva. La realtà della morte dell’amica penetra la barriera della pelle fino al midollo. Appena arriva al portico crolla a terra, si stringe le ginocchia al petto e resta a dondolare il busto avanti e indietro sul cemento duro e bollente, mentre davanti agli occhi le scorrono i volti dei figli di Celia – Tommy e John Jr. – che stanno passando le vacanze estive con il suo ex a Martha’s Vineyard. Rimarranno là, per ora, non torneranno subito. O forse non rimetteranno mai più piede ad Ashby Lane. Le lacrime di Dana cadono sul pavimento del portico. Tutte quelle perdite, quegli strappi all’anima, le fanno battere il cuore troppo in fretta. Ogni cosa a cui tiene le sta sfuggendo di mano, come petali trascinati dalla brezza. E a lei non resta che guardarli volare via, mentre stringe tra le mani gli steli ormai spogli di tutto ciò che ha perduto.
Decide di telefonare a Peter, un’idea che le offre un seppur minimo sollievo. Nonostante quello che Celia le ha detto su di lui nel pomeriggio, suo marito è ancora una presenza solida e affidabile, la quintessenza dell’avvocato, sebbene di recente dia l’impressione di essersi ridotto anche lui a uno stelo spoglio, un’immagine sbiadita. Dana sospira. Peter è in ritardo, come al solito.
«Ciao.» La sua voce è distante, persa nel rumore di quello che sembra il bar di un aeroporto.
«Dove sei?» gli chiede. Si sente un fruscio mentre lui sposta il cellulare.
«In riunione.»
«Celia è morta» dice Dana, ed è quasi tentata di riattaccare subito dopo aver sganciato la bomba.
«Cosa?»
«Celia è…»
«No. Ho sentito. È solo che… Gesù. Morta?»
«Morta. C’era sangue ovunque…» La voce di Dana si incrina, poi tace.
«Senti. Dammi solo un momento… Infilo il cellulare in tasca, giusto il tempo di uscire in corridoio e…»
«Aspetta!» grida lei, ma è troppo tardi, a quel punto Dana sente solo il rumore del tessuto che struscia sul telefono, e riattacca.
Non sono le grandi mancanze di Peter a farle venir voglia di lasciarlo; sono quelle piccole cose, come infilarla in tasca nel bel mezzo di una conversazione, quei gesti sminuenti, umilianti, che la fanno sentire rilevante quanto uno starnuto.
Dana appoggia il cellulare a terra e si sforza di ricostruire gli eventi del pomeriggio, di rimettere l’intera sequenza in una sorta di ordine. Lei era presente. Ha partecipato all’ultima giornata di Celia, anche se non ne ricorda con precisione i dettagli perché aveva bevuto troppo. Che morte assurda. Scioccante, orribile, inconcepibile, come una pugnalata al cuore. Chiude gli occhi e cerca di richiamare alla mente le ultime parole rivolte all’amica. Le sembra che siano state: «Non voglio rivederti mai più».
L’amore è un tale pasticcio, pensa Dana, soprattutto per gente come lei e Peter, con un matrimonio lungo e problematico e già abbastanza difficile anche senza l’intromissione di una vicina di casa impicciona, che adesso è morta. Tra le sue farneticazioni da ubriaca di quel pomeriggio, Celia aveva infilato una sordida insinuazione che Dana cerca di scacciare dalla mente, dicendo a se stessa che ci penserà in un altro momento. L’aria è soffocante. Durante il giorno, i grattacieli del centro immagazzinano il calore e di sera lo diffondono in periferia: persino alle nove, quando ormai il tramonto colora di striature rosa il cielo grigio, l’afa è insopportabile. Seduta sui gradini, Dana ricorda un’altra sera d’estate, a New York, con lo stesso cielo rosato sopra il fiume Hudson. «Guarda!» aveva esclamato lei, indicandolo.
«Cosa?» Con lei c’era un romantico poeta dell’East Village.
«Il cielo! Sembra il regno di Oz, se Oz fosse rosa e non verde.»
Il Poeta aveva sistemato dietro l’orecchio una ciocca della sua chioma lunga e byroniana, aveva aspirato una profonda boccata dalla pipa comprata a Chinatown, e infine aveva sbuffato la risposta insieme a una voluta di fumo. «È solo smog» aveva detto. «Il buon, vecchio inquinamento di New York.» Dana non ha sposato il Poeta. Gli ha preferito Peter. La sua bellezza classica, i suoi occhi azzurri e capelli biondi l’avevano affascinata, cancellando le notti che Dana aveva passato con il Poeta triste e oscuro nel suo monolocale con una crepa nel muro. “Chissà che fine ha fatto?” si chiede Dana, di tanto in tanto, quando al tramonto il cielo si riempie di striature rosa e lei è soltanto una moglie che si può mettere in tasca. Contemplando l’ultima traccia di colore all’orizzonte, le viene voglia di prendere la saga di Oz dalla collezione di libri del figlio – Ozma, Glinda e La ragazza di pezza –, ma il pensiero è troppo deprimente: le ricorda che il Poeta è sparito dalla sua vita e che Jamie è diventato grande e se n’è andato a Boston.
Una coppia di fari spunta a intermittenza dalla sommità della collinetta in fondo alla via. Un istante dopo la Lexus di Peter si ferma nel vialetto con il motore acceso. Dana lo vede gesticolare dentro l’abitacolo, poi il bagliore del suo Bluetooth si spegne e lui scompare nel buio.
«Dopo che hai chiamato, sono passato dall’ufficio a fare un paio di telefonate» le dice, imboccando il vialetto. «A quanto pare, Donald è quasi inciampato nel corpo di Celia all’ingresso del salotto. Per fortuna Jamie è a scuola: finché non capiranno cos’è successo, nessuno qui è davvero al sicuro.» La sua voce è tesa, le parole pronunciate in fretta tra respiri ansimanti. Lei è rimasta dov’era, seduta con il busto all’indietro e appoggiata sui palmi delle mani. Peter...