Sandra Morrison. Vienna, Virginia. Oggi
Salgo i gradini in cemento fino al piccolo ballatoio. La porta di casa mia è aperta. Quante volte ho ripetuto questi gesti. Ora mi sembra che sia qualcun’altra a compierli, mentre io la osservo dall’esterno, come se fossi un’entità sospesa nell’aria, invisibile, capace di vigilare, di nascosto, sulle azioni degli altri. C’è molta gente dentro, tutti si muovono e sembrano sapere con precisione cosa fare, dove andare, quali parole pronunciare. Lei, invece, l’altra me, quella che sto spiando al riparo nella mia nuvola trasparente, è smarrita. C’è odore di cibo. Contenitori e pirofile disposti sul tavolo del soggiorno. E poi bicchieri, piatti. E bibite, tovaglioli di carta e posate.
Lei sale la mezza rampa interna e si ferma. Dalla cucina alla sua sinistra arriva Elizabeth. Stava trafficando con delle vivande, si pulisce le mani con uno strofinaccio e la abbraccia. «Sandra, tesoro... vieni con me, siediti un attimo e bevi qualcosa.» È una delle sue vicine, quella con cui ha legato prima quando è arrivata in Bobbyber Drive tre anni fa. Delle dieci villette identiche, che si fronteggiano nella via, quella di Elizabeth e Jeff è l’ultima sul lato destro. Quella di Sandra, invece, la quarta di sinistra.
La osservo. Osservo l’altra me stessa entrare nel soggiorno sostenuta dall’amica per un braccio. Uomini con bicchieri in mano si alzano, donne le si avvicinano con sguardi addolorati, qualcuno sincero, altri di circostanza. Riconosce Shane Lonegan, l’avvocato di famiglia. Sembra a disagio, altissimo, allampanato, con un completo blu stazzonato e consunto. La saluta facendole un cenno con la mano, accompagnato da un sorriso incerto, sospeso tra l’imbarazzo e la pietà. In un angolo della stanza intravede Rita Jacobs. La cara, insostituibile Rita, la proprietaria della villetta di fronte alla sua. Uno scricciolo di donna, dall’età indefinibile, di sicuro abbastanza anziana da poter essere sua madre. Capelli cortissimi tinti di un rosso fuoco, trucco abbondante. Per una volta non indossa i soliti, stravaganti abiti colorati con uno di quei suoi cappelli di paglia a falde larghe. Si veste sempre così quando passa intere mattinate a occuparsi del roseto, canticchiando motivetti anni Sessanta. Oggi sembra ancora più minuta nel tailleur pantalone nero. A lei viene quasi da sorridere, a vederla così fragile e in ghingheri. «Tesoro...» sussurra Rita prendendole la mano. Non riesce a dirle altro, una lacrima le solca la guancia mischiandosi al mascara e tracciando una scia scura sul viso.
«Vieni, siediti qui» dice Elizabeth.
Lei, Sandra, esegue docile. Le passano un bicchiere con qualcosa di alcolico dentro. Gli uomini tornano a sedersi, le donne riprendono ad affaccendarsi intorno al tavolo delle cibarie, il chiacchiericcio di sottofondo, lentamente, riparte. L’altra me stessa si guarda intorno, come colta da un’improvvisa preoccupazione. Cerca qualcosa, ma non la trova. Devon, sua figlia. Quindici anni, tanta gioia di vivere e una sfacciata bellezza esplose insieme, all’improvviso. Troppo impreparata a un dolore così grande. «Devon...» Pronuncia quel nome con lo sguardo fisso nel vuoto. «È di sopra, con le amiche» la rassicura Elizabeth. «Meglio che siano loro a occuparsi di lei adesso.»
I suoi occhi, ora, vagano nella stanza e finiscono per posarsi sulla foto. La foto di loro tre, l’anno scorso a Philadelphia, sotto la pioggia. Quando lui si era fissato con il Philly Cheesesteak originale di quel chiosco vicino allo stadio di baseball e aveva insistito per portarcele, raccontando che era lì che andavano sempre gli atleti famosi, gli attori, i divi. E si erano fatti fotografare con lo smartphone da un passante, sotto la pioggia, riparati dalla pensilina, sorridenti con il loro panino fumante in mano, abbracciati fra le risate e gli schizzi d’acqua delle auto. E ricorda una gioia senza freni, senza motivo, impossibile da raccontare. Sandra, all’improvviso, realizza che non potrà mai più rivivere quella sensazione. È come se un colpo di maglio le centrasse l’addome.
Torno in me, abbandono la nuvola, la mia mente e il mio corpo sono di nuovo una cosa sola. Ora lo sento in pieno, il dolore. Mi penetra e consuma. Mi toglie il respiro. Alan è morto. Mio marito è morto, con la gola tagliata e i pantaloni abbassati, dentro la sua macchina, appartata nel parcheggio di uno dei quartieri più malfamati di Washington. Forse vittima di una prostituta che lo ha derubato e ucciso subito dopo aver consumato uno squallido rapporto sessuale. Mentre io e sua figlia lo aspettavamo per la cena, mentre il polpettone con le patate era in forno e la tv sintonizzata sull’ennesima replica di Law & Order. Ucciso a pochi chilometri di distanza da casa sua, dalla cittadina considerata tra le prime, negli Stati Uniti, per la qualità della vita, l’assenza di criminalità. L’alto reddito pro capite.
Sono appena tornata dalla funeral home dove degli uomini gentili, in abito scuro, mi hanno accolta con gesti misurati ed espressioni di cordoglio. Ho stretto la mano dei colleghi, del direttore, dei suoi compagni di golf. Tutti facevano del loro meglio per nascondere l’imbarazzo.
E io sono stata al gioco, ho accettato quella messinscena, rassicurata dal fatto che da un momento all’altro sarebbe arrivato qualcuno a svegliarmi, a restituirmi la mia vita, quella di sempre, quella che stavo sentendo scivolarmi dalle mani senza speranza, come risucchiata da un canale di scolo che l’avrebbe portata via, in un luogo ignoto, lontana da me. Ma l’illusione è durata poco. Mi è bastato guardare la foto di noi tre a Philadelphia per ritrovarmi di fronte alla verità. Alan è morto e io sono ancora viva. Ho trentanove anni, una figlia di quindici, e nessuna idea di dove trovare la forza per continuare a vivere.
Vienna, Virginia. Oggi
Tysons Corner è un’area a ovest della città di Washington D.C., ed è quella che, secondo la teoria di Joel Garreau, si potrebbe definire una Edge City. Il famoso giornalista del «Washington Post» stilò addirittura un elenco di regole per identificare questi nuovi centri di urbanizzazione al di fuori dei confini cittadini. Tra queste, l’avere almeno cinquecentomila metri quadrati di immobili destinati a ufficio e cinquantaseimila ad attività commerciali, contenere più posti di lavoro che posti letto ed essere state, fino a un massimo di trent’anni prima, delle semplici aree rurali senza una propria identità.
Infine, la regola più importante: l’essere percepiti dalla popolazione come luoghi unici e a sé stanti.
Tysons Corner soddisfa in pieno tutti questi requisiti.
Negli anni Quaranta, quando andava delineandosi in maniera sempre più evidente il ruolo fondamentale che gli Stati Uniti avrebbero assunto nell’equilibrio politico mondiale, il governo decise di costruire una sede adeguata per il proprio enorme apparato diplomatico e militare. Il palazzo universalmente noto come il Pentagono. Per motivi di spazio la scelta ricadde sulla contea di Arlington, separata dalla capitale Washington solo dalle sponde del fiume Potomac. A poca distanza sorsero anche le sedi della CIA, a Langley, e dell’FBI, a Quantico. Questo immane dispiegamento di strutture governative, in un’area già condizionata dalla vicinanza con la capitale degli Stati Uniti d’America, favorì un formidabile proliferare di aziende al servizio degli enti statali per la sicurezza.
Oggi tutta l’area di Tysons Corner e i comuni che vi gravitano attorno, come McLean, Vienna, Falls Church, risentono dei benefici effetti dell’enorme indotto che ruota attorno a quegli enti.
Il comune di Vienna, al di là del piccolo centro storico, si estende per un’area di oltre quattro miglia quadrate. Le abitazioni sono tutte case singole e ville di pregevole fattura, suddivise in quartieri immersi nel verde, spesso in mezzo a vere e proprie aree boschive. La Gallows Road è l’arteria che funge da collegamento tra queste oasi abitative immerse nella pace della natura e il Tysons Corner, il grande centro direzionale e commerciale con i lussuosi mall e gli esclusivi palazzi di uffici. La Edge City sembra non voler arrestare nemmeno un secondo la sua prodigiosa crescita. Condomini di prestigio, fabbricati dall’avveniristico design, nuove strutture commerciali continuano a sorgere con un ritmo forsennato. Il cuore di questo luogo è come un cantiere perpetuo alimentato da un flusso pressoché inarrestabile di denaro e dal continuo avvicendarsi di funzionari, tecnici, consulenti ad alto livello che gravitano intorno al governo federale.
Bobbyber Drive è una traversa della Madron Lane, una delle vie che dalla Gallows si diramano a est, immergendosi nel verde e nascondendo alla vista delle auto, che sfrecciano nelle quattro corsie di marcia, immensi quartieri residenziali. Sono costituiti, per lo più, da villette monofamiliari a tre piani, come quella che, tre anni fa, fu acquistata dell’ingegnere Alan Sandford, trasferitosi con la moglie Sandra e la figlia Devon da Albuquerque, New Mexico.
Alan era stato promosso capo progetto executive della Telecta, una società specializzata nella produzione di software per la gestione del traffico aeroportuale da parte delle torri di controllo. La promozione prevedeva anche il trasferimento nella sede centrale di Washington D.C.
Un salto di carriera molto importante, una casa nuova più grande e più bella, scuole migliori, negozi esclusivi, il tutto a pochi chilometri dalla città che è il cuore pulsante dell’intera nazione. Era stato l’inizio di una nuova meravigliosa vita per lui e per la famiglia. Un sogno a lungo inseguito e alla fine, come in una specie di fiaba, realizzato. Fino alla sera in cui il sogno si è interrotto, trasformandosi in un incubo. Fino a quando una mano assassina ha impugnato il rasoio che, con precisione chirurgica, ha reciso l’arteria giugulare di Alan Sandford provocandogli un arresto cardiaco per shock dovuto al rapido dissanguamento.
Sono passati sei mesi dal giorno del funerale. Sandra piega gli abiti del marito e li sistema dentro scatole di cartone allineate sul letto matrimoniale. Da quel giorno orribile non ha più aperto l’armadio di Alan.
Dopo quattro settimane dal giorno della sua morte, aveva deciso che era giunto il momento di riprendere a lavorare, di riaprire il suo studio da logopedista a Vienna. Aveva chiamato la dottoressa Beal, una collega di McLean che si era offerta di sostituirla durante la sua assenza, e le aveva chiesto di informare i suoi pazienti che dalla settimana successiva avrebbe ripreso a riceverli. Aveva stretto i denti, preparandosi ad affrontare le condoglianze, le espressioni contrite, le domande a metà fra la solidarietà sincera e la curiosità morbosa. Si era autoconvinta che quello stillicidio non sarebbe durato in eterno, che ce l’avrebbe fatta. Sarebbe bastato riuscire a tenere bene in mente che alla fine tutto passa, tutto viene dimenticato. Pur nella consapevolezza che l’unica a non dimenticare sarebbe stata proprio lei, l’unico dolore a non passare sarebbe stato il suo.
Oggi, con Sandra, c’è Elizabeth, la sua vicina e amica. La aiuta a impacchettare i vestiti di Alan. È stata lei a convincerla che disfarsene sarebbe stato un gesto catartico.
Le ha parlato della chiesa presbiteriana di Falls Church, dove ha qualche amica che si occupa della raccolta di indumenti per i poveri.
«Con Devon come va? Un po’ meglio?» chiede Elizabeth inserendo un maglione di lana in una busta trasparente.
«No» risponde Sandra spazzolando la giacca di un completo scuro appeso a una gruccia. «È come se mi evitasse. Cioè, a volte mi cerca, sembra aver bisogno di me, ma poi, all’improvviso, si ritrae e mi esclude completamente dal suo mondo. È come se la disturbassi, come se le dessi fastidio. Quello che è successo ad Alan... Sai, alle volte penso che me ne faccia una colpa.»
«Non le dai fastidio, Sandra, è solo turbata perché non ha ancora accettato la morte di suo padre... Se ci pensi, anche il fatto che sia voluta tornare subito a scuola è la dimostrazione che fa di tutto per illudersi, per autoconvincersi che la vita possa continuare esattamente come prima. E adesso è confusa perché sta iniziando a fare i conti con una realtà diversa. Devi darle il tempo di realizzare, di elaborare il dolore. E, quando questo suo processo interiore sarà compiuto, non sarà un momento facile. Dovrà scontrarsi con l’evidenza di aver perso per sempre suo padre. Il rifiuto è un modo come un altro per tenere in vita chi non c’è più.»
«Ma sono passati sei mesi, Elizabeth! Ti rendi conto di cosa significa vivere tutto questo tempo sotto lo stesso tetto con una figlia che nega la realtà, che si rifiuta di parlarti? E poi io che dovrei dire? Della mia, di sofferenza, chi è che se ne preoccupa? Con Devon sono costretta anche a mascherare la delusione di aver scoperto che mio marito non era l’uomo che credevo.»
«Hai pensato di farla seguire da qualcuno? Da uno psicoterapeuta, magari... Ce ne sono di molto bravi, specializzati proprio in queste situazioni. Potrebbe aiutarla a sbloccarsi.»
«Certo. Ci ho provato, gliel’ho proposto, ma si è rifiutata. So che quello che sto per dirti è tremendo, ma... Le ho provate tutte per superare il muro che Devon ha eretto fra noi. Ormai mi sento più serena quando lei è a scuola o quando sono allo studio. Almeno da sola, con la mente occupata dal lavoro, riesco a gestire il dolore, a sopportarlo. Quando siamo in due no, non ce la faccio. Farmi carico anche della sua pena, sopportare quei silenzi, quella finta tranquillità che si sforza di ostentare è qualcosa che va oltre le mie forze.»
Sandra appoggia la spazzola sul comodino e si siede sul bordo del letto nascondendo il volto fra le mani.
«Tesoro» Elizabeth le si avvicina e le cinge le spalle col braccio. «Anche tu hai bisogno di tempo.»
Sandra scosta la frangetta bionda, sistemandosi alla meglio i capelli e asciugandosi le lacrime. Se li era tagliati dopo quella volta che Alan aveva fatto un apprezzamento a proposito di un’attrice che li portava così. Stavano guardando un film, abbracciati sul divano, come accadeva quasi tutte le sere. Erano i momenti che preferiva della loro vita insieme. Il sesso non era mai stato un problema fra loro, facevano l’amore spesso, con tenerezza e desiderio, donandosi l’un l’altra con trasporto. Ma quei momenti passati a coccolarsi, a scherzare, a commentare un film o una serie tv, per Sandra erano ancora più intimi. La facevano sentire davvero una cosa sola con l’uomo che amava e col quale aveva scelto di trascorrere il resto della vita.
Scoprire che suo marito era un frequentatore di prostitute – puttane era una parola liberatoria ma dopo qualche secondo, come un boomerang, restituiva un significato ancor più difficile da sopportare – l’aveva prostrata. In quegli ultimi mesi aveva rimesso in discussione tutta la loro vita insieme, torturandosi con domande e dubbi destinati a rimanere senza risposta. Forse non era Alan che aveva profondamente amato per diciotto anni, quanto, piuttosto, l’idea che si era creata di lui. Da qualche parte aveva letto che non si conosce mai davvero chi si ama e che quando lo si realizza le sorprese non sono mai buone. Ora sapeva che era vero, lo stava provando sulla sua pelle. Ogni giorno doveva fare i conti con l’immagine di Alan nell’angolo buio di un parcheggio, in macchina, la stessa con la quale accompagnava Devon a scuola, con la quale andavano tutti e tre al cinema o a cena fuori... Oltre al tradimento, alla constatazione del fatto che suo marito era stato, probabilmente...