Per alcuni è capace di pura magia. Per altri, si diverte un po' troppo a giocare a essere Dio. In ogni caso, che se ne pensi bene o male, la dottoressa Frankie Stein fa parlare di sé a San Francisco: ha sviluppato un controverso metodo di ipnosi in grado di cancellare il ricordo di eventi traumatici, ricostruendoli in modo da "diminuire" il coinvolgimento del soggetto.
Non tutti ci credono; tra i più scettici il detective della Omicidi Frost Easton - che spesso si ritrova a dover collaborare con Frankie in tribunale. Frost è un uomo con un passato ingombrante, che ha imparato a sue spese che non esistono i miracoli. E nemmeno le coincidenze. E infatti, quando una serie di donne ritrovate morte in zone diverse della città vengono identificate tutte come ex pazienti della dottoressa Stein, Frost sa che dovrà partire da lei per capire chi si nasconde dietro gli omicidi.
Se vogliono fermare il serial killer che sta terrorizzando la città del Golden Gate, Frankie e Frost dovranno così navigare, insieme, le acque burrascose di un'indagine sempre più intricata, imparando ad apprezzarsi a vicenda. Mentre il killer continua a colpire: chi sarà la prossima vittima?
La nuova serie di Brian Freeman assicura sorprese, colpi di scena, personaggi magistralmente tratteggiati e tutta l'atmosfera che la nebbiosa San Francisco può offrire. Un piacere assicurato.

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La donna che cancellava i ricordi
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9788856658552
1
File di luci rosse si accesero come lampadine natalizie, lungo le cinque corsie in direzione ovest del ponte tra San Francisco e Oakland Bay. Erano gli stop di decine di auto. Sessanta metri sopra le gelide acque di Yerba Buena Island, clacson, botti e frenate di un tamponamento a catena trasformarono la strada in un parcheggio. Centinaia di pendolari stanchi capirono che non sarebbero arrivati presto da nessuna parte. Spensero i motori, presero in mano gli smartphone e si disposero all’attesa.
Lucy Hagen, intrappolata nella corsia più a destra, andò in panico. Pugni stretti, unghie premute nei palmi. «Oh, merda, merda, merda» mormorò, chiudendo gli occhi. «Non quassù.»
La sua amica Brynn, al volante della Camaro cabrio con la capote abbassata, le diede un colpetto su una gamba. «Dai, va tutto bene.»
Ma non andava bene per niente.
Lucy odiava i ponti. Se avesse potuto evitare di attraversarne uno per il resto della sua vita, lo avrebbe fatto con gioia. Ma viveva a San Francisco: acqua dappertutto e per andare da qualsiasi parte c’era un ponte da oltrepassare. Il Richmond Bridge, il Bay Bridge, il San Mateo Bridge, il Dumbarton Bridge. Il Golden Gate. Quando poteva prendeva il BART, il treno urbano che svolgeva servizio di trasporto celere nell’area della baia, ma spesso non aveva altra scelta che avventurarsi sulle alte campate di qualche ponte, per arrivare dove era diretta. I ponti erano i suoi nemici.
«Puoi provare a cambiare corsia?» chiese a Brynn.
«Che differenza vuoi che faccia?» sospirò l’amica.
Erano imbottigliate. Le auto intorno riempivano ogni spazio. Brynn spense il motore della Camaro, ma lasciò accesa la radio, battendo i pollici sul volante al ritmo di Do It Again, cantata dagli Steely Dan. La situazione non la preoccupava affatto. Lucy, invece, stava vivendo il suo peggiore incubo, bloccata su un ponte a pochi centimetri dal parapetto e da una terrificante caduta in acqua.
Erano le undici di sera. Refoli di nebbia ondeggiavano come fantasmi nel buio, tra i cavi del ponte. Dalla gigantesca bretella in alto, punteggiata di luci bianche, si dipartivano cavi lunghissimi verso la torre principale. Fischiava un vento freddo e feroce. Il ponte ondeggiava leggermente sotto l’auto, ricordandole costantemente che era sospesa in aria, intrappolata. Una patina di sudore freddo le si formò sulla pelle ed ebbe uno spasmo involontario, come una scossa elettrica.
«Quelli della manutenzione devono arrampicarsi lassù per sostituire le lampadine» disse Brynn, indicando il cavo di sospensione che saliva. «Quello sì che mi fa paura. Non mi piacerebbe fare un lavoro del genere.»
«Piantala, Brynn.»
La sua amica ridacchiò. «Questo sarebbe proprio un brutto momento per il Big One» disse, riferendosi al grande terremoto che prima o poi avrebbe colpito la California.
«Ti ho detto di smetterla. Per favore. Non è divertente.»
«Scusami» disse Brynn, stringendole una mano. «Per te deve essere davvero brutto, eh?»
«Orribile.»
«Dovresti parlare con la mia psichiatra.»
«Sarebbe inutile. Tutto è inutile.»
«Guarda che lei è molto brava. Mi ha aiutato, con il mio problema. Di cosa hai paura, esattamente? Credi che il ponte crollerà, o qualcosa del genere?»
«No» disse Lucy.
«Allora cosa?»
«Brynn, non voglio parlarne, va bene?»
L’amica alzò una mano in segno di resa. «Va bene, rilassati. Ne usciremo presto. Alzo il volume della musica.»
Dalla radio partì a tutto volume Bennie and the Jets, di Elton John, che coprì almeno in parte il ruggito del vento.
Lucy sapeva benissimo che la maggior parte delle persone non erano turbate dai ponti. Erano in tanti, imprigionati su quella striscia di acciaio e cemento in alto sopra la baia, e non ci facevano neanche caso. Guardò le altre auto. Dentro una Lexus accanto a loro, un uomo latrava in un telefono cellulare; il ritardo lo irritava, ma niente di più. Molti scrivevano messaggi, i pollici volavano sulle tastiere. In un furgoncino qualcuno guardava un film sul dvd player del cruscotto: era Inside Out, lo riconobbe subito.
Era solo un normale rallentamento del traffico in California.
Poi Lucy sentì che la sua bocca si seccava. Allungando il collo per guardare dietro, vide una Cutlass nera dai vetri oscurati, a tre corsie di distanza. Era sporca e ammaccata. L’aveva notata solo perché proprio nel momento in cui si era voltata, il finestrino di quell’auto si era abbassato a metà. La notte era buia e le luci dentro l’auto erano spente. Eppure, per un attimo, riuscì a scorgere un viso dietro quel finestrino.
No, non un viso. Una maschera.
Bianca, con un sorriso enorme e grottesco, incorniciato da labbra rosso ciliegia. Gli occhi erano sfaccettati come quelli di una mosca. Il mento formava una V acuta e la fronte bianca aveva ossa esagerate che si allungavano fino a metà del cranio. Una parrucca di capelli neri pendeva da entrambi i lati della maschera. Il viso mascherato le sorrise.
«Merda!» esclamò Lucy.
Brynn le lanciò un’occhiata. «Cosa c’è?»
«Quell’uomo! Guarda!»
Brynn si voltò a guardare. «Non vedo niente.»
Il finestrino della Cutlass adesso era chiuso, e all’interno non si vedeva nulla. Lucy si chiese se fosse mai stato aperto. Forse aveva le allucinazioni. Il terrore del ponte la spingeva a immaginare cose irreali.
«Cos’hai visto?» chiese Brynn.
«Nulla. Scusami.»
«Sei ancora spaventata?»
«Sì.»
«C’è solo da aspettare un po’» disse Brynn. «Non succederà nulla di male.»
«Lo so, ma ho paura di andare fuori di testa.»
«Chiudi gli occhi. Respira lentamente. Inspira e butta fuori. La mia psichiatra dice che è una tecnica calmante.»
Lucy chiuse gli occhi e provò a fare dei respiri profondi. Inspirare dal naso, espirare dalla bocca. All’inizio funzionò, ma poi una raffica di vento fece sussultare la Camaro e Lucy spalancò gli occhi. Gridò, stringendosi le braccia intorno al corpo. Accanto a lei, Brynn assaporava l’aria fresca che soffiava sull’acqua. Non sembrava avere freddo, malgrado il vestito nero di pizzo che le lasciava le gambe scoperte fino alle cosce. Aveva un’espressione sognante.
Lucy la invidiava. L’amica era sempre elegante. Erano tutte e due cassiere da Macy’s e condividevano un miniappartamento nel quartiere di Haight Fillmore. Chi voleva abitare in città ma non era un avvocato, un banchiere o un guru informatico, doveva adattarsi a vivere in stanze minuscole. Brynn era alta e bionda e risucchiava tutta l’energia maschile ovunque andasse. Bei capelli, bel corpo, gambe lunghe, sorriso elettrico. Alla lunga poteva risultare irritante, ma essere sua amica significava anche essere invitata nei migliori club e ai migliori party. A Lucy Brynn piaceva. Era bella, ma non era di quelle stronze che godevano a sbatterti in faccia quanto erano meglio di te.
Non potevi starle intorno senza avvertire la sua felicità. Brynn aveva il tocco magico. Gran fisico, un nuovo ragazzo molto sexy, genitori con i soldi in caso di necessità. Lucy avrebbe voluto fare cambio con lei. Anche solo per un giorno. Sarebbe stato bello sapere com’era, trovarsi dentro la sua testa e dentro il suo corpo. Sentirsi sicura di sé, senza paura. Lucy conviveva ogni giorno con l’ansia.
«Dai, Lucy, balliamo» disse Brynn.
Brynn cantò «B-B-B-Bennie and the Jets», seguendo Elton John con voce stonata. Si mise a ondeggiare, tamburellando sul cruscotto e scuotendo i capelli biondi. Lucy cedette e si unì a lei. I conducenti delle auto intorno le omaggiarono a colpi di clacson. Per un attimo Lucy dimenticò il ponte e avvertì un timido sorriso formarsi sulle labbra. Brynn lo notò e alzò i pollici.
«Vai così, amica mia!»
Lucy rise. Cominciò a ballare e a cantare più forte, scuotendo i capelli castani.
«Sei proprio matta!» urlò a Brynn, ma un po’ di follia era proprio ciò di cui aveva bisogno, in quel momento. Brynn era strana, meravigliosa ed entusiasta, proprio come il Bennie della canzone.
Quando il brano finì, Lucy abbandonò la testa contro il sedile. Fissò le luci ipnotiche sopra di loro, mentre alla radio iniziava una nuova canzone, qualcosa di Carole King. Lucy ascoltò il vento e sentì l’ondeggiare del ponte. Per la prima volta, essere intrappolata lassù le sembrò bello, e non spaventoso.
«Grazie» disse. «Questo sì che è servito.»
L’amica non rispose e Lucy si voltò a guardarla. «Brynn?»
Brynn stringeva il volante con entrambe le mani. Le nocche erano sbiancate. Perle di sudore le erano apparse sulla fronte, sotto i capelli biondi e setosi. La bocca era spalancata, così come gli occhi azzurri. Qualcosa non andava.
«Brynn, se è uno scherzo non è divertente» disse Lucy. «Smettila.»
Dal petto dell’amica uscì un grido, tra due respiri ansimanti. Tolse le mani dal volante. Tremavano come foglie. Si piantò le unghie negli avambracci, lasciando strisce scarlatte, poi si artigliò la faccia, finché il sangue non le macchiò la bocca e i capelli.
«Brynn!» gridò Lucy.
Gli occupanti delle altre auto notarono ciò che stava accadendo. Qualcuno gridò. Lucy udì aprirsi delle portiere.
Brynn si alzò sul sedile della decappottabile. Il vento le agitò i capelli e il vestito viola. Scavalcò il parabrezza, rotolò goffamente sul cofano, poi si mise a camminare sul ponte. Altri conducenti erano già scesi dalle proprie auto. Brynn continuava a urlare, coprendosi il volto come se degli uccelli volessero beccarle gli occhi.
«Brynn, cosa c’è?» gridò Lucy. «Che sta succedendo? Brynn, sono io. Va tutto bene.»
Lucy slacciò la cintura di sicurezza. Aprì la portiera, ma quando provò a scendere vide l’acqua nera oltre il parapetto e le sue gambe si fecero di piombo. Uno spasmo la costrinse a serrare le ginocchia. Riusciva a pensare solo all’altezza. Al vento. All’acqua. Alla caduta. Non poteva uscire dall’auto.
Brynn, in scarpe dai tacchi alti color lavanda, corse verso il parapetto. Dalla sua bocca non uscivano parole, solo grida. Salì sulla barriera in cemento e si appese con entrambe le mani a uno dei cavi che salivano alti sopra la baia. Il vestitino corto le avvolgeva il corpo. Il vento la gettava avanti e indietro come un giocattolo.
«Brynn! No!»
Lucy scese dall’auto ma si accasciò al suolo. Non riusciva ad alzarsi, la sensazione di essere all’esterno, su quel ponte, vulnerabile, la schiacciava. Il mondo le girava intorno. Il cemento era freddo come il ghiaccio. Si mise a strisciare, in preda agli spasmi, e allungò una mano verso l’amica, lontana meno di tre metri.
«Vieni qui! Vieni giù!»
Brynn si allontanò da lei con movimenti strani, malfermi, come un granchio sulla sabbia. Mise le gambe intorno al cavo, stringendolo con le d...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- LA DONNA CHE CANCELLAVA I RICORDI
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- Nota dell’autore
- Ringraziamenti
- Copyright