Sherlock, Lupin & Io - 5. Il castello di ghiaccio
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Sherlock, Lupin & Io - 5. Il castello di ghiaccio

  1. 256 pagine
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Sherlock, Lupin & Io - 5. Il castello di ghiaccio

Informazioni su questo libro

Dopo avere conosciuto la sua vera madre, Irene, turbata dai cambiamenti avvenuti nella sua vita, si aggrappa all'amicizia che la lega a Sherlock e ad Arsène. All'inizio dell'estate, in seguito all'appello della ragazza, il trio si riunisce a Davos-Platz, sul magnifico sfondo delle Alpi svizzere. Dietro il tranquillo viavai dei villeggianti si nasconde però un intrigo internazionale. In un clima di sospetti in cui nessuno è quello che sembra, Irene e i suoi amici si troveranno coinvolti nelle trame di un grande criminale, e con un'audace spedizione al lugubre castello che domina la vallata lo spingeranno a scoprire le sue carte.

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Informazioni

Anno
2016
eBook ISBN
9788858516522
Print ISBN
9788856647747
Capitolo 1

IL VELO CADUTO

Il treno si fermò nel bel mezzo della vallata. Fuori dal finestrino i boschi di abeti, adagiati sui pendii delle montagne, si lasciavano accarezzare dal sole del pomeriggio. Tutto sembrava immobile e sereno, come in una veduta appesa nel salotto di una vecchia nobildonna.
Il contrasto tra quel paesaggio e il mio stato d’animo mi strappò dalle labbra un breve sospiro. Dovevamo essere fermi già da un po’, ma io me ne accorsi solo in quel momento, come risvegliata da alcune voci che ora risuonavano nella valle.
– Una mucca sui binari… o un altro piccolo incidente del genere – spiegò Orazio Nelson, il nostro fidato maggiordomo, con un sorriso appena abbozzato. – Sono certo che tra poco ripartiremo.
Guardai fuori dal finestrino ma non vidi mandrie al pascolo. Mi sembrò invece di scorgere qualcosa, nulla più che una sfuggente ombra nel verde brillante del prato, che subito scomparve tra gli abeti. Io, distratta da mille altri pensieri, non vi feci caso. Ci sarebbero voluti giorni perché mi rendessi conto che quell’insignificante episodio era stato, in realtà, il primo segno di un grande mistero. Il più fitto e intricato nel quale mi fossi mai imbattuta.
In quel frangente, tuttavia, non ne avevo il minimo sospetto e non feci altro che annuire, accennando a mia volta un pallido sorriso alla volta di Orazio.
Riflettei invece su quanto fosse cambiato il comportamento del signor Nelson nei miei confronti, in quelle ultime settimane. Era come se egli avesse fatto diversi passi indietro, ritornando alla discreta cortesia che mi aveva sempre riservato fino a qualche mese prima. Era quello il suo modo di farmi capire che comprendeva il tumulto che era scoppiato nel mio animo e che intendeva, per quanto era in suo potere, lasciarmi in pace.
Ma l’idea stessa della pace era per me in quei giorni qualcosa di estremamente distante, di inafferrabile. Come potrebbe infatti trovare pace chi ha appena visto la sua vita messa sottosopra dal destino, e tutto ciò che sembrava sicuro improvvisamente sgretolato fra le sue dita?
Era accaduto tutto poche settimane prima, mentre mi trovavo a Parigi: ero appena uscita da un’oscura vicenda in cui io e i miei grandi amici Sherlock e Arsène ci eravamo trovati coinvolti, non senza grandi pericoli, quando il destino aveva deciso di imporre una brusca svolta alla mia vita. Una signora dal volto aggraziato e dagli occhi profondi, che in più occasioni mi era capitato di incontrare in passato, ma sempre in modo sfuggente e un po’ misterioso, si era questa volta seduta a parlare con me e mi ha aveva finalmente svelato il suo (il nostro!) segreto: il suo nome era Alexandra Sophie von Klemnitz ed era la mia vera madre.
Molte volte, nel corso del tempo, ho cercato di ripensare alle ore seguite a quella rivelazione, sperando di comprendere, almeno nel ricordo, quali sentimenti io avessi provato. Ma ogni volta che la memoria cerca di riafferrare quei momenti tutto si fa sfocato e non posso fare a meno di venire di nuovo sopraffatta dalla stessa rapsodia confusa di impressioni e stati d’animo. Ricordo per esempio di avere provato la sensazione di trovarmi in uno strano sogno, in cui nulla di ciò che mi stava accadendo era reale. E ricordo anche di avere a lungo pensato ai miei sentimenti per il signore e la signora Adler: per quanto volessi loro bene, specie a mio padre, non avevo forse sempre avvertito un inspiegabile senso di estraneità? Era così. Ma quale sgomento aveva provocato in me venire a sapere che non si trattava dell’impalpabile pensiero di una fanciulla dall’animo inquieto, ma di qualcosa che aveva tutto il peso e la durezza della realtà!
E poi ricordo ancora certi pensieri che cercavo di tenere lontani, ma che tornavano in continuazione a colpirmi, come tante stilettate: per quale ragione quella donna dall’aspetto così gentile mi aveva abbandonata, accettando di separarsi da me, sua figlia? Come avevano potuto i signori Adler vivere così a lungo coltivando quella menzogna? Come avevano potuto, giorno dopo giorno, prestarsi con tanta dedizione a quella messinscena? E soprattutto: chi ero io, veramente? Chi erano mio padre e la mia famiglia?
È forse proprio questo il sentimento che ricordo con maggiore nitidezza: l’intransigenza della ragazza che ero a quel tempo, desiderosa di ottenere tutte le risposte, subito, in modo da porre fine all’insopportabile carosello di menzogne che mi sembrava essere divenuta la mia vita. E sono queste, anche, le memorie per me oggi più dolorose. Perché l’odio e il disprezzo che sgorgarono in quei giorni dal mio animo ferito non risparmiarono nemmeno chi, come il signor Leopoldo Adler, non meritava in realtà alcun biasimo, avendo anzi preso ogni sua decisione guidato da innata bontà d’animo.
Ma il cuore di una ragazza è impetuoso e considera inganni o vili scuse tutto ciò che non serve a placare la sua sete di verità.
Con una simile tempesta nell’animo stavo viaggiando tra i maestosi profili delle Alpi svizzere, diretta a Davos, dove avrei incontrato proprio Alexandra Sophie von Klemnitz, la sconosciuta che dovevo sforzarmi di imparare a chiamare “madre”.
Quell’incontro era stato, ovviamente, deciso di comune accordo con i signori Adler. I miei genitori adottivi avevano infatti perseverato, nonostante la mia insistenza sempre più veemente, nel non darmi alcun chiarimento sulle circostanze della mia adozione. «Sono spiegazioni che una madre ha il diritto, e anzi il dovere, di dare a sua figlia guardandola negli occhi» mi aveva detto la signora Adler, tendendo i muscoli del viso per trattenere le lacrime. «Dovrai quindi attendere di poter parlare con la signora von Klemnitz.»
Quel momento si faceva ora sempre più vicino e quando mi sporsi fuori dal finestrino riconobbi un elegante e maestoso edificio sul dorso della montagna. Lo avevo visto su di una cartolina illustrata giunta pochi giorni prima a casa nostra: era l’Hotel Belvédère, l’albergo nel quale la signora von Klemnitz, mia madre, mi avrebbe raggiunto. Il treno si rimise lentamente in moto e la locomotiva lanciò in aria il suo acuto fischio che tuttavia, a differenza di quanto era sempre accaduto fin da quando ero una bambina, non mi diede nessuna allegria.
Quando giungemmo finalmente alla stazioncina di Davos-Platz, Orazio prese con sé il nostro bagaglio e, muovendosi agilmente nella piccola piazza di fronte alla stazione, affollata di vetture, trovò una carrozza per noi. Percorremmo un tratto breve, lungo la dolce salita che porta a Davos-Dorf, la parte più alta del villaggio, e ci fermammo davanti all’Hotel Belvédère. Due facchini in livrea si precipitarono verso la carrozza per prendere in consegna i nostri bagagli.
Il signor Nelson mi porse il braccio, aiutandomi a scendere dalla vettura, e quando fummo sulla bianca scalinata dell’hotel si fermò un istante per guardarsi intorno. Era quell’ora del giorno in cui il pomeriggio comincia ad addolcirsi, pronto a scolorare nel tramonto, e l’ampia vallata coperta di abeti sembrava ancora più calma e maestosa.
– Non è forse meraviglioso, signorina Irene? – mi domandò Orazio, e io vidi brillare nei suoi occhi scuri un’autentica ammirazione per lo spettacolo offerto da quelle montagne.
– Lo è, mio caro Orazio – risposi, immergendo anch’io lo sguardo nel verde dei boschi, ora screziato di sfumature dorate.
Ma fu una risposta dettata più dalla cortesia che dalla sincerità. Per quanta bellezza promanasse da quel paesaggio, il mio cuore e la mia mente erano altrove.
La hall dell’albergo aveva grandi portefinestre che la rendevano assai luminosa, mentre i colori tenui della tappezzeria e dei tendaggi le davano un aspetto elegante ma non sfarzoso. Il concierge del Belvédère ci accolse con abbondanza d’inchini e con quell’affettazione tipica di chi lavora negli hotel di gran lusso. Ci furono assegnate due stanze attigue, la numero trecentodiciannove e la trecentoventi, dalle quali, ci fu assicurato in un francese dalla cadenza piuttosto buffa, avremmo potuto godere di una bella vista sulla vallata.
Orazio e io salimmo le scale restando in silenzio, seguiti dai facchini con le nostre valigie. Al momento di entrare nelle rispettive camere ci scambiammo l’ennesimo sorriso. Ebbi poi l’impressione che il signor Nelson stesse per dire qualcosa, quasi volesse spezzare quella cortesia un po’ fredda che ci accompagnava ormai da giorni. Orazio, tuttavia, cambiò idea. Batté buffamente i tacchi, come un vecchio militare, fece un inchino e si congedò.
– Vi attenderò in sala da pranzo per le otto, signorina Irene. Spero che l’aria di montagna vi metta appetito, proprio come succede a me!
– Lo spero anch’io, Orazio – risposi.
Ed entrai in camera mia.
Non vi rimasi tuttavia che pochi istanti. La prima cosa che, scioccamente, mi venne in mente di fare fu di scendere di nuovo al bureau dell’albergo e chiedere se fosse stata recapitata della posta per me. Non ero arrivata che da pochi minuti, eppure nutrivo la speranza di trovare delle lettere a me indirizzate. Qualche giorno prima di partire per Davos, in uno dei pomeriggi di rabbia e di frustrazione più cupi, avevo infatti scritto due lettere, una a Sherlock e una ad Arsène. Lettere che mi sarei poi pentita di aver spedito, poco dopo averle consegnate a Orazio perché le portasse all’ufficio postale. Lettere nelle quali, senza troppi giri di parole, chiedevo ai miei amici di non lasciarmi sola in quel difficile momento e di fare quanto fosse loro possibile per raggiungermi a Davos, sulle Alpi svizzere, dove avrei soggiornato a partire dal giorno 16 di giugno.
Ricordo ancora oggi, quasi parola per parola, quelle due lettere. Colme di parole concitate e confuse, erano singolari richieste d’aiuto nelle quali, in realtà, non riuscivo neppure a spiegare in che cosa Sherlock e Arsène mi avrebbero dovuto aiutare. E non vi riuscivo perché neppure io, in fondo, lo avevo ancora compreso.
Per un istante il concierge, prima di assumere di nuovo la sua aria implacabilmente gentile, non riuscì a nascondere un’espressione stupita.
– Ehm… No, signorina, non ci è pervenuta nessuna corrispondenza indirizzata a voi. Sono spiacente…
Guardando il volto di quel maturo signore in livrea sentii, dopo molto tempo che non accadeva più, una risata nascermi nel petto. Poiché non mi ero dilungata a descrivere la situazione, ma avevo semplicemente chiesto se vi fosse della posta per me, quell’uomo doveva certamente pensare che io fossi una pazza. Il pensiero non mi dispiacque: da qualche tempo mi sentivo talmente in guerra con il mondo intero che forse davvero un seme di follia si era depositato nella mia mente.
Continuai a baloccarmi con quella strana idea e intanto decisi di raggiungere la grande terrazza che si trovava su un lato della hall. Non appena mi ritrovai tra le statue di marmo e i tavolini coperti da bianche tovaglie di fiandra, con la vallata alpina che si spalancava appena oltre la balaustra, provai di nuovo la curiosa sensazione di muovermi in un sogno. Una strana fantasia nella quale ogni cosa un tempo familiare sembrava ora trasfigurata e nuova. Ero davvero io, Irene Adler, quella fanciulla con lo sguardo perduto tra le montagne, che attendeva di incontrare una madre mai conosciuta, sperando di poter finalmente sapere quali segreti avessero segnato la sua nascita e la sua intera vita?
– Non c’è dubbio, mia cara… – disse una voce di donna accanto a me, quasi volesse rispondere alle domande che si rincorrevano dentro la mia testa.
Io mi voltai sussultando.
– …La montagna è tremendamente noiosa, ma a volte è un tale spettacolo!
Capitolo 2

IL FREDDO DELLA SERA

Mi ritrovai accanto a una donna di mezza età, con una gran testa di minuti riccioli neri, vestita con un vaporoso quanto eccentrico abito color lilla. – Il mio nome è Anna Ilijevna Gourlikova, piccola mia. E non sai quanto mi renda felice scoprire che c’è anche un po’ di gioventù in questo nido di vecchi barbagianni! – si presentò, guardandomi con i suoi piccoli occhi da furetto.
Quelle parole mi strapparono un sorriso e mi presentai a mia volta, anche se la mia voce esitò per un istante prima di pronunciare il mio nome, quasi non fossi più sicura nemmeno di quello.
– Spero avremo occasione di chiacchierare, dunque, giovane signorina Irene. Ora sarà meglio che io raggiunga il bar dell’albergo, se non voglio rischiare di morire di noia! – si congedò, accompagnando le sue parole con un teatrale gesto delle braccia.
Osservai la signora Gourlikova allontanarsi attraverso la grande terrazza, ma anche quella buffa apparizione non lasciò nella mia mente che una fugace impressione e subito tornai a immergermi nei miei pensieri.
Secondo quanto mi aveva scritto nella sua ultima, breve missiva, la signora von Klemnitz sarebbe arrivata a Davos il giorno seguente e per me l’idea di avere ancora tutte quelle ore da passare in compagnia delle mille congetture dentro la mia testa e del timore per ciò che avrei potuto scoprire rappresentava un’autentica tortura.
Me ne restai dunque sulla terrazza del Belvédère a pensare e a osservare il sole che, tra brandelli di nuvole tinte d’arancione, lentamente scendeva verso le montagne. Il grande disco infuocato stava ormai affondando dietro il profilo scuro delle Alpi quando udii un colpetto di tosse alle mie spalle.
Era il signor Nelson, cambiato e sbarbato di fresco. Afferrai il braccio ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Capitolo 1. IL VELO CADUTO
  4. Capitolo 2. IL FREDDO DELLA SERA
  5. Capitolo 3. UN PASSATO INAFFERRABILE
  6. Capitolo 4. IL RICHIAMO DELLE ALPI
  7. Capitolo 5. OMBRE NEL BOSCO
  8. Capitolo 6. UNA PASSEGGIATA MOVIMENTATA
  9. Capitolo 7. UN HOTEL ASSAI POCO TRANQUILLO
  10. Capitolo 8. UN POMERIGGIO TRISTE
  11. Capitolo 9. IERI E OGGI
  12. Capitolo 10. L’UOMO DEL BINOCOLO
  13. Capitolo 11. UNA SCOMPARSA
  14. Capitolo 12. LA VOCE DEGLI SPIRITI
  15. Capitolo 13. LUCI NELLA SERA
  16. Capitolo 14. UN AMICO (FIN TROPPO) IMPREVEDIBILE
  17. Capitolo 15. UNA SINGOLARE SORPRESA
  18. Capitolo 16. UN MESSAGGIO DA BERLINO
  19. Capitolo 17. UNA BELVA IN FUGA
  20. Capitolo 18. UN ALTRO “ARRIVEDERCI”
  21. Copyright