Invicta Legio
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Invicta Legio

  1. 994 pagine
  2. Italian
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Invicta Legio

Informazioni su questo libro

Lui si chiama Publio Cornelio Scipione, ma i posteri lo conosceranno con un solo nome: l'Africano. A lui – in un momento terribile per la Repubblica – il compito di rimettere la Storia sulla retta via e proteggere Roma dalla minaccia più grande: quella di Cartagine.
Ma i nemici si annidano anche a Roma, dove il senatore Quinto Fabio Massimo, con un colpo da maestro, obbliga Scipione ad accettare una missione apparentemente senza speranza: condurre le legioni V e VI, le cosiddette "legioni maledette" stanziate in Sicilia, in una campagna contro Asdrubale Barca, fratello di Annibale. Così Quinto Fabio Massimo pianifica, in realtà, di disfarsi dell'Africano. Ma il giovane Scipione ha più di una freccia al suo arco, e una disfatta apparentemente certa si trasformerà nell'inizio di un trionfo senza pari.
Da un autore da un milione di copie solo in Spagna, una saga straordinaria, che fa rivivere con maestria le gesta dei grandi di Roma, consegnandoci un romanzo epico e di grande respiro, come la Storia stessa.

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Informazioni

eBook ISBN
9788858514641
Argomento
Letteratura
LIBRO V

CONSOLE DI ROMA

205 a.C.
Quod quisque possit, nisi tentando nesciat.
[«Non si sa di cosa ciascuno sia capace,
se non mettendolo alla prova.»]
PUBLILIO SIRO
43

DUELLO AL SENATO

Roma, gennaio del 205 a.C.

Roma era in fermento. Erano stati eletti due nuovi consoli: Gaio Licinio Crasso e Publio Cornelio Scipione; ma non era questo l’argomento preferito della gente al Foro. Il popolo, i patrizi, persino i liberti e gli schiavi parlavano unicamente dell’intenzione di Scipione di invadere l’Africa. Il nuovo giovane console voleva sbarcare quell’anno stesso sulle coste dominate da Cartagine con uno degli eserciti consolari che gli spettavano, costringendo così Annibale ad abbandonare l’Italia per accorrere in aiuto della sua città e dei suoi. Non era un piano sorprendente. Di fatto era stato il primo piano del Senato allo scoppio della guerra, quando avevano inviato il console Sempronio Longo in Sicilia per preparare lo sbarco in Africa, mentre il padre di Scipione tentava di fermare l’avanzata di Annibale in Italia. Nel primo anno dell’interminabile guerra, l’impossibilità di frenare il grande generale cartaginese aveva però reso necessario richiamare l’esercito consolare di Sempronio, che aveva dovuto abbandonare i suoi preparativi per conquistare l’Africa e recarsi in tutta fretta verso il Nord Italia. Da allora nessuno aveva più proposto con fermezza la vecchia idea di attaccare il nemico al cuore, di assestare un colpo lì da dove provenivano tutti i mali di Roma. La politica romana si era concentrata sulla difesa.
Solo gli Scipioni, appoggiati dalla famiglia di Emilio Paolo, avevano portato la guerra fuori dai confini, e il popolo romano aveva visto come il giovane Publio Cornelio Scipione, ora console, seguendo l’esempio del padre e dello zio, fosse riuscito a portare a termine ciò che i suoi predecessori avevano iniziato: la conquista dell’Hispania, scacciando i Cartaginesi da quel Paese e tagliando così i rifornimenti in provviste, oro, argento e mercenari che fino ad allora avevano alimentato le milizie di Annibale in Italia. Il popolo aveva visto anche come il Senato avesse negato il trionfo al giovane Scipione, seguendo alla lettera la legge: un non magistrato non poteva infatti celebrare le proprie vittorie, per quanto importanti fossero, con un trionfo. Lo si era accettato perché la legge era la legge, ma il Senato non poteva impedire che la figura di Scipione, neoeletto console, risvegliasse un’intensa simpatia, un sentimento che faceva vedere di buon occhio qualsiasi piano quell’uomo avesse proposto. Agli occhi degli esausti cittadini di Roma invadere l’Africa sembrava un dolce sogno cui era difficile non anelare.
Publio, conoscendo bene i sentimenti della plebe, aveva approfittato della sua condizione di magistrato appena acquisita per convocare il Senato. In condizioni normali, solo un console o un pretore potevano convocare il Senato e, eccezionalmente, potevano farlo un dittatore, un magister equitum, i decemviri legibus condendis, cioè per redigere le leggi, un tribuno militare consulari potestate, ossia con autorità consolare straordinaria, un interrex o magistrato provvisorio nel periodo delle elezioni o il praetor urbanus. E non era per niente facile ottenere uno di questi incarichi, perciò Publio vide nel proprio consolato la possibilità di condurre il destino di Roma nella direzione che tanto tempo prima avevano già sognato suo padre e suo zio.
Publio era consapevole delle vibrazioni positive che provenivano dalla plebe riguardo all’eventualità di un attacco in Africa, quando quella fresca mattina uscì dalla sua grande domus al centro della città, situata fra il tempio di Saturno e le tabernae veteres. Era accompagnato da suo fratello Lucio, da Gaio Lelio, Lucio Marcio, Quinto Trebellio, Sesto Digizio, Mario Giuvenzio Tala, Silano e altri ufficiali di sua fiducia, tutti veterani dei combattimenti in Hispania. Per il popolo vedere quegli uomini che percorrevano il Foro della loro città era quasi come assistere a una sfilata trionfale: erano loro e non altri i tribuni, gli ufficiali e l’imperator che avevano sconfitto Asdrubale Barca, Asdrubale Giscone e Magone Barca. Publio conosceva l’importanza dei gesti pubblici, per questo fece in modo che tutti rallentassero il passo prima di accedere alla grande piazza del Comitium, di fronte alla Curia Hostilia sede del Senato.
Si fermò un attimo accanto alla Graecostasis e salutò con rispetto gli ambasciatori di Sagunto, accorsi per dimostrare la loro gratitudine a Roma che aveva recuperato la loro città e restituito ai sopravvissuti all’assedio di Annibale il dominio su quella regione. Gli ambasciatori raccontavano fatti che già conosceva, ma Publio li ascoltò con attenzione per qualche minuto mentre gli riferivano di aver offerto al Senato e a Roma una bella corona d’oro per il tempio di Giove, come ringraziamento per quanto Roma aveva fatto per loro. Si sentivano addirittura imbarazzati per aver ricevuto dal Senato non solo il permesso di visitare le città italiche che desideravano, ma anche la bellezza di diecimila assi per ciascuno di loro come ricompensa per la lealtà dimostrata da Sagunto. Per finire Publio si accomiatò e proseguì il suo cammino, attraversando la piazza del Comitium in diagonale da sud-est a nord-ovest. Passò accanto alla statua del mitico àugure Atto Navio, superò anche il puteal che delimitava lo spazio dove Navio avrebbe sotterrato la pietra e il coltello con cui aveva mostrato i propri poteri a un incredulo re Tarquinio, passò infine vicino al Ficus ruminalis, una pianta di fico ormai moribonda attraversata da un fulmine e sotto la quale si supponeva che la lupa avesse allattato i gemelli Romolo e Remo. Di fronte a quel luogo si ergeva la statua d’argento che ricordava quel leggendario avvenimento, statua fatta costruire appena dieci anni prima per sostituire l’ormai deteriorato monumento in bronzo.
Publio guardava tutti quei monumenti del passato di una città centenaria e sentiva che lo confortavano. Era forse un nuovo àugure con lo stesso potere di Atto Navio? Fabio Massimo gli avrebbe chiesto, come aveva fatto un tempo il re Tarquinio, di dimostrare i suoi poteri tagliando a metà una pietra bagnata con un semplice coltello? No, con ogni certezza Fabio Massimo pensava che le sue parole, come sempre demolitrici, fossero sufficienti a persuadere il Senato e a togliergli l’appoggio necessario per intraprendere la conquista dell’Africa.
Il giovane console passò infine sotto la Columna Maenia, innalzata per celebrare in eterno la vittoria di Menio sui Latini, che aveva gettato le basi del dominio di Roma sull’Italia centrale. Publio salutava tutti quelli che gli si avvicinavano, sempre circondato dai suoi ufficiali e sotto lo sguardo attento di Gaio Lelio poiché, dopo l’aggressione che lui stesso aveva subito a Roma appena quattro anni prima, tutti gli amici di Publio si affannavano a proteggere la vita del loro giovane capo, ora console, dal possibile attacco di un sicario. E il mattino in cui andava ad affrontare l’onnipotente Quinto Fabio Massimo tutto era possibile. Ma forse perché c’era troppa gente al Foro e presso il Comitium, forse perché Publio era ben protetto o ancora perché i seguaci a oltranza di Fabio, come il giovane Catone, confidavano ancora pienamente nelle capacità del vecchio princeps senatus di annientare il nuovo Scipione al Senato e lasciarlo quasi senza seguaci, nessuno si avvicinò a Publio Cornelio Scipione se non per congratularsi con lui e ringraziarlo per il suo operato e gli sforzi volti a proteggere e ingrandire Roma. Publio salutava tutti e riceveva con un ampio sorriso le dimostrazioni di apprezzamento e le continue invocazioni agli dèi, che i romani supplicavano di preservarlo sano e salvo per molto tempo, o almeno finché il terrore di Annibale fosse scomparso per sempre dalle loro vite. Così tante dovettero essere le preghiere quel mattino, pronunciate da altrettante migliaia di gole, che più di un dio quel giorno dovette decidere di legare strettamente il destino di quei due generali, Annibale e Scipione, in vita e nel momento della loro morte.
Il Senato era riunito in seduta plenaria. Era già stato celebrato il sacrificio obbligatorio di un bue, come aveva richiesto Scipione che voleva sottolineare con le dimensioni della bestia scelta l’importanza da lui attribuita all’argomento che si sarebbe trattato. Le viscere dell’animale erano state analizzate dagli àuguri, che non avevano trovato nulla di strano. Il Senato poteva riunirsi e prendere le decisioni opportune. Publio si trattenne sulla scalinata di accesso alla Curia Hostilia. Non voleva dare la sensazione di avere fretta.
Nella grande aula ancora nessuno si era accomodato; i senatori erano dispersi in vari gruppi, dove si discuteva su quale potesse essere la posizione più adeguata da prendere. La suddivisione delle province era già stata deliberata in una seduta precedente: la Sicilia a Scipione e il Sud Italia, in particolare la regione del Bruzio, dove se ne stava asserragliato Annibale, a Licinio Crasso. Decisione su cui Crasso si era dimostrato d’accordo poiché, dovendo la sua carica consolare risultare compatibile con l’incarico di pontifex maximus, era indispensabile per lui non allontanarsi dall’Italia. D’altro canto Scipione desiderava esattamente il contrario, per preparare un’invasione in Africa, e la Sicilia si adattava alla perfezione ai suoi fini. C’era stato dunque accordo tra le parti e non era stato necessario il tradizionale sorteggio per aggiudicare a ciascun console una provincia, e il Senato aveva accettato il patto tra i due magistrati. Ma Scipione per molti senatori era andato troppo oltre con la sua idea che l’assegnazione della Sicilia implicasse il permesso, anzi addirittura l’incarico del Senato e del popolo di Roma, di attaccare l’Africa. Su questo gran parte del Senato non era d’accordo, ma se c’era qualcuno in particolare che considerava strampalata quell’idea, costui altri non era che Quinto Fabio Massimo.
Il giovane console Publio Cornelio aveva fatto correre per la città la voce che stava per invadere l’Africa. Dal canto suo, Fabio Massimo aveva lavorato con intensità affinché in ogni via, in ogni bottega, in ogni quartiere di Roma si sapesse che Quinto Fabio Massimo, e il Senato con lui, quella mattina avrebbe spiegato al giovane Scipione per quale motivo ciò non fosse possibile e quali erano, per l’esattezza, l’incarico e gli ordini che il Senato e il popolo di Roma riservavano al console. Lo scontro era garantito. Gran parte del popolo stava dalla parte di Publio, come dimostrava la moltitudine che lo festeggiava nel suo percorso verso il Senato, ma l’opinione di Fabio Massimo pesava ancora, e molto, sui Romani: era stato lui in fin dei conti, il vecchio princeps senatus, a salvare Roma nelle sue ore più tristi, quando Annibale era arrivato alle porte della città e nessuno sapeva più che fare. Solo lui aveva mantenuto la calma e il sangue freddo e aveva saputo prendere le decisioni necessarie per salvaguardare tutti. Per questo i Romani, benché i loro cuori simpatizzassero per il giovane Scipione, a cui andava tutto il loro affetto, avevano sentimenti contraddittori e l’animo pieno di dubbi. Dentro di loro condividevano tutti il sentire dei senatori più anziani: bisognava ascoltare Massimo ma anche lasciare parlare Scipione, poi senatori e tribuni della plebe avrebbero preso la decisione finale. Erano i più saggi. Avrebbero saputo cosa conveniva fare.
Publio era arrivato alle porte del Senato inebriato dal calore del popolo di Roma, ma non abbastanza da non percepire i dubbi che assillavano quella gente. I suoi piani, l’invasione dell’Africa, dipendevano da quanto si sarebbe deciso quel mattino al Senato, ben oltre il fervore del popolo nei suoi confronti per le vittorie in Hispania. Doveva affrontare Fabio Massimo, il più esperto e abile politico di Roma, contro cui aveva già perso in altre occasioni. Quando era stato eletto proconsole per andare in Hispania, con la sua maestosa oratoria Massimo aveva manipolato il Senato affinché gli togliesse quella carica, e in tal modo, anche se gli veniva concesso l’imperium sulle sue legioni, se avesse vinto non avrebbe potuto celebrare il trionfo. Legge di cui Fabio si era servito con maestria subito dopo il suo ritorno dall’Hispania. Due sconfitte flagranti, quelle inflittegli dal vecchio ex console ed ex dittatore. Nella prima occasione Publio aveva lottato e aveva perso la carica di proconsole; nella seconda occasione, al tempio di Bellona, con sorpresa dei suoi ufficiali e dello stesso Massimo, non aveva mosso battaglia e si era risparmiato, però ora doveva tornare ad affrontare il senatore. Roma aspettava, anelava quel combattimento dialettico. Volevano sapere tutti chi avrebbe avuto ragione: l’esperienza di Massimo o l’audacia di Scipione.
Publio si accomiatò dai suoi ufficiali di fiducia alle porte del Senato, abbracciandoli uno a uno. Il popolo fu commosso dall’affetto che il generale manifestava per i suoi uomini. Poi si voltò, inspirò a fondo e, accompagnato soltanto da suo fratello Lucio e dal cognato Lucio Emilio Paolo, entrò nel Senato di Roma.
Così come nella sua passeggiata per le strade attigue al Foro Publio aveva sentito il calore del popolo, tra le spesse mura del Senato il giovane console avvertì il peso del silenzio, poiché non appena comparve insieme al fratello e al cognato tutti i senatori tacquero e raggiunsero i loro posti tra le gradinate della grande aula, suddivisa in ampie sezioni di banchi in linea ascendente, separati tra loro da un ampio corridoio che gli oratori potevano usare per spostarsi liberamente mentre si rivolgevano ai colleghi, se così desideravano, anche se molti preferivano rimanere in piedi al loro posto. I senatori non avevano un seggio assegnato, benché la tradizione e le affinità politiche avevano fatto sì che a un lato dell’aula si raggruppassero tutti i sostenitori di Fabio Massimo e di fronte si sedessero coloro che di solito erano favorevoli agli Scipioni o, perlomeno, a posizioni più moderate, coloro che decidevano in funzione dei ragionamenti espressi in ciascun dibattito. Soltanto alcuni senatori e rappresentanti avevano i loro spazi fissi: i consoli, che occupavano ciascuno una sella curulis, senza schienale ma con gambe curve d’avorio che si incrociavano per potersi chiudere come delle forbici e facilitarne così il trasporto; e i tribuni della plebe, che avevano la possibilità di assistere sempre e un banco apposito a loro riservato. Altri magistrati che volessero assistere, edili, questori o censori che fossero, potevano sedersi liberamente tra i senatori.
Accanto alla sella curulis occupata da Publio si sedettero il fratello...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. INVICTA LEGIO
  4. Dramatis personae
  5. Proemio
  6. LIBRO I. GLI INTRIGHI DI ROMA
  7. LIBRO II. PUBLIO CORNELIO SCIPIONE IMPERATOR
  8. LIBRO III. IL SANGUE DI ANNIBALE
  9. LIBRO IV. LA CONQUISTA DELL’HISPANIA
  10. LIBRO V. CONSOLE DI ROMA
  11. LIBRO VI. LO SBARCO
  12. LIBRO VII. LA GUERRA IN AFRICA
  13. LIBRO VIII. LA BATTAGLIA DI ZAMA
  14. APPENDICI
  15. Ringraziamenti
  16. Copyright