La prima volta che incontrò il Professore era una bella giornata di fine ottobre.
Percorse il viale di ghiaia che attraversava il boschetto di platani, l’edificio era grande, con ampie vetrate. Si fermò qualche istante a osservare la facciata. Poi entrò e salì al quinto piano, la luce morbida nei corridoi rendeva il posto lieve, ignara delle vite che dentro quelle stanze si consumavano, lentamente.
Quando arrivò davanti alla camera guardò attraverso il vetro: il letto, un armadio, una piccola libreria e uno scrittoio. La finestra prendeva un’intera parete e si affacciava sul giardino.
Il professore aveva settantacinque anni. L’amnesia dissociativa e la fuga dalla realtà erano sintomi correlati alla diagnosi effettuata prima del suo ricovero in clinica, peraltro voluto da lui stesso. Dario Moretti era un uomo brillante, aveva diretto la scuola di specializzazione che Giulio aveva frequentato, molti anni prima. Le sue lezioni erano sempre affollate.
Adesso lo vedeva dietro il vetro, seduto su una poltrona, con una camicia bianca e una giacca scura. Guardava fuori.
Giulio sentì una stretta allo stomaco, poi bussò ed entrò.
L’uomo rimase seduto, sul davanzale della finestra un libro con un segnalibro nel mezzo.
«Buongiorno, Professore.»
L’uomo si girò lentamente. Giulio si avvicinò e gli tese la mano. «Sono Giulio d’Aprile.»
Lo guardò e non mostrò alcuna reazione. Non si ricordava di lui.
Giulio tolse la giacca e la appese, aveva con sé una borsa a tracolla. Tirò fuori un taccuino e una penna. Poi avvicinò la poltroncina e si mise a sedere.
«Sono il dottor Giulio d’Aprile, sono uno psicoterapeuta, collaboro con questo Istituto da qualche settimana e, come saprà, in accordo con la direzione, abbiamo deciso di avviare un programma di terapia riabilitativa.»
L’uomo guardava gli alberi. Come se da qualche parte dovesse scorgere qualcosa, da un momento all’altro. Giulio provava un’inquietudine leggera, per quel luogo, per il senso di estraneità, per l’inadeguatezza stessa delle sue parole.
«…avremo due incontri settimanali, al mattino, della durata di un’ora. Il martedì e il giovedì. So che il direttore l’ha già messa al corrente e che lei si è mostrato disponibile.»
Ma non c’era nulla, dietro gli alberi. Solo il profilo indistinto delle case, più lontane. Nulla dietro le prime nuvole che si affollavano all’orizzonte.
«Ci vedremo dalle undici a mezzogiorno, oggi è venerdì, possiamo cominciare martedì prossimo. Può andar bene anche per lei?»
L’uomo si voltò, nuovamente. Fece un cenno col viso. Poi rivolse la sua attenzione ai platani.
Rientrò molto tardi. Pioveva.
Le ringhiere che affacciavano sull’androne ondeggiarono nel buio. Salì le scale senza accendere la luce, come di abitudine. Cercò la chiave, e la infilò nella toppa, la porta non si aprì. La chiave era quella giusta. Dopo diversi tentativi, smise di provarci. La serratura era rotta, la porta non si sarebbe aperta.
Si lasciò scivolare sui gradini. Pensò che era davvero un bel periodo. Mise a fuoco il fregio che chiudeva la cornice dell’arco, un piccolo gargoyle con il corpo di leone e il becco d’aquila. Nel buio sembrava muoversi appena. Chiuse gli occhi, ascoltò il suono cadenzato della pioggia.
Avrebbe potuto passare la notte sulle scale, oppure bussare alla porta dei vicini chiedendo ospitalità. Erano molto anziani, e sulla porta avevano appeso una piccola immagine sacra, una santa un po’ torva che invitava i testimoni di Geova a non bussare. Oppure avrebbe potuto chiamare i vigili del fuoco, sarebbero arrivati, avrebbero forzato la serratura con un trapano, e svegliato tutto il palazzo. Con un po’ di fortuna alle quattro del mattino sarebbe entrato in casa.
Si alzò. Scese le scale e uscì.
L’Hotel Victoria era a cinque minuti da casa sua. Un palazzo degli anni Settanta, ristrutturato da poco. Sotto la pioggia l’insegna diffondeva un bagliore azzurro.
Suonò il campanello e la porta scorrevole si aprì. Al banco lo attendeva il portiere di notte, aveva la cravatta slacciata. Giulio accennò un sorriso.
«Salve… ho bisogno di una stanza, sono rimasto chiuso fuori di casa.»
Non rispose. Gli chiese un documento.
«Rischiavo di spezzare la chiave, la serratura era rotta… ho anche il cellulare scarico.»
«Ha una carta di credito?»
«Sì.»
«Il pagamento è anticipato.»
Firmò la liberatoria e l’uomo gli consegnò una scheda, stanza 303.
«Sono centosettanta euro.»
«Centosettanta?»
«Le ho fatto uno sconto, vista l’ora. Sarebbero centonovanta.»
«Centosettanta. Va bene, grazie.»
«Buonanotte.»
«Buonanotte.»
Si avviò all’ascensore e tornò indietro.
«Scusi, c’è la possibilità di avere qualcosa di caldo? Tipo una camomilla, non lo so… Sono completamente zuppo. E se ci fosse una T-shirt, sarebbe perfetto.»
«Il bar è aperto tutta la notte, ma serviamo soltanto bevande in bottiglia. Lo trova in fondo al corridoio dopo la specchiera. Non abbiamo T-shirt.»
«Un phon?»
«Lo trova in camera, ma la gente dorme, a quest’ora.»
«Ho capito. Un’ultima cosa, posso avere un kit spazzolino dentifricio? Sono sprovvisto di tutto, come vede.»
«No, mi dispiace. Nel bagno trova il lucido per scarpe, cuffia per capelli e bagnoschiuma. Lo spazzolino no.»
«Grazie.»
Entrò in ascensore, la luce soffusa ammorbidiva i contrasti, e l’immagine nello specchio, sfumata, avrebbe potuto essere di chiunque.
Nel corridoio i passi non fecero rumore. Infilò la tessera e la porta si aprì. La stanza era stretta, il letto addossato a una parete, un mobile basso su quella opposta. La moquette puzzava di fumo.
Si tolse la giacca e la camicia e le appese a una gruccia, poi i pantaloni e le scarpe. Si strofinò i capelli con una salvietta e infilò l’accappatoio. Poi si stese sul letto.
Sognò aeroporti, gente in transito, tappeti mobili che si perdevano nelle luci livide dell’alba.
Una grande vetrata sullo spettacolo stupefacente della metropoli, sembrava Tokyo, forse Shanghai. Qualcuno sussurrò qualcosa. Un uomo piccolo, vestito di scuro, gli fece cenno di seguirlo. Entrò in una stanza ovale, con un lampadario a cascata che illuminava un tavolo enorme, sul tavolo centinaia di pasticcini perfettamente ordinati e un gatto disteso su un piatto di acciaio. Il gatto solleva la testa e gli dice che deve andarsene, è in pericolo. Poi il gatto lascia andare la testa, si rassegna. Lui non lo sa, se muore.
Si svegliò all’improvviso. Il soffitto era rischiarato dalla luce della tv, erano le tre e quaranta. Si alzò e andò in bagno. Tolse l’accappatoio e fece una doccia. Si rivestì, rimise gli abiti che nel frattempo si erano quasi asci...