Impara a vincere
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Impara a vincere

  1. 192 pagine
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Impara a vincere

Informazioni su questo libro

È la mente, non la racchetta, lo strumento principale del tennis. E il talento da solo non basta a fare un giocatore. Senza determinazione, volontà, sacrificio, impegno e concentrazione anche il miglior tennista soccombe. Lo sa bene Serena Williams, che nel 2012, a trent'anni suonati, sembra finita, senza più futuro. È allora che si affida a lui, Mouratoglou, soprannominato il "Mentalista" sia per la sua capacità di concentrazione sia per l'attenzione alla psiche del suo atleta. E con la sua guida non torna solo a vincere. Entra nella leggenda del tennis, arrivando al n° 1 del ranking WTA.
" La volontà è un muscolo che va tenuto in allenamento perché non ci abbandoni quando dobbiamo prendere le decisioni importanti. Io ero destinato a essere un mediocre, ma mi sono battuto per cambiare il mio destino. Ero malato e ho ritrovato la salute. Ero indeciso e ho imparato a condurre la mia vita come volevo. Ero pauroso e sono diventato temerario. Tutto è possibile, niente è fissato per sempre. " Questo è il suo credo, quello che trasmette ai suoi atleti. Chi si affida a lui, vince.
Raccontando i suoi successi, e i suoi sbagli, Mouratoglou svela le basi del suo metodo per consentire a tutti di sfruttare al massimo il proprio potenziale e vincere la guerra del tennis. Prefazione di Serena Williams.

Informazioni

Print ISBN
9788856652345
eBook ISBN
9788858515167
1

A CORTO D’ISPIRAZIONE

«Credo nel sole, anche quando non brilla.»
Graffito di una vittima della Shoa.
Incredibile... è da mesi che mi sento stanco. Non è da me. Sono uno che ha sempre avuto un’inesauribile energia. Eppure mi sento meno ispirato, poco attento. La mia creatività scarseggia. Ogni ostacolo mi sembra insormontabile. E anche questo non è da me, perché ho sempre divorato la vita con entusiasmo famelico.
Sono mesi che mi trascino questa stanchezza, e alla fine ho capito che cosa mi sta succedendo. Ho individuato che cosa ha inceppato il meccanismo, smorzato il mio slancio.
Vengo da lontano, da molto lontano. In realtà, da nessun luogo in particolare. La mia vita era scritta e non avevo nessuna voglia di impegnarmi in un percorso già tracciato. Allora ho avviato un motore. Un motore interiore di una potenza fenomenale.
Ho dato voce ai miei sogni e ho deciso di realizzarli. Sogni folli, incoscienti, che amici e parenti ritenevano utopistici. Per loro sono un sognatore, un dolce eccentrico partito alla conquista dell’Everest.
Vent’anni dopo, sono sulla terrazza della mia accademia, e la realtà mi colpisce come una sferzata. Ho raggiunto tutti i miei obiettivi. Meglio ancora, li ho superati oltre ogni aspettativa.
È evidente che la vita non si ferma a questo punto. È evidente che mi restano mille cose da fare. Ma cercate di capirmi, il ragazzino malaticcio, incerto, che sognava il tennis davanti alla televisione è diventato il protagonista di quell’universo. Coach di una delle più grandi giocatrici di tutti i tempi, che sotto la mia guida ha riconquistato il posto di numero uno mondiale e realizzato le più belle stagioni della sua carriera nonostante i suoi 31 anni; fondatore e dirigente di una delle più grandi accademie di tennis al mondo; consulente e commentatore per Eurosport, autore, consulente per una dozzina di riviste sportive mondiali, esperto riconosciuto a livello internazionale...
Ho una famiglia, ho tre figli meravigliosi.
Faccio il bilancio della mia vita e mi domando: che cosa mi fa andare avanti oggi? Se intravedessi anche solo la traccia di una risposta... ma il motore è inceppato. Sono alla frutta. Funzionavo come un rullo compressore. Quando decidevo, quando lo volevo, niente mi resisteva. Procedevo, sfondavo le porte, se era necessario entravo dalla finestra, e quando non mi concedevano il diritto di fare qualcosa, me lo prendevo. Ho consacrato la mia vita professionale a trovare soluzioni per ottenere ciò che volevo per me e per i miei giocatori.
Ma mentre scrivo queste righe, non trovo le parole per dire cosa mi fa andare avanti. La riconoscenza? L’ho assaporata ben oltre le mie speranze.
Gli incontri? Ho potuto avvicinare gran parte delle persone che mi ispiravano. Ogni giorno, constato con gratitudine che nessuno mi ha mai sbattuto la porta in faccia. I soldi? Guadagno parecchio, ma non è mai stata questa la mia spinta.
I titoli? Ne abbiamo vinti più di quanti avessi osato sognare. Li conto a decine, compresi sei tornei del Grande Slam e due medaglie d’oro olimpiche.
Allora, cosa? Appunto, niente.
Tutto quello che ritenevo inaccessibile, l’ho conquistato a prezzo di un’assoluta dedizione, di una colossale mole di lavoro, di una concentrazione senza distrazioni.
Ho sognato, pianificato, sofferto, combattuto, passato notti intere senza riposare. Mi sono votato a ogni sorta di sacrificio per raggiungere i miei obiettivi. Oggi tutto è possibile, tutto mi è offerto, basta che allunghi la mano. Non mi resta che raccogliere i frutti di anni di lavoro. Ma so che questa è una sensazione illusoria. So che se mi rilasso, posso perdere tutto in una frazione di secondo.
Sono consapevole che i miei problemi esistenziali possono apparire futili, inconsistenti. Ma mi rendo conto di vivere una fase di depressione.
Ho bisogno di esaltazione, di sogni folli, di sfide, di mettermi alla prova. Eccolo, il motore. Il raggiungimento di tutti gli obiettivi mi ha fatto perdere il mordente che mi spronava, che mi rendeva combattivo.
Ho sempre ambito all’eccellenza, ad avere un’esistenza piena, a lasciare una traccia. La vita è troppo fugace. Vorrei che la mia fosse la somma di momenti eccezionali. È una corsa contro il tempo, perché le cose da realizzare sono un’infinità e una vita non basta. Ho sempre creduto nella mia capacità di realizzare qualsiasi sogno, anche quelli futuri. La frenesia che mi ha sempre sostenuto mi ha lasciato.
Quando il mio editor mi suggerisce di scrivere la mia autobiografia, la mia prima reazione è: «Ho 44 anni, non ha senso! Ne riparleremo quando ne avrò 80».
Lei allora mi spiega che è la singolarità del mio percorso, il successo di un uomo senza privilegi, fuori dal circuito, a rendere l’argomento appassionante.
Nel momento in cui scrivo queste parole, in questo novembre 2013, quando Serena, che alleno, ha appena realizzato la migliore stagione della sua carriera, mi rendo conto che la mia specificità è tutta concentrata nella mia capacità di risolvere qualsiasi problema, nella mia attitudine a risollevarmi.
Mi soffermo a pensare da dove vengo e ho la sensazione di essere un miracolato.
Io, il bambino malato.
Io, lo scolaro svogliato.
Io, l’adolescente timido al limite del patologico, tanto da non riuscire a comunicare con gli altri.
Non esisteva un solo presupposto per questa carriera.
Il ragazzino malaticcio e disagiato come ha potuto diventare un leader?
Come sono riuscito a superare la mia timidezza e i miei complessi per trasformarmi in un oratore capace di entrare nell’universo dei miei giocatori?
Come sono uscito dalla spirale del fallimento per diventare «quello che fa vincere»?
Come ho potuto trasformare un’avventura che si annunciava un disastro in una storia di successo?
Ornamento di separazione
La vita dipende spesso da decisioni fondamentali prese in momenti cruciali. Lo stesso vale per la carriera dei giocatori. La volontà è un muscolo che va allenato, se non vogliamo che ci lasci in panne nel momento in cui dobbiamo prendere queste decisioni.
Per quel che mi riguarda, sono quattro le decisioni fondamentali che hanno consentito di modificare il mio percorso di uomo, di ricostruirmi e di adattare il mio comportamento per ottenere dalla vita solo quello che mi aspettavo. Ero destinato a essere mediocre, ma mi sono battuto per cambiare il mio destino. Ero malato e ho ritrovato la salute. Ero indeciso e ho imparato a condurre la mia vita come volevo. Ero pauroso, sono diventato temerario.
Tutto è possibile. Nulla è statico. La vita è come un match di tennis. Si parte con un potenziale, un sogno, timori e incertezze. Fede, coraggio, perseveranza e una buona dose di incoscienza possono smuovere le montagne.
Ecco la mia vita, il mio match, il mio viaggio.
2

IL MIO WIMBLEDON

«Imponi la tua buona stella, stringiti alla felicità
E corri incontro al rischio.
A forza di guardarti, si abitueranno.»
RENÉ CHAR

8 luglio 2012, Wimbledon

Serena affronta in finale la numero due mondiale, Agnieszka Radwańska.
È la sua occasione di imporsi in un torneo del Grande Slam, dopo due anni di tentativi. Io e lei collaboriamo da un mese. Serena ha rischiato grosso ingaggiandomi. È la prima volta nella sua carriera che si rivolge a un coach esterno alla famiglia. Finora ha sempre lavorato esclusivamente con il padre. Vuole tornare al top, ed è il primo grande ostacolo da superare. La crisi di fiducia nelle proprie capacità l’ha spinta a uscire dalla sua campana di vetro, a ribaltare le abitudini, a ripartire da zero.
Questo match è fondamentale anche per me, per molti aspetti. È l’occasione di tastare l’efficacia del nostro binomio o al contrario di metterlo in discussione. Può farmi vincere il mio primo torneo del Grande Slam come coach: il mio obiettivo da quando ho deciso di diventare coach di tennis professionistico.
I primi turni sono duri, ma noto anche che match dopo match i risultati del nostro lavoro si fanno vedere. Conosco sempre di più la mia giocatrice e i miei interventi hanno sempre più impatto su di lei. Percepisco il suo stato mentale e posso aiutarla ad affrontare la gara nelle condizioni migliori. Si avvicina al suo stato ottimale mano a mano che procede nel torneo e quando Serena è «nella zona», è intoccabile.
Così, quando l’incontro è interrotto a un set pari per la pioggia e lei mi fa un cenno per incontrarci davanti agli spogliatoi, so che troverò le parole che faranno la differenza. So anche che quando mi guarderà negli occhi durante il nostro breve incontro, ci leggerà il conforto e la fiducia di cui ha bisogno per riprendere a combattere, ancora più forte.
Ornamento di separazione
«Se vinci, non dire niente.
Se perdi, dì ancora meno.»
PAUL BROWN
Ornamento di separazione
Ventisette minuti più tardi, Serena stringe la mano della Radwańska, la vittoria in tasca. Ha vinto. Abbiamo vinto.
Sono felice, ma unicamente perché la sua gioia mi travolge. Sono orgoglioso del dovere compiuto e di aver giocato un ruolo decisivo. Nulla di più. Come se tutto fosse scritto. Come se fossi arrivato dove avevo previsto di ritrovarmi. Nessuna sorpresa, nessun caso. Ho seguito la strada che mi ha condotto a questa finale tappa dopo tappa, come un cammino che si svelava a poco a poco sotto i miei piedi da oltre quindici anni. Nonostante i momenti di smarrimento, sapevo che sarei arrivato a destinazione. La mia strada è lo specchio di questo torneo ch...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. IMPARA A VINCERE
  4. Prefazione (di Serena Williams)
  5. Cosa significa essere un coach
  6. Il Metodo Mouratoglou
  7. 1. A corto d’ispirazione
  8. 2. Il mio Wimbledon
  9. 3. Un’infanzia turbolenta
  10. 4. Il giorno in cui divento coach
  11. 5. Cos’è il coaching?
  12. 6. Le mie prime collaborazioni
  13. 7. Marcos, il mio figlio spirituale
  14. 8. Sul circuito
  15. 9. Aravane o il coaching estremo
  16. 10. Serena, la nostra avventura
  17. 11. Gli Open di Australia 2015
  18. 12. Appunti sul tennis francese
  19. 13. Che cosa rincorro?
  20. 14. Cosa dicono di me
  21. INSERTO FOTOGRAFICO
  22. Copyright