Sono uscita dall’hotel. Mi tremavano le gambe, sudavo, il cuore mi batteva così forte che temevo mi esplodesse nel petto, ma ho attraversato la hall fingendo di essere calma.
Una volta in strada ho camminato a lungo, e solo quando sono stata sicura di essermi allontanata abbastanza dall’albergo mi sono fermata per capire dove fossi. Ho preso un taxi.
«Dove andiamo?» mi ha chiesto il tassista.
«Ovunque» ho risposto, e poi: «Al fiume. South Bank».
Siamo partiti e lui mi ha domandato se stavo bene. «Sì» ho risposto, anche se non era vero.
Scesa dal taxi, ho trovato una panchina che dava sul Tamigi. Adrienne mi avrebbe rimproverato con un “Te l’avevo detto” e siccome non sapevo chi chiamare, chi altro c’era che non avevo ancora allontanato, ho telefonato ad Anna.
«Come va?»
Le ho raccontato tutto, buttando fuori una quantità di mezze frasi incomprensibili. All’inizio mi ha ascoltato, poi mi ha chiesto di calmarmi e di ricominciare da capo. Quando ho finito mi ha detto: «Devi andare alla polizia». Era ferma e determinata. Sicura.
«La polizia?» ho ribattuto, come se fosse un’assurdità.
«Sì, Julia! Sei stata aggredita.»
Ho rivisto le sue mani su di me, su tutto il corpo; le sue mani che mi stringevano la carne, mi strappavano i vestiti.
«Ma...» ho detto.
«Julia, devi.»
«No. No, loro non hanno... lui non ha... e Hugh...»
Ho immaginato di dire a mio marito che avevo chiamato la polizia. Che cosa gli avrei raccontato?
Avevo sentito un sacco di storie. Anche se mi avessero stuprata, quasi di sicuro non mi avrebbero presa sul serio, e anche se l’avessero fatto, ci sarei stata io sul banco degli imputati, non David, non Lukas. “E lei era lì per fare sesso?” mi avrebbero chiesto, e io avrei dovuto rispondere di sì. “Addosso aveva gli abiti che le aveva regalato lui?” Sì. “E dopo avergli detto, più o meno, di avere fantasie di stupro?” Sì.
E come mi sarei difesa? Non volevo che succedesse davvero. Non così!
Mi sono sentita svenire. Ho ricominciato a piangere mentre pensavo a cosa sarebbe potuto accadere. A come Lukas avrebbe potuto farla franca.
Ho pensato a Hugh e a Connor. Me li sono immaginati che scoprivano tutto. Gliel’avrei detto, non ce l’avrei fatta a mentire; ho già raccontato abbastanza bugie.
«Non so nemmeno dove abita.»
Anna è rimasta in silenzio un momento. «Posso fare qualcosa per aiutarti? Qualunque cosa...»
Ho pensato che nessuno poteva fare niente. Che dovevo mollarlo, andarmene, dare quel taglio netto che fino a poche ore prima mi terrorizzava.
«No.»
Sono tornata a casa. Dovevo lasciar scivolare Lukas nel passato, fare il possibile per dimenticarlo. Non collegarmi più al sito. Non controllare più i messaggi. Non sperare più di ricevere fiori, scuse o spiegazioni. Andare avanti.
Più o meno ci sono riuscita. Ho continuato a lavorare. Ho detto a Hugh che ho deciso di non vedere più il terapeuta ma di voler riprendere gli incontri con gli alcolisti anonimi. Ho cercato di tenermi impegnata: ho chiamato Ali, Dee e ho sentito Anna tutti i giorni. Ho passato più tempo con Connor, ho anche cercato di convincerlo a parlarmi di Evie, gli ho fatto capire che può confidarsi con me.
«Prima o poi mi piacerebbe conoscerla» gli ho detto. Lui, come prevedibile, si è stretto nelle spalle, ma almeno ci ho provato.
Sono anche uscita con Adrienne, finalmente. Mi ha invitato a un concerto, poi siamo andate a cena. Abbiamo chiacchierato; la discussione che abbiamo avuto fuori da casa mia era tutt’altro che dimenticata. Prima di salutarci, si è girata verso di me e mi ha detto: «Julia, sai che ti voglio bene in modo incondizionato». Ho annuito, in attesa. «Quindi non ti chiederò che cosa sta succedendo. Ma devo sapere. Stai bene? C’è qualcosa di cui devo preoccuparmi?»
Ho scosso la testa. «No, non più.»
Lei ha sorriso. È stato il momento in cui sono andata più vicino a confessare tutto, e lei ha capito che un giorno o l’altro gliene avrei parlato.
Solo una volta ho avuto un momento di debolezza, una domenica pomeriggio di qualche settimana fa. Avevo litigato con Hugh, Connor stava diventando impossibile. Non ce la facevo più. Mi sono collegata a Encountrz, ho ignorato i nuovi messaggi che si erano accumulati, l’ho cercato.
Nulla. Username non trovato. Scomparso.
Non ho resistito e l’ho chiamato.
Telefono non raggiungibile. Non si è nemmeno attaccata la segreteria. Ho riprovato – nel caso lui fosse all’estero, o non ci fosse campo – e poi ho provato ancora. Nulla.
Poi mi sono resa conto di cosa stavo facendo e dov’ero. Ero una stupida. Mi ero ripromessa di tagliare i ponti definitivamente; mi ero ripetuta che sarebbe stato più facile, che era l’unica cosa da fare.
Finalmente il taglio netto che avevo tanto cercato. Avrei dovuto esserne felice.
Rientro tardi. Sono stata fuori, ho fatto delle foto a una famiglia che mi ha contattato attraverso il mio sito, poi tornando a casa mi sono fermata per qualche scatto alla gente davanti ai locali di Soho, i soggetti che mi interessano davvero. Hugh è già tornato. Mi chiede di seguirlo, deve dirmi una cosa.
Sembra minaccioso. Penso a quando sono tornata a casa dalla galleria, la polizia in cucina, la notizia che Kate era morta. Connor sta bene, lo so: di sopra la luce è accesa. Chiedo sempre di lui appena torno, eppure sono nervosa. Dimmelo subito, penso, qualunque cosa sia. Lo seguo in silenzio in cucina. Mollo la borsa sul pavimento e appoggio la macchina fotografica sul tavolo.
«Cosa c’è?» Ha uno sguardo serio. «Cosa c’è? Cosa c’è che non va?»
Fa un profondo respiro. «Ha chiamato Roger del ministero degli Esteri. Pensano di sapere cos’è successo a Kate.»
Mi sento svenire. Lo riempio di domande – cosa? Chi? – e lui mi spiega. «Hanno arrestato un tizio, un uomo, per un episodio assolutamente non collegato. Roger non può dirci per cosa di preciso, ma mi ha fatto capire che c’entra la droga. Uno spacciatore, credo. Comunque, è un personaggio noto nella zona; gli hanno anche fatto delle domande su Kate ma ha detto di non aver visto nulla.» Fa un respiro profondo. «Però quando hanno perquisito il suo appartamento, hanno trovato l’orecchino.»
Chiudo gli occhi. Me lo immagino mentre glielo strappa, o mentre la obbliga a darglielo; lei è convinta che se non ubbidisce, lui la ucciderà. E invece lui l’ha uccisa lo stesso.
Uno spacciatore. Alla fine era una questione di droga, non di sesso?
Improvvisamente torno a Berlino. Siamo io e Marcus. Siamo venuti qui insieme, ma io lo aspetto in fondo alla strada, all’angolo, fuori dalla stazione. Ha incontrato il nostro spacciatore, ha pagato in contanti, è tornato con ciò che volevamo. Sorride.
Ma Kate non ha mai visto niente di tutto questo l’unica volta che è venuta a trovarci. Non voleva tornare a casa durante le vacanze e stare con papà, così mi pregò di poter venire da noi. «Solo qualche giorno» disse, e io accettai. Racimolai un po’ di soldi per pagarle il biglietto e nostro padre mise la differenza. Si fermò per un weekend lungo e dormì nella nostra stanza, mentre noi ci sistemammo sul divano. Sono sicura che non si accorse di nulla. Venne qualche settimana prima della morte di Marcus, in quel periodo nessuno dei due si faceva. La portai in giro per gallerie, avanti e indietro per l’Unter den Linden, a bere una cioccolata calda in cima alla Fernsehturm. La fotografai per le strade di Mitte – fotografie ormai perdute – e passeggiammo senza meta per il Tiergarten. La lasciai sola con Marcus solo una volta, mentre io ero andata a fare la spesa, ma lui sapeva che volevo tenerla lontana dalla droga e mi fidavo di lui ciecamente. Quando tornai a casa stavano giocando con Frosty, in sottofondo i cartoni animati in tv. Non si accorse di nulla.
Nonostante tutto, avrei dovuto essere un esempio migliore per lei?
Comincio a singhiozzare, un suono che si trasforma in un grido di dolore. Hugh mi prende la mano. Pensavo che mi avrebbe fatto sentire meglio sapere chi ha ucciso mia sorella. Sapere che l’assassino è stato arrestato, che pagherà per il crimine che ha commesso. Una bella croce sopra. Il futuro si spalanca e io posso guardare avanti.
E invece no. Mi sembra tutto insensato. Banale. Forse è anche peggio di prima.
«Julia... Julia, va tutto bene.»
Guardo Hugh.
«È troppo.»
«Lo so.»
«È stato davvero lui?»
«Pensano di sì.» Scoppio a piangere, le lacrime scendono. Mia sorella è morta, suo figlio è distrutto, e tutto per colpa della droga?
«Perché?» ripeto senza fermarmi. Hugh mi abbraccia finché non mi calmo. Voglio mio figlio.
«L’hai detto a Connor?»
Scuote la testa.
«Dobbiamo dirglielo.»
Annuisce, si alza in piedi e va verso le scale. Strappo un foglio di carta da cucina e mi asciugo il viso, poi mi verso un bicchiere d’acqua.
Quando entro in salotto, Connor è seduto di fronte a suo p...