Gabriele ha 35 anni, una moglie e un figlio, insegna matematica. Una vita come ce ne sono tante, un uomo spiritoso, brillante, sempre allegro, le cui certezze si sgretolano in un giorno di marzo, il giorno in cui gli viene diagnosticata una grave forma di Leucemia.
Il ricovero immediato, le cure, la chemio, la perdita dei capelli, del gusto, della forza, l’impossibilità di vedere suo figlio, i suoi studenti. Il dolore, che si fa più acuto e profondo ogni giorno che passa. Tutto questo travolgerebbe e stravolgerebbe chiunque, ma Gabriele ha deciso che per lui non sarà così.
Affronterà le difficoltà con il sorriso e coinvolgerà nella sua nuova vita suo figlio Roberto, partendo dalla comune passione per la matematica.
È così, giocando, scherzando, ma anche piangendo e gridando, chiedendo e dando aiuto ai suoi compagni di reparto, che Gabriele lotta con tutto se stesso contro una malattia che vorrebbe togliergli la vita, un pezzo alla volta. Ed è così, con la forza dei guerrieri, l’ironia e la delicatezza delle anime pure, che vi farà ridere con le lacrime agli occhi.

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La festa dei limoni
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9788856649635
PARTE PRIMA
SALAME PICCANTE E OLIVE SCHIACCIATE
Questo è il vero e proprio punto di partenza di una nuova storia
1
Oggi è domenica, qui a Mentone c’è un magnifico sole e alle mie spalle sento il rumore del mercatino borghese che vende a caro prezzo i limoni: sono così belli che non resisto e ne compro un chilo per ben quattro euro. Non credo sia possibile passare la giornata senza il privilegio di averli nello zaino e allora cerco un pretesto per acquistarli e assaggiarli. Trovato. Laggiù si vede un banco fisso, in muratura, di quelli che vengono lavati per bene alla sera e poi restano lì, da soli al buio per tutta la notte. Vende pesce. Compro delle cozze, sono più piccole di quelle che si trovano da noi a Torino e soprattutto sono carissime, ma un signore molto distinto che acquista al mio fianco mi rassicura: «Sono locali, le assaggi e tornerà a comprarle» e allora mi rassereno e spendo volentieri, e poi… è domenica. Ora abbiamo un buon motivo per aver preso i limoni e possiamo tranquillamente progettare un banchetto in spiaggia alla maniera dei pugliesi. Altro che sushi e plateau royal.
Stefania, Roberto, nostro figlio, e io ci sediamo sulla sabbia insieme a Michele e Nicoletta, girati verso il mare, quasi a volerci dare un sistema di riferimento comune. Insegno matematica e lì, da quelle parti, il sistema di riferimento è importante. Mi ricordo che un giorno mi trovavo in III A e stavo iniziando a spiegare geometria analitica a quei sedicenni paciocconi senza nerbo: la loro attenzione alle 8.20 del mattino era pari a quella di un gruppo di pazienti sedati dell’Anonima Alcolisti Brianzola.
A un tratto esce allo scoperto Martini, secondo banco vicino alla finestra, e mi dice convinto: «Ma le frecce non possiamo metterle a sinistra e in basso, anziché a destra e in alto?».
Nooo…, cosa gli dovevo rispondere? Decisi di dirgli: «Sì, Martini, fallo pure, sei l’unico al mondo a farlo, ma fai pure, però non ti incazzare se quando muori ti mettiamo nella cassa da morto a testa in giù in ricordo delle cazzate che hai detto in vita».
Ci sarà un motivo per cui tutti quelli che vanno sulla spiaggia guardano il mare e l’orizzonte ma non le colline alle loro spalle o la ferrovia? Ci sarà un motivo per cui tutti quelli che camminano in montagna guardano la vetta e non la valle?
Non fa caldo, è il 2 marzo, eppure tre bambini fanno il bagno sfidando le acque gelide della Costa Azzurra. L’acqua della Costa Azzurra è più chiara e più limpida di quella della Liguria di Ponente, ma è più fredda, e questo accade semplicemente attraversando il confine tra Italia e Francia, così come cambia la lingua parlata non solo dagli abitanti, ma anche dalle radio.
Questo pomeriggio ci sarà la festa dei limoni; ne avevo sentito parlare, ma devo ammettere che di persona è tutta un’altra cosa, ci si sente in televisione. Per le vie del centro si snodano strutture di una certa dimensione, costruite interamente con agrumi di colore giallo e arancione incastonati col fil di ferro. L’effetto d’insieme è davvero di grande impatto. Si ha l’impressione di partecipare a una sfilata di carri allegorici di un qualsiasi Carnevale, ma la vivacità dei pochi, seppur brillanti, colori e la rotondità delle forme mi portano ad avere tutt’altre emozioni.
La festa vera e propria inizierà a metà pomeriggio ma non la vedrò, perché non amo la confusione, preferisco passeggiare per il mercatino, magari alla ricerca di un bel banco di fiori, anche se non amo molto nemmeno i fiori, mi sembra di essere al campo santo… magari al funerale di Martini di III A.
È inevitabile: il mio pensiero continua ad andare a quel fastidioso dolorino al fianco sinistro.
2
Roberto è felice e gioca con la sabbia a fianco di una bambina francese che tiene molto alla buca creata ad arte con le sue splendide manine, diventate per l’occasione dei veri e propri caterpillar. Ha l’aria dolce e i lineamenti gentili avvolti da capelli chiari e dritti, però ha già i modi tipici dei francesi e guarda Roberto con superiorità, come a voler affermare che la sua buca del cavolo è più bucata di quella di Roberto e che, per quanto lui si possa sforzare, non riuscirà mai a bucare la sabbia in quel modo. Proprio non li sopporto i francesi.
Il tocco di classe lo aggiunge il papà della piccola vipera, che mi guarda con un sorrisino compassionevole e di sfida alludendo a cosa sanno fare i francesi e cosa gli italiani. Quella bambina diventerà una francese vera e andrebbe istruita sin da ora all’umiltà e all’amore verso l’Italia e gli italiani, vino incluso, e dovrà essere lei a riportare in Italia la Gioconda. A veder giocare loro con la sabbia mi vengono in mente tutti quegli ingegneri della Mattel, Editrice Giochi e altre compagnie del genere, che si arrovellano per trovare qualcosa che desti l’interesse dei bambini e variano continuamente le offerte; forse farebbero meglio a giocare pure loro con la sabbia e con i loro figli.

Il giovedì, alla seconda ora di lezione, ricevo i genitori dei miei allievi o, per dirla meglio, gli avvocati dei ragazzi che al mattino entrano nelle classi in cui insegno. Uno di questi colloqui era stato rivelatore dell’acutezza degli ingegneri. L’ingegner Ghirada aveva l’ambizione di trasmettermi la sua solidarietà nei confronti del mio giudizio gravemente negativo sul profitto di Mattia, suo figlio. Mi raccontò che la settimana prima Mattia aveva sorpassato il limite e quindi lui, l’ingegnere, lo aveva convocato, o meglio lo aveva fatto convocare dalla sua segretaria, nel suo ufficio e gli aveva chiesto di accomodarsi là dove i suoi dipendenti venivano “unti” dai suoi rimproveri. Mi disse: «Vede professore, noi due la matematica la conosciamo e lui la deve conoscere come noi, altrimenti nella vita prenderà solo legnate. Quindi gli ho dato degli obiettivi a medio e a lungo termine».
L’ingegnere aveva dato degli obiettivi a suo figlio. Aveva detto proprio così. Ero seduto di fronte e non ci potevo credere, anche se ero abbastanza abituato. Feci passare la fase dialettica in cui l’ingegnere mi voleva conquistare e, quando mi sembrò sufficiente, presi la parola e gli dissi: «Vede ingegnere, i ragazzi come Mattia hanno altri canali di comunicazione, la sala delle riunioni del consiglio di amministrazione della sua azienda forse non è il luogo più adatto per entrare in sintonia con suo figlio, provi a portarlo allo stadio; domenica c’è la Juve, magari andate voi due da soli e sarà tutto più facile».
«Professor Longo, io sono dell’Inter» rispose. Allora è guerra. Ghirada segato a giugno.
È ora di pranzo ormai e tutti saliamo verso il Winter Palace, che è una vecchia residenza russa, oggi suddivisa in piccoli appartamenti. Là ci attende un succulento pranzetto. Non nego che mia sorella Nicoletta riesca a catturare l’attenzione culinaria di chiunque, in modo particolare se si avventura nell’affascinante mondo della pasta fatta in casa. Nella terra in cui è nata la mia famiglia, la Lucania, si producono cibi di prim’ordine, ma uno li batte tutti: i caponti. La ricetta è semplice ma efficace: si tratta di abbinare la farina di grano duro all’acqua, ed è nel termine “abbinare” che si nasconde tutta l’arte. Dall’impasto ottenuto, dopo che le mani ci hanno comunicato che i giusti valori di consistenza e umidità sono stati raggiunti, si ricavano dei vermicelli del diametro paragonabile a quello di un dito mignolo e da questi si selezionano dei piccoli segmenti della lunghezza di un dito mignolo (l’altro); questi ultimi vengono trafitti da tre dita che, premendo verso l’asse di legno, li fanno ruotare verso il nostro corpo, lungo l’asse maggiore. Lo studio delle figure solide e dei cilindri ci facilita in situazioni del genere: matematica = arte. L’atto del condire è molto semplice: pochi pomodori maturi, cotti appena e accompagnati da aglio e basilico freschissimo. Si scolano i caponti, si uniscono al sughetto e, mentre una nuvola di vapore ci avvolge, si spadella a fuoco vivo. Il risultato è un trionfo. Dieci con lode.
Nicoletta porta il mio stesso cognome ed è la più piccola delle mie tre sorelle, piccola in ogni senso ma enorme in cucina. Lei non ha quello che molte donne hanno. Lei non ha “poco tempo per cucinare”, lei ha poco tempo per fare altro. Mentre Nicoletta predispone il pranzo, Michele, mio cognato, e io ci soffermiamo nel bellissimo parco all’ingresso, ammirando la varietà di fiori e palme. Le palme sono tipiche, ma in questo giardino ce n’è una concentrazione insolita e, vista la ripidezza del terreno, se ne può godere una prospettiva affascinante. Sono davvero bellissime. Roberto continua a modificare, con un bastoncino, il disegno della ghiaia sul sentiero, noi due “addobbiamo” il nuovo governo e ci addentriamo in un gioco fantastico: prevedere le sorti del mondo “da noi governato”. La domanda è sempre la solita: «Cosa dice la gente?». Naturalmente si riferisce al gradimento del governo Berlusconi. Ma come si può rispondere a una domanda del genere? «Le risposte sono solo due» gli dico «ed entrambe si avvicinano alla verità, che solo la gente conosce.» Mi guarda curioso ma ansioso di dire la sua. «Vedi, Michele, ti dirò la verità che non vuoi sentirti dire, ma so benissimo che condividi quello che sto per dirti.» A questo punto molla la preda e si concentra sulle mie parole.
«Dai, sentiamo» rilancia.
«Caro, Michi, la gente se ne fotte della politica, fattene una ragione, vecchio mio, abbandona quel corpo e inizia a goderti il campionato di calcio, là sì che trovi un vivace dibattito. È la cultura del Duemila».
Queste parole gli suonano come una coltellata. Abbassa lo sguardo, quasi a voler scacciare l’idea che, nelle altre menti, quella passione che ha alimentato la sua vita e rischiarato le sue notti non è riuscita a penetrare, anzi si sta dissolvendo anche in quei pochi che l’avevano abbracciata. Michele è cresciuto con il verme solitario della politica giusta, opportuna e perfettamente razionale, solo che quel verme ti sottrae il nutrimento e se lo tiene tutto per sé.
«Eppure la politica è tutto,» ribatte «come fa la gente a fottersene?»
Non posso fare a meno di pensare ai miei studenti o, per meglio dire, agli studenti a cui cerco di insegnare dopo averli ammaestrati alle buone maniere. Quando fanno la quinta liceo hanno sempre nello zaino un piccolo libricino che custodiscono come un ebreo custodisce la Torah: il manuale della scuola guida. Cosa vuoi che pensino alla politica? Quando chiedo loro: «Quest’anno qualcuno di voi diventa maggiorenne e quindi acquisisce un diritto molto importante. Qual è?». La risposta è: «Il foglio rosa, prof». Allora vieni pervaso da una scarica di adrenalina tipica di chi ha appena evitato un incidente frontale. Brividi freddi e senso di svenimento!
Michele ha di nuovo lo sguardo al suolo; eccola la magrezza della mente. La mente dimagrisce o ingrassa a seconda della qualità delle relazioni e delle comunicazioni. Una mente magra ragiona in modo essenziale e raro, si dedica totalmente a un singolo tema, perdendo la prospettiva, ma avendo anche uno scudo verso le grandi bugie dell’informazione. Una mente magra è fonte di benessere e produce idee pure, senza grasso intorno.
D’un tratto Michele cambia volto, quasi rassegnato, mi guarda in modo intimo, tenero, responsabile, e mi domanda: «Domani vai a farti vedere al Pronto Soccorso? Dai vacci, giusto per scrupolo». È proprio in questo momento che mi vengono in mente le sorti del mondo, il mio.
3
Proprio l’altro ieri pomeriggio, venerdì, durante una di quelle verifiche di matematica per la quinta in preparazione all’esame di maturità, continuavo ad avere un percettibile dolorino al fianco sinistro, che come per magia tornava al comando di un respiro. Non è facile spiegare l’intensità di un dolore, i fisici e i medici non hanno ancora inventato il dolorimetro, ma prima o poi ci arriveranno visto che le televisioni, già da qualche anno, hanno inventato e messo in uso l’applausometro. (Sono rimasto sconvolto quando, scrivendo i miei appunti con Word, la parola “dolorimetro” veniva sottolineata di rosso dal correttore automatico, mentre “applausometro” passava indenne).
Si può tentare di far comprendere agli altri il dolore che si percepisce, fornendo dei termini di paragone e allora via con frasi del tipo: «Come una pugnalata», come se chi parla fosse mai stato pugnalato. In ogni caso ci provo. Immaginiamo una corsa per un lungo tratto, dopo pochi metri si presenta all’altezza della milza un fastidio importante tanto da poter essere considerato dolore, poi aumenta e ci condiziona l’andatura e, se insistiamo, ci costringe anche a fermarci. Ecco è lui. Ora dividiamo per metà e poi ancora per metà e otteniamo all’incirca quel maledetto fastidio che mi faceva compagnia venerdì pomeriggio. Un pomeriggio di grande stanchezza, ma con un bel caso di studio.
Erano le 15.15 in uno di quei pomeriggi in cui faccio le simulazioni della seconda prova scritta di maturità. Sì, perché una delle cose a cui bisogna abituarsi è la gestione del tempo. In classe, al mattino abbiamo al massimo due ore, mentre l’esame è di sei ore. La gestione è diversa e poi mi piace che scoprano sul campo le difficoltà su come si usa una calcolatrice scientifica per davvero, su come si passa da DEG a RAD, visto che i fratelli la condividono e non solo, perché la calcolatrice se la passano tra loro, se la prestano tra le classi, e la sanno usare solo in minima parte. Come gli ingegneri l’iPhone.
I pionieri della matematica cominciavano a consegnare. Questa categoria di persone si divide in due sottogruppi. Il primo è rappresentato dai bravi, quelli che hanno l’ambizione di lasciare nel prof un’immagine di efficienza giapponese del tipo: rapido e affidabile. Il secondo sottogruppo è quello dei cosiddetti proiettivi, cioè coloro che ritengono una grande scocciatura quella di fermarsi al pomeriggio a fare una verifica di matematica per prepararsi alla prova d’esame. Sanno benissimo che tanto non ci capiscono nulla e che, un’ora in più o una in meno, non cambia niente. Poi il pomeriggio del venerdì è sacro e non sarà certo quel cretino del prof a ricevere gratitudine per essersi fermato gratis a «spaccare la minchia», come dicono...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- LA FESTA DEI LIMONI
- PARTE PRIMA - SALAME PICCANTE E OLIVE SCHIACCIATE
- PARTE SECONDA - IL BALLETTO DEI GUANTI YMCA
- LA MIA POSTFAZIONE
- LA SUA POSTFAZIONE
- Copyright