
- 240 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Sherlock, Lupin & Io - 6. Le ombre della Senna
Informazioni su questo libro
La guerra con la Prussia è da poco finita e la famiglia Adler ha deciso di trascorrere un'intera settimana nel vecchio appartamento di Parigi, per provare ad assaporare la vita di prima. Con grande gioia di Irene, Sherlock e Lupin la raggiungono, e i tre amici si trovano ben presto a indagare sulla sparizione del cugino di Arsène, nobile e sognatore. Per seguirne le tracce e ritrovarlo dovranno calarsi nei torbidi bassifondi della città e destreggiarsi in un pericoloso scontro tra bande criminali. E questa volta toccherà proprio a Irene impedire che un'altra guerra cominci…
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2016Print ISBN
9788856647730eBook ISBN
9788858516546Capitolo 1
INCENSO A NOTRE-DAME

Non mi sarei mai aspettata che a quel funerale potesse esserci così tanta gente. Mentre mi avvicinavo in carrozza alla cattedrale di Notre-Dame, nel centro di Parigi, mi ero immaginata una chiesa deserta, popolata di echi e del rumore della pioggia sulle vetrate. Mi ero vestita di scuro, in abbinato al mio umore e ai miei pensieri, e avevo seguito il signor Nelson fuori dalla nostra casa di campagna.
«Che cosa ne pensate, signorina Irene?» aveva domandato il mio fidato maggiordomo, sedendosi accanto a me con un sospiro scricchiolante della carrozza.
L’avevo guardato. Che cosa potevo pensare? Che il signor Jean-Jacques François d’Aurevilly, l’unico amico della mia vera madre, era morto. Era molto più vecchio di lei, è vero, e già molto malato, ma la notizia non solo mi rattristava: mi incupiva, quasi mi insospettiva, dato il susseguirsi di notizie inattendibili e di avvenimenti sorprendenti che mi avevano bombardato negli ultimi mesi.
«Penso che sia morto, Orazio. Niente altro che questo» gli avevo risposto, un filo seccata da quella domanda così diretta. Non era da lui, mi ero detta. E avevo pregato, tra me e me, che anche il signor Nelson non stesse cambiando. E che non fosse sul punto di farmi nuove, incredibili rivelazioni.
Non era il momento. Tutto qui.
E non era nemmeno il momento di ridere, avevo pensato, quando il signor Nelson, invece, si era lasciato andare a una potente risata, tanto da farmi voltare verso di lui e domandare: «Ma insomma, cosa sta succedendo?».
Lui, il buon maggiordomo che negli ultimi anni aveva vegliato su di me senza mai essere indiscreto, e che, ormai ne ero sicura, sapeva delle mie scappatelle con i miei amici e delle nostre avventure investigative più di quanto mi avesse mai confessato, si era limitato a sorridere. Si era passato le mani sui pantaloni di velluto, appena un poco più scuri della sua pelle, e con un sorriso smagliante mi aveva risposto: «Immagino quindi che vostra madre non vi abbia parlato…».
Bel modo di dire, avevo pensato.
«Mia madre… quale?» gli avevo domandato. Perché negli ultimi mesi avevo ormai avuto la prova che la persona che avevo sempre chiamato mamma, la signora Geneviève Adler, altro non fosse che una madre in prestito, e io, per lei, una figlia adottiva. E che conseguentemente anche l’uomo che avevo sempre adorato e chiamato papà, Leopoldo, non fosse altro che un sostituto del mio vero padre.
Mia mamma, quella vera, si chiamava Sophie ed era una contessa boema, come boemo era stato mio padre. Dopo la morte di lui, lei mi aveva affidato ai signori Adler per proteggermi, in modo che gli oscuri cospiratori che la cercavano per ucciderla non potessero fare altrettanto con me. Le era costato moltissimo, mi aveva detto. Le avevo creduto, ma in fondo ai miei pensieri era sempre rimasta una scaglia dolorosa, una domanda senza risposta, un pensiero fisso. Come può una mamma abbandonare sua figlia?
Le risposte che mi ero data erano moltissime: la guerra, i re, gli imperi, il rotolare del mondo nell’immensa solitudine dello spazio. Risposte sempre più grandi, e dunque vuote, desolanti, sconsolate.
Piene di echi, come quelli che mi aspettavo di trovare nella chiesa di Notre-Dame.
«Non ci siamo parlate, no» avevo mormorato al signor Nelson, guardando fuori dal finestrino della carrozza. Non c’era la solita nebbia umida che in quella stagione inghirlandava gli alberi della campagna, imprigionando nel suo tessuto fragile luci, suoni e colori. Splendeva anzi un bel sole chiaro, che contrastava con tutto il mio arrovellarmi.
«E dunque nemmeno con vostro padre Leopoldo…» aveva continuato il signor Nelson, implacabile.
«Non lo vedo da giorni» avevo ribattuto. «Ma si può sapere cosa avrebbero dovuto dirmi? O non mi resta che scoprirlo da sola… e quando?»
Nelson aveva annuito gravemente, mantenendo però in volto il suo sorriso enigmatico.
«Vorresti dunque aiutarmi, Orazio, dato che sei insolitamente allegro e questo mi rende ancora più curiosa?» insistetti.
«Solo se mi promettete di fingervi stupita, quando il funerale sarà terminato.»
«Hai in programma una risurrezione?» avevo scherzato, sottolineando, con una certa soddisfazione, la mia azzardata provocazione. Se il signor Nelson non si atteneva alla parte del perfetto maggiordomo, perché mai io dovevo insistere a voler essere una perfetta gentildonna?
«Signorina Irene!» mi aveva puntualmente rimproverato lui. «Non è di questo che stiamo parlando!»
«Ma è sempre a un funerale che stiamo andando! O forse mi hai rapita, per condurmi in Africa, al cospetto del mio vero padre?»
«E perché mai, in Africa?»
«Così, tanto per dire. Se devo muovermi nel buio delle tue allusioni, tanto vale farlo con stile, non credi?»
«Avete ragione, signorina Irene. Sono stato indelicato. Ma la notizia mi ha davvero rallegrato, e così credo sarà per voi. Stiamo andando a un funerale, sì, e di una persona che in qualche modo ci è cara… ma soprattutto stiamo andando a Parigi, e a Parigi…»
Il signor Nelson aveva lasciato la frase sospesa, come faceva, a casa, con le tende dietro le quali annunciava questo o quell’altro ospite. Lo avevo guardato, sospettosa. Mi era balenata subito un’idea, ma l’avevo altrettanto subitaneamente accantonata. Non era possibile che, data la guerra appena conclusa e gli eserciti di disertori che avevano preso il controllo di Parigi, e tutti gli innumerevoli pericoli di cui mia madre, quella adottiva, e mio padre non facevano altro che parlare… non era possibile, mi ero detta, che i signori Adler avessero finalmente deciso di lasciare quella desolata casa in campagna, a Evreux, in mezzo alla nebbia e alle pecore, per tornare in città, nel nostro meraviglioso appartamento all’ultimo piano di Rue du Bac.
Eppure lo sguardo di Orazio mi cullava, durante tutti questi pensieri e ripensamenti, come per incoraggiarmi a crederci un po’ di più.
Avevo sollevato un sopracciglio, come il mio amico Lupin mi invitava talvolta a fare (lo trovava irresistibile), e gli avevo infine domandato, aspettando che la carrozza smettesse di sobbalzare: «Non mi dire che stiamo tornando tutti a Parigi…».
Il signor Nelson aveva rafforzato il suo sorriso. «Voi l’avete detto, signorina Irene. E io credo che sia precisamente questa l’intenzione di vostro padre.»
Mi accingevo a partecipare a un funerale e, tuttavia, non potei impedire che un piccolo sorriso affiorasse sulle mie labbra.
“Parigi!” pensai, guardando fuori dal finestrino.
Scendendo dalla carrozza, mi ritrovai a vergognarmi un po’ di quella mia felicità. Avevo conosciuto e stimato il signor d’Aurevilly e, pochi giorni prima, avevo appreso la notizia della sua morte con sincero dispiacere. Tuttavia quel giorno mi accorsi, una volta di più, di come l’animo umano non accetti imposizioni: ritrovarmi in una chiesa piena di gente vestita di scuro non bastava a farmi riprovare quel sentimento. Non intendevo tuttavia mancare di rispetto a un uomo che consideravo di grande valore e così nascosi il mio reale stato d’animo dietro una veletta di pizzo nero. Non ero che una ragazzina tra tante altre persone, ma, forse perché ero accompagnata da un nero imponente come il signor Nelson, ebbi l’impressione di avere puntati addosso gli sguardi di tutti. Protetta da quella griglia di pizzo, per la prima volta nella mia vita trovai utile uno dei mille accessori che la perfetta gentildonna dovrebbe saper sempre maneggiare con disinvoltura, e mi incamminai, al braccio del signor Nelson, verso l’ingresso austero della cattedrale.
Guardai le guglie alte e appuntite, le teste dei re e dei santi sfregiate dalla Rivoluzione ed entrai nella chiesa gremita, in cui fluivano due fiumi di persone. In gran parte erano poveri e mendicanti, le migliaia di persone dimenticate a cui il signor d’Aurevilly aveva invece consacrato la sua vita. Di nobile lignaggio, e di animo nobile, aveva sacrificato tutte le sue rendite in un’Opera di carità: un ospedale dei mendicanti, dove chiunque riuscisse a entrare, mettendosi in coda alla porta, anche senza documenti né identità, poteva contare su una tazza di zuppa calda e un letto per la notte. Durante la guerra contro la Prussia, l’ospedale si era riempito di ogni genere di feriti e di sofferenti. E con le agitazioni che erano seguite alla guerra, e alla sconfitta, non aveva cessato di essere un luogo indispensabile per chi non riusciva in altro modo a sopravvivere. E ora che il signor d’Aurevilly era morto (mia mamma mi aveva raccontato che soffriva da tempo di una penosa malattia), tutti coloro che avevano mangiato almeno un giorno alla sua mensa, e dormito sotto al tetto che lui aveva fatto costruire per loro, si erano riuniti nella chiesa di Notre-Dame, per fargli avere il loro ultimo saluto.
«La riconoscenza» pensai avanzando lentamente tra la folla «è l’unica moneta che queste persone possono spendere».
Li sentivo tutti intorno a me: mendicanti e assassini, ladri e straccioni, disertori e ufficiali. Ma c’erano anche uomini e donne di altro lignaggio e di aspetto diverso, separati dall’esercito dei poveri da uno spazio vuoto, poco oltre la metà della navata. Nel percorrerlo, lasciando quella folla di gente umile per avvicinarmi alle file, più composte e silenziose, occupate da nobili e borghesi, sentii lo stomaco che si chiudeva, e strinsi il braccio del signor Nelson, per chiedergli di rallentare. Ma, anche se a rilento, attraversammo comunque quello spazio lasciato vuoto. Era a questi altri che appartenevo. E, anche se in mezzo a loro mi sentivo come un pesce fuor d’acqua, era lì che mi sarei fermata.
Cercai la mia vera madre tra le donne in nero in prima fila, e quando la riconobbi ebbi un fugace balzo al cuore. Anche lei si voltò nella mia direzione, mi guardò e fece un rapido cenno del capo, senza aggiungere altro.
La messa funebre iniziò.
Non ricordo molto, di quella giornata, se non il profumo pungente dell’incenso, che si stendeva, come una benedizione, sugli odori confusi di quelle umanità così simili e così diverse, che popolavano, ognuna a suo modo imbarazzata dei propri fallimenti, le navate maestose di Notre-Dame.
Capitolo 2
UNA GIORNATA DI SORPRESE

La verità era che con i miei genitori adottivi andava un po’ meglio. Passato il momento delle forti emozioni, della delusione e della rabbia, smorzato il senso di tradimento per quanto mi avevano nascosto, era rimasto ciò che sapevamo davvero gli uni dell’altra, e quanto di vero avevamo vissuto insieme per tutti quegli anni. E non era poco.
Leopoldo, mio padre, era ancora l’uomo gioviale e sicuro nel cui abbraccio mi sarei andata sempre a rifugiare, e di cui desideravo, più che di altri, la complicità. Da quando parte della verità sulla mia identità era stata svelata, mi pareva più tranquillo e spontaneo, come se si fosse anche lui liberato di un peso.
Mia madre Geneviève, invece, era gravata da una malattia sempre più inesplicabile e fastidiosa, che ne stava minando il fisico e la resistenza. Non era mai stata una donna simpatica, non erano stati pochi i momenti in cui avevamo furiosamente litigato, e un tempo soffrivo della lontananza di pensieri che c’era tra noi. Ora che non mi sentivo più in dovere di somigliarle in tutto e per tutto, invece, avevo in parte imparato ad apprezzare i suoi modi e i suoi gusti. Le sue amicizie, le discussioni con cui amava intrattenersi, gli oggetti e i vestiti che le interessavano mi parevano ancora più lontani da me, suoi e non miei e, quindi, curiosi piuttosto che insopportabili. Era come se, avendo infine saputo che non ero sua figlia, credessi di avere trovato una giustificazione biologica al perché, nonostante tutta la sua dedizione nell’educarmi, io non mi fossi lasciata trasformare in una ragazzina di buone maniere.
Alla fine della messa funebre, Alexandra Sophie si allontanò con un semplice cenno di saluto, come se fossimo comunque già d’accordo per incontrarci dopo, in altre circostanze. Io tornai sulla carrozza con il signor Nelson e scoprii di essere doppiamente felice.
Non era lo stato d’animo più opportuno per presenziare a un funerale, ma pazienza.
– Hai visto quante persone, Orazio? Certo che il signor d’Aurevilly doveva essere molto amato… – commentai, mentre ci allontanavamo lungo la riva sinistra della Senna, diretti al nostro appartamento in Rue du Bac. Il signor Nelson le aveva viste, naturalmente, ma non mi rispose n...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Capitolo 1. INCENSO A NOTRE-DAME
- Capitolo 2. UNA GIORNATA DI SORPRESE
- Capitolo 3. DUE INGEGNOSI AMICI
- Capitolo 4. MONSIEUR LABYRINTHE
- Capitolo 5. UN POMERIGGIO DA FILANTROPI (O QUASI)
- Capitolo 6. UNA LUNGA NOTTATA
- Capitolo 7. IL PESO DELL’ATTESA
- Capitolo 8. UN AMICO SCOMPARSO
- Capitolo 9. UNA CONVERSAZIONE TRA AMICI
- Capitolo 10. UN SINISTRO MESSAGGIO
- Capitolo 11. UN FIUME DI PAROLE
- Capitolo 12. SCOMPIGLIO ALLE BRAGHE ROSSE
- Capitolo 13. UNA VISITA AI BASSIFONDI
- Capitolo 14. UN PICCOLO RE
- Capitolo 15. I MISTERI DELLA SENNA
- Capitolo 16. I FRUTTI DELL’OZIO
- Capitolo 17. UNA SCOMMESSA AL BUIO
- Capitolo 18. LOLÒ LA PIUMA
- Capitolo 19. UNA (POCO PIACEVOLE) TRACCIA
- Capitolo 20. LA FURIA DEL DESTINO
- Capitolo 21. ADDII E PROMESSE
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