Tutte le volte che ho scritto ti amo
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Tutte le volte che ho scritto ti amo

  1. 372 pagine
  2. Italian
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Tutte le volte che ho scritto ti amo

Informazioni su questo libro

Da questo libro è stato tratto il film originale Netfilx. Lara Jean tiene le sue lettere d'amore in una cappelliera. Non sono le lettere che qualcuno ha scritto per lei, ma quelle che lei ha scritto: una per ogni ragazzo di cui si è innamorata. L'ultimo si chiama Josh, che è il suo migliore amico, nonché il ragazzo di sua sorella. Un giorno, scopre che tutte le sue lettere d'amore sono state spedite. E quel che è peggio, ricevute. Improvvisamente, la sua vita diventa molto complicata, ma anche molto, molto più interessante...

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2015
eBook ISBN
9788858514627
Print ISBN
9788856644326

1

Josh è il ragazzo di Margot, ma tutta la mia famiglia ha un debole per lui. È difficile dire chi lo ami più di tutti. Prima che fosse il fidanzato di Margot, era semplicemente Josh. E c’era da sempre. Io dico “sempre”, ma non è vero. Si è trasferito di fianco a noi cinque anni fa, ma io ho l’impressione che viva qua da sempre.
A mio papà piace Josh perché è un maschio e mio papà è circondato da femmine. Sul serio: è circondato da donne per tutto il giorno. Fa il ginecologo e ha avuto tre figlie, quindi ha a che fare con donne per tutto il giorno. Gli piace Josh anche perché Josh è appassionato di fumetti e va a pesca con lui. Una volta papà provò a portarci a pesca, e io mi misi piangere quando mi si infangarono le scarpe, Margot si mise a piangere quando il suo libro si bagnò e Kitty pianse perché lei in pratica era ancora una neonata.
A Kitty sta simpatico Josh perché gioca a carte con lei senza annoiarsi. O quanto meno finge di non annoiarsi. Fanno dei patti prima delle partite: se vinco questo turno, dovrai prepararmi un toast al burro di arachidi, senza crosta. Kitty è fatta così. Immancabilmente, capita che il burro di arachidi sia terminato e Josh esclami: «Che peccato, scegli qualcos’altro». Ma poi Kitty lo sfinisce e lui si ritrova a uscire di casa per andare a comprarlo, perché Josh è fatto così.
Se dovessi dire per quale ragione Margot ami Josh, penso che sia perché lo amiamo tutti quanti.
Siamo in salotto, Kitty sta incollando immagini di cani su un cartoncino gigante. Ci sono ritagli ovunque. Mormorando tra sé, dice: «Quando papà mi chiederà cosa voglio per Natale, gli risponderò: “Scegli una qualsiasi di queste razze e siamo a posto”».
Margot e Josh sono sul divano; io sono sdraiata sul pavimento, a guardare la tv. Josh ha preparato una grossa ciotola di popcorn e io sono tutta presa a mangiarli, manciata dopo manciata.
Appare la pubblicità di un profumo: una ragazza corre per le strade di Parigi con uno svolazzante vestito lilla. Cosa non darei per essere quella ragazza con il vestito svolazzante e correre per le strade di Parigi a primavera! Mi metto a sedere così di scatto che mi va di traverso un pop corn. Tra un colpo di tosse e l’altro esclamò: «Margot, incontriamoci a Parigi per le vacanze di Pasqua!». Mi immagino già a volteggiare con un macaron al pistacchio in una mano e uno al lampone nell’altra.
A Margot si illuminano gli occhi. «Pensi che papà ti permetterà di venire?»
«Ma certo. È un viaggio culturale. Non potrà dirmi di no.» Per la verità, non ho mai viaggiato in aereo da sola. E non ho mai lasciato il paese. Margot sarebbe venuta a prendermi all’aeroporto, oppure sarei dovuta arrivare all’ostello da sola?
Josh deve aver notato la mia espressione preoccupata, perché dice: «Non preoccuparti, tuo papà ti farà andare sicuramente, se ci sarò io con te».
Sono raggiante. «Sì! Staremo in ostello e mangeremo pasticcini e formaggio a tutti i pasti.»
«Potremmo visitare la tomba di Jim Morrison!» propone Josh.
«Potremmo andare in una profumeria e farci realizzare una fragranza personalizzata!» dico io esultando, e Josh risponde con uno sbuffo.
«Uhm, penso che farsi preparare una fragranza personalizzata in una profumeria ci costerebbe quanto una settimana in ostello» dice Josh. Dà di gomito a Margot. «Tua sorella ha manie di grandezza.»
«Lei, tra le tre, è quella a cui piace di più mettersi in tiro» concorda Margot.
«E io?» piagnucola Kitty.
«Tu?» dico io schernendola. «Tu non sai neanche cosa significhi mettersi in tiro. Devo implorarti perché tu ti lavi i piedi la sera, figuriamoci per convincerti a farti una doccia.»
Kitty si intristisce e diventa rossa. «Non mi riferivo a questo, scema. Parlavo di Parigi.»
Con aria spensierata, scaccio l’idea con un cenno della mano. «Tu sei troppo piccola per stare in ostello.»
Lei si trascina fino da Margot e le sale in grembo, anche se ha nove anni ed è troppo grande per stare in braccio alle persone. «Margot, mi farai venire, non è vero?»
«Be’, magari potrebbe essere una vacanza di tutta la famiglia» risponde Margot baciandola sulla guancia. «Potreste venire tutti quanti: tu, Lara Jean e papà.»
Mi incupisco. Non è affatto il viaggio a Parigi che immaginavo. Alle spalle di Kitty, Josh mi dice, muovendo solo le labbra: “Ne riparliamo dopo”, e io gli do di nascosto la mia approvazione.
Più tardi, quella sera stessa, Josh se n’è andato da tempo. Kitty e papà dormono. Noi siamo in cucina. Margot è a tavola al computer; io sono seduta accanto a lei, a fare palline con l’impasto per biscotti e rotolarle nello zucchero alla cannella. Un modo per tornare nelle grazie di Kitty. Prima, quando sono andata a darle la buonanotte, lei si è girata di spalle e non mi ha rivolto la parola, perché è ancora convinta che voglia escluderla dal viaggio a Parigi. Ho in mente di sistemare il piatto di biscotti di fianco al suo guanciale, così si sveglierà con il profumo di dolcetti appena sfornati.
Margot è molto silenziosa e poi, dal nulla, alza lo sguardo dal computer e dice: «Stasera ho lasciato Josh. Dopo cena».
Un biscotto mi cade dalle dita e finisce nella ciotola con lo zucchero.
«Voglio dire, era arrivato il momento» aggiunge. Non ha gli occhi rossi; non credo che abbia pianto. Ha una voce calma e piatta. Dà l’impressione di stare bene. Perché Margot sta sempre bene, anche quando non è così.
«Non capisco perché tu abbia dovuto lasciarlo» dico io. «Il fatto che tu stia per iniziare l’università non ti obbliga a lasciarlo.»
«Lara Jean, mi trasferirò in Scozia, non qua vicino. Saint Andrews è lontano più di seimila chilometri.» Spinge in su gli occhiali. «Che senso avrebbe continuare a stare insieme?»
Non riesco a credere che lo abbia detto. «Be’, ma si tratta di Josh. Quel Josh che ti ama più di quanto un ragazzo abbia mai amato una ragazza!»
Margot alza gli occhi al cielo. È convinta che io stia esagerando, ma non è così. È la verità: Josh ama moltissimo Margot. Non rivolgerebbe neppure uno sguardo ad altre ragazze.
D’un tratto mia sorella mormora: «Sai cosa mi raccomandò una volta la mamma?».
«Cosa?» Per un istante, mi dimentico di Josh. Perché non importa cosa io stia facendo; anche se sono nel bel mezzo di una discussione con Margot, anche se sto per essere investita da un’auto, mi fermerò sempre ad ascoltare un aneddoto sulla mamma. Qualsiasi dettaglio, qualsiasi ricordo Margot abbia di lei, voglio averlo anch’io. Io sono messa meglio di Kitty, però. I ricordi che Kitty ha di nostra madre glieli abbiamo tutti regalati noi. Le abbiamo raccontato talmente tanti aneddoti e così tante volte, che adesso sono suoi. «Ricordate quella volta...» esordisce ogni tanto. E poi racconta l’aneddoto come se a quel tempo non fosse stata una neonata.
«Mi ha detto di non andare all’università fidanzata. Non voleva che fossi una di quelle ragazze che piangono al telefono con il fidanzato e dicono “no” quando invece pensano “sì”.»
Margot ha detto sì alla Scozia, penso. Distrattamente, prendo un po’ d’impasto e me lo infilo in bocca.
«Fa male mangiare l’impasto crudo» dice Margot.
La ignoro. «Josh non ti impedirebbe mai di fare qualcosa. Non è il tipo. Ricordi che quando hai deciso di candidarti a rappresentante degli studenti, è stato lui a gestire la tua campagna? Lui è il tuo più grande sostenitore!»
Margot si intristisce e io mi alzo e le getto le braccia al collo. Lei mi sorride. «Sto bene» assicura, ma io so che non è vero.
«Sei ancora in tempo a tornare sui tuoi passi, sai. Puoi andare da lui e dirgli che hai cambiato idea.»
Margot scuote il capo. «È finita, Lara Jean.» La lascio andare e lei chiude il portatile. «Quando sarà pronta la prima infornata? Ho fame.»
Guardo il contaminuti magnetico sul frigo. «Mancano quattro minuti.» Torno a sedermi e aggiungo: «A me non importa quello che dici tu, Margot. Tra voi due non è finita. Tu lo ami troppo».
«Lara Jean» comincia con il suo tono paziente, come se io fossi una bambina e lei una saggia donna di quarantadue anni.
Le agito un cucchiaio d’impasto davanti al naso, lei esita e poi apre la bocca. La imbocco come una neonata. «Aspetta e vedrai che un giorno tu e Josh tornerete insieme.» Mentre lo dico, però, mi rendo conto che non è vero. Margot non è tipo da lasciare un ragazzo e poi tornarci per capriccio; quando decide una cosa, lo fa una volta per tutte. Senza tentennamenti, senza rimpianti. E se dice che è finita, è finita.
Quanto vorrei (e questo è un pensiero che ho avuto un’infinità di volte) somigliare di più a lei. Perché a volte ho l’impressione di non saper mettere la parola fine alle cose.
Più tardi, dopo aver lavato i piatti e messo i biscotti sul guanciale di Kitty, vado in camera mia. Non accendo la luce. Vado alla finestra. La luce di Josh è ancora accesa.

2

La mattina seguente, mentre Margot sta preparando il caffè e io sto versando i cereali nella tazza, dico la cosa che mi gira in testa da tutta la mattina: «Tanto perché tu lo sappia, papà e Kitty ci rimarranno molto male». Qualche attimo prima, mentre mi lavavo i denti assieme a Kitty, ho avuto la tentazione di vuotare il sacco, ma Kitty era ancora arrabbiata con me, così sono stata zitta. Non mi ha neppure ringraziata per i biscotti, anche se so che li ha mangiati perché sul piatto sono rimaste solo le briciole.
Margot fa un sospiro profondo. «Dunque dovrei rimanere con Josh solo per accontentare te, papà e Kitty?»
«No, te lo sto solo facendo presente.»
«Ad ogni modo, Josh non verrà spesso qui quando mi sarò trasferita.»
A questo non avevo pensato. Josh veniva a trovarci ben prima che si fidanzassero, dunque perché dovrebbe smettere? «Che dici? A Josh sta molto simpatica Kitty.»
Margot preme il pulsante di accensione della macchina del caffè. La osservo attentamente, perché è sempre stata lei a preparare il caffè mentre io non l’ho mai fatto, e ora che sta per partire (mancano solo sei giorni), sarà meglio che impari. Di spalle, commenta: «Potrei anche evitare di raccontarglielo, a Kitty e a papà, che mi sono lasciata».
«Uhm, secondo me lo scopriranno, quando non lo vedranno all’aeroporto, Gogo.» Gogo è il soprannome che ho dato a Margot. Come nell’espressione francese à gogo. «Quante tazze d’acqua ci hai messo? E quanto caffè?»
«Te lo scriverò nel taccuino» mi assicura mia sorella.
Teniamo un taccuino vicino al frigorifero. Un’idea di Margot, ovviamente. Ha tutti i numeri importanti, gli appuntamenti di papà e i turni per accompagnare Kitty a scuola. «Devi scrivere anche il numero della nuova tintoria» dico io.
«Già fatto.» Margot affetta una banana da mettere nei suoi cereali: ogni fetta è sottile e perfetta. «E comunque, Josh non sarebbe venuto con noi all’aeroporto. Sai quanto io detesti gli addii tristi.» E sfoggia un’espressione, come a dire: “Uffa, le emozioni”.
Lo so bene.
Quando Margot ha deciso di andare a studiare in Scozia, ho vissuto la cosa come un tradimento. Anche se sapevo che prima o poi sarebbe successo, perché era scontato che sarebbe andata all’università in un posto lontano. E che avrebbe scelto la Scozia e l’antropologia, perché lei è Margot, la ragazza con le mappe, le guide e i progetti. Era scontato che un giorno ci avrebbe lasciati.
Sono ancora arrabbiata con lei. Solo un po’. Ovviamente, so che non è colpa sua. Ma andrà a vivere lontanissimo, mentre ci dicevamo che saremmo rimaste per sempre le Song. Margot la prima, io quella di mezzo e Kitty l’ultima. Sul suo certificato di nascita si chiama Katherine, ma per noi è Kitty. A volte la chiamiamo Gattina, perché è così che la definii io quando nacque: era pelle e ossa e spelacchiata.
Noi siamo le tre Song. Un tempo eravamo in quattro. La mia mamma, Eve Song. Evy per mio padre, mammina per noi, Eve per tutti gli altri. Song è (era) il cognome di mia madre. Il nostro cognome è Covey, ma la ragione per cui siamo le Song e non le Covey è che mia madre diceva che sarebbe rimasta una Song per tutta la vita, e Margot disse che la stessa cosa doveva valere anche per noi. Tutte e tre abbiamo Song come secondo nome, e comunque sembriamo più Song che Covey, più coreane che bianche. Quanto meno io e Margot; Kitty assomiglia di più a papà: ha i capelli castano chiaro come lui. La gente dice che sono io quella che assomiglia di più alla mamma, ma secondo me è Margot, con i suoi zigomi alti e i capelli scuri. Ormai sono passati sei anni da quando se n’è andata, e a volte mi sembra che sia stata qua con noi fino a ieri, mentre altre volte ho l’impressione che sia esistita solo nei sogni.
Aveva lavato i pavimenti quella mattina; erano splendenti e c’era odore di limone e pulito per tutta la casa. Squillò il telefono in cucina e lei corse a rispondere, e scivolò. Sbatté la testa sul pavimento e rimase incosciente, ma poi si riprese e disse di stare bene. Quello fu il suo momento di lucidità. Lo chiamano così. Poco dopo disse di avere mal di testa, andò a sdraiarsi sul divano e non si svegliò più.
Fu Margot a trovarla. Aveva dodici anni. Si occupò di tutto; chiamò i soccorsi; chiamò papà; mi disse di stare attenta a Kitty, che aveva solo tre anni. Accesi la tv per Kitty nella stanza dei giochi e mi sedetti con lei. Non feci altro. Non so cosa avrei fatto, se non ci fosse stata Margot. Anche se lei ha solo due anni più di me, la considero un modello.
Quando gli adulti scoprono che mio papà è un padre single con tre figlie, scuotono il capo con ammirazione come se si chiedessero: “Come fa a gestire tutto quanto da solo?”. La risposta è Margot. Lei è stata un’organizzatrice fin dall’inizio, etichettando, programmando e disponendo tutto in file ordinate.
Margot è una brava ragazza, e immagino che io e Kitty abbiamo seguito il suo esempio. Io non ho mai imbrogliato, non mi sono mai ubriacata, non ho mai fumato una sigaretta e non ho neanche mai avuto un ragazzo. Per prendere in giro papà, gli diciamo che è fortunato ad avere delle figlie...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Tutte le volte che ho scritto ti amo
  3. 1
  4. 2
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  51. 49
  52. 50
  53. 51
  54. 52
  55. 53
  56. 54
  57. 55
  58. 56
  59. 57
  60. 58
  61. 59
  62. 60
  63. 61
  64. 62
  65. 63
  66. 64
  67. 65
  68. 66
  69. 67
  70. 68
  71. 69
  72. 70
  73. 71
  74. 72
  75. Ringraziamenti
  76. Copyright