Buongiorno professoressa
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Buongiorno professoressa

La scuola è una favola

  1. 264 pagine
  2. Italian
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Buongiorno professoressa

La scuola è una favola

Informazioni su questo libro

Marina è dolce, romantica, indocile, e ha una doppia vita: per i colleghi e gli studenti è un'insegnante capace, entusiasta, che vive il suo lavoro come una serissima e meravigliosa missione. Ma di sera, quando rientra nella casetta che divide con l'anziana madre e un'adorabile tribù di gatti, entra in una dimensione misteriosa che solo lei conosce: quella delle fiabe, di cui è da sempre un'appassionata lettrice. È il suo mondo magico, in cui si immerge per rigenerarsi e tornare più forte a una quotidianità forse troppo solitaria.
Ma la magia è un fenomeno strano, imprevedibile, può persino succedere che, senza preavviso, fuoriesca dalle pagine dei libri e inondi di raggi colorati la vita di tutti i giorni. A volte basta poco: anche un caleidoscopio trovato su una bancarella e una cravatta sgualcita possono diventare oggetti incantati. E trasformare goffe ragazzine in sfavillanti principesse, evocare inquietanti gatti neri, far sbocciare amori impensati. O addirittura restituire a vecchi bambini disillusi il loro antico, fanciullesco spirito di burattino.
Vauro Senesi torna a raccontare il mondo della scuola, questa volta giocando con le favole in chiave contemporanea. Perché niente come una fiaba illumina le nostre vite nascoste.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2016
eBook ISBN
9788858516393
Print ISBN
9788856656411

PINO

Uno scricchiolio. Appena uno scricchiolio. Basso, segreto, quasi impercettibile, ma ostinato, costante.
“Un tarlo che mastica il legno, nascosto nel suo minuscolo cunicolo” si dice Pino non potendo fare a meno di ascoltarlo. Fastidioso e intrigante come un mistero.
È da quando si è svegliato che se lo sente nelle orecchie, dentro la testa. Ha scrutato con attenzione meticolosa la sedia, il comò, le ante dell’armadio a muro e tutto ciò che è di legno nel monolocale dove vive, alla ricerca di una traccia di tarlo, ma niente.
Si è rasato osservando il proprio riflesso nello specchio del bagno, sopra il lavandino. Una doccia rapida, poi si è infilato la solita vecchia giacchetta, talmente stropicciata che pare fatta di carta. È uscito sbattendosi dietro la porta, ma lo scricchiolio lo ha seguito per le scale, in strada e fin dentro l’autobus, il trentacinque barrato, sovraffollato come sempre.
Odori, umori, voci e silenzi, sguardi distanti e corpi vicini, troppo vicini. Pressato tra i passeggeri, sballottato dalla marcia del mezzo, Pino sperava di perdere lo scricchiolio nella calca. Che gli cadesse giù dalle orecchie, come una monetina che cade dalla tasca e non c’è spazio per chinarsi a raccoglierla e comunque non ne vale la pena, “cinque miseri centesimi di rame. Non è mica una moneta d’oro, cazzo!”… E la monetina gli è davvero caduta dalla tasca, mentre ci frugava dentro con la mano in cerca di un fazzoletto di carta per soffiarsi il naso.
“Che palle! Spendo mezzo stipendio in salviette…”
Sì, perché il naso gli cola e gli prude quasi di continuo, qualunque sia la stagione. Si è fatto visitare da almeno tre diversi otorinolaringoiatri, spendendo l’altro mezzo stipendio. Allergia, è stata la diagnosi unanime. Ma allergia a cosa? Polvere, polline, acari? Duemila test e non si è venuti a capo di nulla.
«Me lo segherei, questo naso di merda» ha imprecato a mezza voce scendendo dall’autobus dopo essersi fatto largo a gomitate per raggiungere l’uscita.
E con lui è sceso anche lo scricchiolio.
Prurito al naso, scricchiolio nelle orecchie. La giacchetta ancora più stazzonata dopo il bagno di folla nel mezzo pubblico. Se possibile, Pino è ancora più di malumore del solito.
«Buongiorno, Maestro.»
Entrando di corsa nell’atrio della scuola elementare C. Lorenzini, ha un soprassalto quando la voce nasale dei due bidelli lo colpisce di sorpresa alle spalle, dalla penombra del sottoscala dove stanno in agguato.
“Tagli ovunque. In questa maledetta scuola, invece addirittura due bidelli” si dice stizzito.
Non gli stanno simpatici per niente. Il primo, bassotto, con il viso largo e un paio di baffetti setolosi. L’altro, alto, allampanato, con un sorrisetto mellifluo stampato sul muso affilato. Tutti e due avvolti in identiche palandrane grigie e smunte.
«Buongiorno, buongiorno!» bofonchia, rispondendo di malavoglia al loro saluto.
Mentre affretta il passo verso il corridoio per raggiungere la sua aula, con la coda dell’occhio coglie il gesto del bidello alto, che picchiettando sul quadrante mostra l’orologio al collega con aria di compiaciuta disapprovazione.
“Sono in ritardo. Va bene, sono in ritardo. Può capitare, no?” borbotta tra sé e sé. “Ma certo. Voi due stronzi non perdonate, non è vero? Su, su, correte a far la spia a quella vecchiaccia della Direttrice.”
Vecchiaccia, sì, ma non tanto da giustificare lo stupidissimo colore azzurrino dei suoi capelli, che tiene raccolti dietro la nuca in una crocchia. L’azzurrino tipico della colorazione che le parrucchiere fanno al crine residuo delle vecchie di paese.
«Di nuovo in ritardo, eh?» gli dirà con la sua voce chioccia e falsamente gentile. «Guardi, signor Maestro, io posso capire una volta, due… ma i suoi ritardi si stanno moltiplicando, non posso garantire che questo non influirà sulla mia valutazione nei suoi confronti. Ne va della mia correttezza deontologica.»
“E che balla le racconto, stavolta? Zia malata? Sciopero dei mezzi pubblici? Improvviso colpo della strega? Cavolo! Ne ho usate così tante che non so più cosa inventarmi.”
Pino riflette, fermandosi per stropicciarsi il naso con l’ultimo fazzolettino di carta rimastogli.
Terza C.
Si blocca a leggere la scritta verniciata sulla porta chiusa, neanche la vedesse per la prima volta e non si trattasse dell’aula della sua classe. Quella dove viene tutti i santi giorni, eccetto il sabato e la domenica, dall’inizio dell’anno scolastico.
Dall’interno proviene un fracasso pazzesco.
Un coro stonato di grida e risate infantili inframmezzato da colpi sordi di sedie e banchi che si rovesciano sul pavimento.
Uno schiamazzo talmente forte da coprire per un momento lo scricchiolio.
Pino allunga la mano verso la maniglia della porta muovendosi al rallentatore per gustarsi, un po’ sadicamente, l’effetto che sortirà il suo spalancarsi improvviso.
«Che cos’è questa gazzarra?»
Nell’attimo stesso in cui irrompe nell’aula, il tempo si ferma per incanto. Quella che una frazione di secondo prima era una scena di movimentatissimo caos si cristallizza, inchiodata in un fotogramma immobile e statico. Ventiquattro paia di occhi sgranati con lo sguardo bloccato, puntato su di lui. Anzi ventitré, perché lo sguardo appartenente a Luciano vaga qua e là a mezza palpebra con aria di ostentato disinteresse sopra un sorrisetto di sfida.
Pino gode ogni volta che constata quanto timore è capace di infondere nei suoi alunni. No, non tanto perché sia davvero un sadico, quanto perché la loro soggezione gli risparmia fatica. La fatica di conoscerli, di rispondere alle loro domande e di entrare in una relazione con loro diversa dalla routine. Lezione, compito, giudizio sul registro.
Il suo perenne malumore non gli permette altro che la routine, e già è un bello sforzo sopportarla. Peccato che ci sia Luciano.
Perché Luciano non sta al gioco. Lo sfida lateralmente a colpi di sorrisetti strafottenti e di sguardi che non sono mai diretti, ma vaghi e sfuggenti come quello che sta sfoggiando anche ora.
«Luciano!» abbaia, cercando di imprimere nel tono della voce il massimo grado di fermezza e autorità.
Tutti si sono già sistemati ai loro posti. Tutti, dopo aver guardato lui, guardano Luciano. Luciano non guarda nessuno.
«Sì, Maestro?» gli risponde dopo una lunga pausa, quasi il richiamo gli fosse giunto come un’eco da un altro universo.
Lo scricchiolio nelle orecchie di Pino sale di intensità insieme alla rabbia, tanto che pare il sibilo di un trapano o di una sega elettrica.
«Luciano, guardami quando ti parlo!» sbotta.
Lente come un’eclissi, le pupille del ragazzino si spostano, ma senza guardarlo veramente. I suoi occhi sono persi in un punto indefinito alle sue spalle, o forse davanti, o di lato, o chissà dove. Ovunque eccetto che su di lui.
“Piccolo stronzo” pensa Pino accomodandosi dietro la cattedra.
Abbozza, abbozza sempre con Luciano. In fondo, quel piccolo stronzo che, a quanto pare, non ha paura di lui lo diverte e lo intriga.
No, proprio non è capace di mantenere viva la rabbia verso di lui. Non più del tempo in cui si consuma la fiammella di un cerino. Casomai è il fatto di non riuscire a rimanere arrabbiato con lui, a farlo incazzare.
«Bene, prendete il…»
Pino interrompe la frase a metà. È perplesso. C’è qualcosa di strano, non sa nemmeno lui cosa. Gli alunni lo stanno osservando con espressione interrogativa.
«Sì, prendete il…»
Lo scricchiolio, ecco cosa. Non sente più lo scricchiolio.
«Prendete il sussidiario» conclude finalmente.
Non sa se sentirsi sollevato o in ansia per quell’inattesa scomparsa.
Per un attimo, il fruscio delle pagine dei libri che vengono aperti sui banchi lo calma.
Pino ha una relazione, una storia che si trascina stancamente da qualche anno, non saprebbe nemmeno dire quanti. Ha un problema con la memoria. Se prova a guardarsi indietro, i ricordi recenti gli appaiono avvolti in una nebbia che ne confonde i contorni. Quelli remoti, invece, affondano in un’oscurità impenetrabile.
La storia con Marina è rimasta incagliata tra il passato e il presente. Non va né avanti né indietro, come una bottiglia di plastica vuota che galleggia incastrata tra gli scogli. Indifferente a correnti e maree.
Indifferente è per Pino il fatto che stasera non vedrà Marina.
Scusami, sai, ma ho avuto una giornata pesante. Stasera no, proprio non ce la faccio a uscire. Sono stanchissima… Credo che me ne andrò a dormire prestissimo… Domani, Legnetto mio, magari ci vediamo domani, eh?
“Legnetto. Che cazzo di soprannome stupido!” Al pensiero gli rimonta dentro l’irritazione.
«Sarai morbida tu!» sbotta ad alta voce, come se Marina fosse lì presente davanti a lui. «Pelle e ossa, ecco cosa sei!»
In effetti Marina è una donna magrissima, al limite dell’anoressia, ed è stata proprio la sua magrezza ad affascinarlo il giorno in cui l’aveva conosciuta. Pino non ricorda dove e quando.
Certo, anche lui è secco come un chiodo e asciutto, per l’appunto, come un ciocco di legno stagionato. Ma in fondo sa bene che il soprannome che Marina gli ha appioppato non dipende tanto dal suo aspetto fisico, quanto dalla sua rigidità. Rigidità mentale e anche fisica, a sentir lei, ed è questo a farlo indispettire.
«Pure a letto…» Pino si mette a imitare la voce di lei tappandosi il naso con due dita. «Ma come ti muovi? Sembri legato. Dai, rilassati un po’, lasciati andare, sembri un pezzo di legno…» E poi: «Baciami qua, carezzami là…».
«Lasciati andare un accidenti!» si risponde con la sua voce normale. «Come diavolo potrei lasciarmi andare, se mentre facciamo l’amore continua a criticarmi e a darmi ordini neanche fossi un soldatino?»
“Ma chi se ne frega!” pensa alla fine con un’alzata di spalle.
Tanto ormai sono piuttosto rare le volte che lui e Marina fanno all’amore e quelle poche volte per lui è più una fatica che un piacere. Un ordine a cui obbedisce, come tanti altri che esegue più o meno disciplinatamente, inclusi quelli che si dà da solo per regolamentare la sua vita e non cadere preda del panico.
“Qualcosa però dovrò pur mangiare” si dice, visto che la cena con Marina è saltata.
La luce del frigorifero che ha aperto gli si proietta in viso dandogli un’espressione spettrale, desolata. Ma non quanto l’interno del frigo stesso.
Un deserto di ghiaccio con i resti di una spedizione polare finita in tragedia, un cartone di latte vuoto, le carcasse mummificate di due pomodori avvizziti… Ma laggiù, in fondo allo scomparto… “Ma sì, un uovo! Meglio di nulla.”
Pino lo raggiunge, lo afferra e chiude lo sportello del frigo.
Sul fornello giace una padella. Chissà da quanto. Il fondo è ancora sporco dell’unto di un fritto ormai antico.
“Perfetto! Così non ho nemmeno bisogno dell’olio.”
Pino picchietta il guscio dell’uovo sul piano cucina per incrinarlo. Lo apre lasciando cadere il contenuto nella padella.
«Merda!»
Una zaffata di odore sulfureo gli sale alle narici. Il naso reagisce iniziando subito a colare. Mentre se lo asciuga con la manica, Pino osserva con raccapriccio il cadavere del tuorlo in avanzato stato di putrefazione che si espande molliccio sul fondo scuro della padella, come un ectoplasma verdastro.
“È marcio!”
Per liberarsi della puzza, gli dà degna e rapida sepoltura nella pattumiera sotto il lavandino.
“E adesso cosa mangio?” si chiede sconsolato mentre il coperchio della pattumiera cala a coprire la tomba dell’uovo.
“Esci e vai in pizzeria” ordina a se stesso.
Fuori cade una pioggerellina serale molesta.
“Però no… Ma chi se ne frega! Tanto mi è passata la fame.”
Pino disobbedisce al proprio ordine. Ogni tanto gli capita di disobbedire.
Si butta sul divano a corpo morto, preme il tasto ON del telecomando e si lascia inondare dalla luce tremula e azzurrognola del televisore.
Voci che si sovrappongono.
«Mi lasci finire!»
«Lei ha parlato più di me…»
«Io l’ho lasciata parlare, adesso lasci parlare me!»
«Per favore… Così i telespettatori...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. BUONGIORNO PROFESSORESSA
  4. MARINA
  5. PINO
  6. Copyright