Da che parte stare
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Da che parte stare

Per ricordare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

  1. 144 pagine
  2. Italian
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Da che parte stare

Per ricordare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Informazioni su questo libro

Sono passati vent'anni da quando, nelle stragi di Capaci e di via d'Amelio, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati assassinati dalla mafia insieme agli agenti della scorta. Alberto Melis, attraverso le parole delle loro sorelle, Maria Falcone e Rita Borsellino, ricostruisce l'infanzia dei due magistrati con l'intento di ricordare ai ragazzi il loro esempio, ma anche di dare un messaggio di speranza. Perché la mafia si può davvero sconfiggere se tutti noi, anche da piccoli, facciamo il nostro dovere, come diceva Falcone, e scegliamo di stare dalla parte giusta del mondo. Quella dell'onestà.

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Informazioni

Anno
2015
eBook ISBN
9788858514276
Print ISBN
9788856631173

Paolo e lo schiaffo del padrino

Paolo e lo schiaffo del padrino
Dal punto in cui un tempo sorgeva il palazzo di via Castrofilippo in cui abitava la famiglia Falcone sino al numero 57 di via Vetriera, dove oggi una targa ricorda il luogo di nascita di Paolo Borsellino, corrono appena trecento passi.
E anche in questo caso il trascorrere del tempo, insieme alle mille vicissitudini che hanno infierito sull’antico quartiere della Kalsa, impongono a chi visita il posto un esercizio di fantasia. La casa su cui spicca la targa, infatti, non è la stessa dove abitava la famiglia Borsellino, ma una nuova costruzione che ha sostituito la vecchia dapprima abbandonata e poi distrutta quasi completamente da un incendio.
La costruzione originaria era un palazzotto a due piani. Al primo, il cosiddetto “piano nobile”, vivevano i marchesi Salvo, che erano i proprietari dell’intero edificio. Al secondo, dato in affitto, vivevano invece Diego Borsellino e Maria Lepanto, che nel 1935 si erano sposati e due anni più tardi avevano messo al mondo Adele, la loro primogenita.
Come l’appartamento della famiglia Falcone, anche quello dei Borsellino era molto accogliente: dieci grandi stanze con i soffitti decorati da affreschi e i pavimenti di ceramica dipinti a mano. E in più uno spazioso terrazzo.
Diego Borsellino e Maria Lepanto erano entrambi farmacisti. La loro farmacia, una delle più antiche di Palermo (avviata alla fine dell’Ottocento dal padre di Diego), si trovava nella stessa via Vetriera, ad appena trenta passi da casa.
Con ogni probabilità, il 19 gennaio del 1940, un venerdì, la farmacia restò chiusa. Perché nell’appartamento al secondo piano del palazzotto dei marchesi Salvo Maria Lepanto aveva messo al mondo il suo secondogenito, che venne chiamato come il nonno paterno, Paolo.
Fu certo un giorno di gran gioia, quello, per i genitori del nuovo nato, ma anche per i suoi nonni materni e per lo zio Ciccio, che vivevano insieme a loro. Una gioia sulla quale, però, già si addensavano fosche nubi. Subito dopo l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, avvenuta il 10 giugno dello stesso anno, infatti Diego Borsellino, il padre di Paolo, dovette abbandonare Palermo.
L’esercito l’aveva richiamato in servizio e gli aveva dato l’incarico di dirigere la farmacia dell’ospedale militare di Alcamo, un grosso centro abitato che si affaccia sul golfo di Castellamare, in provincia di Trapani.

Tra le casette inquacinate di Alcamo

Dei primissimi anni di vita di Paolo non sappiamo molto. Anche lui, come Giovanni Falcone, era un bambino con l’argento vivo addosso. E, sin da quando era molto piccolo, si era affezionato in modo particolare allo zio Ciccio, fratello di sua madre, che aveva fatto la guerra d’Abissinia e raccontava spesso mirabolanti e pittoresche storie sull’Africa. Quando Maria Lepanto, a causa delle incursioni aeree su Palermo, raggiunse suo marito Diego portandosi dietro Adele e Paolo, insieme a loro arrivò ad Alcamo anche lo zio Ciccio.
Qui, nella caratteristica cittadina dalle case inquacinate, cioè imbiancate con la calce viva (una tradizione risalente ai tempi della dominazione araba), i Borsellino trascorsero tutti gli anni del conflitto, salvo che per un breve periodo in cui Maria tornò a Palermo per mettere al mondo il suo terzogenito, Salvatore, nato l’11 aprile del 1942.
Certo, i tempi della guerra non furono facili neppure per Paolo e per la sua famiglia, sia per la paura dei bombardamenti sia per la penuria di generi alimentari. Ma almeno poterono godere di un privilegio a tanti altri negato. Nella cittadina, infatti, dove era attiva una “Officina Elettrica” fondata da un personaggio all’epoca quasi mitico, Giuseppe Apostolo, un brianzolo trasferitosi da più di un ventennio in Sicilia, la luce nelle case non mancò quasi mai.
Dopo lo sbarco dell’esercito alleato in Sicilia, quando nel luglio del 1943 gli americani fecero il loro ingresso ad Alcamo tra due ali di folla festante, anche Paolo avrà modo di vedere per la prima volta i soldati yankees. Ma, a differenza degli altri bambini della cittadina, a lui e a Adele non sarà permesso di avvicinarli. Anche sua madre Maria, infatti, come la madre di Giovanni Falcone, aveva creduto ai richiami patriottici del fascismo. E nella rotta rovinosa dell’esercito italiano percepiva non solo il sapore della sconfitta, ma soprattutto un futuro carico di incertezze.
Sarà invece magnanimo anche per i Borsellino il futuro di libertà e di pace che si concretizzerà per tutti gli italiani dopo la definitiva disfatta del fascismo. Nessuno della famiglia restò vittima della guerra e tutti poterono far ritorno a Palermo, dove il 2 giugno del 1945 Maria mise al mondo un’altra bambina, Rita, la sorella minore di Paolo.

Il quaderno di Diego

Maria Lepanto conservò sempre un buon ricordo degli anni in cui la sua famiglia visse nella casa di via Vetriera. «Per strada un saluto a chiunque s’incontra» dirà. «È una comunità, la Magione; si respira la stessa atmosfera dei paesini in cui tutti conoscono tutti.»1
Anche se, al loro ritorno da Alcamo, l’intero quartiere della Kalsa era profondamente mutato. Durante la guerra molte case erano state distrutte, non solo dalle bombe sganciate dagli aerei ma anche dalla devastante esplosione di una nave carica di armi e munizioni che era ancorata nel porto di Palermo. Molte persone erano dovute andar via. E molte altre, tra quelle rimaste, soprattutto pescatori, operai e piccoli artigiani, vivevano in condizioni di grande povertà.
In questa situazione tanto degradata i farmacisti Diego e Maria, che tutti chiamavano “i dottori”, diventarono grazie alla loro generosità il punto di riferimento di molte famiglie.
«Mio padre in quegli anni aveva preso l’abitudine» racconta Rita Borsellino «di annotare su un quaderno i debiti di tutti quelli che acquistavano le medicine a credito, perché non potevano permettersi di pagarle». E quando il quaderno era pieno zeppo di nomi e cifre, immancabilmente, Diego Borsellino lo buttava via, perché non se la sentiva di chiedere niente a nessuno. «Mio padre sosteneva che sino a quando i suoi figli avrebbero avuto di che mangiare e di che curarsi» ricorda Rita «anche i bambini delle altre famiglie del quartiere avrebbero avuto la stessa opportunità».
Lo straordinario esempio di Diego Borsellino, un uomo dal carattere burbero che la gente a volte chiamava U’ Vuciazzaru, per i suoi modi bruschi e il suo tono di voce altissimo, portò la gente a riversare sui suoi figli la stessa stima e lo stesso affetto. E forse, chissà, furono proprio questa stima e questo affetto che procurarono al piccolo Paolo un regalo a cui lui teneva in modo particolare.
«A pochi passi dalla nostra farmacia» racconta ancora Rita «c’era la bottega di un vecchietto, il signor Bagnasco, che costruiva giocattoli di cartapesta. Non so se fosse stato mio padre o lo stesso signor Bagnasco a regalarglielo, ma Paolo possedeva uno di questi giocattoli, un cavalluccio, da cui non si separava mai».
Sul cavalluccio di cartapesta di Paolo si scherzò poi a lungo in famiglia. Perché per un certo periodo, entrando nella camera che lui divideva col fratello Salvatore, che tutti chiamavano Totò, si avvertiva un odore inspiegabilmente nauseabondo.
«Solo dopo un po’ nostra madre scoprì che Paolo aveva fatto un buco nel cavalluccio» spiega Rita, illuminandosi nel ricordo «e che ogni giorno lo nutriva infilandogli in pancia del cibo, che poi naturalmente marciva!».
Non era solo l’irrefrenabile fantasia, però, il tratto distintivo del carattere di Paolo. Alla vigilia del suo primo anno scolastico era un bambino dalla parlantina sciolta e dalla strabiliante memoria. Capace di recitare, un po’ per gioco e un po’ per compiacere chi lo stava a sentire, l’intero Credo in latino. Era animato da un’insaziabile curiosità che lo portava a incalzare gli adulti e a chiedere loro il perché di ogni cosa. Agiva d’impulso ed era dotato di una particolare sensibilità che gli permetteva di cogliere gli stati d’animo di chi gli stava vicino.
Quando viene iscritto in prima elementare all’istituto “Francesco Ferrara”, il grande edificio a ridosso di piazza Magione ancora oggi frequentato dai bambini della Kalsa, la madre ogni mattina lo fa accompagnare a scuola dalla balia. Sino a quando, di punto in bianco, Paolo impone alla donna di non dargli più la mano e di seguirlo a una decina di passi di distanza.
«Rimango turbata, colpita» racconterà poi Maria Lepanto. «Temo che Paolo voglia mantenere le distanze da una persona meno abbiente di lui.»
Ma quando gli chiede spiegazioni scopre che la verità è un’altra. Paolo non voleva essere accompagnato dalla balia perché si era accorto che i suoi compagni, molti dei quali provenivano dalle famiglie più povere del quartiere, lo guardavano con ammirazione ma anche con invidia. E lui non voleva sentirsi diverso.
Da quel giorno il secondogenito di casa Borsellino, che ha poco più di sei anni, ogni mattina uscirà di casa da solo. Da solo percorrerà l’animata via Vetriera e raggiungerà la scuola, per vivere e confrontarsi coi suoi compagni da pari a pari. L’unico modo, in un quartiere come la Kalsa, per essere rispettati davvero.
1. Questo e tutti gli altri brani in cui a parlare è Maria Lepanto sono tratti dal volume Paolo Borsellino di Umberto Lucentini (San Paolo Edizioni, Milano 2006).

Uno strano virus

Gli effetti devastanti del conflitto mondiale sulla piana della Magione finirono per pesare anche sui bilanci della famiglia Borsellino.
Nonostante i minori introiti della farmacia, però, nella grande casa in via Vetriera la vita continuò a scorrere nel verso giusto. I bambini avevano a disposizione per i loro giochi, oltre le loro camere, anche il vasto terrazzo. E i pranzi e le cene, soprattutto la domenica, erano sempre molto animati. «Nostra madre faceva il possibile per accontentare soprattutto noi ragazzi» ricorda Rita Borsellino. «Un giorno cucinava il p...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Da che parte stare
  4. Il Grande Attentato
  5. Giovanni tra la Kalsa e il mare
  6. Paolo e lo schiaffo del padrino
  7. Da che parte stare
  8. Chi è Alberto Melis?
  9. Chi è Paolo D’Altan?
  10. Copyright