Per il bene della Repubblica, June e Day hanno rinunciato all'amore che provano. In cambio, June è tornata nelle grazie dell'élite, mentre Day ha raggiunto i vertici della gerarchia militare. Purtroppo è esattamente per il bene della Repubblica che sono chiamati di nuovo a lavorare fianco a fianco. Ma le richieste del nuovo governo non si limitano a questo. June dovrà convincere l'unica persona che ama a sacrificare tutto quello a cui tiene per salvare migliaia di vite sconosciute. Il che significa usare il proprio fascino, non dire tutto, fingere una convinzione che non ha e, quel che è peggio, sapere che Day non saprà rinunciare a fare la cosa giusta, costi quel che costi. Fra colpi di scena e suspense, la trilogia distopica ambientata in un'America divisa fra Colonie e Repubblica arriva al suo gran finale.

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9788856621365
JUNE
ALLE 08:10 DEL MATTINO SUCCESSIVO al banchetto d’emergenza, mi chiama Anden. «Si tratta del capitano Bryant» mi dice. «Ha espresso il suo ultimo desiderio… e il suo ultimo desiderio è vedere te.»
Mi siedo sul bordo del letto e sbatto le palpebre per scacciare una notte di sonno agitato, cercando di trovare le energie per capire quello che mi sta dicendo.
«Domani lo trasferiamo in una prigione dall’altra parte di Denver per prepararlo al suo ultimo giorno. Ha chiesto di vederti prima di allora.»
«Che vuole?»
«Qualunque cosa abbia da dire, vuole che siano soltanto le tue orecchie ad ascoltarla» continua Anden. «Ricorda, June, puoi rifiutarti. Non siamo tenuti ad accogliere la sua richiesta.»
Domani Thomas sarà morto. Mi domando se Anden provi alcun rimorso nel mandare un soldato al patibolo. Il pensiero di trovarmi davanti a Thomas in una cella mi dà i brividi, ma mi controllo. Magari ha qualcosa da dirmi su mio fratello. Voglio ascoltarlo?
«Va bene» rispondo alla fine. «E speriamo che sia l’ultima volta.»
Anden deve notare qualcosa nel mio tono, perché le sue parole si addolciscono. «Puoi starne certa. Darò disposizioni per la tua scorta.»
ORE 09:30.
PENITENZIARIO DI STATO, DENVER.
L’ala in cui sono detenuti Thomas e il comandante Jameson è illuminata da luci fredde e fluorescenti, i miei passi riecheggiano contro il soffitto. Sono affiancata da molti soldati, ma a parte noi il corridoio appare vuoto e sinistro. Appesi alle pareti ci sono i ritratti di Anden. I miei occhi rimangono concentrati su ogni singola cella che superiamo, le studio, ne elaboro i particolari a mente per restare calma e concentrata (nove metri per nove, pareti lisce d’acciaio, vetro antiproiettile, telecamere montate all’esterno invece che all’interno. La maggior parte è vuota e quelle occupate ospitano tre dei senatori che hanno cospirato contro Anden. L’intero piano è riservato ai prigionieri coinvolti nel tentato omicidio di Anden).
«Se dovesse avere qualsiasi tipo di problema,» mi dice uno dei soldati, toccandosi il bordo del cappello in modo galante «non esiti a chiamarci. Quel traditore non avrà neanche il tempo di alzare un dito.»
«Grazie» rispondo, gli occhi sempre fissi sulle celle nonostante ormai manchi poco. So che non avrò bisogno di fare quello che il soldato mi ha appena detto, perché so che Thomas non disubbidirebbe mai all’Elector cercando di farmi del male. Thomas è molte cose, ma non un ribelle.
Raggiungiamo la fine del corridoio dove ci sono due celle adiacenti, ognuna sorvegliata da due piantoni.
Qualcuno si agita nella cella più vicina a me. Mi volto in direzione del movimento. Non ho neanche il tempo di studiare la cella prima che una donna si aggrappi alle sbarre d’acciaio. Balzo all’indietro, poi soffoco il grido che mi sale in gola nel ritrovarmi a guardare in faccia il comandante Jameson.
Fissandomi negli occhi, mi sorride in un modo da darmi i sudori freddi. Ricordo quel sorriso: è lo stesso che aveva la notte in cui Metias è morto, quando mi accolse come cadetto nella sua pattuglia. Non c’è alcuna emozione in quel sorriso, nessuna compassione, né odio. Poche cose mi spaventano, e trovarmi davanti all’espressione fredda e impietosa del vero assassino di mio fratello è una di quelle.
«Ma tu guarda,» mormora «June Iparis, venuta fin qui a trovarci.» I suoi occhi guizzano su di me e i soldati mi si stringono intorno in un gesto protettivo. Non aver paura. Respiro meglio che posso e mi sforzo di affrontarla senza battere ciglio.
«Sta sprecando il suo tempo, comandante» le dico alla fine. «Non sono qui per lei. E la prossima volta che la vedrò lei sarà davanti al plotone d’esecuzione.»
Lei si limita a sorridermi. «Quanto coraggio, adesso che hai il tuo giovane Elector dietro cui nasconderti. Non è così?» Quando stringo i denti, lei ride. «Il comandante DeSoto sarebbe stato un Elector migliore di quanto quel ragazzino potrà mai essere. Quando le Colonie ci invaderanno, raderanno al suolo questo paese. Allora il popolo si pentirà di aver appoggiato un moccioso.» Si schiaccia contro le sbarre, come per avvicinarsi a me il più possibile. Riesco a non replicare, ma nonostante la paura sento la rabbia ribollire appena sotto la superficie. Non distolgo lo sguardo. È strano, ma credo di notare un velo di emozione nei suoi occhi, qualcosa di sconcertante e in netto contrasto con il suo sorriso nevrotico.
«Eri una delle mie preferite. Lo sai perché ero così interessata ad averti nella mia pattuglia? Perché in te ho rivisto me stessa. Siamo uguali, tu e io. Anch’io sarei stata una Princeps, lo sai? Lo meritavo.»
Mi viene la pelle d’oca. Ricordo la notte in cui Metias è morto, quando il comandante Jameson mi ha scortato nel luogo in cui giaceva il corpo di mio fratello.
«Peccato che le cose non siano andate come sperava, dico bene?» ribatto. Stavolta non riesco a tenere il veleno fuori dalle mie parole. Spero che ti giustizino senza troppe cerimonie, proprio come hanno fatto con Razor.
Il comandante Jameson però mi ride in faccia. I suoi occhi si dilatano. «Faresti meglio a stare attenta, Iparis» sussurra. «Potresti diventare proprio come me.»
Le sue parole mi gelano il sangue e alla fine devo girarmi dall’altra parte e distogliere lo sguardo. I soldati di guardia alla sua cella non mi guardano, continuano a fissare dritto davanti a loro. Continuo a camminare. Alle mie spalle riesco ancora a sentirla ridere.
Thomas è detenuto in una cella rettangolare con spesse pareti di vetro, perfettamente insonorizzata. Aspetto fuori, ricomponendomi dopo il breve incontro con il comandante Jameson. Per un attimo mi domando se non mi fossi dovuta tenere alla larga da lui rifiutando la sua ultima richiesta. Forse sarebbe stata la cosa migliore.
Però, anche se andassi via ora, dovrei ripassare di fronte al comandante Jameson. Forse mi serve un po’ più di tempo per prepararmi ad affrontarla di nuovo. Perciò prendo un respiro profondo e mi avvicino alle sbarre che fiancheggiano la porta della cella di Thomas. Una guardia la apre, lascia entrare due soldati dietro di me e poi la richiude alle nostre spalle. I nostri passi rimbombano nella stanza vuota.
Thomas si alza nel clangore delle catene che lo legano. Ha l’aspetto più dimesso che gli abbia mai visto e lo so che, se avesse le mani libere, si stirerebbe l’uniforme stropicciata e pettinerebbe i capelli arruffati. Invece, Thomas batte i tacchi. Mi guarda solo dopo avergli detto “riposo”.
«È bello vederla, Princeps» dice. C’è forse una nota di tristezza sul suo volto? «La ringrazio per aver accolto la mia ultima richiesta. Tra non molto si sarà sbarazzata di me definitivamente.»
Scuoto la testa, arrabbiata con me stessa, irritata dal fatto che nonostante tutto quello che ha fatto, l’incrollabile lealtà di Thomas nei confronti della Repubblica susciti in me ancora un briciolo di comprensione. «Siediti e mettiti comodo.» Lui non esita un secondo. Ci inginocchiamo sul pavimento freddo della cella, lui appoggiato al muro, io con le gambe incrociate sotto di me. Restiamo così per un attimo, immersi in un silenzio imbarazzato.
Sono io la prima a parlare. «Non c’è più alcun bisogno di essere così fedele alla Repubblica» gli dico. «Adesso puoi lasciarti andare.»
Thomas non fa che scuotere la testa. «È dovere di un soldato della Repubblica restare fedele fino alla fine e io sono ancora un soldato. Resterò un soldato fino alla morte.»
Non so perché il pensiero di Thomas che muore mi tiri le corde del cuore in molti modi contrastanti. Sono felice, sollevata, arrabbiata, triste. «Perché hai voluto vedermi?»
«Signorina Iparis, prima che arrivi domani…» le parole gli muoiono sulle labbra per un secondo prima di riprendere. «Voglio raccontarle nei dettagli quello che è successo a Metias quella notte all’ospedale. Sento… sento che glielo devo. È giusto che sappia.»
Il cuore comincia a battere furiosamente. Sono pronta a rivivere tutto daccapo? Devo proprio saperlo? Metias non c’è più, conoscere i particolari non lo riporterà certo indietro. Eppure mi ritrovo calmissima a incontrare lo sguardo di Thomas. È vero, me lo deve. Ma ancora di più io lo devo a mio fratello. Dopo che Thomas sarà stato giustiziato, io sarò l’unica persona a sapere la verità sulla morte di mio fratello, su ciò che è accaduto veramente.
Con calma, provo a rallentare il battito del cuore. Quando apro la bocca la voce mi trema appena. «Va bene» accetto.
«Ricordo tutto di quella notte. Ogni minimo particolare.»
«Allora racconta.»
Come il soldato ubbidiente che è, Thomas comincia la sua storia.
«La notte in cui suo fratello è morto, ho ricevuto una chiamata dal comandante Jameson. Eravamo appostati con le jeep davanti all’entrata dell’ospedale. Metias stava parlando con un’infermiera davanti alle porte scorrevoli del pronto soccorso. Io ero dietro alle auto, a distanza di sicurezza. È allora che è arrivata la chiamata.»
Mentre Thomas parla, la prigione intorno a noi svanisce ed è rimpiazzata dalla scena di quella notte fatale, dall’ospedale, dalla jeep militare e dai soldati, dalle strade, come se anch’io fossi stata lì con Thomas e avessi visto tutto ciò che ha visto lui. Rivivo gli eventi.
«Ho sussurrato un saluto al comandante Jameson al microfono» continua Thomas. «Lei non si è preoccupata di ricambiare.»
«Dev’essere fatto stanotte» mi ha detto. «Se non agiamo subito, il suo capitano potrebbe tradire la Repubblica, o addirittura l’Elector. Questo è un ordine per scongiurare un atto di alto tradimento, luogotenente Bryant. Trovi un modo per attirare il capitano Iparis in un luogo appartato. Stanotte. Non m’importa di come lo farà.»
Thomas mi guarda negli occhi e ripete: «Un atto di alto tradimento. Temevo che prima o poi quella chiamata sarebbe arrivata, fin da quando seppi dell’incursione di Metias nel registro dei decessi tra i civili. Nascondere qualcosa al comandante Jameson era pressoché impossibile. A quel punto ho lanciato un’occhiata a suo fratello in piedi vicino all’entrata e ho risposto: “Sì, comandante”.
«“Bene” ha risposto lei “mi dica quando è pronto e invierò ordini diversi al resto della sua pattuglia, in modo che si trovino altrove quando sarà il momento. E mi raccomando, voglio un lavoro rapido e pulito.”
«È allora che ha iniziato a tremarmi la mano. Ho provato a discutere con il comandante, ma il suo tono non ha fatto che inasprirsi. “Se non lo farà lei, me ne occuperò io personalmente. Mi creda, non sarò tenera come lei e le assicuro che nessuno ne sarà felice. Mi ha capito?”
«Non le ho risposto subito. Ho guardato suo fratello salutare l’infermiera con una stretta di mano. Poi lui si è girato, mi ha cercato con lo sguardo e mi ha visto accanto alle jeep. Mi ha fatto segno di raggiungerlo e io ho annuito, attento a mantenere un’espressione neutra. “Ho capito, comandante,” ho risposto alla fine.
«“Può farcela, Bryant,” mi ha detto lei. “E se avrà successo, si consideri promosso capitano.” Fine della chiamata.
«Ho raggiunto Metias e un altro soldato all’ingresso. Suo fratello mi ha sorriso. “Un’altra nottataccia, eh? Giuro, se rimaniamo bloccati qui fino all’alba un’altra volta, mi lamenterò col comandante Jameson come non ho mai fatto prima.”
«Mi sono sforzato di ridere insieme a lui. “Allora speriamo che stanotte non succeda niente.” La bugia è venuta facile.
«“Già, speriamo di no,” ha aggiunto Metias. “Almeno ci sei tu a farmi compagnia.”
«“Condivido,” gli ho detto. Lui mi ha lanciato un’occhiata, ha esitato per un attimo e poi ha girato la faccia da un’altra parte.
«I primi minuti sono stati tranquilli. Qualche attimo dopo un pezzente dei bassifondi si è trascinato fino all’entrata per parlare con un’infermiera. Era messo male: le guance imbrattate di fango, sporcizia e sangue, capelli scuri e unti tirati indietro e un’andatura vistosamente zoppicante. “Posso entrare, cugina?” ha chiesto all’infermiera. “C’è ancora posto stanotte? Posso pagare.”
«L’infermiera ha continuato a scrivere sul suo taccuino. “Cosa ti è successo?” gli ha chiesto alla fine.
«“Una rissa” ha risposto il ragazzo. “Credo che mi abbiano accoltellato.”
«Allora l’infermiera ha guardato tuo fratello e Metias ha fatto un cenno con la testa a due dei suoi soldati. Quelli sono andati dal ragazzo e l’hanno perquisito. Dopo un po’ si sono intascati qualcosa e hanno fatto segno al ragazzo di entrare. Ci è passato accanto claudicando, io mi sono piegato verso Metias e gli ho detto: “Quel ragazzo non mi convince. No cammina come uno che è stato accoltellato, non ti pare?”».
«Tuo fratello e il ragazzo si sono scambiati una rapida occhiata. Appena il ragazzo è sparito dentro l’ospedale, Metias ha annuito. “Concordo. Tienilo d’occhio. A fine turno vorrei fargli qualche domanda.”».
Qui Thomas si ferma, cerca il mio sguardo, forse per chiedere il permesso di smettere di parlare, ma io non glielo do.
Prende un respiro profondo e continua. «La sua vicinanza mi ha fatto arrossire. Anche suo fratello se ne è accorto e tra di noi è piombato uno strano silenzio. Ho sempre saputo dell’attrazione che provava per me, ma quella notte sembrava più a nudo del solito. Forse per via della giornata estenuante, dei suoi numeri all’università che l’avevano scombussolato, non lo so. Io cercavo di restare calmo, ma il cuore mi batteva all’impazzata. Trovi un modo per attirare il capitano Iparis in un luogo appartato. Stanotte. Non m’importa di come lo farà. Quella sua debolezza poteva essere la mia unica possibilità.»
Thomas si guarda le mani per un istante, ma subito prosegue.
«Così, dopo un po’, ho toccato la spalla di Metias. “Capitano,” ho sussurrato. “Posso parlarle in privato un minuto?”
«Metias ha sbattuto le palpebre, confuso. Mi ha chiesto se fosse urgente.»
«“No, signore,” ho risposto. “Non proprio. Però… preferirei che lo sapesse.”
«Lui mi ha fissato a lungo, come in cerca di un indizio. Poi ha fatto segno a un soldato di prendere il suo posto e insieme ci siamo diretti verso un vicolo buio sul retro dell’edificio.
«Subito Metias ha abbandonato l’atteggiamento formale. “Qualcosa che non v...
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