
- 304 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
L'uomo del treno
Informazioni su questo libro
Andrea, un professore di matematica ebreo. L'Orso, imperscrutabile fumatore di sigari. Giuliana, che attraverso l'obiettivo vede un mondo diverso. Piero, un giovane che vive di espedienti. Un intreccio di destini durante la Shoah, quando piccoli gesti hanno fatto diventare eroi persone comuni.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2017Print ISBN
9788856657098eBook ISBN
97888585173381
Uscendo dal paese e prendendo una certa strada che entrava nel bosco, appena si era persa ogni speranza di trovarla, compariva d’un colpo la falegnameria Mazzanti.
In paese tutti ne conoscevano la storia perché tutte le famiglie vi erano in qualche modo legate.
L’uomo che l’aveva fondata si chiamava Renzo Mazzanti e all’inizio c’era solo lui. Andava nel bosco e tagliava gli alberi con l’ascia, poi li legava e si avvolgeva le corde alla vita trascinandoli fino alla baracca che si era costruito per lavorarli e rivendere le tavole. Piano piano gli affari aumentarono e la baracca diventò più grande. Renzo assunse un aiutante e poi altri due. Quando i suoi tre figli ebbero l’età per lavorare, la ditta era già la più importante del circondario. Un giorno le ferrovie decisero che il treno sarebbe passato proprio accanto alla falegnameria e ci fu la svolta; il legname poté muoversi via treno in tutto il Paese e gli affari decollarono. Dissero che Renzo aveva pagato un certo ingegnere perché spostasse il tracciato facendolo passare proprio di lì, ma rimasero voci d’invidia, diceva lui, mai dimostrate.
Questo era stato tanti anni prima, quando i Mazzanti erano molti. Poi le generazioni si assottigliarono, tra guerre e malattie. Più figli facevano e più ne morivano. Anche il lavoro ci metteva del suo, un albero cadeva dalla parte sbagliata, una lama saltava e qualche Mazzanti ci rimetteva la pelle. Gli affari però non si fermavano, anzi, quel tributo di sangue della famiglia sembrava alimentarli. Finché di Mazzanti ne era rimasto uno solo, l’Orso. L’Orso non aveva più nessuno. La moglie era morta giovane senza avergli dato figli e lui non si era voluto risposare. Parenti non ne aveva più: forse qualcuno emigrato in qualche posto lontano che neanche si ricordava chi fosse. Tutti, compresi i suoi dipendenti, lo chiamavano l’Orso più per la sua solitudine che per il carattere. Certo non parlava molto, si limitava a dare qualche ordine a bassa voce, pochi in verità, solo quando qualcosa non andava bene, altrimenti se ne stava nel suo ufficio a fumare un toscano.
Sua madre, prima di morire, quante volte gli aveva detto «I Mazzanti finiranno con te»: non era un rimprovero, ma una constatazione. Quel figlio non avrebbe avuto una discendenza, la vecchia ne era sempre stata convinta perfino quando l’Orso si era sposato. Lui non le dava peso, ma quando la moglie morì cominciò a credere a quella profezia e forse vi si era rassegnato. Neanche un cane aveva mai avuto, o un altro animale che gli stesse accanto. Solo i suoi legni, le tavole e le macchine per segare i tronchi e lavorarli. Quando passava i suoi uomini guardavano a terra, per rispetto, non per timore: con nessuno aveva mai alzato la voce. L’Orso andava rispettato non perché ti dava la paga, ma perché la vita lo aveva colpito con la stessa violenza della sua ascia quando batteva i tronchi. Solo che i tronchi, anche quelli più grossi, prima o poi cadevano giù, nessuno resisteva all’acciaio della lama. Invece l’Orso era ancora in piedi, per questo andava rispettato. Di certo un giorno la lama sarebbe arrivata nel punto dove il tronco non regge più il suo peso e anche lui sarebbe venuto giù facendo tremare la terra. Ogni cosa ha quel giorno. Per gli alberi può essere un fulmine, un incendio, una di quelle malattie o un boscaiolo. Per gli uomini più o meno sono le stesse cose, compreso il boscaiolo. Per gli uomini, nel ’43, il boscaiolo poteva essere chiunque, bastava che portasse una divisa.
2
Ogni tanto i suoi uomini vedevano l’Orso entrare nel bosco con l’ascia. Restava tutto il giorno dentro. La sera, verso l’ora della chiusura, tornava senza dir niente, posava l’ascia e aspettava che tutti se ne fossero andati prima di chiudere e tornare a casa anche lui.
Gli affari andavano bene, perfino con la guerra. Anzi, si vendeva più di prima, specie il legno per costruire le bare. Quando vedeva partire con il treno quelle assi di abete e di pino che sapeva a cosa sarebbero servite, l’Orso restava a fissare l’ultimo vagone finché non scompariva. I suoi uomini continuavano a lavorare come se niente fosse e facevano finta di non vederlo, ma si capiva che pensava a qualcosa.
L’Orso pensava che non era giusto abbattere i pini e gli abeti per fare quelle bare, uccidere una cosa viva per rinchiudere una cosa morta. Un giovane non dovrebbe morire, anche se succede a volte, magari è destino. Ma in guerra erano quasi solo i giovani a morire. Il legno doveva servire a costruire case e ponti e armadi per tenere i vestiti delle donne, quelli grossi e pesanti per l’inverno e quelli leggeri e colorati per quando fa caldo e si va a spasso la domenica per farsi vedere. E i letti dove si fanno i figli e i comodini per posarci le fedi prima di dormire e i tavoli dove si mangia.
Pensava a tutte queste cose l’Orso guardando l’ultimo vagone, e ogni volta gli venivano in mente sempre nuovi impieghi a cui la volta prima non aveva pensato. Il legno doveva servire per tenere su i tetti delle case e la gente che le vedeva doveva pensare che non sarebbero crollate mai. Invece crollavano sotto le bombe e si portavano dietro gli uomini. L’Orso dentro di sé si sentiva colpevole di quei morti. Anche se sembrava che non c’entrasse nulla gli pareva che fossero le bare la causa di tutti quei morti e quindi la sua legna. Era colpa degli uomini, non della sua legna - si ripeteva - ma quando dovevano caricare i vagoni con le tavole prendeva la sua ascia e andava verso il bosco. Poi, sempre, si fermava e rimaneva a guardare il treno che passava carico finché l’ultimo vagone scompariva alla vista e restava quel fumo nero della caldaia a vapore della locomotiva, l’unica prova che il treno era passato.
Ma poi erano arrivati quei treni strani. Quando avevano cominciato a passare, l’Orso non ci aveva fatto caso. Con la guerra le cose che prima erano strane ora sembravano normali e viceversa. Passavano veloci in quel punto della ferrovia e l’Orso all’inizio pensava che sopra ci fossero animali: carri bestiame, questo sembravano. Passavano veloci e non si faceva in tempo a vedere cosa trasportassero. C’erano delle fessure, ma non si riusciva a distinguere cosa ci fosse dietro. Vacche o maiali o polli, non si capiva.
Poi una volta uno di quei treni rallentò per qualche motivo e l’Orso e i suoi operai si fermarono a guardare. Attraverso le fessure videro centinaia di occhi, ma non erano vacche o maiali: erano occhi umani. Non si sentiva un suono, una voce, una parola, un grido. Solo quegli occhi, tanti occhi, tutti con lo stesso colore per via del buio che c’era nei vagoni. Guardavano senza chiedere, senza rimproverare, c’era tutta la stanchezza del mondo in quegli occhi sfiniti. L’Orso, ma anche gli altri, per un momento pensò che fossero i corpi dei soldati morti che venivano portati a casa per essere seppelliti nei loro cimiteri. Quel pensiero svanì subito al primo battito di palpebre, ma l’idea che fossero gli occhi di morti ritornava appena le palpebre si fermavano di nuovo. Poi il treno riprese velocità di scatto, e gli occhi ondeggiarono come se volessero rimanere ancora un po’ fermi lì a guardare l’Orso e i suoi ma qualcuno li strattonasse.
Come tutti i treni, una volta sparito alla vista, anche quello lasciò una scia di fumo come un binario nel cielo.
3
Quando il contabile della ditta morì all’improvviso e ci fu bisogno di uno nuovo, si presentarono in sei per l’impiego. Era un posto ambito, si guadagnava bene e sarebbe stato per sempre perché la ditta Mazzanti non poteva fallire, neanche con la guerra.
Dei sei candidati cinque avevano esperienza in altre ditte, alcuni di molti anni. L’unica senza esperienza era Giuliana. Aveva diciannove anni, e dopo essersi diplomata ragioniera sua madre le aveva detto che non c’erano soldi per l’università, così si era messa a cercare lavoro. Si presentò insieme alla madre, una donna grande e grossa dallo sguardo temibile, vestita di nero per vedovanza non si sapeva quanto recente.
Quella presenza tenne a distanza tutti gli altri candidati in attesa fuori dalla porta della baracca dell’Orso, così si crearono due gruppi, i cinque uomini e le due donne, che si controllavano a distanza senza però darlo a vedere. Quando iniziò a piovere la madre di Giuliana tirò fuori dal nulla un enorme ombrello, nero di lutto anch’esso, che aprì riuscendo a riparare sia lei sia la figlia. Gli uomini invece rimasero a bagnarsi come se niente fosse, attendendo il proprio turno.
L’Orso fece i colloqui uno a uno a tutti. Più che altro si limitava ad ascoltare quello che loro avevano da dire senza pronunciare neanche una parola, poi, quando si era stufato, alzava una mano e il colloquio era finito.
Fece così con tutti e alla fine, pur avendo già deciso chi avrebbe preso, restò mezz’ora a fumare il toscano, poi uscì dal suo ufficio e chiamò Giuliana. Gli altri se ne andarono mormorando che quella lì senza esperienza doveva essere una raccomandata, uno disse che la conosceva, che sua madre… Ma ormai la decisione era stata presa.
L’Orso le disse di presentarsi la mattina dopo alle sei e, quando congedò le donne, la madre alzò leggermente il mento per poi riabbassarlo subito, come per ringraziarlo. Lui le guardò andar via sotto l’ombrello enorme, proteggendo la punta rossa del toscano col palmo della mano perché la pioggia non lo spegnesse.
Il giorno dopo non pioveva più e Giuliana si presentò al lavoro prima delle sei, stavolta senza madre. L’Orso le fece vedere i libri contabili e le disse cosa si aspettava da lei.
Giuliana studiò i libri tutto il giorno e poi se li portò a casa. Fece così per una settimana per capire bene come funzionava quel lavoro. A casa mangiava con la madre in fretta e poi, sullo stesso tavolo di cucina dove aveva mangiato, apriva i libri e li studiava al lume di una candela. Di solito si addormentava sui libri, e la madre la copriva con una coperta marrone di lana spessa senza spegnere la candela, perché quando si sarebbe svegliata avrebbe continuato a studiare.
La frequenza dei treni era aumentata negli ultimi tempi. Passavano quasi tutte le settimane con dentro quegli occhi sempre uguali che guardavano fuori. E fuori gli uomini dell’Orso smettevano di lavorare per guardarli. L’Orso non diceva nulla e quando il treno era passato tutto riprendeva come prima. Ma in quel minuto che il treno rallentava passando davanti a loro, il tempo si fermava e tutti dimenticavano cosa stavano facendo per alzare lo sguardo verso quei vagoni. Non si sentiva mai una voce o un gemito provenire da lì dentro, forse per via dello sferragliare del treno, ma tutti erano sicuri che anche se ci fosse stato silenzio non si sarebbe sentito nulla lo stesso. Bastava l’urlo di quegli occhi per coprire il frastuono del treno.
4
C’era qualcosa che non le tornava nei libri, ma - prima di comunicarlo all’Orso - Giuliana voleva esserne sicura: non era il caso di dire sciocchezze la prima settimana di lavoro col rischio di farsi licenziare. Quegli altri erano pronti a prendere il suo posto in un batter d’occhio.
A dire il vero lei stessa si chiedeva perché l’Orso l’avesse scelta e non riusciva a darsi una risposta, anche se non era comunque un cruccio. Tuttavia, secondo i suoi calcoli mancava una certa quantità di legname. Non moltissima, ma mancava ogni settimana. E spingendosi indietro nel tempo, se si sommavano tutti gli ammanchi, si arrivava a qualche quintale. Decise di non dire niente per il momento, anche perché la settimana dopo sarebbe arrivato il tedesco a controllare i libri.
Il tedesco era un ufficiale della Wehrmacht che, con due soldati di scorta, veniva il primo lunedì di ogni mese a controllare che tutto fosse a posto, che non ci fossero partigiani nascosti e che l’Orso non rifornisse i ribelli di legname o altro. Tra i controlli che faceva c’era anche un esame attento dei libri contabili. Almeno così Giuliana aveva sentito dire da Mario, uno dei più vecchi che lavorava lì e che aveva visto il tedesco studiare quei libri: «Come fai tu», le aveva detto ridendo e imitando la posa di uno che tiene un libro tra le mani e lo legge attento. Forse il tedesco fingeva soltanto di controllare i libri, in realtà non ci capiva nulla. Oppure lei stava sbagliando e quindi era meglio verificare per bene quell’ipotesi. In ogni caso sperò che il tedesco non si accorgesse di qualcosa proprio quel lunedì.
Quel giorno l’Orso fece cenno a Giuliana di seguirlo nel suo ufficio.
– Alle dieci arriva Scholtz. Guarderà i libri e tutto il resto. Tu non dire niente a meno che lui non ti chieda qualcosa.
Giuliana fece cenno di sì e si mise al suo tavolo nella stanza sul retro con i libri.
Alle dieci sentì entrare qualcuno nell’ufficio senza bussare e poi delle voci che parlavano in tedesco. Una era quella dell’Orso e Giuliana si stupì che lo parlasse così bene.
Il fatto era che l’Orso aveva combattuto la Prima Guerra Mondiale e gli austriaci lo avevano tenuto prigioniero due anni, così aveva imparato il tedesco e non se l’era più dimenticato, come i bambini quando imparano la loro lingua madre. Tutto ciò che aveva passato in prigionia, tutta la fatica della miniera di mercurio in cui l’avevano gettato i crucchi, gli aveva inchiodato quella lingua nella carne e nei muscoli. Ogni compagno di prigionia al quale crollava addosso la pietra della galleria era un chiodo, e lì imparavi a chiedere aiuto perché non riuscivi a tirarlo fuori e c’eri solo tu e le guardie. Un altro chiodo era stato quel suo compagno di camerata morto lentamente, avvelenato dalla sostanza viscida che bisognava mungere dalle pietre, e c’era da chiedere per lui che non riusciva più neanche a parlare.
E un chiodo era stato quell’austriaco preso dal colpo di mortaio, che gli aveva chiesto di perdonarlo, e si era confessato e lui aveva ascoltato i suoi peccati e ne aveva capiti sì e no la metà, e poi quel pezzo di uomo senza gambe e senza più peccato lo aveva pregato di dargli l’estrema unzione, a lui che non era mica un prete, ma l’aveva fatto, gliel’aveva data come aveva visto fare mille volte al prete, quello vero, e poi avevano chiuso gli occhi, lui e anche l’altro, ma lui li aveva riaperti, l’altro no.
A un certo punto Giuliana si accorse che si erano zittiti. Anche dall’altra stanza, era sicura di sentire le labbra dell’Orso lambire il toscano e la bocca espellere il fumo. E il suono dell’odore di sigaro, perché quell’odore aveva una voce che si poteva sentire anche dall’altra stanza, una voce roca e aspra, di tabacco costretto in quelle foglie marroni, imprigionato, che però nel bruciare non urla ma canta il suo ultimo canto, il più bello. Ecco, l’odore di quei sigari era quel canto. Poi li sentì alzarsi insieme e venire da lei, e lei si alzò di scatto come un militare. Il tedesco sorrise vedendola sull’attenti, mentre l’Orso col sigaro le indicò di spostarsi per far sedere l’altro. Poi disse qualcosa in tedesco e uscì dalla stanza facendole cenno di seguirlo, lasciando Scholtz a esaminare i libri. Fuori dalla baracca l’Orso disse a Giuliana di aspettare lì davanti alla porta, e che se il nazista l’avesse chiamata lei avrebbe dovuto andare da lui e rispondere alle sue domande. Poi si allontanò a dare ordini ai suoi uomini perché un pino enorme stava partorendo assi con troppa fatica.
Giuliana, seduta sullo scalino di legno più alto dell’entrata della baracca, si mise a osservare gli uomini al lavoro e quel pino che veniva martoriato dalla grande sega a vapore. L’Orso, come un comandante m...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
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- NOTA DELL’AUTORE
- Copyright