Fino all'ultimo uomo
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Fino all'ultimo uomo

  1. 352 pagine
  2. Italian
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Fino all'ultimo uomo

Informazioni su questo libro

In un romanzo considerato un capolavoro della letteratura di guerra, la battaglia della Somme, una delle più terribili carneficine della storia, rivive attraverso gli occhi del soldato semplice Bourne, alter ego dell'autore. L'attenzione è tutta rivolta agli uomini che combattono e muoiono, che marciano fino allo sfinimento, tormentati dai parassiti e dal sudiciume, che attendono nelle retrovie. Le imprecazioni, i pensieri, la paura non concedono nulla all'idealizzazione della vita militare. Il risultato è un profondo, sincero ritratto del soldato semplice di fronte alla terribile prova della guerra. Della Grande guerra e di ogni guerra.

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Informazioni

Capitolo dodici

«Sì, l’attuale caratteristica della guerra
esige infatti azione immediata
e come una causa al suo inizio vive sulla speranza
così noi vediamo in primavera spuntare i primi germogli.
Ma la speranza non si fonda tanto
su quei germogli quanto sul timore che il gelo potrà morderli.»
WILLIAM SHAKESPEARE
Bourne si svegliò e dopo qualche minuto di intontimento si sedette e si guardò attorno. Prima vide i compagni addormentati, poi i fucili appoggiati al palo della tenda e infine gli scarponi disposti in cerchio attorno al calcio dei fucili. Si infilò la mano nell’apertura della camicia e si grattò il petto con un senso di sollievo: era sporco e pieno di pidocchi, ma non aveva la scabbia, e di questo ringraziò Dio. Infatti, il giorno precedente una mezza dozzina di uomini della compagnia, tra cui anche Shem, era stata mandata in un ospedale nei pressi di Acheux proprio per quel motivo. Questo perché, all’idomani del loro arrivo a Mailly-Maillet, l’ufficiale medico aveva compiuto quella che gli uomini, con una buona dose di impertinenza, definivano “un’ispezione del cazzo”. Evidentemente il dottore era alla ricerca di sintomi che si aspettava di trovare e, poiché si era limitato a rivolgere loro una sola domanda, la visita era apparsa piuttosto sommaria. In ogni caso, gli uomini avevano dovuto mettersi in fila, con pantaloni e mutande abbassati fino alle caviglie, e a mano a mano che il dottore li passava in rassegna dovevano «alzare il sipario», secondo la definizione del sergente maggiore, vale a dire dovevano sollevare il lembo della camicia per mostrare il bassoventre.
Sempre grattandosi il petto, Bourne tornò a osservare gli scarponi: se una spada è il simbolo della battaglia, certamente gli scarponi sono il simbolo della guerra. E poiché a casa, sul comodino, teneva sempre una copia della Bibbia, gli vennero in mente i versi che parlavano dei calzari del guerriero morto nella mischia e del suo mantello intriso di sangue, ormai buono soltanto per le fiamme. Si accese una sigaretta. Era quello, comunque, il modo in cui intendeva disfarsi del suo maledetto zaino, ammesso che fosse sopravvissuto all’imminente battaglia. Ma, dato che a mente fredda, le probabilità di cavarsela gli parvero piuttosto scarse, smise immediatamente di preoccuparsene. La sua mente non cercò di allontanare l’incombente possibilità della propria morte: la ignorò totalmente. Guardò di nuovo i suoi compagni addormentati, questa volta con più simpatia, chiedendosi se fosse il sonno a rendere i loro visi così enigmatici e remoti. Poi, senza smettere di grattarsi e massaggiarsi il petto, tornò a contemplare gli scarponi. Infine, quando ebbe fumato la sigaretta fino a scottarsi le dita, ne strofinò l’estremità accesa sul terreno, uscì da sotto la coperta e afferrò i pantaloni. Si vestì con i movimenti rapidi e silenziosi di un gatto, prese la gavetta, aprì il telo d’ingresso della tenda e uscì nell’aria fresca del mattino. Attraverso gli alberi radi poté scorgere le cucine, sistemate a una certa distanza dalla strada. Il bosco in cui erano accampati si trovava proprio alle spalle di Mailly-Maillet, in un angolo formato da due strade, una delle quali si inerpicava su per il pendio verso l’abitato di Mailly-Maillet e l’altra costeggiava i piedi della collina verso Hédauville. Erano accampati sul versante assai ripido di un’altura che forniva protezione dal tiro dell’artiglieria, e per maggior sicurezza erano stati frettolosamente scavati alcuni rifugi. Il posto era ben mimetizzato e dall’alto non sarebbe stato facile individuarlo. Gli alberi erano poco più che cespugli; giovani faggi, betulle, larici e qualche abete, tutti alquanto spogli, ma non ancora toccati dai combattimenti. Bourne si diresse lentamente verso le cucine.
«Buongiorno, caporale. C’è del tè?»
Williams allungò la mano per farsi dare la gavetta, la riempì fino all’orlo e poi, dopo averla restituita a Bourne, tornò al suo lavoro senza dire una parola. Bourne rimase lì, sorseggiando la bevanda calda.
«Sei andato in prima linea, ieri notte?» chiese Williams infine.
«Trasporto munizioni» rispose Bourne, che trovando la gavetta troppo calda per riuscire a tenerla tra le mani, cercava di proteggersele con un fazzoletto sporco.
«Sono stato sfortunato. Ero in fondo alla fila e nell’affidarmi l’ultima cassa di munizioni hanno scoperto che c’era ancora una cassetta di razzi Verey. L’ufficiale si affrettò a dire che a suo parere potevo portare anche quella, ed essendo un giovanotto piuttosto antipatico aggiunse che era molto leggera. So di essere terribilmente maldestro, ma una di quelle dannate casse per me basta e avanza, così decisi di disfarmene alla prima occasione. Poi arrivò il signor Sothern e vedendomi così affaticato e sovraccarico, ne disse di tutti i colori all’indirizzo di chi mi aveva rifilato un carico simile. “Buttale via, maledetto idiota, buttale via!” gridò. Di solito non mi piacciono le misure estreme, ma lui isisteva: “Dammi quella dannata cassa!”. Dal momento che sembrava davvero furibondo, gli diedi la cassa di munizioni, che era la più pesante delle due. A quel punto si allontanò nel buio per tornare alla testa del drappello, con il bastoncino in una mano e la cassa di munizioni nell’altra. Sai caporale, mi piacciono questi giovani ufficiali coscienziosi!»
«È un brav’uomo, il signor Sothern» osservò Williams, sul viso del quale apparve un’espressione malinconica.
«Davvero» fu d’accordo Bourne. «In ogni caso, nella trincea c’è un grosso rifugio e tra il rifugio e l’angolo di un’altra trincea ho visto una scatola di munizioni che era stata lasciata lì, abbandonata sulla banchina di tiro. Potrebbe essere quella che avevo dato al signor Sothern: “perduta per cause di servizio”. È la stessa cosa che disse la commissione di inchiesta quando Patsy Pope perse la dentiera.»
Williams continuò il suo lavoro.
«Tra non molto sarete di nuovo in ballo» commentò nel suo modo tranquillo.
«No» disse Bourne, con una certa riluttanza, poiché nella voce di Williams c’era una nota di velata simpatia che lo mise in imbarazzo.
«Dappertutto non ci sono che cannoni» continuò il cuoco.
«Perché diavolo non parli di qualcos’altro?» esclamò Bourne impaziente. «Ieri notte i crucchi non ci hanno lasciati in pace finché non siamo tornati. Il signor Sothern, che quanto a leggere una carta non se ne intende più di me, ha cercato di prendere una scorciatoia e così abbiamo vagato alla cieca in direzione di Colincamps, finché siamo finiti davanti a una delle nostre batterie da campo, che ci ha intimato l’alto là. È arrivato persino un ufficiale che se l’è presa con il signor Sothern. Dopodiché, quando siamo tornati sulla strada principale e i crucchi hanno ricominciato a bersagliarci, avresti dovuti vederci! Curvi come un campo di grano battuto dal vento!»
«Molti di loro sono ancora nuovi e non sono abituati a queste cose» commentò Williams tollerante. «Vuoi portare del tè al caporale Hamley? È una brava persona. Ieri sera gli ho dato qualcuna delle tue caramelle, e abbiamo parlato di te. Ti riempio la gavetta, in caso ne volessi ancora.»
Bourne prese la gavetta, lo ringraziò e si allontanò. Adesso nell’accampamento c’era più movimento e quando tornò alla sua tenda li trovò tutti svegli e intenti a godersi qualche minuto di relax, prima di vestirsi. Versò un po’ di tè nella gavetta del caporale Hamley, ne diede a Martlow e gliene restò ancora quasi un terzo.
«Qualcuno vuole del tè?» chiese.
«Io» disse Weeper Smart, che tendendo la gavetta attraversò goffamente la tenda, con indosso soltanto la camicia azzurra dai polsini sbottonati, sotto la quale spuntavano le gambe bianche.
Smart era un individuo straordinario, con la goffa agilità di uno scimmione, sebbene il modo in cui muoveva la testa facesse pensare piuttosto a un avvoltoio, dato che il collo spuntava da un paio di spalle ampie e cascanti, che sulla schiena formavano una specie di gobba. La fronte stretta si affacciava su sopracciglia arcuate e il mento sormontato da labbra spesse e pendule si interrompeva bruscamente, il che, insieme al grosso becco carnoso che spuntava fra occhi azzurri e sporgenti, sembrava far pendere in giù tutto il viso. La sua pelle era di un pallore malsano, tranne che sulla punta del naso e attorno alle narici, dove era arrossata e lucida, come se soffrisse di un raffreddore cronico, e in più era cosparsa di brufoli. La quasi completa assenza di barba metteva in evidenza il colorito terreo e persino i suoi capelli, di un bel color sabbia, erano radi. Avrebbe potuto essere una faccia da idiota se non avesse avuto quell’espressione di profonda infelicità, o una faccia tragica, se avesse avuto qualche tratto che la nobilitasse. In realtà era semplicemente una maschera miserevole e rassegnata, che suscitava nel contempo pietà e repulsione. Era dunque stato inevitabile che gli uomini, costretti a vivere giorno dopo giorno con un simile spettacolo di infelicità e disperazione, per difendersene avessero imparato a deriderlo, ed era stata proprio questa necessità ad averli spinti ad appioppargli il soprannome di Weeper, “Piagnone”, e a fare di quella miserevole e cadaverica figura un continuo oggetto di scherno. Weeper tracannò il suo tè e i suoi occhi acquosi si volsero verso Bourne con astuta malevolenza.
«Io dico che se qualcuno di noi cercasse di scroccare qualcosa ai cucinieri lo manderebbero al diavolo.»
Bourne lo fissò con un’espressione di tollerante disprezzo, prese il necessario per radersi, si gettò sulla spalla l’asciugamano sporco e uscì di nuovo in direzione delle cucine per farsi dare dell’acqua calda.
Dopo colazione gli uomini pulirono e arieggiarono la tenda, e subito dopo giunse l’ordine di adunarsi con il personale della compagnia comando. Dalla tenda degli ufficiali il capitano Thompson li guardò schierarsi, batté la pipa contro il bastoncino, la infilò nella tasca della giubba e salì su per la collina, tenendo il capo chino in atteggiamento meditabondo. Era piuttosto basso e tozzo, e aveva la testa tonda come un proiettile. Il suo viso appariva sempre imperturbabile e il suo sguardo sereno, ma penetrante. Il sergente maggiore Corbet diede l’attenti e il capitano Thompson rispose al saluto ordinando il riposo. Quindi cominciò a parlare con loro in modo calmo e informale, come si addice a una persona la cui autorevolezza era talmente fuori discussione che l’atteggiamento amichevole non avrebbe potuto essere male interpretato. Avevano avuto modo di riposarsi, disse, (sebbene si stesse rivolgendo a quegli stessi uomini che si erano aperti la strada lentamente, passo dopo passo, fino a Guillemont!) e ora avevano un compito da portare a termine, un compito difficile e pericoloso: eliminare il maggior numero possibile di tedeschi. Infine avrebbe letto alcuni brani delle istruzioni riguardanti l’attacco che, essendosi ormai adeguatamente riposati e riorganizzati, di lì a poco avrebbero dovuto sferrare.
Cominciò a leggere, e mentre leggeva la sua voce divenne sempre più monotona, come se giungesse da una distanza remota. Il piano di attacco era spiegato in modo alquanto astratto, perché gli uomini potessero seguirlo e, nonostante la gravità con cui ascoltavano, la loro mente vagava altrove. Ma ogni volta che leggeva un brano con maggior enfasi, sbattevano le palpebre e alzavano lo sguardo su di lui con un’espressione strana, quasi animalesca, di paziente meraviglia.
«...agli uomini si fa espresso divieto di fermarsi ad assistere i feriti...»
Il capitano continuò a leggere con voce monotona il brano successivo in cui si diceva che lo stato maggiore aveva preso tutte le misure necessarie perché quell’opera umanitaria, ma alquanto irrilevante, fosse portata a termine dall’apposito personale.
«Vi interesserà forse sapere,» e questo fu sottolineato con maggior enfasi, come per dissipare ogni dubbio «che si è calcolato che avremo un pezzo di grosso calibro, per ogni cento metri di terreno su cui attaccheremo. Credo che questo significhi obici e artiglieria pesante.»
Se concluso con successo, un attacco sferrato su un fronte di venti miglia voleva dire una penetrazione di sei o sette miglia, e gli uomini sembrarono colpiti dal volume di fuoco con cui si intendeva appoggiarli.
«Non si prevede che in questo settore il nemico opponga seria resistenza...»
A questo punto si udì un bisbiglio.
«Che prospettiva del cazzo!»
La voce sottile e stridula era quella di Weeper Smart e fu chiaramente udita dal resto della squadra, ottenendo un effetto immediato. La tensione nervosa, che aveva attanagliato tutti, si allentò all’improvviso, provocando un desiderio isterico, quasi irrefrenabile, di ridere. Se anche il capitano Thompson avesse udito la voce di Weeper e quale conclusione avesse tratto dal fremito improvviso che scosse i ranghi, era impossibile dire. Bruscamente ordinò l’attenti e dopo pochi secondi, durante i quali li aveva osservati in modo impersonale, ma con grande severità, gli uomini furono messi in libertà. Mentre si allontanavano, il capitano Thompson chiamò il caporale Hamley.
«Chi sa dirmi dove saranno il prossimo giovedì alcuni di noi poveri disgraziati?» esclamò Weeper una volta tornati nella tenda, mentre si lasciava cadere sulle coperte. Alla vista di quella caricatura del dolore, l’ilarità dei suoi compagni, repressa durante l’adunata, esplose in un coro di risate acute e sardoniche.
«Ridete, ridete pure, poveri idioti!» gridò infuriato. «Sì, adesso ridete! Ma avrete poco da ridere quando vi verrà sulla testa tutto il maledetto ferro delle fonderie Krupp! Ridete! Un grosso pezzo di artiglieria ogni cento metri e nessuna seria resistenza da parte nemica! Ci hanno presi per un branco di fottuti ragazzini, ecco per cosa ci hanno preso! Come se non fossimo mai stati in prima linea e...»
«Chiudi quella dannata bocca, ho detto!» ordinò un esasperato caporal maggiore Hamley, mentre entrava nella tenda. Nel chinarsi per entrare allungò il collo, spingendo il mento in avanti, il che gli conferì un aspetto anche più aggressivo. «E se ti azzardi ancora ad aprire bocca all’adunata e davanti a un ufficiale, non ci metto niente a sbatterti in prigione, hai capito? Dico a te, miserabile coglione! Basta una dannata testa di cazzo come te per demoralizzare un intero fottuto Corpo d’Armata. Mi hai capito? Chiudi il becco e datti da fare, per una volta.»
Esausto per quello sfogo insolitamente violento, Hamley, le cui labbra erano sbiancate, volse lo sguardo in giro per la tenda, fissando innocenti e colpevoli. Weeper gli lanciò un’ultima occhiata di tetra disapprovazione e ripiombò in un prudente silenzio. Il resto del gruppo, tutti allievi del corso, se ne stettero zitti: non aveva senso incoraggiare il caporal maggiore Hamley a far valere la sua autorità. Presero dunque carta e matita, e lo fissarono con freddezza. In fondo, nonostante tutto, Weeper era pur sempre uno di loro! Il graduato iniziò a trasmettere un messaggio con il segnalatore acustico e gli allievi cercarono di decifrarlo. Poi l’istruttore mise alla prova due allievi con due apparecchi, uno trasmittente e uno ricevente, mentre il resto del gruppo registrava.
«Questo giochino l’hai fatto altre volte» disse a Weeper.
«Io, caporale?» rispose Weeper con aria di finta innocenza.
«No?» ribatté il caporale. «Vorresti farmi intendere che non hai mai lavorato in un ufficio telegrafico? Non è proprio il caso che cerchi di fare il furbo con me. L’ho capito benissimo dal tuo tocco.»
In ogni caso, non era in vena di accontentarsi facilmente e gli uomini, pensando all’imminente attacco, non riuscivano a lavorare bene. Ben presto l’atmosfera si fece sempre più cupa e Bourne fu il meno bravo di tutti.
«Mi state facendo perdere tempo» disse Hamley. «Quelli di voi che non sapranno usare bene il segnalatore saranno impiegati come guardafili o aiuteranno a portare quella dannata raganella.»
Le cose andarono di male in peggio. Fuori cominciò a cadere una leggera pioggia che presto si trasformò in un acquazzone torrenziale. Intanto, il loro malumore si trasformò in risentimento, e più volte il caporale espresse la sua disapprovazione con severa incisività. Infine, il viso flemmatico ma allegro del caporal maggiore Woods fece capolino all’ingresso della tenda.
«Potrei avere sei dei tuoi uomini per metterli al lavoro, caporale?» domandò allegramente.
«Se li può prendere anche tutti» rispose con entusiasmo Hamley, gettando il segnalatore acustico sulle sue coperte con l’aria di un uomo che ha perso ogni speranza.
All’ora di pranzo Shem ritornò, tutto bagnato e odoroso di iodio. Piovve tutto il giorno e gli uomini rimasero nelle tende, ma la loro esasperazione scomparve, lasciando il posto a un velato pessimismo.
Il signor Rhys fece loro visita e disse che, tenendo conto delle interruzioni dovute ad altre esigenze di servizio, i loro progressi erano stati assai soddisfacenti. Anche lui riteneva che Weeper Smart fosse un esperto telegrafista e che Martlow fosse l’allievo più promettente. Quanto agli altri, doveva passare ancora del tempo prima che fossero pienamente all’altezza di svolgere le mansioni di segnalatori.
Alle tre meno un quarto disse al caporale che per quel giorno potevano smettere. Se il tempo si fosse schiarito, sarebbero andati fuori ad addestrarsi con le bandierine, ma avevano fatto pratica con il segnalatore per tutta la mattina e si sa che ripetendo la stessa cosa per ore e ore, si finisce per perdere la concentrazione e non imparare nulla. Dall’esterno ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Fino all'ultimo uomo
  3. Nota dell’autore
  4. Introduzione alla nuova edizione
  5. FINO ALL’ULTIMO UOMO
  6. Capitolo uno
  7. Capitolo due
  8. Capitolo tre
  9. Capitolo quattro
  10. Capitolo cinque
  11. Capitolo sei
  12. Capitolo sette
  13. Capitolo otto
  14. Capitolo nove
  15. Capitolo dieci
  16. Capitolo undici
  17. Capitolo dodici
  18. Capitolo tredici
  19. Capitolo quattordici
  20. Capitolo quindici
  21. Capitolo sedici
  22. Capitolo diciassette
  23. Capitolo diciotto
  24. Copyright