«Una bestia! Una bestia col manto di porpora, ecco chi è Alessandro VI!»
Ludovico il Moro era fuori di sé come fino a quel momento nessuno, nemmeno il fedele Calco, lo aveva mai visto. Il suo cancelliere e i tre ambasciatori veneziani, Francesco Foscari, Marco Dandolo e Zaccaria Contarini, che gli avevano recato l’incredibile notizia, se ne stavano silenziosi e mogi, mentre il duca di Milano – ormai si doveva chiamarlo così – sbraitava fino a diventare color porpora in viso e a gonfiare le vene del collo, afferrava frutti da un cesto posato sulla scrivania e li lanciava contro il muro, picchiava, come sua abitudine, grandi manate sul tavolo da lavoro e gettava all’aria le carte che lo ingombravano.
«È salito al soglio papale grazie alla corruzione, ai pugnali dei suoi sicari e soprattutto al lavoro di mio fratello Ascanio, che gli ha spianato la strada, persuadendo me e i suoi colleghi cardinali ad appoggiarlo. E adesso osa imprigionarlo! Si permette di toccare uno Sforza! Offendere il duca di Milano! Pensa di avere a che fare con un suo simile, quel depravato che non conosce altro che vizi e dissolutezza? Non sa che, se mi muovo io, gli caccio la tiara giù per la gola, a quel demente?»
«Vostra Ecellensa, ve preghemo di calmarve, ’lustrissimo, de razonar in modo più fredo» provarono a interloquire gli ambasciatori veneziani, sforzandosi di avvicinarsi il più possibile a una lingua comprensibile al Moro, mentre Calco, in un rigoroso silenzio, fissava interessatissimo le piastrelle del pavimento.
«Calmarmi?! Calmarmi!? Ragionare in modo freddo, quando il mio amatissimo fratello Ascanio è rinchiuso nelle segrete dei Borgia? Ne avete mai sentito parlare, voi, delle prigioni in cui quel degenerato rinchiude i suoi nemici? Non se ne esce vivi, signori! E voi pretendete che mi calmi, dopo quello che abbiamo fatto noi Sforza per quell’abominevole individuo! Calco, prendete nota dei miei ordini! Scrivete adesso, sotto i miei occhi, una lettera al sedicente papa Alessandro in cui lo informate che ho già inviato forti rinforzi a Carlo VIII affinché attacchi e saccheggi Roma, se non verrà liberato all’istante!! capito Calco... All’i-stan-te!!»
«Sì, mio signore, chiarissimo. All’i-stan-te! non mancherò di sottolinearlo due volte.»
«Se non verrà liberato mio fratello! E voi, signori,» proseguì, rivolto agli ambasciatori veneziani «posso sapere come siamo giunti a un simile abominio?»
«Sensa dubio, ’cellensa, no gavemo avuto tempo de contarve. Carlo VIII xè arivà a Roma e l’esercito napoletano, invece de schierarse e defender el papa, xè scanpà... fuggito, dileguato, come dite a Milano? No bastase, Carlo VIII ga imprizonà la Giulia Farnese, savè? la belisima putea che el papa la ama più dela pupila del so’ ocio. El papa xè diventà mato e xe rabià con voi milanesi, che xè aroganti, el gà dito, e siccome che vostro fradel gera a portata de man, el gà ciapà elo.»
«Pazzesco, assurdo! Calco, siete ancora qui!?» sbraitò di nuovo il Moro, picchiando sonore manate sull’incolpevole scrivania. «Non vi ho detto di mettervi a scrivere la lettera al papa?! Dovrebbe già essere partita e voi invece restate qui a trastullarvi, a perdere tempo prezioso! Sono circondato da inetti, da incapaci, in questa corte! Prima mio nipote buon’anima, adesso il mio segretario e cancelliere! E intanto Ascanio rischia di rimetterci la vita. Ma giuro su Dio che se gli accade qualcosa, raderò al suolo Roma, un cumulo di macerie fumanti la ridurrò, sormontate dalle ceneri di quel debosciato!»
Calco sedeva composto e dignitoso di fronte al suo signore, dopo la notizia che il cardinale Ascanio Sforza era stato liberato in modo piuttosto celere da sua santità e godeva di ottima salute.
«Mi spiace di avere ecceduto di fronte agli ambasciatori veneziani, Calco. Logico che non penso di voi quello che l’ira mi ha spinto a dire. Ma capite bene che ero molto preoccupato, oltre che adirato. Purtroppo l’esperienza ci insegna che nelle segrete dei Borgia si entra vivi e in buona salute e si esce squartati in molteplici pezzi.»
«Non ricordo nemmeno le frasi che avete pronunziato in quella occasione, mio signore.»
«Vi ringrazio della comprensione. Adesso mettiamoci al lavoro e aggiornatemi con minuzia di particolari sull’attuale condizione di Roma, del papa e di Carlo VIII.»
«Mi posso permettere di anticipare alla eccellenza vostra una notizia clamorosa?»
«Buona o cattiva?»
«Direi buona.»
«Allora fate pure.»
«Re Alfonso d’Aragona ha abdicato in favore del figlio Ferdinando II e ha abbandonato Napoli.»
«No!!! Non posso crederci. Anzi, non ci credo senz’altro. Avete verificato la notizia? Secondo me è una colossale balla.»
«L’ho verificata, mio signore, e risulta vera, anche se ammetto che recuperare notizie dal Sud, vista la confusione che vi regna, non è impresa facile.»
«Allora proprio non mi ci raccapezzo. Carlo si trova ancora a Roma, giusto? Che senso ha abdicare e dargli partita vinta con così largo anticipo?»
«Il punto è, mio signore, che la situazione a Roma è molto mutata rispetto alle ultime notizie di cui eravamo in possesso. Il vostro cancelliere, mi sia concesso questo modesto sfoggio di bravura, si è dato molto da fare con spie, ambasciatori e corrieri veloci...»
«Sempre detto che siete un grand’uomo, Calco, per questo vi tengo al mio servizio. Siete la pupilla dei miei occhi, voi, non ve lo dimenticate mai.»
«Vi ringrazio, illustrissimo. Dicevo che, al momento, la situazione a Roma è la seguente. L’esercito aragonese si è dileguato alla vista del primo pennacchio della cavalleria francese e questo lo sapevamo già, così come vi confermo che Carlo VIII ha fatto il suo trionfale ingresso in città. Il suo esercito, intanto, si è posto all’inseguimento di quello aragonese, spingendosi verso sud. Alfonso d’Aragona, che pure, fino a poco tempo addietro, era accreditato come valente generale, si è preso una tale paura che, come dicevo, non ha neppure aspettato di vedere spuntare all’orizzonte la cavalleria nemica. Ha passato la corona nelle mani del figlio, lasciando il giovanotto a sbrogliare la situazione, e lui se n’è scappato, nessuno sa dove ma forse a Ischia.»
«Ma pensa un poco» borbottò il Moro scuotendo il capo. «E io che avevo tanto timore degli Aragonesi da decidere di tirarmi in casa questi rozzi francesi. A sapere che erano così inetti e codardi, avrei fatto da solo. A proposito, come mai Carlo non è alla testa dei suoi uomini?»
«Perché si diverte molto di più a Roma, mio signore. Come era prevedibile, il papa ha compiuto il millesimo, clamoroso voltafaccia. Ha liberato il cardinale Ascanio e lo ha spedito presso il re francese per perorare la sua causa, latore di una proposta di alleanza e amicizia, facendo leva, come già il Savonarola, sull’immagine di Defensor fidei, di Campione dei valori della Cristianità, di Grande Riformatore della Chiesa che tanto affascina il sovrano francese. Nel frattempo, si è affrettato ad abbandonare l’alleanza con l’Aragonese, si è chiuso a Castel Sant’Angelo insieme a Giulia Farnese – che Carlo gli ha restituito – e ha inviato al re un numero impressionante di giovanissime cortigiane, pronte a esaudire ogni suo capriccio. È questa la ragione che tiene il sovrano legato a Roma, mio signore, le orge, le colossali bevute, i banchetti, le giovani donne e non me ne stupisco perché anche a Milano abbiamo potuto constatare di quale tempra sia fatto. Lo sapevate che possiede una sorta, per così dire, di registro, nel quale annota i nomi e anche il ritratto di tutte le donne che si è goduto in Italia? Nude, naturalmente. Sembra che questa consuetudine lo diverta e lo esalti in modo particolare.»
«Il Grande Riformatore! Puah! Un vizioso, questo è, che avrebbe bisogno lui, di essere riformato! In ogni caso, anche se per ora se la spassa a Roma, a quanto mi dite, conquisterà Napoli con la stessa facilità con cui ha piegato Firenze e Roma, senza combattere, senza sparare un colpo.»
«Se non proprio senza sparare un colpo, certo con grandissima facilità. Questo è un fatto che ormai possiamo considerare accertato.»
«Bene. Lasciamo che conquisti Napoli e si senta sicuro. Intanto per noi è giunto il momento di cambiare politica. Ora che il nostro scopo di sbarazzarci degli Aragonesi di Napoli è stato raggiunto, dobbiamo liberarci dei francesi e del loro vizioso sovrano... Non fate quella faccia stupita, Calco. E soprattutto, niente prediche, per cortesia. Nel momento stesso in cui Carlo VIII avrà messo piede a Napoli, non ci servirà più. Da quell’istante, si trasformerà per noi nel bieco e cinico invasore che calpesta il nostro suolo, nel tiranno che vuole assoggettarci alla sua oppressione. E noi lo pugnaleremo alle spalle... Uff, come siete noioso e prevedibile, Calco.»
«Non ho aperto bocca, mio signore.»
«Mi basta il vostro sguardo. Siete un imbrattacarte, non un uomo di stato. Riuscite a immaginare quale piano ho in mente per pugnalarlo nelle terga? »
«Non nei dettagli, mio signore, ma un’idea ce l’ho anch’io» rispose Calco, in tono impercettibilmente risentito.
«Intanto, pur continuando a proclamarci alleati, avvieremo un drastico ridimensionamento del nostro impegno militare fino al totale azzeramento delle truppe e diminuiremo la portata dei nostri aiuti in vettovaglie e logistica fino al completo sganciamento. Nel frattempo manterremo contatti riservatissimi con Venezia, con l’imperatore Massimiliano e con tutti i signori italiani per costituire una lega militare che sbarri all’invasore la via del ritorno e faccia a pezzi lui e il suo esercito mentre è ancora in territorio italiano. Massimiliano d’Asburgo detesta a tal punto Carlo VIII, il quale gli ha soffiato una moglie insieme alla possibilità di incamerarsi la Bretagna, ed è talmente terrorizzato all’idea di una sua espansione territoriale in Italia, che accoglierà a braccia aperte la mia proposta, anzi corro il rischio che sia lui a precedermi, bruciandomi il prestigio di intestarmi la paternità dell’azione politica. Venezia si accoderà perché non potrebbe neppure concepire che Massimiliano d’Asburgo, suo storico rivale, tragga vantaggio da una guerra dalla quale lei resti tagliata fuori. Sono pronto a scommetterci il mio titolo di duca che il papa... be’, forse proprio il titolo di duca no, perché il Borgia è un viscido serpente, ma insomma, diciamo che sono pronto a scommettere che anche il papa si accoderà a noi, figurarsi, cos’altro potrebbe fare? Nominarsi paladino di una causa persa? Getterà gli Aragonesi alle ortiche senza fare una piega. Formeremo una coalizione militare massiccia, possente, non ho dubbi. La chiamerò... mmm... Lega Italica... Vi piace? Suona bene, no? Che sia chiaro che siamo noi italiani a buttarlo fuori, anche se con un aiutino degli austriaci, in modo che a nessun altro, dopo Carlo VIII, venga in mente di poter invadere impunemente l’Italia. Gli infliggeremo una tale batosta che nessuno straniero si azzarderà più a valicare le Alpi per molti secoli a venire. Lo fermeremo a... Portatemi una cartina dell’Italia» ingiunse il Moro sgomberando il tavolo dalle carte, che accumulò alla rinfusa su un lato.
Calco squadernò una cartina della penisola sul piano e ne fissò gli angoli con vari oggetti che recuperò in giro.
Il Moro puntò l’indice sulla mappa e la percorse da sud a nord.
«Lasceremo che percorra a ritroso il cammino con tutto il suo esercito. Servirà a provocare ulteriori danni al Sud e al Centro d’Italia, incluso lo stato della Chiesa. Ne abbiamo solo da guadagnare se quei territori resteranno stremati e dissanguati per i prossimi quindici anni, così a nessuno verrà in mente di portare guerra al Nord e Milano acquisirà un facile predominio sulla penisola. Fermeremo il francese prima che venga a disturbare i nostri territori. Certo non gli consentirò di riaffacciarsi in Lombardia. L’ideale sarebbe fermarlo in Romagna.»
«Prima o dopo Forlì?»
«State pensando a mia nipote Caterina?»
«Sì, mio signore. So che la madonna di Forlì è uscita molto provata da questa guerra. In ogni senso.»
«Se lo è meritato. Avrebbe dovuto affidarsi in tutto a suo zio, che l’ha salvata. Invece s’è lasciata manipolare da quel turpe individuo che odia i milanesi e gli Sforza in particolare. Non si illuda, Giacomo Feo, che io dimentichi le sue mille manovre per indurre Caterina a schierarsi contro di noi. Non appena avremo sistemato l’invasore, ci occuperemo anche di lui. Dovesse essere l’ultima cosa che faccio. Intanto lasciamo che madonna Caterina soffra ancora un po’. Sapete una cosa, Calco?»
«Cosa, mio signore?»
«Visto come stanno andando le cose, rimpiango di essermi tirato in casa questi barbari, che si sono comportati da manigoldi e da conquistatori, non da alleati.»
«Mi ero permesso di fare presente alla signoria vostra che uno straniero non abbandona il suo paese per spirito di cortesia verso noi italiani e che in cambio vorrà pure qualcosa.»
«D’accordo, d’accordo, adesso non ringalluzzitevi troppo. Ho appena ammesso che non avevate torto. Ma io come potevo immaginare che gli Aragonesi si rivelassero un...