La voce dei nostri silenzi
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La voce dei nostri silenzi

  1. 294 pagine
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La voce dei nostri silenzi

Informazioni su questo libro

È il 1939 e i sogni di Stevie Ponder sembrano essersi infranti. A quindici anni ha un unico desiderio: insegnare. Quando suo padre muore all'improvviso, però, Stevie è costretta a lasciare la scuola per aiutare la madre a mantenere i fratelli più piccoli. Le giornate, ormai, le trascorre in una fabbrica di Londra e per i suoi amati libri non c'è più tempo. A peggiorare la sua condizione arriva la guerra, con i bombardamenti, gli allarmi, il razionamento del cibo e le corse disperate fino in cantina. I giorni della spensieratezza e della libertà sembrano finiti. Poi però incontra Michael, poco più grande, appassionato di fisica, di invenzioni e di Samuel Morse, l'ideatore del telegrafo. Michael è diverso da chiunque lei abbia mai conosciuto, e una nuova luce comincia a rischiarare l'esistenza di Stevie. Le giornate scorrono più veloci, il lavoro è meno faticoso e le notti sono tutte stellate. Ma Michael è giovane, in salute, una risorsa importante per le truppe alleate e viene spedito al fronte, in Africa. Stevie e Michael sono costretti a lasciarsi, ma giurano di ritrovarsi, a Londra, subito dopo la guerra. Quella promessa non verrà mantenuta, e i due, allontanati da una tragedia inaspettata, si perderanno di vista. Solo anni dopo si incontreranno per caso, forse per capire che a volte il tempo può essere fermato. Basta desiderarlo ardentemente.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2010
eBook ISBN
9788858501795
Print ISBN
9788856600216

Michael

Voglio farti vedere una cosa.
«Che cosa?» Ha appena finito il turno e si sta abbottonando il cappotto.
Infilo una mano sotto il cuscino e tiro fuori un piccolo ditale. Lei lo guarda e dice: «È un ditale».
Io faccio segno di no con la testa. È un bacio, scrivo.
Lei ride. «Come in Peter Pan
Annuisco.
«E chi te l’ha dato?»
Le porgo il ditale. Lei lo prende dalla mia mano malferma e se lo mette sulla punta dell’indice, poi io le passo il blocco degli appunti perché possa leggere ciò che ho scritto.
«Hai una figlia? Dov’è? Perché non ne hai mai parlato?» Anna si toglie il ditale e lo guarda.
Lei non mi conosce. Sua madre ha sposato un’altra persona.
«Come mai?»
Ero in Africa.
«Perché non ti ha aspettato?» insiste lei, con aria di sfida. «Avrebbe dovuto.»
Scuoto vigorosamente la testa. No. Io non la biasimo. È stata tutta colpa mia. Le ho detto... Mi fermo e scarabocchio le parole. Sto dimenticandomi di me stesso.
Anna guarda con attenzione ciò che ho scritto, poi alza gli occhi verso di me. Io chiudo i miei perché non veda tutte le cose che desidero disperatamente farle intuire.
Non ci misi molto a trovarla. In Rye Lane incontrai una ragazza che lavorava nella mensa con Stevie e per un pelo non saltò in mezzo alla strada quando le battei il dito sulla spalla. Mi raccontò che Stevie si era trasferita a Bromley con il marito, dopo la guerra, e i piedi mi diventarono di ghiaccio nelle scarpe.
«Si è sposata?»
La ragazza annuì. «Vuoi il suo indirizzo?»
Annuii, stordito, e lei scribacchiò il nome di una via sul retro del biglietto dell’autobus.
Quel pomeriggio andai a Bromley e mi sedetti in un pub all’angolo della sua via, ad aspettarla. Non volevo farla spaventare, piombandole in casa all’improvviso, e non volevo neppure vedere lui. Attraverso un unico riquadro pulito della vetrata potevo controllare la strada con l’occhio sinistro senza passare per uno spione; il resto era sporco e appannato. Non ci fu gran movimento fino alle tre circa, quando, proprio mentre stavo per alzarmi per andare di nuovo al banco a ordinare qualcosa, vidi una porta aprirsi dall’altro lato della strada. Mi immobilizzai e guardai bene oltre la vetrina.
Stevie portava un cardigan rosso incrociato con un fiocco su un fianco e una gonna grigio scuro. Avevo dimenticato quanto fosse piccola. Ancora una volta avevo dimenticato. Afferrai al volo il cappotto e la seguii lungo la via, chiedendomi cosa potessi dirle. All’incrocio lei attraversò e svoltò poi a sinistra in una via più piccola, infine raggiunse il cancello di una scuola, dove salutò con un cenno della testa altre donne che stavano cominciando a radunarsi lì davanti. Io restai a guardare, tenendomi a debita distanza, appoggiato a un muro, cercando di ascoltare cosa stava dicendo alla signora che aveva accanto. L’aria era umidiccia di polpastrelli macchiati d’inchiostro e pianoforti strimpellati. Un piccione venne a posarsi vicino ai miei piedi e io mi chinai, lo presi e me lo strinsi al petto, per sentire il battito veloce del suo minuscolo cuore.
Vidi una bambina uscire dal cancello e correre da Stevie, e vidi Stevie darle un bacio sulla guancia. Le mie dita si strinsero intorno alla gabbia toracica dell’uccello. Sentivo i suoi piccoli polmoni e il microscopico fegato. Aprii la bocca per chiamarle, ma non uscì un suono. Emily. Pronunciai il suo nome a fior di labbra, senza voce. Mia figlia. La mamma e la bambina si fermarono all’angolo della strada e Stevie si abbassò, in modo che la piccola potesse arrampicarsi sulla schiena della madre, stringendole le gambe intorno alla vita; poi si piegò in avanti per raccontarle qualcosa e gesticolava eccitata, mentre camminavano. Le seguii con lo sguardo e strinsi ancora più forte il piccione contro il petto.
Tornai nello stesso pub il pomeriggio seguente e vidi Stevie ed Emily che rincasavano da scuola. Ordinai qualcos’altro da bere, lessi il giornale e aspettai. Era buio, quando lo vidi tornare dal lavoro. Suo marito. Era alto e magro e camminava come se avesse bisogno di tagliarsi le unghie dei piedi, e quando lei si mise in punta di piedi per accoglierlo con un bacio sulla porta di casa io mi sentii lo stomaco sprofondare.
Il giorno dopo gli parlai. Lo fermai quando svoltò l’angolo della via e gli chiesi l’ora, solo per sentire la sua voce. Pensavo che forse poteva darmi qualche indizio, una minima idea della vita di Stevie con lui. Scoprii soltanto che erano le sei e mezzo del pomeriggio e che il tizio non aveva alcun difetto di pronuncia, il che mi diede vagamente fastidio.
Avevano una casa con un cancelletto verde che doveva essere leggermente sollevato per essere aperto, altrimenti grattava per terra e si incastrava nel vialetto un po’ sconnesso. Sbirciai attraverso le loro finestre, quando uscirono, e passai le dita sull’intonaco della casa. Avevano un divano marrone con cuscini color panna, un fornello a gas e una fotografia di Emily appesa alla parete.
Ora che avevo trovato Stevie non potevo lasciarla di nuovo. Volevo essere certo che stesse bene. Volevo vedere se lui le portava le borse, se le apriva il cancello e la faceva ridere. Non volevo assolutamente vedere che la toccava, ma mi ritrovai a immaginarmelo per tutto il tempo e quel pensiero mi costringeva a voltarmi e a richiamare l’attenzione del barista con un gesto secco del pollice verso la bottiglia del gin.
Dopo averli osservati per circa due settimane, un sabato arrivai al pub appena prima dell’una. Lui uscì di casa poco dopo. Stevie uscì insieme a Emily circa un’ora più tardi. Aveva un cesto in mano e indossava un abito blu che le ondeggiava intorno alle ginocchia mentre correva per la strada assieme alla bambina che rideva come una matta.
Di solito io me ne stavo al pub, quando uscivano di casa. Non ero pronto per parlare con lei. Non volevo che si voltasse e mi vedesse. Ma quel giorno la seguii per la città fino al parco vicino alla biblioteca e mi sedetti su una panchina, sempre a una certa distanza, con il collo che mi faceva male mentre la guardavo oltre la curva della collina. Stevie tirò fuori dal cesto un plaid e lo stese sul prato, poi prese un libro e cominciò a leggere. Emily era sdraiata sul plaid, immersa in una conversazione con se stessa.
Quasi senza rendermi conto di ciò che stavo facendo, cominciai a camminare verso di loro. Mentre mi avvicinavo scorsi le lentiggini sul dorso delle mani di Stevie e l’attaccatura delle dita dei piedi, dove scomparivano nelle scarpe décolleté. Portava un anello d’oro alla mano sinistra. Anche quella era una novità. Mi sforzai di non guardarlo. Aveva qualche filo grigio fra i capelli e indossava un paio di orecchini d’argento che scintillavano al sole. Una volta diceva che gli orecchini le sembravano ordinari. Quando alzò lo sguardo verso di me i suoi occhi avevano la stessa sfumatura d’azzurro che avevano sempre avuto quando sorrideva. Quando sorrideva sul serio.
Smise di sorridere non appena mi ebbe riconosciuto. Si lasciò cadere il libro in grembo, si alzò di scatto, poi si rimise seduta.
All’inizio nessuno dei due aprì bocca. Ci limitammo a guardarci, intensamente. Non volevo essere distratto dalle parole. Volevo memorizzare ogni più piccolo tratto di lei, ogni lentiggine e ogni neo, ogni ombra sulla sua faccia. Volevo contarle le ciglia e misurarle il battito del polso, e controllarle i denti in cerca di eventuali carie. Volevo respirarla tutta e volevo posare la testa sul suo petto.
Non so per quanto tempo rimasi lì, dimenticandomi di respirare, con le guance che si arrossavano per mancanza di ossigeno. Stevie si alzò di nuovo, con cautela, e fece un passo verso di me. Emily smise di contare e si unì al nostro nuovo gioco. Anche lei cominciò a guardarmi fisso. «Tu chi sei?» Quelle parole esplosero fragorose tra noi.
Io abbassai lo sguardo su di lei e provai a spiegarglielo, ma non mi uscì un filo di voce. Fu Stevie che per prima riuscì ad articolar parola. «Lui è Michael» disse in fretta. «E... Michael, lei è Emily. Mia figlia.» Tentò di dirlo con disinvoltura, ma la frase le uscì sulla difensiva, con un palese tono di possesso. «Ha sei anni. Li ha compiuti a giugno.»
Emily annuì orgogliosa e cominciò a correre in cerchio intorno a noi.
All’improvviso mi venne da piangere. «Mi dispiace tantissimo» mormorai. «Io non lo sapevo.»
Stevie mi guardò allibita. «Ma io te l’ho scritto. Ti ho spedito centinaia di lettere.» Guardò in giro, dietro di me. «Allora, dov’è Tabitha?»
Scrollai il capo, disperato. «Non era una cosa così.»
«Perché l’hai...?» le morirono le parole sulle labbra, e gli occhi si ridussero a due fessure, poi mormorò: «Mi avevi promesso che saresti tornato da me».
«Non sapevo cosa facevo.» Stavo praticamente boccheggiando. «Non posso dirti com’era, là fuori. Non posso dirti che cos’ho fatto. È stato orribile, Stevie.» Allungai la mano per sfiorarle il braccio, ma lei si ritrasse. I nostri occhi rimasero fissi gli uni negli altri finché lei tirò su col naso, piano, e distolse lo sguardo.
Strappai i miei occhi da lei e li abbassai su Emily. Non mi somigliava affatto. Aveva un vestitino a righe bianche e rosse e i capelli biondi tagliati in modo diseguale sulla fronte. Aveva ricominciato a giocare nell’erba. Contava a voce alta, solo per se stessa. Mi stupiva il fatto che parlasse così bene. Non sapevo molto dei bambini di sei anni.
«Si è tagliata i capelli da sola» disse Stevie alla fine. «Non so perché. Sono entrata e l’ho trovata che li tagliava via a ciocche, estasiata, guardandosi nello specchio.»
Risi, un po’ nervoso. Mi immaginai lo specchio, uno di quelli a tre ante montate su cerniere, che permettevano di posizionarle in modo da potersi guardare le orecchie e la nuca. E c’era anche un piccolo sgabello, con la seduta imbottita che si abbinava al tappeto e, forse, zoccoletti fessi; uno sgabello fatto da un irlandese dall’aria germanica di Cork.
«Puoi parlarle, se vuoi» mi disse Stevie.
Io mi chinai e provai a entrare nel gioco. Lei si mise un ditino sulle labbra con impaziente indulgenza per la mia interruzione. Era arrivata a settecentottantatré. Continuò per un po’, poi prese dei ditali dal plaid e mugugnò «Ottocento», guardandomi con un’aria di conclusiva rassegnazione.
Le chiesi se poteva mostrarmi come funzionava il suo gioco.
Lei sospirò e mi rispose che le sembrava troppo difficile da spiegare.
«Possiamo giocare a Peter Pan, se vuoi» suggerì poi, condiscendente. «Io faccio Wendy e tu puoi fare Peter.» Mi diede un’occhiata severa. «Dai, tu sei Peter Pan e facciamo che avevi perso la tua ombra.»
Vidi un mezzo sorriso guizzare rapidissimo sul viso di Stevie. Io mi misi le mani sui fianchi e mi chiesi ad alta voce come potevo fare a volare. Avevo appena avuto l’idea giusta e mi mancava solo un pizzico di polvere di stelle per decollare quando sentii qualcuno che ci gridava qualcosa... be’, in realtà gridava qualcosa a loro, dalla cima della collina. Era lui. Lo riconobbi subito. Teneva tre arance nell’incavo di un braccio piegato e salutava con l’altra mano agitando un giornale arrotolato.
Stevie mi prese per un braccio. «Michael! Devi andare. Mi dispiace.» Si interruppe. Sentivo le sue dita ossute sul mio braccio e il suo viso era diventato rosso e lucido. Abbassò la voce. «Ho raccontato a Jonathan che eri morto.»
Precipitai dal cielo. L’idea giusta era scomparsa. E ora che conoscevo il suo nome non sarei più riuscito a dimenticarlo.
Quando Emily vide Jonathan, il suo interesse per me scemò con notevole rapidità. Mi sentivo la pelle trasparente e punteggiata, come quella di una patata bollente. La bambina ricominciò a correre in cerchio.
Jonathan scomparve per un momento, nel punto in cui il sentiero curvava intorno al fianco dell’altura. Era la mia ultima occasione. «Stevie, mi spiace moltissimo. Ti ho scritto quella lettera perché avevo fatto una cosa terribile. Non potevo tornare.» Ero affannato, mi mancava il fiato. C’erano tante cose da dire, troppe cose da spiegare.
«Non voglio saperlo» mormorò.
«Tu non capisci. Non è ciò che ti ho scritto nella lettera. Quello l’ho detto solo perché avevo fatto un’altra cosa, un’azione terribile. E queste...» Cominciai a togliermi dalla tasca le sue lettere e gliele agitai sotto gli occhi, le aprii per mostrarle ciò che un tempo lei mi aveva scritto. «Le hanno spedite a casa dei miei genitori. Io non le ho mai ricevute. Non sapevo niente, fino a oggi.»
Stevie non prese le lettere che le tendevo. Rimase lì, a guardarsi i piedi e a torcersi le mani, come se fossero fradicie d’acqua e dovesse strizzarle. «Mettile via. Ti prego.»
Riluttante, io le riposi in tasca. Jonathan fece nuovamente capolino sul fianco della collina. Gli cadde un’arancia e lui si chinò a raccoglierla.
«Mi dispiace» ripetei ancora una volta.
Lei annuì e rimise il libro nella borsetta. Io strisciai i piedi sull’erba. Lei si chinò, arrotolò la coperta e, senza guardarmi, disse: «Io ti amavo. Ti avrei aspettato per sempre, ma non dopo quella lettera. Soltanto una stupida avrebbe aspettato uno che le aveva detto ciò che mi hai detto tu. E avevo Emily a cui pensare». Infilò il plaid nel cesto. «Ti amavo» ripeté, pianissimo, per non farsi sentire da Emily, poi alzò gli occhi verso i miei e in quel brevissimo istante vidi che mi aveva perdonato.
Sentii tirare la gamba del pantalone. Emily era venuta accanto a me, la testa inclinata verso la spalla per timidezza e sul viso un diffuso rossore. Aveva un piccolo ditale in mano. Lo teneva capovolto sul palmo, come una minuscola tenda. Me lo porse.
«È per te. È un regalo.»
«Che cos’è?» le domandai.
«È un bacio, ovviamente» disse, un po’ indignata.
Mi rigirai il ditale in mano.
Mia figlia si mise a braccia conserte e sospirò per la mia ignoranza. «Wendy ne dà uno a Peter Pan, non ti ricordi?» precisò. «Lui non sa che cosa sia, perciò lei gli dà un ditale e gli dice che è un bacio.»
Annuii. Avevo dimenticato quel particolare. Chiusi la mano intorno al ditale e lo tenni stretto. Notai che le orecchie di Emily erano asimmetriche e che una aveva un leggerissimo incavo nella parte superiore, come se qualcuno ne avesse morso via un pezzettino. Posai le dita sul mio orecchio e sentii il punto in cui era incavato allo stesso modo. Avrei tanto voluto prendere quella bambina in braccio, mettermela sulle ginocchia e leggerle Peter Pan fino al punto in cui si scopre la ragione per cui Wendy dà un bacio a Peter, perché non mi ricordavo che fosse una storia d’amore. Invece lei si voltò e sfrecciò verso Jonathan, e mentre correva la sua voce mi arrivava a onde. Mi suggeriva di rileggermi da capo tutto il libro, perché Wendy poi lo baciava sul serio, Peter, quasi alla fine, e io forse mi ero dimenticato anche quella parte.
Stevie si chinò a raccogliere il cesto, e gli occhi le luccicavano. Io le porsi il ditale. Non ero sicuro se fosse il caso di restituirlo o meno.
«È per te, tienilo» mi bisbigliò, prima di protendersi in avanti e sfiorarmi con delicatezza la mano con le dita. Poi si voltò lentamente e s’incamminò verso suo marito. Si fermò dopo dieci passi molto composti e io pensai che si sarebbe girata per vedere se la stavo guardando. Invece lei si chinò e si tolse una scarpa. La scosse e batté il tacco con la mano, poi la rinfilò e riprese il cammino. Zoppicava leggermente, nel camminare, ma non si voltò.
Mi ha visto altre volte, da allora, ma non credo che mi riconosca. Mi guarda e io la vedo dubbiosa per un breve istante, ma non sa chi sono. Sono molto cambiato, dopotutto.
Mentre tornavo a casa, quel giorno, girai e rigirai il piccolo ditale fra le dita, provandolo su tutte per vedere a quale si adattava meglio. In Africa, Mollie mi aveva insegnato a lavorare all’uncinetto, quindi feci una bustina per tenerci il ditale, un angolino...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. Stevie
  6. Michael
  7. Stevie
  8. Michael
  9. Stevie
  10. Michael
  11. Stevie
  12. Michael
  13. Stevie
  14. Michael
  15. Stevie
  16. Michael
  17. Stevie
  18. Michael
  19. Stevie
  20. Michael
  21. Stevie
  22. Michael
  23. Stevie
  24. Michael
  25. Stevie
  26. Michael
  27. Stevie
  28. Michael
  29. Stevie
  30. Michael
  31. Stevie
  32. Michael
  33. Stevie
  34. Michael
  35. Stevie
  36. Michael
  37. Stevie
  38. Michael
  39. Stevie
  40. Michael
  41. Stevie
  42. Michael
  43. Stevie
  44. Michael
  45. Stevie
  46. Michael
  47. Stevie
  48. Michael
  49. Stevie
  50. Michael
  51. Stevie
  52. Michael
  53. Stevie