Prima Parte
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Mi chiamo Fawad e la mia mamma dice che sono nato all’ombra dei talebani.
Poiché non mi ha raccontato altro in proposito, all’inizio immaginavo che si fosse allontanata dalla luce del sole e rannicchiata in un angolo buio per proteggersi la pancia che mi nascondeva, mentre un uomo armato di bastone ci teneva d’occhio, pronto a farmi venire al mondo a suon di legnate.
Ma poi sono cresciuto e ho capito di non essere l’unico nato all’ombra dei talebani. C’era mio cugino Jahid, per cominciare, e poi Jamilla – insieme ci lavoravamo gli stranieri a Chicken Street – e anche il mio migliore amico, Spandi. Prima che lo conoscessi, le mosche della sabbia gli avevano mangiato la faccia, procurandogli una piaga che gli era durata un anno e gli aveva lasciato sulla guancia un segno grosso come un pugno. Ma lui non ci faceva caso, e noi nemmeno. E mentre noi eravamo a scuola, lui se ne andava in giro a vendere spand ai grassi occidentali; per questo, anche se il suo nome era Abdullah, lo chiamavamo Spandi.
Sì, eravamo tutti nati al tempo dei talebani, ma da mia madre ho sempre sentito parlare di loro solo come di uomini che facevano ombra, perciò credo che, se mai avesse imparato a scrivere, avrebbe potuto fare la poetessa. Invece, secondo il volere di Allah, spazzava i pavimenti dei ricchi per una manciata di afgani, che nascondeva tra i vestiti e sorvegliava tutta la notte. «Ci sono ladri dappertutto» sibilava, un mormorio arrabbiato che le univa la punta dei sopraccigli.
E naturalmente aveva ragione. Io ero uno di loro.
All’epoca, nessuno di noi lo considerava “rubare”. Come spiegava Jahid, che di queste cose se ne intendeva, si trattava di “distribuzione etica della ricchezza”.
«Dividersi i soldi» aggiungeva Jamilla. «Noi non abbiamo niente e loro hanno tutto, ma sono troppo ingordi per aiutare la povera gente, come è scritto nel sacro Corano, perciò dobbiamo aiutarli a essere buoni. In un certo senso, ci pagano per il nostro aiuto. Solo che non lo sanno.»
Naturalmente, non tutti gli stranieri ci pagavano per il nostro “aiuto” senza accorgersene. Qualcuno, i soldi, ce li dava di proposito; o perché era contento di farlo, o perché si vergognava, o semplicemente per mandarci via, cosa che a dire la verità non serviva a molto perché, quando in strada circolano i dollari, disperso un gruppetto ne arriva subito un altro. Però era divertente. Anche se eravamo nati all’ombra, io, Jahid, Jamilla e Spandi passavamo le giornate al sole, a distribuire le ricchezze di coloro che erano venuti per aiutarci.
«Si chiama ricostruzione» ci informò un giorno Jahid mentre eravamo seduti sul marciapiede in attesa di una 4x4 da prendere d’assalto. «Gli stranieri sono venuti qui per ammazzare i talebani, hanno bombardato il nostro paese e adesso devono ricostruirlo. Ordine del Parlamento Mondiale.»
«Ma perché volevano ammazzare i talebani?»
«Perché erano amici degli arabi, e il loro re, Osama Bin Laden, aveva una casa a Kabul dove faceva figli a centinaia con le sue quaranta mogli. Gli americani odiavano Bin Laden e sapevano che, se continuava a scoparsi le mogli a quel modo, un giorno avrebbe avuto un esercito di migliaia, magari milioni di figli, così hanno fatto saltare in aria dei palazzi nel loro paese e hanno dato la colpa a lui. Poi sono venuti in Afghanistan per ammazzare lui, le sue mogli, i suoi figli e tutti i suoi amici. Si chiama politica, Fawad.»
Jahid era forse il ragazzo più istruito che avessi mai conosciuto. Leggeva sempre i giornali che trovavamo per strada ed era il più grande di noi, anche se nessuno sapeva di quanto. In Afghanistan non festeggiamo i compleanni; ricordiamo solo le vittorie e le morti. Jahid era anche il ladro più bravo che avessi mai conosciuto. Certi giorni, riusciva a prendere manciate e manciate di dollari dalle tasche di qualche straniero che noi più piccoli avevamo infastidito fino alle lacrime. Se io ero nato sotto un’ombra, Jahid di sicuro era nato sotto lo sguardo del diavolo in persona, a giudicare da quant’era brutto. I suoi denti erano mozziconi marroni, e un occhio gli andava per conto suo, rotolando nell’orbita come una biglia in una scatola. In più aveva una gamba fessa, che doveva tirare con forza per tenerla in linea con l’altra.
«È uno sporco ladruncolo» diceva mia madre. Ma era raro che usasse parole gentili quando si trattava della famiglia di sua sorella. «Sta’ alla larga da lui... è buono solo a riempirti la testa di sciocchezze.»
Come faceva a credere davvero che potessi stargli alla larga è un mistero. Ma è un problema frequente con gli adulti: ti chiedono l’impossibile e poi ti fanno fare una vitaccia se non obbedisci. Il fatto è che io e Jahid vivevamo sotto lo stesso tetto, insieme a quella grassona di sua madre, a quell’asino di suo padre e ai suoi due fratelli con la faccia sporca, Wahid e Obaidullah.
«Tutti maschi» dichiarava orgoglioso mio zio.
«E tutti brutti» bisbigliava mia madre da sotto il chador, strizzandomi l’occhio; eravamo noi contro di loro e, anche se non avevamo niente, almeno i nostri occhi guardavano nella stessa direzione.
In sette ci dividevamo quattro stanzette e un buco nel cortile. Impresa non facile, dunque, stare alla larga dal cugino Jahid come pretendeva mia madre. Era un ordine che anche il presidente Karzai avrebbe faticato a rispettare. Ma mia madre non era una che dava spiegazioni, quindi non mi aveva mai detto come tenere le distanze. A dire la verità, mia madre non era una che parlava, e basta.
Ogni tanto, molto raramente, alzava gli occhi dal cucito per raccontare della casa che avevamo a Paghman. Ero nato lì, ma eravamo scappati prima che le immagini avessero il tempo di imprimersi nella mia testa. Così, era con le parole di mia madre che trovavo i miei ricordi, guardando gli occhi che le si spalancavano d’orgoglio mentre descriveva stanze dai muri dipinti, tappezzate di cuscinoni rossi; tende che coprivano finestre a vetri; una cucina così pulita che potevi mangiare sul pavimento; e un giardino pieno di rose gialle.
«Non eravamo ricchi come quelli di Wazir Akbar Khan, Fawad, ma eravamo felici» mi diceva. «Naturalmente è stato molto prima che arrivassero i talebani. Guardaci adesso! Non abbiamo neanche un albero a cui poterci impiccare.»
Non che fossi un esperto, ma era piuttosto chiaro che mia madre era depressa.
Non parlava mai della famiglia che avevamo perso, solo dell’edificio che un tempo ci aveva protetti – e neanche tanto bene, visto com’erano andate le cose. Ma di notte mi capitava di sentirla sussurrare il nome di mia sorella. Allora tendeva le braccia e mi stringeva a sé. E così capivo che mi voleva bene.
In quelle occasioni, sdraiati come una persona sola sui cuscini dove di giorno sedevamo, morivo dalla voglia di parlare. Sentivo che le parole mi si affollavano nella testa, in attesa di sgorgarmi dalla bocca. Volevo sapere tutto: di mio padre, dei miei fratelli, di Mina. Avrei dato qualsiasi cosa per conoscerli, per farli rivivere nelle parole di mia madre. Ma capitava solo che sussurrasse il nome di mia sorella, e io come un vigliacco me ne stavo zitto, nel timore che le mie parole spezzassero l’incantesimo e la mamma si staccasse da me, girandosi dall’altra parte.
Quando faceva giorno, mia madre non era più al mio fianco. Già sveglia, si infilava il burqa e usciva di casa sbraitando una sfilza di ordini che sempre iniziava con «vai a scuola» e finiva con «sta’ alla larga da Jahid».
In genere erano ordini che cercavo di eseguire, per rispetto di mia madre (in Afghanistan le madri valgono più di tutto l’oro nascosto nei sotterranei del palazzo del presidente), ma non era facile. E anche se sapevo che non mi avrebbe picchiato se avessi disubbidito, al contrario del padre di Jahid che sembrava convinto di avere ricevuto da Dio il diritto di prendermi a schiaffi ogni volta che sorgeva il sole, mia madre avrebbe avuto negli occhi quello sguardo deluso che mi pareva avesse dal giorno in cui ero sgusciato fuori dall’ombra.
Ero solo un ragazzino, però mi rendevo conto che la nostra vita era difficile, anche se per me era sempre stata così, non avevo mai sperimentato niente di diverso. Ma la mamma, coi suoi ricordi di cuscini rossi e rose gialle, era prigioniera di un passato che conoscevo appena, e io passavo quasi tutto il tempo fuori dalla sua prigione a guardarci dentro. Da che avevo memoria, lei era sempre stata così, eppure mi piace pensare che un tempo fosse felice, immaginarla ridere con mio padre vicino alle acque limpide del lago Qargha: gli occhi verdi – gli stessi ereditati da me – che sorridono amorevoli, le piccole mani morbide e linde che giocherellano con l’orlo di un velo dorato.
Un tempo mia madre era bellissima – me l’ha detto mia zia in un eccezionale attacco di parlantina. Poi era calata l’ombra e, anche se mia madre non l’ha mai detto, io ero convinto che desse la colpa a me. Le ricordavo un passato che l’aveva trascinata nell’inferno senza fiori della casa di sua sorella, e secondo me mia madre odiava sua sorella persino più dei talebani.
«È solo gelosa!» si era messa a urlare una volta, a voce abbastanza alta da farsi sentire da mia zia nella stanza accanto. «È sempre stata gelosa: gelosa del mio modo di essere, del fatto che ho sposato un uomo istruito, della vita felice che avevamo un tempo... e io ho smesso da un pezzo di scusarmene. Se Allah l’ha benedetta con la faccia di un’anguria spaccata e un corpo che non è da meno, mica è colpa mia!»
«Sono donne, sono fatte così» mi aveva detto Jahid un pomeriggio mentre, per l’ennesima volta, scappavamo dalle grida e dagli insulti che volavano in casa, per andare a derubare gli stranieri in centro. «Niente le fa più felici che litigare. Quando sarai più grande capirai meglio. Le donne sono complicate, mio padre lo dice sempre.»
Forse Jahid aveva ragione. Ma quell’ultima discussione riguardava più i soldi che il fatto di essere donne. Mia zia voleva che pagassimo l’affitto, ma noi potevamo a malapena permetterci i vestiti che avevamo indosso e il cibo che mettevamo in pancia. I pochi afgani che la mamma guadagnava facendo le pulizie nelle case e i dollari che racimolavo per strada erano tutto quello che possedevamo.
«Magari, se tu dessi qualche dollaro in più a tua madre, lei non sarebbe così arrabbiata con la mia» suggerii. Suggerimento sbagliato, evidentemente, visto che Jahid mi mollò un pugno in testa.
«Vedi, stronzetto, mia madre ha offerto a tua madre un tetto quando non avevate dove stare. Siete venuti da noi a mendicare come zingari schifosi, costringendoci a cedervi la nostra stanza e a riempirvi la pancia, merdosi vagabondi che non siete altro. Come credi che ci siamo sentiti, eh? Se non ci fossimo comportati da bravi musulmani tua madre adesso venderebbe le tue chiappe a ogni merdoso frocio che incontra. Vuoi davvero dare una mano? Venditelo, quel culo! Un bel maschietto come te dovrebbe guadagnare afgani a sufficienza da farle contente, le donne.»
«Dici?» gli risposi con rabbia. «E magari pagherebbero altrettanto per togliersi di torno quel culo d’asino che hai al posto della faccia!»
E detto questo tagliai la corda e lasciai mio cugino lì, a bestemmiarmi dietro strascicando come un forsennato la sua gamba morta.
Quel giorno scappai via da Jahid fino a non sentirmi più le gambe. Arrivato al cinema Park riuscivo a malapena a respirare, e mi accorsi che stavo piangendo; per mia madre e per mio cugino. Ero stato crudele. Lo sapevo. Capivo perché metteva da parte i soldi, perché li seppelliva sotto il muro quando pensava che nessuno lo vedesse. Voleva una moglie. «Un giorno mi sposerò con la donna più bella dell’Afghanistan» si vantava sempre. «Aspetta e vedrai.» Ecco a cosa gli servivano i soldi, con una faccia come quella avrebbe dovuto presentare una dote paurosa perché il suo sogno si avverasse. E nemmeno poteva contare sul carattere, per conquistarsi una moglie. Dalla sua bocca uscivano le parole più oscene che avessi mai sentito, di quelle pronunciate dagli agenti che ingombravano le rotatorie della città, tutti a imprecare e a pretendere bustarelle, persino dai mendicanti storpi. In realtà, l’unica cosa che avrebbe potuto salvare Jahid era la scuola, per la quale si era rivelato straordinariamente portato. Si era buttato sui libri come solo un ragazzo senza amici può fare. Ma poi il tormento e le percosse che subiva, giorno dopo giorno, avevano finito per fargliela abbandonare e da allora era diventato sempre più insensibile.
Può essere davvero dura abitare nel mio paese se sei povero, ma è ancora più dura se sei povero e brutto. E ormai Jahid sembrava di pietra; una pietra che sa di non poter trovare una donna che lo sposi perché desidera farlo, ma solo una il cui padre potrebbe accettare di darla in moglie al debito prezzo.
«Dai, Fawad, andiamo a Chicken Street.»
Attraverso le lacrime vidi Jamilla, il sole che le disegnava attorno l’aura di un angelo. Era piccola, come me. Ed era carina.
Jamilla mi prese la mano e io mi tirai su da terra e asciugai la faccia con le maniche dei vestiti.
«Jahid» dissi a mo’ di spiegazione.
Jamilla annuì. Non parlava molto, ma probabilmente avrebbe imparato presto a farlo, se Jahid aveva ragione in fatto di donne.
Jamilla era la mia rivale numero uno a Chicken Street. Lei ripuliva gli uomini stranieri che si scioglievano sotto lo sguardo dei suoi occhioni castani e io ripulivo le donne che si innamoravano dei miei occhioni verdi. Eravamo una bella squadra, ma il bottino dipendeva molto da chi passava per strada, perciò se ci capitava di lavorare insieme ci dividevamo i soldi a metà.
Il giorno più bello era il venerdì, però. Era vacanza, non si andava né a scuola né al lavoro e arrivavano gli stranieri, che scendevano dalle loro Land Cruiser per setacciare la Kabul turistica in cerca di souvenir dall’Afghanistan “dilaniato dalla guerra”: portagioie di lapislazzuli; argento importato dal Pakistan; fucili e coltelli che sembravano risalire all’epoca delle guerre anglo-afgane; pakul, patu, coperte, tappeti, arazzi, veli dai colori sgargianti e burqa azzurri. Naturalmente, bastava si facessero una ventina di minuti a piedi e nel gran casino del bazar sul fiume avrebbero trovato le stesse cose a metà prezzo, ma gli stranieri erano troppo spaventati o troppo pigri per compiere quel tragitto, e troppo ricchi per badare a quei dollari in più che avrebbero sfamato una famiglia di afgani per una settimana. Eppure, come notava Jahid, la loro pigrizia faceva bene ai nostri affari, e Chicken Street era la loro Mecca.
Insieme agli operatori umanitari, di quando in quando vedevamo dei soldati bianchi, curvi sui banconi dei negozi che vendevano argento, in cerca di anelli e braccialetti per le mogli che avevano lasciato nei loro paesi. Perlopiù erano uomini alti con fuciloni a proiettili blindati ed elmetti a forma di scodella. Venivano a gruppi di quattro o cinque e, mentre gli altri facevano acquisti, uno restava sempre di guardia per strada, attento ai kamikaze. «America buona!» gridavamo noi; un trucchetto che ci faceva sempre guadagnare qualche dollaro. Dopodiché, con i soldi in mano, ci spostavamo un po’ più in là, nel caso in giro ci fossero davvero dei kamikaze.
Ma non tutti gli stranieri erano americani o interessati all’America, così, per ottenere i loro dollari usavamo altre tattiche, li seguivamo di negozio in negozio, urlando tutto l’inglese che ci ricordavamo: «Hello, mister! Hello, miss! Come stai? Io bodyguard! No, da questa parte. Trovo prezzo buono». E, prendendoli per mano, li trascinavamo davanti a un negozio che ci dava pochi afgani di commissione. Eravamo quasi tutti al soldo di alcuni negozianti, che però pagavano solo se portavamo i clienti. Quindi, se gli stranieri non ci seguivano, entravamo con loro nei negozi e, attenti a non farci vedere dai proprietari, schioccavamo la lingua scrollando la testa con aria preoccupata: «No, miss, lui ladro, prezzo no buono. Vieni, io mostro prezzo buono». Così li portavamo nei negozi che ci pagavano, rivelando ai proprietari la cifra chiesta dai concorrenti, in modo che potessero partire da una inferiore ma sempre vantaggiosa.
Intanto, mentre gli stranieri contrattavano per risparmiare qualche altro dollaro, arrivavano le vecchie che bazzicavano la strada come noi, ma che non conoscevano l’inglese, si piazzavano all’ingresso dei negozi per tend...