Ulysses Moore - 2. La bottega delle mappe dimenticate
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Ulysses Moore - 2. La bottega delle mappe dimenticate

  1. 272 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Ulysses Moore - 2. La bottega delle mappe dimenticate

Informazioni su questo libro

Antico Egitto, Terra di Punt. Dopo aver oltrepassato la Porta del Tempo Jason, Julia e Rick sono sbucati all'interno di un'immensa e labirintica biblioteca. Stanno cercando una mappa misteriosa, nascosta nella leggendaria Stanza che non c'è. Ma solo il perfido proprietario della Bottega delle Mappe Dimenticate conosce un indizio che può metterli sulla strada giusta…

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Informazioni

Print ISBN
9788856613773
eBook ISBN
9788858500705
art
Pioveva, e il cielo era scuro come una lavagna. Dalla torretta di Villa Argo, appollaiata in cima alla scogliera, la luce pulsava cambiando intensità sotto le raffiche di vento. Gli alberi del parco parevano incurvarsi come fili d’erba. Le onde erano gonfie di spuma, che si infrangeva sugli scogli.
Nestor, il giardiniere, controllò per l’ennesima volta che tutte le finestre fossero chiuse. Si aggirò zoppicando per le stanze, orizzontandosi al buio tra i bizzarri mobili che le arredavano. Schivò a memoria i cassetti sporgenti, i tavolini, le statue indiane e africane e si abbassò poco prima di passare sotto all’antico lampadario veneziano del salone. La sua conoscenza di ogni angolo della casa era il frutto di anni di fedele servizio.
Oltrepassata la scala, raggiunse il portico e, attraverso le vetrate, si fermò a guardare il giardino, livido di pioggia. Si appoggiò al basamento della statua di una donna, intenta a rammendare una rete da pesca. Stagliata contro i vetri rischiarati dalle luci abbaglianti dei lampi, sembrava viva.
Nestor si sfregò le mani, con forza. Salì le scale passando sotto i ritratti dei vecchi proprietari della casa ed entrò nella stanza della torretta. Diede una rapida occhiata ai diari e alla collezione di modellini di navi, poi tornò zoppicando al piano terra, passò l’arcata che conduceva alla stanza di pietra e accese una luce.
Per terra erano sparpagliati fogli e matite, là dove i ragazzi avevano trascorso il pomeriggio a risolvere l’enigma delle quattro serrature.
Alligatore, Picchio, Rana, Istrice.
Poi le avevano aperte...
Nestor guardò la porta nera. Il suo legno antico era ricoperto di bruciature e graffi. E ormai da quel lato era chiusa. Ermeticamente chiusa.
– Speriamo che stiano bene... – sussurrò il giardiniere, appoggiando la mano sul legno freddo della Porta del Tempo. Controllò l’ora sul suo automatico, regalo di un vecchio amico orologiaio: le lancette, lunghe e affilate, procedevano lentamente. – Dovrebbero essere arrivati, ormai... – mormorò, serrando i denti per la tensione.
art
Scostandosi dagli occhi i capelli fradici, Jason disse: – C’è un corridoio.
– E anche un po’ di luce – aggiunse sua sorella.
Rick, dietro ai due gemelli, rimise in tasca i mozziconi di candele che aveva ancora con sé. – Mi sembra anche che faccia più caldo...
Avanzarono di alcuni passi nel corridoio, stringendosi nei vestiti che avevano trovato nel baule della nave: pantaloni e camicie di taglia superiore alla loro e scomodi sandali di legno.
Rick aveva ragione: nel corridoio faceva molto più caldo che nella grotta della Metis.
Jason si chinò per terra per saggiare il pavimento. – Sabbia – disse. – È coperto di sabbia.
Sua sorella accarezzò i blocchi di pietra delle pareti. Erano di una roccia scura, diversa da quella della scogliera di Salton Cliff.
– Forse stiamo entrando in un vulcano... – ridacchiò a voce alta.
Rick si voltò a studiare la porta che avevano appena oltrepassato: si confondeva completamente con la pietra del corridoio e, se non avesse saputo che c’era, non l’avrebbe potuta riconoscere.
Si bilanciò sulle spalle la corda che si ostinava a portarsi dietro e proseguì.
Jason fischiettò nervoso.
– Fai attenzione a dove metti i piedi... – lo avvertì la sorella. – E a non finire in qualche trappola.
Svoltarono ad angolo retto, trovandosi davanti a un nuovo corridoio e a una stretta scala che saliva verso l’alto. La luce proveniva da una grata incastonata nel soffitto. Jason si piazzò sotto i raggi che piovevano dall’alto e disse: – Finalmente un po’ di sole!
Rick scosse la testa, perplesso. – Non è possibile. Non siamo restati tutta la notte nella grotta.
Solo allora Julia notò che il suo orologio era fermo. – Magari è l’alba – azzardò.
Rick affiancò Jason sotto la pioggia di luce. – Da qui direi che il sole è già alto. Deve esserlo, per entrare in un tombino che si trova per terra. Incredibile... Non può essere passato tanto tempo.
– Almeno si spiegherebbe come mai sono così stravolto... – disse Jason, massaggiandosi le ferite sul petto.
– Qualcuno di voi ha idea di dove siamo? – intervenne Julia, raggiungendoli.
– Direi... ancora sotto Salton Cliff... un po’ più in là di Villa Argo – ricostruì Rick, pratico.
– Non ci resta che accertarcene – propose Jason, affrontando il primo gradino della scala.
A metà della salita si fermarono di colpo, sentendo, attraverso la grata, due persone intente a parlare tra loro: – ...un carico di resina della miglior qualità.
– L’hai già fatto portare al mercato vicino alla mastaba?
– Naturalmente, ma oggi non ci si può muovere, con tutti questi controlli!
– Ringrazia il faraone della visita!
– Come no?! E lo ringrazierò mille volte, se la prossima volta rimarrà a casa sua...
Le voci si allontanarono fino a diventare impercettibili, e i ragazzi si scambiarono un’occhiata perplessa.
– Avete sentito anche voi? – domandò Julia.
– Forte e chiaro – rispose Jason, ricominciando a
salire.
– Anche la parola... faraone?
– Faraone. Grosse galline selvatiche.
– E tu, Rick?
Il ragazzo dai capelli rossi aveva aperto il Vocabolario dei linguaggi dimenticati e aveva cominciato a sfogliarlo. – Un attimo solo, Julia. Sto cercando che cos’è una mastaba.
In cima alla scala, Jason si arrestò davanti a un muro di mattoni che sbarrava il cammino.
– Jason, tu sai che cos’è una mastaba? – gli domandò la sorella, raggiungendolo. Poi vide il muro e disse: – Non mi dire che siamo bloccati.
Jason cominciò a battere con le nocche sui mattoni e rispose: – Siamo bloccati. Ma non credo che questo muro ci fermerà per molto. È posticcio.
Mastaba: – sentenziò Rick, con la voce che andava via via affievolendosi – edificio sacro egizio a forma di piramide tronca. L’interno può essere decorato con affreschi o graffiti. L’ingresso della cella sepolcrale è nascosto per evitare le intrusioni dei tombaroli.
Julia sgranò gli occhi. – Edificio sacro egizio? Camera sepolcrale? Tombaroli? –. Si voltò fulminea verso il fratello e lo inchiodò con un grido: – Jason!
Rick chiuse il Vocabolario dei linguaggi dimenticati. – Ditemi che sto sognando.
– Jason! – ripeté Julia. – Ci stai nascondendo qualcosa?
In realtà Jason era sbalordito quanto loro. Anche se, come aveva intuito sua sorella, il suo sbalordimento sconfinava nella gioia.
– Allora... funziona davvero così... – mormorò, appoggiandosi estasiato al muro di mattoni.
Ripensò ai sogni a occhi aperti che aveva fatto sul ponte della Metis, quando quella nave non ne voleva sapere di muoversi. E a come alla fine era riuscito a farla salpare, desiderando a tutti i costi raggiungere... – L’Egitto!!
Rick guardò l’amico, guardò Julia, infine guardò lo strano corridoio che li circondava e annuì. – È chiaro. Non siamo più a Kilmore Cove. Questa non può essere Kilmore Cove...
Allora Julia si irrigidì. – In che senso questa non è più Kilmore Cove?
Rick indicò la grata sopra di loro: – Hai sentito quelle persone, no? La resina, la mastaba, il faraone...
Jason si morse il labbro per trattenere un sorriso.
Julia ruotò sui tacchi e lo indicò con l’indice della mano destra. – Jason, adesso tu...
Ma non riuscì a terminare la frase. Qualcuno stava battendo dei colpi sul muro di mattoni.
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Poco prima della mezzanotte, quando il temporale crebbe d’intensità, il faro di Kilmore Cove si accese. In cima alla torre brillò una luce arancione, simile a una gigantesca lampadina surriscaldata. Poi, dopo alcuni tentativi, due coni bianchi cominciarono a scandagliare la notte, ruotando lentamente.
La luce si ficcava sul mare, perdendosi lontana, e poi passava sui tetti delle case, come un grande e rassicurante occhio bianco.
Il paese dormiva beatamente, lasciandosi sorvegliare dal suo guardiano di luce.
C’era solo un’automobile che si aggirava per le strade deserte. Era una di quelle automobili da gangster, nera e imponente, tronfia della propria costosissima tecnologia di lusso. I suoi tergicristalli di ultima generazione correvano sul parabrezza come velocisti sul ghiaccio. La macchina scollinò e il vetro polarizzato antiradiazioni nulla poté contro la luce violenta del faro, che lo illuminò a giorno. Improvvisamente accecato, il conducente inchiodò.
Dal sedile posteriore tuonò una voce femminile, che terminò la sua sequenza di recriminazioni con un definitivo: – Non farlo mai più!
L’autista rimuginò sottovoce alcune risposte, ma si limitò a innestare la prima, poi la seconda e a scendere verso il centro del paese. Costeggiò il piccolo molo, si lasciò il faro alle spalle e si inserì nella seconda delle strette e tortuose vie che si spingevano nell’interno.
– Non si passa di qui – lo rimproverò la donna seduta sul sedile posteriore.
– Però di qui si arriva prima – replicò l’autista, osservandola attraverso lo specchietto retrovisore.
Le lunghe unghie viola della donna mandavano bagliori.
L’auto raggiunse una piazza circolare, al centro della quale si ergeva una maestosa statua equestre. Un gruppo di gabbiani si riparava dalla pioggia sotto la pancia del cavallo di bronzo.
«Ecco a cosa serve l’arte» pensò l’autista sogghignando.
Con una manovra a U imboccò un vicolo poco più largo della macchina, fiancheggiato da vecchie case i cui tetti si sfioravano con grazia. Rivoli d’acqua precipitavano come cascate all’interno delle grondaie.
– Siamo arrivati – disse l’autista, sbucando fuori dal vicolo.
Tra una spazzolata e l’altra dei tergicristalli, si affiancò a una bassa casa a due piani, con un terrazzo pieno di fiori, un grazioso abbaino e il tetto spiovente.
– Meraviglioso – cantilenò la sua passeggera. Si spruzzò abbondantemente di profumo e si aprì da sola la portiera. – Andiamo, svelto!
– Devo venire anch’io?
– Hai già dimenticato quello che devi fare, Manfred? – sibilò Oblivia Newton, dirigendosi verso la vecchia casa senza richiudere la portiera.
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Ibattiti sul muro si ripeterono. Un colpo. Due colpi. Un colpo. Due colpi.
– Torniamo indietro... – sussurrò Julia, ma Jason le fece cenno di stare zitta.
Un colpo. Due colpi.
Erano battiti leggeri, come se qualcuno volesse assicurarsi che il muro esistesse davvero.
– Perché bussano? – domandò Julia in un sussurro.
– Qualcuno ci ha sentito parlare – le rispose Rick. – E sta controllando lo spessore del muro, come ha fatto prima tuo fratello.
Jason appoggiò l’orecchio ai mattoni.
– Che cosa senti? – gli domandò la sorella.
– Te, se non stai zitta!
Poi batté due volte sul muro.
Julia fece una smorfia infastidita. – E adesso che cosa stai facendo?
– Rispondo.
Rick, più indietro, scosse la testa. – Forse non è una buona idea. Non so se dovremmo far sapere che siamo qui...
Dal muro risuonarono due colpi. Poi un colpo più forte, a cui Jason rispose con altrettanto vigore.
– Jason... – mormorò la sorella. – Hai sentito quello che ha detto Rick?
Ssst! Sta facendo qua...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. 1. Sabato sera a Kilmore Cove
  5. 2. Oltre la Porta del Tempo
  6. 3. Il muro
  7. 4. Gli Ospiti
  8. 5. Confessioni notturne
  9. 6. Sulla terrazza
  10. 7. La Collezione
  11. 8. Lintagliatore di barche
  12. 9. Intuizioni
  13. 10. Larcano svelato
  14. 11. Le verità nascoste
  15. 12. Luci in giardino
  16. 13. Fuori
  17. 14. Il cercatore
  18. 15. I fattorini di Punt
  19. 16. Lultimo indizio
  20. 17. La Ballata dei due innamorati
  21. 18. Lingua Tagliente e Cuore di Pietra
  22. 19. I Corridoi Abbandonati
  23. 20. La chiave sonora
  24. 21. La Stanza che non c’è
  25. 22. La resa dei conti
  26. 23. A casa
  27. 24. La fine della tempesta
  28. Indice