Torna uno dei bestseller più commoventi di sempre, ora anche un grande film: Attraverso i miei occhi
Come Io & Marley, la storia di un cane che ha molto da insegnarci.
Mi chiamo Enzo. Adoro guardare la TV, soprattutto i documentari del National Geographic, e sono ossessionato dai pollici opponibili. Amo il mio nome, lo stesso del grande Ferrari, anche se d'aspetto non gli assomiglio per niente. Però, come lui, adoro le macchine. So tutto: i modelli, le scuderie, i piloti, le stagioni... Me lo ha insegnato Denny. Denny è come un fratello per me. Per sbarcare il lunario lavora in un'autofficina, ma in realtà è un pilota automobilistico, un asso, anche se per ora siamo in pochi a saperlo. Perché lui ha delle responsabilità: deve prendersi cura della sua famiglia e di me, perciò non può dedicarsi interamente alle gare. Eppure è un vero campione, l'unico che sappia correre in modo impeccabile sotto la pioggia. E, credetemi, è davvero difficile guidare quando c'è un tempo da cani: io me ne intendo. Tra noi è stato amore a prima vista. Ne abbiamo passate tante, negli anni che abbiamo trascorso insieme. Ci sono stati l'incontro con Eve, la nascita di Zoë, il processo per il suo affidamento... Ah, ho dimenticato di dirvi una cosa importante: sono il cane di Denny, e questa è la mia storia.

- 308 pagine
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L'arte di correre sotto la pioggia
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I gesti sono tutto ciò che ho, e a volte devono essere eclatanti. Se mi capita di esagerare e sconfinare nel melodramma è perché sono costretto a farlo, per comunicare in modo chiaro ed efficace. Per farmi capire, senza dubbi o malintesi. Sulle parole non posso contare perché, con mio grande dispiacere, la mia lingua è stata concepita lunga, piatta e floscia, uno strumento davvero poco efficace per rigirarmi in bocca il cibo quando mastico, e ancora meno efficace per produrre quegli ingegnosi e complicati polisillabi che messi insieme formano le frasi. Ecco perché adesso me ne sto qui in cucina ad aspettare che Denny torni a casa – dovrebbe arrivare a momenti – sdraiato sulle fredde piastrelle del pavimento, in una pozza della mia stessa urina.
Sono vecchio. Potrei senz’altro invecchiare ancora di più, ma non è così che voglio andarmene. Imbottito di analgesici e steroidi per ridurre il gonfiore alle articolazioni. Con la vista annebbiata dalla cataratta e grossi pacchi di plastica pieni di pannoloni per cani ammucchiati nella dispensa. Sono convinto che Denny mi comprerebbe uno di quei carretti che ho visto per strada, quelli su cui appoggiare il posteriore per tirarsi dietro il culo quando si comincia a perdere colpi. Più umiliante e degradante di così... Non sarà come mascherare il cane per Halloween, ma poco ci manca. Lo farebbe per amore, certo. Di sicuro cercherebbe di tenermi in vita il più a lungo possibile, il corpo che si deteriora, si disintegra intorno a me, si dissolve, finché di me non resta altro che il cervello, immerso in un barattolo di vetro pieno di liquido trasparente, i bulbi oculari che galleggiano in superficie e ogni genere di fili e tubicini per alimentare il poco che rimane. Ma io non voglio essere tenuto in vita. Perché so cosa c’è dopo. L’ho visto in tv. In un documentario sulla Mongolia, figuriamoci. La cosa più bella che abbia mai visto in televisione, a parte il Gran Premio d’Europa del 1993, s’intende, la più straordinaria corsa automobilistica della storia, in cui Ayrton Senna diede prova di essere un genio sotto la pioggia. Dopo il Gran Premio del 1993, la cosa più bella che abbia mai visto in tv è un documentario che mi ha spiegato ogni cosa, mi ha chiarito le idee, mi ha rivelato tutta la verità: quando un cane finisce di vivere le sue vite da cane, si reincarna in un uomo.
Mi sono sempre sentito quasi umano. Ho sempre saputo di avere qualcosa di diverso rispetto agli altri cani. Mi hanno infilato nel corpo di un cane, d’accordo, ma si tratta solo di un guscio. È quello che c’è dentro che conta. L’anima. E la mia anima è molto umana.
Ora sono pronto a diventare un uomo, anche se mi rendo conto che perderò tutto ciò che sono stato. Tutti i miei ricordi, le mie esperienze. Mi piacerebbe portarmeli dietro nella mia nuova vita – ne abbiamo passate così tante, la famiglia Swift e io – ma ho poca voce in capitolo. Che altro posso fare se non sforzarmi di ricordare? Tentare di imprimere tutto quello che so nell’anima, una cosa che non ha superficie, non ha lati, non ha pagine, non ha alcuna forma. E cacciarmelo così in fondo alle pieghe dell’esistenza che quando aprirò gli occhi e guarderò le mie nuove mani, ognuna con il suo pollice capace di chiudersi attorno alle altre dita, saprò già tutto. Vedrò già tutto.
Ecco che si apre la porta, e sento il suo richiamo familiare: «Ehi, Zo!». Di solito non resisto: metto da parte il dolore, balzo in piedi, scodinzolo e con la lingua ciondoloni vado a infilargli il muso tra le gambe. Ci vuole una forza di volontà quasi umana per trattenersi in questa specifica occasione, ma io lo faccio. Mi trattengo. Non mi alzo. Recito.
«Enzo?»
Sento i suoi passi, il tono preoccupato della voce. Mi trova e mi guarda. Io alzo la testa, sbatto appena la coda sul pavimento. Interpreto la parte.
Lui scuote la testa e si passa una mano tra i capelli, poi appoggia il sacchetto della spesa con la cena. Attraverso la plastica sento odore di pollo arrosto. Stasera mangerà pollo arrosto e lattuga iceberg.
«Oh, Enz!» mi dice.
Mi si avvicina, si accovaccia, mi tocca la testa come fa lui, seguendo la piega che ho dietro l’orecchio, e io sollevo il capo e gli lecco l’avambraccio.
«Che è successo, bello?» mi chiede.
Non si può spiegare a gesti.
«Ce la fai ad alzarti?»
Io ci provo, tento di tirarmi su. Il cuore mi parte all’impazzata perché no, non ce la faccio. Il panico mi assale. Pensavo che la mia fosse una recita e invece non ce la faccio proprio ad alzarmi. Merda. La vita che imita l’arte.
«Sta’ tranquillo, bello» mi dice, premendomi il petto per calmarmi. «Ci penso io.»
Mi solleva senza sforzo, mi culla, e io gli sento addosso l’odore della giornata appena trascorsa. Sento l’odore di tutto quello che ha fatto. Del lavoro all’autofficina, dove sta tutto il giorno in piedi dietro al bancone, a fare il gentile con i clienti che strillano perché la loro BMW non funziona a dovere e ripararla costa troppo, perciò sono furiosi e con qualcuno devono pur prendersela. Sento l’odore del suo pranzo. È stato al buffet indiano che gli piace tanto. Prezzo fisso e mangi quanto vuoi. Si spende poco, e certe volte Denny si porta un contenitore e ruba porzioni extra di pollo tandoori e riso giallo da mangiare anche a cena. Sento odore di birra. Si è fermato a bere da qualche parte. Al ristorante messicano su in collina. Ha l’alito che sa di tortilla chips. Adesso i conti tornano. Di solito sono bravissimo a ricostruire il tempo trascorso, ma stavolta non ero attento, troppo preso dalla mia recita.
Mi sistema con delicatezza dentro la vasca, apre quella cosa che si tiene in mano per fare la doccia e mi dice: «Tranquillo, Enz».
Dice: «Scusa se ho fatto tardi. Sarei dovuto venire subito a casa, ma i ragazzi al lavoro hanno insistito. Ho detto a Craig che me ne andavo, ma...».
Pensa che abbia avuto quest’incidente perché lui è arrivato tardi, me ne rendo conto da come gli si è smorzata la voce. Oh, no. Non era questo il messaggio. È così difficile comunicare, ci sono di mezzo così tanti meccanismi. Esposizione e interpretazione, due cose che dipendono a tal punto l’una dall’altra da rendere tutto molto complicato. Non volevo farlo sentire in colpa. Volevo che si arrendesse all’evidenza, perché non c’è niente di male se mi lascia andare. Ne ha passate tante, ma alla fine ne è uscito. Ora ha bisogno di non avermi più intorno a dargli dei pensieri. Ha bisogno che lo lasci libero di far vedere quanto è brillante.
È così brillante. Risplende. È bello, con quelle mani che afferrano le cose e quella lingua che le dice, le cose, e con quel suo modo di stare in piedi e di masticare il cibo così a lungo, riducendolo in poltiglia prima di ingoiarlo. Mi mancheranno, lui e la piccola Zoë, e so che anche loro sentiranno la mia mancanza. Ma non posso permettere al sentimentalismo di offuscare il mio magnifico piano. Quando l’avrò portato a termine, Denny sarà libero di vivere la sua vita, e io tornerò sulla terra sotto nuove sembianze, nei panni di un uomo. Poi lo troverò, gli stringerò la mano, mi complimenterò per il suo talento e, strizzandogli l’occhio, gli dirò: «Tanti saluti da Enzo». E voltandomi mi allontanerò veloce, mentre lui mi griderà: «Ci conosciamo? Ci siamo già incontrati?».
Finito il bagno, lo guardo mentre lava il pavimento della cucina; poi mi dà la pappa, e io la mangio di nuovo troppo in fretta, mi sistema davanti alla tv e intanto si prepara la cena.
«Che ne dici di guardarci un video?» mi fa.
«Sì, vada per il video» rispondo, ma ovviamente lui non mi sente.
Inserisce la registrazione di una delle sue corse, la fa partire e ci mettiamo a guardarla. È una delle mie preferite. Durante il giro di riscaldamento il circuito è asciutto, ma appena sventola la bandierina verde per dare il via alla gara c’è un muro d’acqua, un acquazzone torrenziale che allaga la pista, e tutte le macchine intorno perdono il controllo e finiscono nell’erba. Ma Denny le evita e ci passa in mezzo, come se la pioggia risparmiasse solo lui, come se conoscesse la formula magica in grado di liberargli la strada dall’acqua. Proprio come al Gran Premio d’Europa del 1993, quando Senna fece quattro sorpassi nel primo giro, quattro dei migliori piloti del campionato a bordo delle loro monoposto – Schumacher, Wendlinger, Hill, Prost – e lui li superò tutti. Come se conoscesse una formula magica.
Denny è bravo quanto Ayrton Senna. Solo che non lo vede nessuno perché lui ha delle responsabilità. Ha sua figlia, Zoë, e aveva sua moglie, Eve, che è stata male finché non è morta, e poi ha me. E abita a Seattle quando invece dovrebbe abitare altrove. E ha un lavoro. Ma certe volte, quando va via, torna con un trofeo, me lo mostra e mi racconta delle sue corse, di come ha brillato in pista, di come ha fatto vedere a tutti gli altri piloti, a Sonoma o in Texas o sul circuito del Mid-Ohio, cosa vuol dire guidare sul bagnato.
Quando la cassetta è finita mi dice: «Usciamo» e io mi sforzo di alzarmi.
Mi solleva le chiappe a mezz’aria, mi centra il peso sulle zampe e sono a posto. Per dimostrarglielo gli strofino il muso contro la coscia.
«Eccolo, il mio Enzo.»
Usciamo dall’appartamento; è una serata pungente, fredda, limpida e ventosa. Arriviamo giusto in fondo all’isolato e torniamo indietro, perché le anche mi fanno troppo male e Denny se ne accorge. Denny lo sa. Quando rientriamo, mi dà i biscotti della buonanotte e io mi appallottolo nella mia cuccia sul pavimento, accanto al suo letto. Lui prende il telefono e compone un numero.
«Mike» dice. Mike è l’amico con cui Denny lavora dietro al bancone dell’autofficina. Assistenza clienti, così la chiamano. È un piccoletto con delle mani affettuose, rosa, sempre pulite e senza odore. «Mike, puoi coprirmi domani? Devo riportare Enzo dal veterinario.»
Negli ultimi tempi siamo andati spesso dal veterinario, per tutte quelle medicine che dovrebbero farmi stare meglio, ma che in realtà non lo fanno. E visto che non lo fanno, e considerato tutto quello che è successo ieri, ho messo in atto il mio piano d’azione.
Denny smette di parlare per un attimo e quando ricomincia ha una voce che non sembra la sua. È aspra, come quando ha il raffreddore o l’allergia.
«Non so» dice. «Mi sa che è un viaggio di sola andata.»
Non sarò in grado di formulare le parole, però le capisco. E mi stupisco di quello che ha detto, anche se sono stato io a organizzare tutto. Per un momento mi stupisco che il mio piano stia funzionando. Di sicuro è la cosa migliore per tutti quanti, lo so. Per Denny è la cosa giusta da fare. Ha fatto così tanto per me, durante tutta la mia vita. Per sdebitarmi gli darò la libertà. Gli permetterò di arrivare in alto. Ce la siamo spassata e adesso è finita; che c’è di male?
Chiudo gli occhi e nel dormiveglia lo ascolto fare le cose che fa ogni sera prima di dormire. Tutto uno spazzolare e spruzzare e schizzare. Un sacco di cose. Le persone e i loro rituali. Si aggrappano così forte alle cose, certe volte.
2
Mi scelse da un’ammucchiata di cuccioli, un groviglio di zampe, orecchie e code che si dimenavano dietro un fienile, in un campo puzzolente vicino alla città di Spangle, nella parte orientale dello stato di Washington. Non ricordo molto del posto da cui provengo, ma ricordo mia madre, una labrador massiccia, con le tette cadenti che dondolavano di qua e di là quando i miei fratelli e io le rincorrevamo da una parte all’altra del cortile. A dire il vero, non sembrava che a mia madre piacessimo un granché, e se mangiavamo o pativamo la fame per lei non faceva nessuna differenza. Ogni volta che uno di noi se ne andava, sembrava sollevata. Un mammifero uggiolante in meno a rincorrerla per spillarle il latte.
Mio padre non l’ho mai conosciuto. La gente alla fattoria disse a Denny che era un incrocio tra un cane pastore e un barbone, ma io non ci credo. Non l’avevo mai visto un cane del genere alla fattoria e, anche se la signora era gentile, il nostro padrone era un vero bastardo che ti guardava dritto negli occhi e ti mentiva anche quando gli conveniva dire la verità. Faceva lunghi discorsi sull’intelligenza delle varie razze canine ed era fermamente convinto che i più svegli fossero i cani da pastore e i barboni e che diventassero ancora più apprezzabili – e pregiati – se «fatti accoppiare con un labrador per migliorare il carattere». Solo un mucchio di fandonie. Lo sanno tutti che cani da pastore e barboni non sono particolarmente svegli. Sono reattivi, rispondono agli stimoli, ma non sono dei liberi pensatori. Specie i cani da gregge australiani con gli occhi celesti, a cui tutti fanno un sacco di complimenti appena prendono al volo un frisbee. Sono agili e veloci, d’accordo, ma non pensano in modo creativo; seguono solo dei codici di comportamento.
Sono certo che mio padre fosse un terrier. Perché i terrier sono bravi a risolvere i problemi. Fanno ciò che viene loro ordinato solo se è in linea con quello che avevano già in mente. Un terrier del genere c’era, alla fattoria. Un airedale. Grosso, con il pelo nero e marrone, un duro. Lo evitavano tutti. Non viveva con noi nel campo recintato dietro casa. Stava nel fienile ai piedi della collina, vicino al torrente, dove gli uomini andavano a riparare i trattori. Ma certe volte risaliva la collina, e quando lo faceva, si tenevano tutti alla larga. Nel campo correva voce che fosse un cane da combattimento, che il padrone teneva separato perché era capace di uccidere un altro cane anche solo per aver annusato nella sua direzione. Fissarlo troppo a lungo poteva costarti il pelo dietro la nuca. E quando c’era una cagna in calore, lui la montava a dovere e si faceva i comodi suoi senza preoccuparsi se lo guardavano o se a qualcuno importava qualcosa. Mi sono chiesto più volte se sia stato lui a generarmi. Ho il suo stesso colore nero e marrone e il pelo un po’ ispido, e molti mi credono un incrocio con un terrier. Mi piace l’idea di avere un corredo genetico ben definito.
Del giorno in cui lasciai la fattoria ricordo il caldo. Faceva caldo tutti i giorni a Spangle, e io pensavo che il mondo fosse semplicemente un posto caldo, perché non avevo idea di cosa fosse il freddo. Non avevo mai visto la pioggia, e dell’acqua non sapevo un granché. Era quella roba nei secchi che bevevano i cani più grandi, la stessa roba che il padrone spruzzava con la canna sul muso di quelli che stavano per azzuffarsi. Ma il giorno in cui arrivò Denny era particolarmente caldo. I miei fratelli e io stavamo facendo la lotta come sempre, quando nel mucchio si infilò una mano che mi prese per la collottola, e io mi ritrovai di colpo a penzolare per aria.
«Questo qua» disse un uomo.
Fu il primo sguardo sul resto della mia vita. Era magro, con muscoli lunghi e affusolati. Non grosso, ma imponente. Aveva gli occhi vivaci, azzurro ghiaccio. I capelli arruffati e la barba corta e incolta erano scuri e ispidi, come il pelo di un terrier irlandese.
«Il gioiello della cucciolata» disse la signora. Era gentile; mi piaceva quando ci coccolava sul suo grembo soffice. «Il più dolce. Il migliore.»
«Pensavamo di tenercelo» disse il padrone, avvicinandosi con gli stivaloni incrostati di fango del torrente, dove stava riparando un recinto. Ripeteva sempre la stessa balla. Che cavolo, ero un cucciolo di appena tre mesi e l’avevo già sentita un mucchio di volte. La usava per fare più soldi.
«Siete disposti a darlo via?»
«Dipende dal prezzo» rispose il padrone, alzando gli occhi al cielo azzurro pallido scolorito dal sole. «Dipende dal prezzo.»
3
«Con estrema delicatezza. Come se avessi dei gusci d’uovo sui pedali» mi dice sempre Denny «e non volessi romperli. Ecco in che modo si guida sotto la pioggia.»
Quando guardiamo un video insieme – e lo facciamo dal giorno in cui ci siamo incontrati – mi spiega queste cose. (A me!) Equilibrio, intuito, pazienza. Tutti concetti vitali. La visione periferica, vedere cose che non hai mai visto prima. La percezione cinestetica, guidare con il sedere.
Ma la cosa che mi è sempre piaciuta di più è sentirlo parlare della mancanza di memoria. Memoria delle cose che ha fatto anche solo un attimo prima. Belle o brutte che siano.
Perché la memoria è il tempo che si ripiega su se stesso. Ricordare significa staccarsi dal presente. Per avere successo nel mondo dei motori il pilota non deve mai ricordare.
Ecco perché i piloti hanno la mania di registrare ogni singola mossa, ogni singola corsa, con telecamere nell’abitacolo, video di bordo, mappatura dei dati; il pilota non può essere testimone della propria grandezza.
È così che dice Denny. Dice che correre è fare. Essere parte di un singolo momento e avere coscienza solamente di quel momento. La riflessione deve venire dopo.
Il grande campione Julian SabellaRosa ha detto: «Quando corro, mente e corpo lavorano così veloci e così bene insieme che devo stare attento a non pensare, altrimenti sbaglio di sicuro».
4
Denny mi portò a vivere lontano dalla fattoria di Spangle, in un quartiere di Seattle chiamato Leschi, dove abitava in un piccolo appartamento in affitto sul lago Washington. Vivere in appartamento non mi piaceva un granché, perché ero abituato agli spazi aperti ed ero ancora un cucciolo; però avevamo un balcone con vista sul lago, una vera goduria per me, che sono un cane acquatico per parte di madre.
Crescevo in fretta, e in quel primo anno Denny e io forgiammo un profondo affetto reciproco, e insieme un forte senso di fiducia. Ecco perché rimasi così stupito dalla velocità con cui s’innamorò di Eve.
Denny la portò a casa, e profumava di buono, come lui. Pieni com’erano di bevande fermentate, si comportavano in modo strano, si stringevano l’un l’altra come se troppi vestiti li separassero, si strattonavano, si mordevano le labbra, si conficcavano le dita nella ca...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Dedica
- Epigrafe
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 21
- 22
- 23
- 24
- 25
- 26
- 27
- 28
- 29
- 30
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- 32
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- 54
- 55
- 56
- 57
- 58
- Imola
- Ringraziamenti
Domande frequenti
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