![]()
![]()
25
LA CAPANNA
DELLE CATENE
Era mattina inoltrata quando Ombroso sentì qualcosa muoversi attorno alla tenda sporca e fetida in cui lui e gli altri erano stati trascinati.
Erano prigionieri!
Perché mai, si era sempre chiesto fin dal primo momento e tanto più se lo chiedeva ora, Floridiana aveva affidato a lui una missione così importante come salvare il Regno della Fantasia? E perché lui aveva deciso di accettare?
Era stato così arrogante da pensare di poter fare veramente qualcosa... E invece eccolo lì: non aveva potuto fare niente e ora si sentiva privo di forze e di coraggio come non mai.
Nella sua testa continuava a ripresentarsi l’immagine degli orchi che come una valanga piombavano su di loro. Pronti a farli a pezzi.
I loro travestimenti erano stati ridotti a brandelli e ora erano tornati a essere solo quattro giovani elfi incatenati a dei ceppi che li costringevano in piedi, a braccia alzate, a fare compagnia ad altri prigionieri che lì erano morti. Scheletri di nani pendevano da solide catene arrugginite, come se fossero stati dimenticati.
Ombroso distolse gli occhi da un teschio con le orbite vuote che lo osservava in un ghigno e volse il capo, pieno di disprezzo per se stesso.
Anche Stellarius si era sbagliato. Aveva avuto troppa fiducia in lui. Gli aveva affidato molte cose... troppe. Con la sua cattura avevano perduto anche quelle.
La bisaccia, in cui aveva riposto la bussola di Floridiana e il Trillo delle Fate, gli era stata sottratta.
La pietra che avrebbe permesso loro di passare attraverso gli Specchi delle Orde era andata perduta, strappata dalle mani di Spica dai Crepuscolari, che le avevano anche ferito il braccio. La ragazza aveva smesso di sanguinare, ma faceva fatica a muovere la mano e se ne stava con la testa appoggiata contro uno dei pali della capanna.
Avevano tutti combattuto come leoni.
E lui? Che cosa aveva fatto lui?
Aveva fatto danzare Veleno, come se una sola spada, per quanto speciale, potesse tenere a bada dieci, cinquanta, cento feroci orchi che arrivavano sciamando come insetti.
Aveva abbattuto molti orchi, aveva perduto il conto di quanti; i loro corpi si erano ammassati a terra, di fronte a lui, dandogli la nausea. Ma poi qualcuno gli aveva fatto perdere l’equilibrio e allora l’ondata nemica lo aveva sommerso in un istante.
Gli orchi avevano spaccato le frecce di Robinia, annullato la forza di Regulus, tramortito l’una e colpito violentemente l’altro. Le finte armature erano state strappate loro di dosso e ululati rabbiosi e astiosi li avevano aggrediti.
Era stato allora che Ombroso, convinto ormai che fossero tutti destinati alla morte, si era parato urlando davanti ai suoi amici e dalla stella sulla sua fronte si era diffusa una luce sfolgorante.
Gli orchi ne erano rimasti impressionati; per un attimo avevano avuto paura di lui. Si erano fermati e un improvviso, inquietante silenzio aveva avvolto tutto il pianoro degli Specchi.
Ma era stato solo un attimo.
Subito dopo l’aria era stata lacerata da un terribile ululato, e i nemici li avevano travolti e inghiottiti come fuscelli. Erano stati presi e fatti prigionieri, legati con corde che parevano fili di acciaio, privati delle armi, della preziosa bisaccia, e portati via, lontano dagli Specchi. E da ogni speranza.
Non li avevano uccisi come aveva pensato, però. Erano stati trascinati all’interno di una palizzata fatta da enormi ossa di drago.
Un unico pensiero rischiarava la mente di Ombroso.
Favilla e Zolfanello erano ancora fuori, liberi.
Favilla non sapeva neppure lei come aveva fatto a trattenere Zolfanello dal precipitarsi in mezzo alla battaglia, ma ora il piccolo drago piumato se ne stava con il muso appoggiato alle zampe anteriori, sotto un cespuglio spinoso, con le piccole ali afflosciate sul dorso.
E Favilla era lì, poco distante, con il collo nascosto sotto le ali per la paura. E ora?
Ombroso, Robinia, Spica e Regulus le avevano salvato la vita nel Reame degli Gnomi di Forgia, e ora toccava a lei aiutare loro, anche se avrebbe voluto fare tutt’altro, avrebbe voluto fuggire e tornare dalle betulle e poi scappare ancora, finché non avesse trovato un luogo abbastanza lontano da tutto ciò che era male, dolore e tormento.
Ma ormai non era più possibile.
Ombroso e gli altri avevano toccato qualcosa nel suo cuore, e questo non poteva dimenticarlo. Loro avevano scelto di lottare per gli altri, senza chiedere nulla in cambio. Adesso era venuto anche per lei il momento di scegliere.
In realtà aveva già scelto il giorno in cui aveva accettato di accompagnarli. Aveva scelto quando aveva combattuto al loro fianco. E ora stava scegliendo di nuovo mentre era lì, a domandarsi che cosa fare per liberarli.
Sollevò il capo e furtivamente si asciugò le lacrime tra le piume. Doveva riflettere con calma. Si avvicinò a Zolfanello, passando il becco sulla sua testa piumata, con delicatezza.
– Basta con la tristezza: dobbiamo darci da fare – disse.
Il draghetto piumato non era mai stato così mogio. Alzò gli occhi su di lei.
– Siamo ancora vivi e nessuno sa che siamo qui – continuò Favilla.
Zolfanello sollevò il capo, grugnendo.
– Vuoi lasciare Robinia in mano agli orchi? – disse l’oca.
Il piccolo drago ringhiò e negli occhi di Favilla scintillò un sorriso.
– E allora dobbiamo trovare la maniera di aiutarli! – esclamò decisa. – Gli orchi possono essere molto ottusi, Stria lo diceva sempre. Quindi, diamoci da fare!
Zolfanello sbuffò in segno di approvazione.
Passarono alcune ore, che i ragazzi trascorsero in un cupo silenzio, interrotto solo, di quando in quando, dai ruggiti dei draghi. Erano troppo stanchi e tristi persino per essere spaventati.
Poi, all’improvviso, si sentirono degli strilli, la pelle che chiudeva l’ingresso della capanna dove erano tenuti prigionieri si sollevò, la luce del sole schizzò all’interno come una lama e una gigantesca sagoma nera si stagliò nella luce dell’entrata.
Un incredibile fetore invase la capanna e Ombroso sollevò il capo serrando la mascella.
Dietro il colosso entrarono altri tre orchi, più piccoli, e la puzza divenne insostenibile, tanto che Regulus non riuscì a trattenere una smorfia disgustata.
– Ecco, era lui, capo! – guaì con la voce nasale uno dei più piccoli, indicando Ombroso. – Era lui che aveva quella luce!
L’orco gigantesco si avvicinò e abbassò il capo per osservare meglio il giovane. Ombroso notò che uno dei suoi occhi era privo di luce, morto e immobile sulla grande faccia feroce. Le sue guance rugose erano rigate da alcuni segni fatti con la cenere e la fronte era attraversata da una lunga cicatrice obliqua che rendeva il suo viso ancora più terrificante. I capelli folti e unti erano raccolti dietro, sulla sommità della testa.
– Tu! – tuonò la voce dell’orco.
La mano gigantesca sollevò rudemente il ciuffo di capelli che copriva la fronte di Ombroso. – A che popolo appartieni?
Nonostante il terrore che provava, Ombroso sentì gli angoli della sua bocca sollevarsi in un ghigno. – Credevo che anche un orco senza un occhio fosse in grado di riconoscere un elfo.
Il gigante ruggì e gli strattonò il capo per fargli male. Ci riuscì, ma Ombroso non emise un lamento.
– Che razza di elfo sei? – ringhiò di nuovo, evidentemente poco abituato a prigionieri che facessero gli spiritosi.
– Un elfo è un elfo. Nonostante le distanze gli elfi sono un popolo solo – sibilò Ombroso.
Il ringhio dell’orco gli fece accapponare la pelle e il colpo che ricevette fu talmente forte che gli mozzò il fiato. – Li riconosco dalla puzza, quelli come te. Bada a quello che dici. Sei abbastanza piccolo perché ti schiacci con una sola mano, insetto! Sulla tua fronte ha brillato qualcosa, prima... E ora rispondi!
Ombroso continuò a fissarlo negli occhi. – Vengo da molti luoghi...
L’orco ringhiò di nuovo; un ringhio basso e minaccioso, ma il ragazzo questa volta non provò paura.
– Dove l’hai presa? – domandò l’orco indicando Veleno, avvolta in un panno sudicio nelle mani di uno degli orchi che l’avevano seguito.
– L’ho trovata – disse Ombroso.
– Dove?
– Su una montagna.
– Dove? – ripeté l’orco a voce più alta.
– Non lo ricordo... era abbandonata, mi serviva, così l’ho presa – disse il ragazzo con indifferenza, gettandole appena un’occhiata.
– Gli serviva! – lo schernì uno degli orchi più esili.
– L’ha presa! – gracidò l’altro.
Quello che sembrava il capo grugnì e gli altri si zittirono.
– Come hai fatto? – sibilò, studiandolo.
– Con le mani! – disse lui. – Come se no?
La reazione dell’orco fu terrificante.
Colpì Ombroso al petto, svuotandogli i polmoni, e lo sollevò come una bambola di pezza, schiacciandolo contro il palo che sosteneva la capanna e premendogli il collo con l’avambraccio fitto di muscoli.
Ombroso tentò di lottare, ma era impossibile con le catene che gli serravano i polsi.
– Chi la tocca muore! – urlò sbavando l’orco, a un millimetro dalla sua faccia, con l’occhio vivo che ardeva di una luce selvaggia. – Quella lama è maledetta! L’hai maledetta tu?
Ombroso tentò di parlare, ma respirava a fatica. – Gli e-elfi non maledicono le cose...
– Tu non sai neppure che cos’è, vero?
– Una spada – ansimò lui.
L’orco lo lasciò andare e si allontanò di un passo sbuffando come un cinghiale. Poi ridacchiò.
– Sciocco elfo... è una spada, sì, ma di un genere che non vedevo da anni. Una spada come quella che mi ha cavato quest’occhio, elfo! È una Spada del Destino!
Ombroso lo fissò. Quell’orco sapeva esattamente di che cosa stava parlando.
– E con questo? – sibilò fingendo di non capire.
– Le Spade del Destino muoiono con i loro schifosi cavalieri, lo sanno tutti! Io stesso ne ho spaccate almeno una decina... – ghignò l’orco.
Quelli alle sue spalle si affrettarono a dargli ragione.
– E allora perché questa è integra? – ringhiò.
– Come faccio a saperlo? Forse non è una Spada del Destino! – provò a dire Ombroso.
– O forse il cavaliere che la impugnava è ancora vivo! – esclamò con voce nasale uno dei piccoletti dietro l’orco.
Il capo afferrò il suo ufficiale per la collottola e lo spinse violentemente verso il ragazzo, in modo che gli mettesse sotto il naso l’elsa della spada.
Ombroso batté le palpebre.
– Guarda che cosa è inciso appena sotto l’elsa! Guarda! – ruggì l’orco.
E davanti agli occhi di Ombroso brillò qualcosa che non aveva mai notato.
Sull’elsa era inciso un simbolo, ma il metallo era così consumato che il ragazzo non se ne era mai accorto.
Era un simbolo dell’antico alfabeto del Regno della Fantasia: una C con al centro un triangolo di pietra nera. Ossidiana.
Il cuore di Ombroso sussultò. Doveva essere l’iniziale di suo padre, Cuortenace! Tuttavia fece una smorfia di disinteresse e tornò a fissare l’orco.
– E allora? – domandò, fingendo indifferenza.
L’orco lo sollevò di nuovo con uno strattone, stringendogli il collo e facendo tintinnare le catene. – E allora quell’iniziale significa che lui è ancora vivo... sai di chi parlo vero?
– No... di chi stai parlando? – cercò di dire Ombroso, quasi senza fiato.
– Di colui che ...