L'amore non è il mio forte
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L'amore non è il mio forte

  1. 406 pagine
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L'amore non è il mio forte

Informazioni su questo libro

Storie romantiche che ti catturano e che leggeresti FOREVER Julia e Michael stanno insieme da sempre. Dal giorno in cui lui l'aveva salvata da un'aggressione nel paesino del West Virginia dove vivevano entrambi e Julia aveva scoperto che il ragazzo docile e timido che conosceva e snobbava da anni era in realtà l'unico in grado di capirla e di farla ridere. E poi condividevano lo stesso sogno: fuggire da quel posto squallido e senza prospettive e iniziare una nuova vita. Così, appena finito il liceo avevano preso una station wagon di seconda mano che perdeva pezzi a ogni curva e si erano trasferiti a Washington, senza un dollaro in tasca, ma con una serie infinita di progetti. Si amavano da morire e sentivano di poter fare qualunque cosa restando insieme.
Quindici anni dopo, Julia e Michael hanno realizzato tutti i loro sogni: vivono in una casa da nove milioni di dollari, il lavoro va a gonfie vele e delle ristrettezze del loro passato non hanno che brutti ricordi. Ma qualcosa tra loro è cambiato. Michael è diverso, troppo preso dalla carriera e dal denaro, non fa che dimenticarsi gli anniversari e lasciar sola Julia che, dal canto suo, ha smesso di credere che l'amore possa durare per sempre.
Saranno un evento del tutto inaspettato e i consigli di Isabelle, migliore amica di Julia e single impenitente ormai pronta al grande passo, a far capire loro che a volte la scelta migliore è mettere da parte l'orgoglio e concedersi una seconda possibilità.

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Informazioni

Anno
2010
eBook ISBN
9788858500262
Print ISBN
9788856603668

SECONDA PARTE

A casa

8

Era più di un anno e mezzo che non tornavo a casa. Mi sentivo come Alice che, cadendo nella buca, atterra nel Paese delle Meraviglie. Avrei giurato che i miei genitori si fossero rimpiccioliti... Oppure ero io a essermi ingrandita, una possibilità inquietante che mi rifiutavo di prendere in considerazione. Arrivata a Union Station avevo quasi tirato dritto, passando davanti a mamma e papà: non li avevo riconosciuti, tutti imbacuccati in due enormi piumini identici che li coprivano dal mento alle ginocchia.
«Cinquanta per cento di sconto all’outlet di Lands’ End!» esultò trionfante mamma, ancora prima di abbracciarmi. Fu come subire gli slanci di affetto smodato di un marshmallow.
Infagottato nella variante marrone, più maschile, papà stringeva un carrello portabagagli fulminando chiunque osasse trovarsi a meno di tre metri da lui, con occhiate della serie: “Coraggio, fatti ammazzare”.
«Eccoti qua!» esclamò.
A malincuore staccò una mano dal carrello, ma solo dopo aver incenerito con gli occhi una nonnina che, con passo incerto e fare ostile, gli si era pericolosamente avvicinata. L’abbraccio di papà fu tenero come sempre: una serie di pacche vigorose sulla schiena come se stesse cercando di farmi espellere un boccone di pane che mi ostruiva la trachea.
«Sei stupenda» disse mamma, scrutandomi in viso appena papà terminò la sua manovra di Heimlich e io ripresi fiato. «Stanca, ma stupenda. Sono occhiaie, quelle lì?»
«Ho il carrello» annunciò papà. «Carico le valigie.»
«Avrai fame» continuò la mamma. «Tiene abbastanza caldo, quel cappotto?» Mimò un attacco di brividi. «Uh, c’è un’aria così fredda. Non stai gelando?»
«Hai fatto buon viaggio?» chiese papà. «Qualche ritardo?»
«Sì, sono un po’ stanca, ma non ho molta fame» risposi. Era incredibile la velocità con cui mi abituavo di nuovo alla raffica di domande dei miei genitori. Era come saltare in sella a una bicicletta dopo anni di vita in mare e riprendere a pedalare senza il minimo tentennamento. Ci sono cose che non si dimenticano.
«Certo che tiene abbastanza caldo, il cappotto. E niente ritardi. È stato un viaggio perfetto.» Perfetto se trovi che il massimo della vita sia tentare di leggere le ultime inchieste di quei bravi “giornalisti” di «People» (E le sue tette saranno vere? Le star si gonfiano il di sopra!), curiosare per tre volte nel vagone ristorante, lasciare a metà un cruciverba, per poi ridurti a fissare fuori dal finestrino il paesaggio in corsa, desiderando di poter saltare giù dal treno. Non sono mai riuscita a stare ferma e seduta, e quel giorno era stata più dura del solito.
«Sono così felice di rivedervi» esclamai bloccando sul nascere una nuova raffica di domande.
«Anche noi, tesoro» disse mamma, allungando le mani per sistemarmi i capelli dietro le orecchie, come fa da quando avevo tre anni. D’istinto scrollai la testa per farli tornare al loro posto, proprio come faccio da quando avevo tre anni. Papà, come sempre più a suo agio con i fatti che con le parole, mise grande enfasi nel caricare le valigie.
«Sapevo che ci avrebbe fatto comodo» disse battendo la mano sul carrello quasi fosse un melone e gonfiando il petto esile. Non me la sentii di fargli notare che in tre avremmo potuto benissimo portarle a mano, le mie due valigie, visto che non erano poi così pesanti.
«Starai morendo di fame dopo un viaggio così lungo» aggiunse mamma preoccupata, scacciando dalla mia spalla pelucchi inesistenti.
«È durato solo tre ore. E ho mangiato un pacchetto di Cheetos.» Più, mmm, un biscottino con le gocce di cioccolato. Potevo anche non contarlo, in realtà. E la sola ragione per cui ne avevo mangiato un altro era che li distribuivano in pacchettini da due. Non avevo avuto scelta: ero vittima dei criteri adottati dalla compagnia ferroviaria per confezionare gli alimenti.
«Comunque,» sospirò mamma mentre ci dirigevamo alla macchina «pensavamo di andare da Antonio’s per pranzo. Anche se le posate non sono sempre pulite.»
«È capitato una volta!» sbuffò papà alzando gli occhi al cielo, evidentemente popolato di uomini in grado di commiserarlo. «E sulla tua forchetta c’era un microscopico residuo secco di spaghetti. Un puntino. Sempre meglio del ristorante indiano con la cameriera drogata.»
«Anche se ha i capelli azzurri non è detto che sia una tossicodipendente» ribatté mamma. «Può essere solo il suo modo di esprimersi. Magari è un’artista. Un giorno diventerà famosa e tu ti pentirai di non essere stato più gentile con lei. E poi, altro che puntino. Era almeno un quarto di spaghetto!»
«Tutte le volte che entriamo, quella drogata mi fa sempre ripetere il nome tre volte» brontolò papà. «Marijuana. Uccide i neuroni.»
«Be’, di certo non possiamo andare da Pines of Italy. Ti ritrovi sempre con la pancia piena d’aria, dopo.»
«È tutta colpa del pane all’aglio» replicò papà issando le valigie nel bagagliaio della nostra vecchia station wagon con le fiancate tutte ammaccate. Mamma e le colonnine dei parcheggi non andavano molto d’accordo.
«Tu non sai resistere al pane all’aglio» lo rimproverò la mamma. «Se solo ti limitassi a uno o due pezzetti, anziché mangiarti tutto il cestino...»
«Antonio’s va benissimo» intervenni. Mamma e papà sussultarono, poi si voltarono a guardarmi da sopra la spalla. Forse si erano dimenticati di me.
E va bene, meglio togliersi il pensiero e confessare. Ecco la verità: ai miei genitori avevo raccontato che tornavo a Bethesda per aprire una nuova filiale della Richards, Dunne & Krantz. In ventinove anni era l’unica vera bugia che avessi mai raccontato, volendo escludere le classiche bugie innocenti tipo “è stata Alex a mangiare l’ultimo biscotto” a cui ero ricorsa una volta o due da bambina (e la cui utilità ai fini della crescita è comunque discutibile). La ricordo come un’esperienza odiosa. Mi aveva fatto sentire a disagio, come indossare un maglione di lana pruriginosa per un pic-nic in un afoso pomeriggio di luglio.
Quando avevo telefonato per annunciare ai miei che sarei tornata a stare da loro, mamma mi aveva detto: «Torni a casa? Mi sembrava che andasse tutto così bene lì a New York».
Poi la voce le si era fatta un tantino più stridula: «O no?».
E quando papà si era inserito nella conversazione sollevando l’altro ricevitore e aveva chiesto: «Va tutto bene, Lindsey?», invece di lasciare alla mamma ogni discussione di carattere potenzialmente emotivo e darsela a gambe come al solito, mi ero sentita raggelare. Mentre le loro voci preoccupate mi tempestavano di domande, avevo ripensato all’ultima volta che ero andata a trovarli.
Papà aveva insistito per pulire a tutti i costi le grondaie. L’aveva fatto appena due mesi prima, e poi pioveva e gli alberi dovevano ancora perdere un sacco di foglie, ma per lui erano dettagli del tutto irrilevanti. Mio padre era in preda a un’autentica smania di pulizia grondaie. Così gli avevo retto la scala – qualcuno doveva pur farlo o si sarebbe rotto tutt’e due le gambe – e mi ero ritrovata con le sue caviglie all’altezza degli occhi. All’improvviso mi ero accorta di quanto fossero ossute, e la cosa mi aveva colpito. Intorno aveva la pelle cadente e piena di macchie scure che non avevo mai notato prima.
A cena, quella sera, avevo guardato i miei genitori – guardato sul serio, intendo – e mi ero accorta di quanto fossero cambiati. Erano piccoli dettagli, cambiamenti tanto graduali da risultare quasi impercettibili: gli occhiali da lettura e l’esitazione nel fare le scale, i capelli castani di papà che si facevano più grigi, il leggero tremore della mano di mamma quando sollevava un cucchiaio di purè... Quella sera avevo capito una cosa: i miei genitori stavano invecchiando. Non ci sarebbero stati per sempre. E non era soltanto colpa dei grumi nel purè di mamma che avevo fatto tanta fatica a deglutire.
Erano così orgogliosi di me. Grazie al mio successo, si consideravano un successo come genitori. La loro identità era tutt’uno con la mia. Quante volte avevo sentito mia madre raccontare soddisfatta al telefono delle mie eccellenti schede di valutazione, o di quante università avessero accettato la mia domanda? Non potevo deluderli, non in quel momento, non in quelli che avrebbero dovuto essere i loro anni d’oro.
«Va tutto bene» avevo finito per dire al telefono. Avevo chiuso gli occhi, e poi mi ero lasciata sfuggire di bocca la frase: «In realtà, ho buone notizie».
«Ah» aveva sospirato mamma. «Per un attimo mi sono preoccupata. Perché, poi? Quando mai ci hai dato motivo di preoccuparci? Allora, di che si tratta? Un’altra promozione?»
«Con Lindsey abbiamo fatto proprio un bel lavoro, te lo dico io» aveva commentato orgoglioso papà. «Guadagna più soldi lei di quanti ne abbia mai visti io nella vita. Questo è poco ma sicuro.»
E così eccoci tutti e tre lì, alla volta di Antonio’s, sede della forchetta più sporca della storia, per festeggiare il mio ritorno trionfale nel Maryland.
«Dimmi della promozione, tesoro» m’incalzò la mamma appena ci sedemmo in macchina. Io me ne stavo dritta al centro del sedile posteriore come se avessi avuto di nuovo dodici anni.
«Non è esattamente una promozione.»
«Tutta modestia» disse la mamma a papà, che bofonchiò qualcosa in segno di approvazione.
Mi schiarii la voce e ricominciai. «Non è poi questa gran cosa. L’azienda sta pensando di aprire una filiale a Washington e ha mandato me a sondare il terreno. A scovare clienti e cose del genere.»
«Quanto spazio vi serve per i nuovi uffici?» chiese papà.
«Ancora non lo sappiamo» risposi giocherellando con una ciocca di capelli. «Affronteremo la questione una volta stabilito quanti dovremo essere per far fronte alle richieste del mercato.»
«Non riesco ancora a crederci!» esclamò la mamma. «Tutte e due le figlie che vivono nella nostra stessa città! Alex era molto dispiaciuta di non poter venire a pranzo con noi. Proprio oggi ha un servizio fotografico per “Capitol File”.»
«Sì, lo so» risposi io. Mamma me l’aveva ripetuto solo tre volte. In realtà ero contenta che non ci fosse. Di sicuro non mi avrebbe chiesto granché del mio lavoro – non lo trovava poi così interessante –, ma se mi avesse visto destreggiarmi a fatica tra le domande di mamma e papà, il suo rivelatore antibufala sarebbe entrato in funzione.
«È così bello averti a casa per la festa di fidanzamento di Alex, domani sera» squittì mia madre. «Miglior tempismo di così!»
«Non me la perderei per niente al mondo» mormorai io. Ehi, chi se lo sarebbe aspettato! Mentire diventava sempre più facile. C’era quasi da credere che fosse stata mia sorella a insegnarmelo anni prima.
«Dove avrò messo il biglietto del parcheggio?» si domandò la mamma mentre ci avvicinavamo al casotto del custode. Aprì la borsa e ci rovistò dentro. «Giuro che era proprio qui.»
«Abbiamo una macchina dietro» le feci notare, voltandomi per scusarmi a gesti con l’uomo al volante.
«Un attimo» disse lei estraendo un foglietto. «Niente, è un buono per Antonio’s.»
«Possiamo usarlo per pranzo» suggerii io.
Mamma lo esaminò: «È scaduto l’anno scorso».
Papà abbassò il finestrino. «Stiamo cercando il biglietto» spiegò al custode. «Bella giornata, vero?»
«Che strano,» continuò mia madre «ce l’avevo in mano un attimo fa.»
L’auto dietro di noi suonò un colpo di clacson. «Vuoi che lo cerchi io?» proposi.
«Di solito lo metto nella tasca esterna della borsa. Chissà perché oggi non l’ho fatto.»
«Sono bravissima a trovare le cose» insistei un po’ agitata. «Io trovo tutto.» Era una mia impressione o ero la copia sputata di Rain Man?
Mi voltai. Adesso avevamo tre macchine in coda, con il motore praticamente su di giri. A New York ci avrebbero già sparato a quel punto. E qualsiasi giudice della città l’avrebbe dichiarata legittima difesa.
«Hai controllato in tasca?» intervenne papà.
«Bella idea» rispose mamma baldanzosa. «No, niente da fare.»
«Nell’altra tasca?»
«Neanche» sospirò lei.
Altri colpi di clacson; qualcuno da dietro urlava: «Ehi, chi ti ha dato la patente?».
«La gente dovrebbe imparare a essere più paziente» affermò papà. «È un’arte perduta.»
«Eccolo!» disse mamma trionfante. «No, un momento, è la lista della spesa. Mi sarebbe servita ieri. Ho dimenticato la lattuga.»
Esaminò la lista più attentamente: «E le merendine Pop-Tarts alla fragola».
«Non volevo dirtelo» intervenne papà. «Ma me ne sono accorto stamattina.»
«Che cos’è quell’affare sotto l’aletta parasole?» chiesi disperata.
«Aaah!» esultò mamma. «Lo sapevo che l’avremmo trovato!»
Sudaticcia, mi accasciai sul sedile posteriore. Ero tornata dalla bellezza di sedici minuti, ma solo in quel momento ricordai un particolare: volevo bene ai miei genitori, ma ogni volta che passavo qualche ora con loro ne uscivo con il disperato bisogno di qualche compressa di analgesico e di un cd di Yanni.
Due parole sulla casa dei miei. Ricordate il mio pulitissimo ed essenziale appartamento da monaca di clausura? Forse Matt direbbe che era stato il mio modo di ribellarmi.
Il mio appartamento era l’antitesi esatta della mia casa d’infanzia. Papà se ne stava sempre nella sua stanzetta con la tv a tutto volume, mentre mamma girava per casa pestando i piedi e urlando: «Mettiti l’apparecchio acustico!», per poi vendicarsi sparando a palla le sue soap opera. Il soggiorno sembrava il cimitero della Sony: lì mio padre accumulava tutti i congegni elettronici rotti che non riusciva a riparare. E sempre lì mamma ammucchiava i panni che non aveva tempo di piegare, così come la posta. Più o meno ogni settimana si armava di sacchetti della spazzatura, piumino e aspirapolvere, e si piazzava sulla porta del soggiorno a valutare quel disastro con occhi torvi finché, sopraffatta, non si ritirava esausta in cucina a riempirsi il piatto di consolanti croissant al cioccolato.
Insomma, non era certo l’hotel Villa Serena.
Ah... volete sapere il perché di tutte quelle apparecchiature ammassate in soggiorno? I miei genitori ignoravano i libretti delle istruzioni e optavano invece per premere i pulsanti a caso, preferibilmente tutti in una volta. «Prova il tasto blu!» gridava mia madre. «Non quello, l’altro! L’hai premuto per bene? Allora prova quello rosso!»
Quando partivano per una vacanza, dovevo spedire un’e-mail con spiegazioni dettagliate per ascoltare i messaggi nella segreteria telefonica, ma di solito le perdevano prima di arrivare in aeroporto. E poi mia madre non faceva altro che cancellare le foto dalla macchina digitale, e papà era terrorizzato dal cellulare che gli avevamo regalato per Natale l’anno prima. Ogni volta che squillava, alzava di colpo un piede in aria e rispondeva con un “Pronto!” così forte da perforare il timpano del malcapitato all’altro capo della linea. Una volta, per pura crudeltà, Alex aveva inserito la vibrazione e l’aveva chiamato di continuo: per giorni papà era sembrato affetto da un tic.
Almeno la mia camera era rimasta la stessa, con i libri disposti in ordine alfabetico per autore, proprio come li avevo lasciati. In realtà, per quanto tutto sembrasse uguale, qualcosa di diverso c’era. O magari ero io a essere diversa. Avevo usato quella stanza per l’ultima volta dopo il secondo anno di università, e poi solo per due settimane prima di trasferirmi a New York per un tirocinio. All’epoca ero così carica di energie, di aspettative e di ambizioni che la sera faticavo ad addormentarmi. Quel luogo era stato una semplice so...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Prima Parte
  5. Seconda Parte
  6. Terza Parte
  7. Quarta Parte
  8. Ringraziamenti