Parte Prima
POLVERE E FANGO
«Mi sono lavato le mani in acque fangose, mi sono lavato le mani ma non si sono pulite.»
SALMAN RUSHDIE, La terra sotto i suoi piedi
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Venerdì 20 agosto 2004
La strada è del colore della polvere.
Sono tutte così, le strade di Baghdad. Mi sono chiesto spesso se lo siano sempre state o se è un’altra delle cose portate qui dalla guerra.
Anche l’aria è dello stesso colore, resa opaca da una nebbia che sfuma rapidamente nell’azzurro troppo terso del cielo. Difficile vedere qualcosa che chiazza un cielo così. A meno che non siano elicotteri.
Abdel me li indica. A destra, sopra a un gruppo di case che si staccano dall’orizzonte. Visti da lontano sembrano tre piccole mosche grigie che galleggiano nel cielo d’agosto.
Mi alzo e, mentre li fotografo, mi chiedo cosa ci sia di tanto importante là sotto che attira la loro attenzione. Su quale tipo di merda stiano ronzando. Se l’abbiano fatta loro dal cielo o qualcun altro giù a terra. Me lo chiedo ogni volta che li vedo.
Torno a sedermi.
«Ormai è fatta» dice Abdel e non capisco a cosa si riferisce. Se ne accorge e sorride.
Mi appoggio la macchina fotografica al petto e lo guardo.
Siamo seduti in un ristorante, davanti a una birra che chissà come riescono a far diventare gelata. C’è il sole a picco, qualche macchina che passa, il casino del mercato che arriva da lontano. Mi strofino gli occhi e per un momento mi pare di essere in un posto normale, nella veranda di un ristorante qualunque a mangiare kebab e dire stronzate con qualcuno che conosco da oltre dieci anni, mentre tutto intorno la gente chiacchiera e la città mi si apre davanti e sembra non finire mai.
Poi riapro gli occhi e le prime cose che vedo sono un convoglio militare e un paio di poliziotti iracheni che si infilano verso il mercato. Da qualche parte si sente uno sparo, ma potrebbe essere qualunque cosa. Da un’esecuzione a un matrimonio.
Questo posto è assurdo.
«Non li reggo più quegli elicotteri» dico e bevo un sorso di birra. Non ne trovavo una gelata da più di dieci giorni. Abdel scuote la testa come se avessi detto qualcosa di divertente. E in fondo è proprio così. Beve anche lui.
È magro come un chiodo. Però ha quel sorriso che ti si attacca dentro e non ti molla più. Forse è anche per questo che Al-Jazeera l’ha messo davanti a una telecamera e l’ha spedito qui. Oltre al fatto che fa bene il suo mestiere, è un marocchino musulmano e parla senza pensarci troppo l’arabo, l’inglese e anche l’italiano. Ha studiato a Bologna per tre anni, prima di capire che medicina non era il suo mestiere. E magari che l’Italia gli stava stretta.
Gioca con l’orlo della camicia a scacchi e passa lo sguardo da me all’occhio dell’obiettivo.
«Quanti ne hai già fotografati di quei cosi che volano?»
«Troppi» rispondo e guardo avanti, oltre i marine che controllano qualcosa dentro un gruppo di case. Sono nervoso. «Cos’è che hai detto prima?»
«Che torni a casa» mi spiega e allunga la bottiglietta di Coca a cercare il mio bicchiere. La tocco e mentre la birra scivola in gola e una goccia di sudore mi disegna la tempia, penso che mi mancherà. Perché lui ne ha ancora per un po’ e io invece dopo preparo la mia roba e sgommo via. Questa bevuta è la mia ultima gita da queste parti, almeno per un pezzo.
Qui non c’è più niente da raccontare. Niente che possa davvero diventare migliore. È stata seminata troppa erba cattiva perché basti tenere in ordine il giardino per non farne crescere più. E nessuno, in fondo, ha davvero voglia di fare il giardiniere.
«Ti ho preso un regalo.»
Me lo dice a bruciapelo, mentre l’aria si riempie del profumo della carne arrosto a cui non sono più abituato.
«Sei uno stronzo.»
«Attento. Guarda che le prime cose che noi stranieri impariamo della tua lingua sono le offese.»
«Resti uno stronzo.»
«Probabilmente hai ragione, visto che me lo sono dimenticato in macchina.»
Si alza e fa un cenno a Aji, il nostro autista. È vicino alla cassa e parla fitto con il proprietario del ristorante che è anche suo cugino. Qui sembrano tutti suoi parenti. Un giorno ha provato a raccontarci qualcosa della sua genealogia e ho dovuto chiedergli di smettere. Non so se fosse la traduzione di Abdel dall’arabo o il fatto che i nomi si assomigliavano tutti, ma sembrava parlasse sempre della stessa persona.
«Arrivo subito. Se portano la carne e non trovo il piatto intero, quando torno ti taglio le mani. Sai come fanno dalle mie parti con i ladri, vero?»
Si allontana di un passo e prende al volo le chiavi della macchina che Aji gli lancia. Il mazzo sorvola un tavolo dove sono seduti tre occidentali, uno più grosso dell’altro. Quando ho dato dello stronzo ad Abdel uno di loro si è voltato di scatto verso di me. Italiano, senza ombra di dubbio. Qui è pieno di occidentali che non dovrebbero esserci. Nessuno sa che sono qui né perché sono venuti. Così, nel dubbio, diventano tutti uomini d’affari.
Finisco la birra e lo guardo.
Cammina svelto verso il viale che corre parallelo alla strada del ristorante. Con il riverbero del sole, faccio fatica a vedere i suoi pantaloni kaki. Sembra un torso – magro e arancione come gli scacchi della sua camicia – che galleggia nell’aria piena di calore e di polvere. Si ferma davanti al fuoristrada che usiamo per spostarci e infila dentro il busto.
Una macchina sgomma da qualche parte, ma sul momento non ci faccio caso. Poi vedo il convoglio di automobili scure che attraversa il viale. Partono dal fondo, a sinistra. Sono quattro. In cima c’è un blindato dei marine. Due uomini sbucano fuori dalla torretta e un terzo è in piedi su una specie di pianale che corre lateralmente al mezzo come una pinna. I fucili mitragliatori spianati a cercare qualcosa.
Non so perché, ma devo guardarli.
In fondo alle quattro auto c’è un altro blindato. Altri quattro uomini, altri quattro fucili.
Abdel è sempre piegato dentro al fuoristrada. Adesso si è messo in ginocchio sul sedile e sembra frugare dentro al cruscotto. Non mi piace. Vorrei che lasciasse perdere tutto e tornasse qui.
Il convoglio è a metà del viale.
Mi sudano le mani. Mi alzo e faccio un passo in mezzo alla sala. L’italiano grosso di prima si volta a guardarmi, ma solo un momento.
“Su, me lo dai dopo il regalo, Abdel. Vieni via di lì.”
Aji mi vede subito. Si volta e mi fissa. Devo avere una faccia molto strana perché mi fa un cenno. Gli indico il convoglio e lui si ferma. Si vive di sensazioni in un posto come questo. A volte fanno la differenza.
Ma Aji non ha la mia stessa sensazione, perché guarda in strada e sembra non notare niente.
Parcheggiata a cinquanta metri dal nostro fuoristrada c’è una macchina grigia. Una vecchia Mercedes degli anni Settanta. Ha un parafango ammaccato e un fanale rotto. Ce ne sono molte così da queste parti. E infatti quello che guardo non è la macchina.
Sono i due tizi che ci sono dentro. Seduti davanti. Immobili. Dalla veranda del ristorante, con il sole contro e la luce che esplode sulla carrozzeria, sembrano solo ombre, figure di cartone messe lì per assomigliare a qualcosa.
Vieni via, Abdel. Vieni via di corsa.
Aprono la portiera ed escono. Sono due uomini. Due come tanti. Hanno una maglietta e un paio di pantaloni normalissimi. Nessun giubbotto sotto cui nascondere qualcosa, niente in mano che possa sembrare un telecomando. Si scambiano qualche parola che non sento e si muovono verso il ristorante.
Il convoglio li supera e si avvicina al nostro fuoristrada. Accelera e lo sorpassa. Mentre lo fa, torno indietro con lo sguardo e vedo Abdel che chiude la portiera. Stringe un pacchetto blu.
Mi guarda e mi fa un cenno.
Forse sto diventando paranoico. Mi asciugo le mani sui jeans e ricambio il gesto. Poi, in piedi in mezzo alla veranda, prendo la macchina fotografica e lo fisso nell’obiettivo.
Ho appena fatto il primo scatto, quando nel viale esplode tutto.
L’unica cosa che riesco a vedere, prima che lo spostamento d’aria e l’istinto mi facciano volare sotto un tavolo, è una macchia dello stesso colore della sua camicia che vola via verso sinistra.
Si solleva e decolla rapida, come un foglio di carta nel vento.
C’è troppa luce.
Ha sempre la stessa sensazione da quando si è svegliato.
Una luce forte che gli esplode in testa e non gli permette di pensare.
E qualcuno che parla.
Non è più abituato alle parole. Al suono, al movimento della gente che le pronuncia. E alla luce. Nei momenti peggiori pensa che sia per questo che non si ricorda niente. La luce entra attraverso gli occhi e gli sbriciola i pensieri. Tutte quelle parole finiscono per fare un rumore in cui confonde le cose che dovrebbe sapere.
Così chiede sempre silenzio. A fatica, perché la voce non gli esce bene e in certi momenti la gola sembra piena di piccoli tagli che si riaprono dilatandosi a ogni respiro, a ogni minuscolo e faticoso tentativo di deglutire qualcosa.
La voce ha bisogno di tempo per tornare a essere voce, dopo quasi sei mesi di coma.
E lo stesso gli occhi. Per questo vuole la serranda abbassata e il sole d’agosto fuori dalla finestra. Al massimo che filtri dalle pieghe delle tapparelle della stanza. Che è bianca e con quella luce d’estate finisce per diventare un gigantesco neon.
Però quando è lì in silenzio e in penombra, le parole e la luce gli mancano. Perché ci sono tante cose che non si ricorda più, ma che il sole gli è sempre piaciuto lo sa anche troppo bene.
E oltre al sole, le parole. Ascoltare, sia chiaro. Perché cose da dire non è che ne abbia mai avute molte. Pensieri tanti, quello sì. Attaccati uno sull’altro, come i passeggeri di un aereo all’imbarco. Tutti con la loro bella valigia carica di frasi e di sentimenti da raccontare. Troppi.
E adesso gli tocca anche inseguire i ricordi e scavare alla ricerca di se stesso.
È un’ossessione che gli è capitata fra capo e collo subito dopo aver aperto gli occhi e visto il soffitto della stanza del reparto rianimazione dell’ospedale Maggiore di Bologna. Enorme, un oceano di bianco a cui non era abituato.
Ha sentito dire che durante il coma si fanno sogni strani, c’è addirittura chi vede una specie di tunnel con una luce in fondo. E quella luce è il Paradiso o qualcosa di simile. Lui non è mai stato religioso e ha avuto soltanto la sensazione di svegliarsi da un sonno lunghissimo, che lo ha riportato alla realtà stremato, con la voglia di riaddormentarsi di nuovo.
E durante quel sonno alcune cose della sua vita sono sparite, annegate in un nulla che lotta disperatamente per stanare.
È la cosa peggiore.
Non rimettere in moto le gambe e le braccia. Non tentare di riabituarsi a parlare e scoprire quanto sia difficile dire anche le cose più semplici.
Sì, no, ciao, luce, basta.
Non quelle cose lì.
Ricordare.
Gli hanno detto che ha fatto un incidente.
Si è schiantato con la macchina contro il cancello di una villa, su per via di Casaglia.
Sul momento non gli ha fatto nessun effetto. Mentre gli parlavano aveva appena scoperto che non riusciva a muovere braccia e gambe e tutta la sua attenzione era fossilizzata lì. Poi però ci aveva pensato e facendolo aveva scoperto che non si ricordava nulla.
Niente dell’incidente. Del giorno dell’incidente. Del motivo che lo aveva portato giù per Casaglia alle undici di sera mentre sua moglie era al cinema con un’amica.
E niente di niente di tante altre piccole cose. Schegge di uno specchio che non forma più nessuna immagine.
Prima fra tutte, la frenata.
Gli hanno raccontato che la sua macchina ha sterzato improvvisamente frenando di colpo, come per evitare un ostacolo. “Un animale” ha pensato. A volte ne sbucano fuori da chissà dove e te li ritrovi morti stecchiti sotto le ruote. Ma sull’asfalto non c’erano tracce. Solo i pneumatici incollati al manto stradale, come l’eco di qualcosa che è passato di lì e poi è svanito nel nulla.
«A cosa sta pensando, dottor Ferrari?» chiede una voce alla sua destra e lui si volta.
Ferrari, già. Michele Ferrari.
E dottore, perché è laureato in ingegneria. Valgono poco un nome e un titolo quando non ti ricordi quello che hai fatto, quello che sei. Però sono un inizio.
«Che mi piaceva prendere il sole» sussurra lentamente. Quando si ascolta parlare gli sembra ancora di essere un maniaco telefonico scappato fuori da qualche orren...