![]()
1
Il rombo del motore si sommava al clangore dei cingoli. Tutta la robusta armatura del blindato sembrava assorbire le vibrazioni che arrivavano a investire i nervi tesi del caporale Mendez. Sotto gli spessi guanti di pelle nera i tendini delle sue mani erano come rattrappiti. Le dita, abbarbicate all’impugnatura di ferro della mitragliatrice pesante, parevano fuse con il metallo brunito dell’arma. Quel sommovimento ottuso e continuo Mendez se lo sentiva dentro. Il caporale sporgeva di mezzo busto fuori dalla botola superiore del mezzo, ma, tra il giubbotto antiproiettile che gli copriva la schiena e il torace e l’acciaio dell’elmetto che pesava sul cranio, aveva la sensazione di essere un tutt’uno con il carro armato. Nonostante la cinghia del casco fosse stretta sotto la mascella sino a fargli male, ogni tanto qualche sobbalzo più violento gli faceva sbattere il bordo dell’elmetto contro la radice del naso, procurandogli una leggera fitta di dolore. Un fastidio che quasi gli dava sollievo. Lo scuoteva per un momento dallo stordimento apatico, dal senso di estraneità che lo avvolgeva, impenetrabile quanto la blindatura del carro. Non solo gli sembrava di aver perso la percezione dell’ambiente esterno, ma anche quella di se stesso. Si sentiva come fosse sempre stato lì. Un pezzo inerte del blindato, assemblato con bulloni e saldature alla carrozzeria di ferro.
Ogni tanto la mente lo riportava a casa sua, al piccolo appartamento che divideva coi tre fratelli in un sobborgo di Miami. Ma non era un bel ricordo. Aveva sempre evitato di pensarci troppo, anche quando tentava di sconfiggere la noia e il caldo asfissiante che lo avevano afflitto durante i lunghi mesi di attesa trascorsi, prima di entrare in Iraq, nel campo militare in Kuwait. Ripensando a quel tempo, pure recentissimo, non gli sembrava il proprio. Vedeva se stesso come in un film, dove un attore, neanche tanto bravo, interpretava la sua parte in un ruolo secondario, poco più di una comparsa.
La sua memoria era ferma. Bloccata sul fotogramma che lo fissava attaccato alla mitragliatrice. L’unico movimento era quello del blindato che continuava ad avanzare sferragliando. Anche gli occhi erano fermi dietro lo schermo di plastica scura degli occhialoni che li proteggevano dalla polvere. Per girare lo sguardo Mendez muoveva tutto il busto e la mitragliatrice si spostava con lui, ruotando sui perni mobili così che la direzione dei suoi occhi coincideva sempre con la canna puntata dell’arma. Il resto del mondo era soltanto uno sfondo dietro al mirino. Scenografie tanto assurde da risultare astratte si alternavano, in un orrore ripetitivo fino alla monotonia.
Baghdad era caduta solo da pochi giorni. Prima di entrarvi con la sua colonna blindata, Mendez si era immaginato che avrebbe provato paura, esaltazione o almeno curiosità. Invece quello che provava era una totale assenza di emozioni, soffocante e appiccicosa come l’aria densa e acre filtrata dal tessuto della sciarpa che gli copriva la bocca. La città pareva senza tempo. Non c’era abbastanza luce perché fosse giorno, né abbastanza oscurità perché fosse notte. Tutto era come immerso in un crepuscolo malsano e senza fine. Il cielo torbido e basso. Il sole una chiazza lattiginosa che appena si intuiva dietro la cappa di fumo che impregnava l’atmosfera, risucchiando le ombre nell’uniformità incombente.
Mendez sapeva che, in un ultimo disperato tentativo di difesa, gli iracheni avevano appiccato il fuoco al petrolio con cui avevano riempito i canali scavati nella periferia. Avevano sperato che il fumo avrebbe protetto la città come pochi giorni prima dell’attacco l’aveva protetta la polvere sottile portata dal vento del deserto, rendendola invisibile agli aerei da bombardamento e ai sensori dei missili a lunga gittata, come per un incantesimo scaturito dalla lampada di Aladino. Ma la magia non aveva funzionato e ora il fumo del petrolio bruciato si mischiava con quello delle volute scure che si alzavano dai palazzi sventrati dalle esplosioni. Qua e là i bagliori di incendi non ancora sopiti proiettavano riflessi rossastri sulle nubi spesse e grigie, impigliate negli scheletri delle costruzioni più alte. La città appariva costellata di innumerevoli tramonti artificiali.
Mendez non faceva più caso alle forme astruse delle lamiere contorte e annerite degli automezzi militari e civili colpiti, che ingombravano la strada cosparsa dai crateri delle bombe. Di carcasse ne aveva già viste in quantità nella via che dall’aeroporto portava verso il centro. Aveva notato anche dei blindati iracheni intatti, abbandonati con i portelloni di acciaio aperti, e si era chiesto dove fossero fuggiti a nascondersi i soldati che li avevano occupati, visto che tutto attorno non c’era che deserto pietroso. Per un po’ aveva pure tentato di individuare qualche forma umana tra i rottami dei mezzi distrutti, ma non c’era riuscito. Forse perché gli scorrevano ai lati alla velocità del suo carro. Forse perché si erano talmente fuse con le carcasse metalliche bruciate da divenire indistinguibili da esse.
Prima di entrare nel cuore di Baghdad a Mendez non era capitato di vedere un iracheno, vivo o morto che fosse. Non proprio, almeno. Ripensò a quando, per qualche incomprensibile ordine del comando, la sua colonna aveva sostato per più di mezz’ora al margine tra la strada e la spianata del deserto, e lui, contravvenendo alle norme di sicurezza, era saltato giù dal suo mezzo con la scusa di andare a orinare. Fu allora che, poco distante, aveva scorto un autoblindo iracheno schiantato. “Forse” aveva pensato “dentro ci sarà ancora il cadavere di uno di questi arabi fottuti.” Si era avvicinato per sbirciare quando il rumore secco di qualcosa che si frantumava sotto la suola pesante del suo scarpone l’aveva fermato. Abbassando lo sguardo, si era accorto di aver calpestato un pezzo di stoffa scuro e impolverato che sbucava tra i ciottoli. Una piccola aquila argentata, con le ali reclinate ai fianchi, brillava debolmente attaccata al tessuto sporco. Era un basco nero dell’uniforme dei militari iracheni. A Mendez erano venuti in mente tutti i film visti in tivù sulla seconda guerra mondiale, dove l’eroe portava sempre a casa un trofeo di guerra da mostrare alla fidanzata o ai figli. Aveva pensato di aver trovato il suo, anche se per la verità non aveva ancora sparato un colpo. Si era chinato e lo aveva raccolto. Lo aveva scosso per liberarlo dalla polvere. Dal basco era caduto un grumo nero lanuginoso. Uno scalpo di capelli crespi, ancora attaccati al pezzo di calotta cranica che aveva frantumato calpestandola.
Dentro la città sì, finalmente aveva visto gli iracheni. La sua colonna era penetrata immergendosi nella immensa nube scura che vi si addensava, annunciando la capitale sull’orizzonte piatto del deserto. I blindati del convoglio si erano addentrati nei tunnel di macerie che fiancheggiavano le strade. Era lì che li aveva visti. Camminavano sparsi, da soli o a piccoli gruppi. Spuntavano per poi perdersi di nuovo tra i cumuli di detriti. Mentre la colonna passava, si fermavano. Molti sventolavano fazzoletti bianchi. A Mendez e ai suoi commilitoni era stato ripetuto centinaia di volte che a Baghdad sarebbero stati accolti come liberatori. «Siete l’America» avevano detto ufficiali venuti apposta dagli Stati Uniti a tenere conferenze nel campo in Kuwait, tra i soldati accalcati sotto i tendoni. Quelle riunioni non duravano mai molto, perché nonostante i condizionatori d’aria che ronzavano di continuo, l’affollamento aumentava il calore sino a renderlo insopportabile. Presto l’oratore di turno si arrendeva, con il volto paonazzo, e asciugandosi con la manica il sudore della fronte scioglieva l’adunata. Così ognuno poteva tornare ad annoiarsi per conto suo.
«Siete l’America»: Mendez ricordava che a quella frase, ogni volta, come per un riflesso di Pavlov, gli veniva di portarsi la mano sulla bandierina a stelle e strisce cucita sull’uniforme. Ne percorreva con i polpastrelli i contorni ricamati in rilievo, quasi ad assicurarsi che fosse ancora lì. «Siete l’America.» “Magari” aveva pensato spesso, perché lui era messicano e l’America era stata un sogno prima, una realtà da clandestino poi. Adesso ne portava la bandiera sulla manica, ma non era ancora veramente americano. Lo sarebbe diventato presto, però. Avrebbe avuto la cittadinanza in cambio della sua gita in Iraq. Si era arruolato per quello.
Fatto sta che gli sventolatori di fazzoletti non avevano affatto l’aria di voler festeggiare. All’inizio non aveva avuto il tempo di coglierne le espressioni, se non di sfuggita, ma non gli era parso di scorgere sui loro volti sorrisi di gioia. Gli erano sembrati spaventati, piuttosto. Non gli ci era voluto molto a capire che quello scuotere stracci bianchi era soltanto un modo per mostrare che non avevano intenzioni ostili, un segnale di resa ripetuto perché non gli sparassero addosso. Comunque non provava per loro nessuna compassione. Quando per un tratto il convoglio rallentò l’andatura, ne scorse un gruppetto. Un vecchio con una palandrana lunga e sporca, due o tre ragazzi e una bambina. Erano i ragazzi a sventolare i fazzoletti; il vecchio se ne stava immobile, tenendo per mano la bambina, la testa rivolta verso il lato opposto a quello dei carri che stavano passando, come a negargli il suo sguardo. No, non gli facevano provare pena e neppure curiosità. Gli ricordavano piuttosto gli straccioni alcolizzati che la sera popolavano gli angoli più bui del suo quartiere a Miami. Ci si abituava alla loro presenza semplicemente ignorandoli. Provava una sorta di rabbia invece, quella sì. Si era offeso intuendo la loro paura. “Ma cosa credono,” aveva pensato “che siamo un branco di assassini pronti a sparare addosso a gente inerme?!” Forse per questo non aveva riso quando, dalla cuffia dell’interfono del blindato, gli era arrivata la voce di Ruiz, il mitragliere addetto al pezzo la cui canna sbucava da una feritoia sul retro del carro armato. «Visto come si cagano sotto i nipotini di Saddam?» gli aveva gracchiato nei timpani dagli auricolari. Una frazione di secondo dopo dall’arma di Ruiz era partita una raffica assordante che aveva fatto sussultare Mendez, sorpreso dai colpi improvvisi. Ruiz aveva sparato alto sul gruppo di iracheni. I proiettili erano andati a conficcarsi in un muro già mezzo diroccato. Polvere e frammenti di calcinacci erano caduti sulla palandrana del vecchio che si era buttato a terra a coprire la bambina. Anche i ragazzi si erano immediatamente gettati al suolo, e ora se ne stavano stesi tra il sudiciume, immobili, con le mani che ancora stringevano i loro stracci bianchi incrociate sulla nuca. Ruiz aveva sparato solo per spaventarli. Un attimo dopo la sua risata si confondeva con il ronzare elettrico della cuffia di Mendez. Mendez non rise neanche stavolta. E nemmeno stavolta provò pietà per quei corpi sdraiati a pancia in giù sul selciato. Alla rabbia che gli provocavano prima si aggiunse il disgusto. Il disprezzo che sentiva sempre per chi veniva umiliato e si lasciava umiliare. Il medesimo che troppe volte aveva provato per se stesso, quando era clandestino a Miami. Solo per quello biascicò nell’interfono: «Sei un coglione!», mentre Ruiz continuava a ridere. Forse nemmeno lo sentì.
Il carro di Mendez era il primo del convoglio, e lui sapeva che quella era una collocazione fortunata: se qualcuno, nascosto tra le macerie o dietro le finestre di un edificio ancora intatto, avesse puntato un RPG contro la colonna che procedeva rapida, non avrebbe probabilmente avuto il tempo di aggiustare la mira per colpirlo e il tiro si sarebbe abbattuto contro il mezzo che seguiva, o su quello ancora successivo. Anche se fino a quel momento la sua formazione non aveva subìto nessun attacco, a Mendez non era sfuggito che tra i molti rottami di blindati esplosi che avevano incrociato nel tragitto alcuni mostravano, ben visibili, i contrassegni dell’esercito americano. Sembrava impossibile, aveva pensato osservandoli, che potessero squarciarsi in un attimo come fossero di cartapesta e che pezzi di corazza metallica pesanti quintali venissero proiettati lontano, come petali di fiori secchi trasportati dal vento chissà dove. L’intera torretta di un carro armato, con tanto di cannone, era schizzata via dal corpo centrale del mezzo esploso, finendo a sfondare il tetto di una casa. Lì era rimasta incastrata tra le travi e gli spezzoni di cemento, evocando a Mendez l’immagine di un enorme uccello preistorico fossilizzato in un nido di pietra. Anche su quella si leggevano le lettere della sigla US vicino alla stella a cinque punte dipinta con la vernice bianca.
Dal primo carro della colonna la visuale era più ampia; non c’erano altri mezzi a limitarla con il loro ingombro e con gli sbuffi di fumo grigiastri dei tubi di scappamento. Mendez si alzò gli occhialoni protettivi sull’elmetto. La strada che aveva davanti era costeggiata di pali della luce e tralicci. La sua attenzione fu attratta da quelli; dalle forme contorte che avevano assunto abbattendosi al suolo o piegandosi per la furia dei bombardamenti dei giorni precedenti. Non sembravano più fatti di metallo ma piuttosto di materiale vegetale, alberi spogli schiantati dal vento. Dalle finestre di un palazzo annerito, probabilmente un ministero, volavano fuori, spinti dal calore delle fiamme che ancora vi ardevano, centinaia di fogli bianchi e lunghi rotoli che si dipanavano nell’aria volteggiando verso terra. Una nevicata di carta che spiccava sotto la cappa scura del cielo.
«Cazzo che casino» disse Mendez nell’interfono a Ruiz. Ma Ruiz non gli rispose. Dall’interno del blindato arrivavano le note stridenti di un pezzo hard rock. “I ragazzi si stanno stordendo di musica” pensò Mendez, e rinunciò a scambiare le sue impressioni. “Tanto nemmeno mi sente.” A un tratto lo fece sobbalzare il crepitìo improvviso di raffiche di kalashnikov, seguito da un vociare indistinto che si avvicinava. Una scarica di adrenalina gli attraversò il corpo e contrasse muscoli e nervi. Iniziò immediatamente a roteare la mitragliatrice in ogni direzione con il dito irrigidito sul grilletto. «Merda! Sta succedendo qualcosa. State pronti là dentro teste di cazzo» gridò nell’interfono con quanto fiato aveva, per sovrastare il volume della musica. A poche centinaia di metri davanti a lui si materializzò una folla che si riversava sulla strada attraversandola di corsa. Sembrava eruttare dal ciglio infossato per poi sparpagliarsi in quello opposto. Le grida si mischiavano agli spari di kalashnikov che però parevano più lontani. Tutti correvano incurvati dal peso dei grossi scatoloni che stringevano tra le braccia. Alcuni incespicavano e cadevano a terra, altri inciampavano sui loro corpi. Si rialzavano e riprendevano la corsa forsennatamente, urtandosi e intralciandosi tra loro in una bolgia folle. Il carro non rallentò l’andatura e quando gli fu vicinissimo il gruppo si sparse in ogni direzione, aprendosi come un banco di pesci al passaggio di un predatore. Qualche scatolone rimase abbandonato al suolo, sfasciato, rivelando il suo contenuto: televisori ancora avvolti dal polistirolo. Sul lato destro della strada, non molto distante, Mendez vide un grosso capannone, il magazzino di una fabbrica di apparecchi televisivi. Dall’ampio ingresso con le saracinesche sfondate uscivano gli ultimi gruppi di saccheggiatori abbracciati agli scatoloni; qualcuno dal tetto sparava loro addosso. Mendez fece in tempo a scorgere un uomo che crollava a terra rovesciandosi con il suo carico, colpito, o forse era solo inciampato. Non ebbe modo di vedere se si sarebbe mai rialzato perché il blindato, procedendo, si era già lasciato alle spalle la scena.
«Ladri, solo fottuti ladri di televisori» disse nell’interfono, mentre la tensione dei suoi nervi lentamente si scioglieva. La risposta di Ruiz giunse accompagnata dalla sua risata: «Cosa cazzo se ne faranno poi? In città non c’è più elettricità. Le centrali le abbiamo fatte saltare tutte, per Dio! Ma forse questi beduini non sanno che per far funzionare la televisione bisogna prima attaccare la spina».
«Io me ne fotto di cosa se ne fanno e se si sparano addosso tra loro per rubarli» rispose Mendez «ma se si azzardano a sparare a noi li massacro, cazzo se li massacro!» La paura di qualche attimo prima si era trasformata in rabbia, o forse aveva semplicemente cambiato frequenza. Nella mente di Mendez le ultime parole che aveva pronunciato nell’interfono continuavano a ripetersi come una eco. “...li massacro, cazzo se li massacro” continuò a pensare, finché l’eco non si spense e fu ripreso dalla solita apatia. Con un gesto meccanico riabbassò gli occhialoni e rilassò l’indice della mano, ancora contratto sul grilletto della mitragliatrice.
Non aveva la più pallida idea di dove la sua colonna si stesse dirigendo, né gliene importava molto: un posto valeva l’altro in quella città ridotta a un non-luogo. Oltretutto non era certo lui a decidere la meta, tutti loro dipendevano dagli ordini che provenivano dal comando. Trovava rassicurante questa mancanza di responsabilità individuale; non perché nutrisse chissà quale fiducia nelle capacità degli alti ufficiali, ma piuttosto perché lo esentava dal porsi qualsiasi domanda sul futuro, anche quello più ravvicinato, e questo gli consentiva di non porsene nemmeno sul presente. Si limitava a reagire d’istinto solo agli stimoli più violenti, quelli che riuscivano a penetrare la sua passività, nella quale, subito dopo, si rifugiava nuovamente, lasciando che il tempo gli scorresse addosso. Anche quella era strategia: era certo che se gli avesse resistito sarebbe trascorso più lentamente. Dal momento in cui si era arruolato, si era imposto di vivere il suo periodo militare come una parentesi temporale tra la sua vita da clandestino messicano e quella da cittadino degli Stati Uniti d’America. Meno era presente a se stesso, meno la parentesi gli sarebbe pesata. L’assurdità di ciò che ora aveva attorno non faceva che rafforzare la sua volontà di estraniarsi. Qui tutto gli era ostile o indifferente: le immagini, gli odori, i rumori, l’aria. L’unica cosa che gli era familiare era il carro armato nel quale si trovava, perciò se ne lasciava trasportare come da una navicella spaziale in un paesaggio alieno.
Quando la colonna si arrestò il rombo dei motori si ridusse a un brontolio sordo e costante, mentre lo sferragliare dei cingoli tacque completamente. A Mendez parve che, piuttosto che il carro, si fosse fermato lo scenario che fino a quel momento gli scorreva ai fianchi in una sequenza sconnessa ma continua, e per questo provò un attimo di smarrimento. Poi si guardò in giro, senza mollare la presa sulla mitragliatrice.
Si trovavano in uno spiazzo che fungeva da crocevia: diverse strade vi confluivano; alcune, le più strette, erano talmente ingombre di macerie da risultare ostruite. Al centro dello slargo sorgeva una curiosa fontana che attirò la sua attenzione. In mezzo alla vasca circolare asciutta c’era una sorta di piramide costituita da anfore accatastate in verticale. Era da quelle, pensò il caporale, che quando c’era l’acqua dovevano zampillare le cascatelle che riempivano la fontana. Ma adesso la piramide era quasi del tutto crollata, pezzi di calcinacci del monumento erano caduti nella vasca, altri intorno al muretto che la cingeva. Tra quei detriti a Mendez parve di scorgere una forma umana distesa. Aveva il loro stesso colore grigiastro. In un primo momento pensò che si trattasse di una delle tante statue di Saddam, che forse prima si ergeva in cima alla piramide di anfore. Monumenti di Saddam ne aveva incontrati di ogni tipo e dimensione. Grandi ritratti montati su bacheche di cemento che lo rappresentavano vestito nelle fogge più disparate: con il turbante, con un cappello panama e gli occhiali neri, con l’uniforme. Quasi tutti erano stati deturpati da fori di proiettile o getti di vernice. Poi, guardando meglio la forma accanto alla fontana, notò che una mano – innaturalmente rovesciata rispetto al polso, con il palmo rivolto verso l’alto – non era grigia come la polvere dei calcinacci, ma aveva il colore giallastro della carne in putrefazione. Si rese conto, con un moto di disgusto, che si trattava di un cadavere. Doveva giacere lì da giorni. Si era gonfiato per i gas interni, non aveva più nulla delle proporzioni naturali di un corpo umano.
Distolse lo sguardo da quel punto per lasciarlo vagare intorno a sé. La piazza era deserta. Su un lato c’era l’ampia tettoia di un distributore di benzina, con tanto di pompe ed erogatori. C’erano anche delle automobili, in fila, come in attesa di fare il pieno, ma nessuna traccia dei conducenti. Una aveva la portiera spalancata come se l’autista fosse uscito un attimo prima, ma i sedili interni erano coperti della polvere che si era sollevata al momento del crollo di una palazzina adiacente, ora ridotta in macerie; una cascata di detriti, tra i quali spuntava un enorme frigorifero bianco. Guardandolo, Mendez si rese conto che aveva la bocca secca. Stordito com’era non aveva ancora avvertito lo stimolo della sete. «Ehi là dentro, passatemi una lattina di Coca-Cola» disse ai commilitoni nel blindato. Si chinò nella botola per afferrarla mentre qualcuno gliela porgeva. Poi si tolse uno dei guanti per godersi il contatto del barattolo ghiacciato sul palmo della mano. Era la prima volta da ore che staccava le dita dall’impugnatura della mitragliatrice. Si attaccò alla lattina come fosse un capezzolo e lasciò che il liquido gelato e frizzante gli scendesse per la gola senza pause. Alzò un poco il capo per non perderne nemmeno le ultime gocce. Fu così che vide la figura. Era apparsa come dal niente sul tetto piatto di una casa bassa dalle pareti intatte, anche se sforacchiate da schegge e proiettili.
La figura era quella di un uomo alto e magro, che indossava una lunga veste bianca. I piedi non si vedevano, nascosti dal muricciolo del tetto a terrazza, perciò pareva procedere sospeso, sullo sfondo del cielo opaco, come un fantasma: si muoveva con lentezza e un vento leggero gonfiava il tessuto della sua tunica. Mendez represse un rigurgito d’aria provocato dalla bibita gasata. «E questo chi cazzo è?» pensò ad alta voce. Mollò di scatto la lattina di Coca vuota che rimbalzò con un tintinnio sulla corazza del carro armato. Quando raggiunse il suolo, rotolando sul selciato, le mani di Mendez erano già di nuovo strette all’impugnatura della mitragliatrice, la canna puntata contro quella strana apparizione.
Rannicchiato dietro l’arma come a farsene scudo, Mendez iniziò a gridare alla figura sul tetto: «Fermati, fermati o sparo». Ma il silenzio nel quale era avvolta la piazza gli rimandava indietro le sue grida come un’eco beffarda. L’uomo sul tetto procedeva nel suo percorso senza nemmeno girare la testa verso di lui. «Ho detto fermati, testa di cazzo, fermati!» gridò Mendez ancora più forte, ma senza risultato. Quando si accorse che l’uomo si stava chinando a raccogliere qualcosa che era nascosto alla sua vista dal muretto, il dito di Mendez si contrasse sul grilletto per fare fuoco. Ma un istinto più forte dell’ordine impartito dal cervello lo frenò, una frazione di secondo prima che la pressione sul meccanismo di sparo fosse sufficiente a far partire la raffica. Così, stupendosene lui per primo, invece del fragore dei colpi Mendez udì nuovamente la propria voce che gridava: «Fermati» con un timbro misto d’ira e implorazione. L’attimo in cui l’uomo del tetto si chinava durò per Mendez un’eternità. Vide con gli occhi dell’immaginazione l’uomo rialzarsi puntandogli contro un’arma anticarro; vide la fiammata e la granata che partiva, diretta verso di lui, inarrestabile; vide se stesso disintegrarsi in una palla ardente. Il dito paralizzato sul grilletto, Mendez non gridava più alla figura sul tetto, ma mentalmente a se stesso, alla propria volontà paralizzata come il suo dito. “Spara, cazzo, spara! Cosa aspetti, che quello ti ammazzi?! Spara, spara...” Ma quelle grida interiori, senza suono, gli rimbombavano in testa senza produrre alcuna azione.
Infine l’uomo sul tetto si rialzò. Non aveva raccolto nessuna arma. Mendez faticò qualche secondo a mettere a fuoco ciò che l’uomo stava impugnando. Il tempo necessario perché le immagini minacciose che l’adrenalina gli aveva impresso nella mente si dissolvessero e lasciassero il campo a quelle reali. Una lunga canna di bambù. Dietro al muretto l’uomo aveva raccolto una lunga canna di bambù, sottile e flessibile.
Mendez avvertì la decontrazione spontanea del dito sul grilletto. Quell’impercettibile rilassamento si diffuse in tutto il suo corpo come un fluido tiepido. Questo gli permise di distrarre per un momento lo sguardo dal tetto per rivolgerlo verso gli altri mitraglieri che, come lui, sporgevano dalle botole dei blindati della colonna. Nessuno di loro sembrava aver notato l’uomo. Se ne stavano fermi, ognuno dietro la propria mitragliatrice puntata in direzioni diverse, a coprire a cerchio tutta l’estensione del crocevia. “Possibile che lo abbia visto solo io?” pensò. Di nuovo si alzò gli occhialoni sull’elmetto pe...