Tutto nero.
Un nero così denso che gli pareva di poterlo toccare.
Kualid aveva appena aperto gli occhi, gli succedeva a volte di svegliarsi in piena notte.
Non era sicuro di averli aperti per davvero, forse stava ancora dormendo e allora le palpebre erano chiuse, ecco perché tutto quel buio. Tirò fuori un braccio dalla coperta ruvida, e si strofinò gli occhi finché non sentì che cominciavano a far male. No, si era proprio svegliato e le palpebre erano aperte. Le aprì ancora di più, le spalancò, e stette per un po’ senza sbatterle, tanto che gli occhi ripresero a bruciare. Poi, piano piano, riuscì a catturare con lo sguardo una strisciolina di chiarore, tenue e mobile. Veniva dal fondo della stanza, dall’apertura dell’ingresso. La porta non era che un vecchio telo di stoffa pesante, a righe grigie e blu. Ogni tanto un soffio di aria, fuori, riusciva a smuoverlo, lasciando entrare quella strisciolina che si allargava e si restringeva con il movimento del telo. Appena un po’ di chiarore, poco più di un riflesso ché quella doveva essere una notte senza luna o, se c’era, le nubi dovevano averla oscurata. In altre notti, quando a Kualid capitava di svegliarsi, il telo all’ingresso proiettava una vera e propria lama di luce, netta, non la strisciolina baluginante che vedeva ora. Voleva dire che la luna c’era e la notte fuori era chiara. Allora non c’era bisogno di stropicciarsi gli occhi o di tenerli spalancati per essere sicuri di essere svegli. La lama di luce andava a sbattere contro la teiera, sul fornello, in mezzo alla stanza, e l’ombra del becco ricurvo si disegnava ingigantita sulla parete. A Kualid sembrava un serpente con la bocca aperta. Gli aveva anche dato un nome, al serpente: Asmar.
Asmar era suo amico, il serpente delle notti di luna. Quando lo vedeva sulla parete, Kualid sapeva che poteva uscire a guardare Kabul dall’alto. Se era inverno si avvolgeva ben bene nelle sue due coperte, e lentamente, senza far rumore, scostava il telo dall’ingresso ed era fuori. Si sedeva su una grossa pietra e cominciava a lanciare sassetti verso la città che si stendeva nella conca sotto, circondata dalle montagne. La neve sui monti sembrava catturare la luce della luna e poi lasciarla colare a valle sulle case e sulle macerie. Per contrasto si riuscivano addirittura a scorgere le file di buchi neri delle finestre dei palazzi che avevano costruito gli shurauì, i russi. Erano gli edifici più grandi della città, grossi parallelepipedi grigi uno a fianco dell’altro; alcuni erano stati schiantati dai bombardamenti, ma altri erano ancora in piedi. Qua e là, pochi punti di luce gialla tremolante giungevano da alcune caserme dei talebani; nel silenzio della notte si poteva sentire il ronzio lontano dei generatori elettrici a benzina. Il resto della città era rischiarato solo dalla luna e dai riflessi della neve. Le donavano un colore uniforme, spezzato unicamente da qualche zona d’ombra, un grigio lattiginoso ma brillante, molto diverso dal rossiccio opaco della polvere che era il colore dominante durante il giorno.
Kualid tornava in casa soltanto quando aveva il braccio indolenzito a forza di tirare sassi e le palpebre di nuovo appesantite dal sonno, sicuro che appena si fosse disteso sulla stuoia avrebbe sognato qualcosa. Non se li ricordava quasi mai i sogni e questo lo faceva arrabbiare, perché suo cugino Said lo prendeva in giro: «Non è vero che non ti ricordi i sogni, è che sei così scemo che non li hai, non sei capace di farli», gli diceva. Poi cominciava a raccontare storie di re e di guerrieri dalla sciabola affilata che finivano sempre per sgozzare proprio lui, Kualid, o di belve feroci che immancabilmente lo avrebbero sbranato. «Ecco,» continuava Said «ti presto i miei sogni, ti piacciono?» e si metteva a ridere, facendo il gesto di passarsi il pollice sulla gola e tirando fuori la lingua. Che cretino Said, credeva di fargli paura, ma Kualid non aveva paura di niente.
Solo che questa faccenda di non ricordarsi i sogni gli dava fastidio, tanto fastidio che, anche se non lo avrebbe mai ammesso, sarebbe pure stato disposto a prenderli in prestito per davvero i sogni di Said. Qualche volta la sera, prima di addormentarsi, cercava di riportare alla mente quelle storie insulse per vedere se poteva riuscire a sognarle, ma la mattina, al risveglio, non ne ritrovava traccia.
Comunque quella notte il serpente delle notti di luna sulla parete non c’era e non invitava Kualid a uscire. Fuori il cielo era sicuramente scuro come la stanza. Kualid non aveva certo paura del buio, ma il sonno non voleva tornare a chiudergli gli occhi, e non sapeva che fare.
Iniziò a scavare con un’unghia il buco nel muro di fango secco, per divertirsi a ridurre in polvere i piccoli detriti, sbriciolandoli tra il pollice e l’indice. Lo faceva così spesso che il buco era ormai bello profondo: poteva diventare la tana segreta di Asmar, il serpente delle notti di luna, almeno avrebbe avuto dove rifugiarsi quando la luna non c’era, pensò Kualid. Poi smise di scavare il buco nel muro e decise di rimanere steso e immobile, con gli occhi spalancati nel buio. Forse il sonno così sarebbe arrivato. Lo sguardo rivolto al soffitto tagliava fuori la flebile striscia di luce, e il nero era tutto.
Quindi si potevano avere gli occhi ben aperti e non vedere niente, o vedere solo nero. Se lo era chiesto qualche giorno prima, guardando un talebano morto.
Stava andando al bazar, Kualid; il nonno gli aveva dato delle monete, giuste per comprare quattro mandarini. Era arrivato un pik-up a gran velocità, alzando una nuvola di polvere dalla strada sterrata, e si era fermato di botto davanti a un acquartieramento militare circondato da un muro e chiuso da un cancello di ferro. Proprio vicino a lui. Dal cassone erano saltati giù cinque guerriglieri, il turbante nero schiarito dalla polvere, kalashnikov e nastri di proiettile da mitragliatrice pesante avvolti come cinture sui giacconi mimetici. Avevano aperto il portello posteriore del cassone del pik-up mentre uno di loro spalancava tra i cigolii un’anta del cancello di ferro, poi dalla cabina di guida era sceso un altro militare. Aveva una pistola makarov infilata in un vecchio cinturone russo con la fibbia di ottone che brillava, la falce e il martello limate via dalla stella.
«Lasciate perdere quel poveraccio là dietro, caproni,» aveva gridato con voce roca «pensiamo a Fhami adesso.» I guerriglieri allora erano corsi alla cabina e ne avevano tirato fuori un uomo.
«Fate piano» urlava il militare con la pistola nel cinturone.
L’uomo aveva le braccia aperte, appoggiate sulle spalle dei due guerriglieri che lo sorreggevano ai fianchi. Un altro da dietro lo teneva per la vita, come per guidarlo. Riusciva a camminare, anche se, ogni tanto, gli si piegavano le gambe, come se le ginocchia cedessero. Aveva la testa bendata alla bell’e meglio e le garze, che gli avvolgevano anche il volto, erano intrise di sangue. Solo la bocca era libera. La teneva semiaperta e, insieme a un filo di bava rossiccia, ne usciva un lamento basso, intermittente, che cessava di colpo per riprendere un attimo dopo, come un ritornello.
Il gruppo era scomparso nella caserma lasciando il pikup con il cassone aperto, e Kualid allora si era avvicinato per curiosare. E lì, steso sul pianale, c’era il talebano morto.
Aveva il corpo rivolto nella direzione opposta a quella di Kualid, così che lui lo vedeva al rovescio.
La parte inferiore del busto era ridotta a un impasto di stoffa bruciacchiata e carne sanguinolenta, il groviglio scuro continuava fino a dove avrebbero dovuto trovarsi le gambe e c’erano invece solo gli sfilacci delle braghe che pendevano vuoti. Le braccia erano adagiate lungo i fianchi, con i palmi delle mani verso il basso. Il talebano non aveva il turbante, andato perduto nell’esplosione che lo aveva ucciso, o dopo, durante il trasporto. I capelli folti e la barba sembravano biondi, forse perché erano pieni di polvere fine e biancastra. Sul volto solo qualche macchiolina scura di schizzi di sangue già rappreso.
La bocca socchiusa lasciava intravedere i denti. Ma Kualid si fissò sugli occhi. Contornati da un filo nero di kajal, erano aperti, d’un verde intenso già velato di opacità. Sembravano guardare qualcosa di lontano o di vicinissimo, immobili e attenti, come se quel qualcosa potesse sfuggire con un movimento rapido, da un momento all’altro. Kualid cercò con il proprio sguardo di intercettare il percorso di quello del morto, di seguirlo per vedere cosa c’era in fondo, ma si perdeva subito, sopra al profilo frastagliato delle macerie di un muro, nel grigio indefinito del cielo.
Allora forse quel qualcosa non era fuori, ma dentro gli occhi del morto, pensò Kualid. Per questo, per guardare dentro gli occhi di quell’uomo, si era issato sulle braccia sul bordo del cassone e aveva avvicinato la faccia a quella del talebano disteso. Ma proprio in quel momento si era sentito acchiappare da dietro e tirare con uno strattone violento.
«Cosa stai facendo ragazzino? Vuoi vedere se c’è qualcosa da rubare dalle tasche di questo fratello caduto per Allah? È questo che vuoi, brutto ladro?»
Il miliziano che lo aveva afferrato era grosso, con la barba e i capelli neri come il turbante che gli avvolgeva il capo. Continuava a scuoterlo tenendolo per il camiciotto con una sola mano, mentre con l’altra accennava al gesto di mollargli un ceffone, che però non arrivava.
Il miliziano continuava a gridargli cose che Kualid, spaventato e confuso com’era, non riusciva a sentire; vedeva solo la bocca aprirsi e chiudersi tra i peli folti della barba. Notò che gli mancava un dente, proprio davanti, un buco nero dal quale uscivano a tratti palline di saliva. E gli venne da ridere, provò a trattenersi, ma le risa sgorgarono dal petto incontenibili, rese sincopate dai continui strattoni, che d’improvviso cessarono.
Il soldato ora lo guardava con aria accigliata ma anche perplessa. «Ridi? Ma allora sei uno scemo, solo un povero scemo... levati di torno prima che ti torca il collo!»
Passò una frazione di secondo da quando Kualid si rese conto che il miliziano aveva mollato la presa a quando si ritrovò a volare per aria per la pedata che quello gli aveva assestato. Atterrò bruscamente tra il cemento sbrecciato del marciapiede e la strada sterrata. Sentì un bruciore al ginocchio, che però non gl’impedì di rialzarsi di scatto e di scappare a gambe levate.
Ormai la sbucciatura al ginocchio aveva fatto la crosta. Con la mano sotto le coperte, Kualid cominciò a grattarne via piccoli pezzetti, e così si distrasse dal pensiero di cosa vedeva il talebano morto. Il russare basso e continuo del nonno che dormiva nella stessa stanza gli ricordava il ronzio lontano dei generatori a benzina. Non si accorse nemmeno di essersi finalmente riaddormentato.
Fu il borbottare dell’acqua che iniziava a bollire nella teiera con il becco ricurvo, sul fornelletto a petrolio, a infilarsi nei sogni vuoti di Kualid. Il borboglio del liquido sostituì in un crescendo di suono il suo sonno senza immagini, fino a quando, aperti gli occhi, Kualid si ritrovò a fissare la sagoma di sua madre accovacciata accanto al fornello. La mise a fuoco lentamente, liberandosi dei residui del sonno che ancora gli annebbiavano la vista.
La stanza era sempre avvolta nel buio, ma le fiammelle rossicce che lambivano il metallo annerito della teiera disegnavano di chiaroscuri decisi le pieghe del burka della madre, regalando un’effimera vivacità a quell’azzurro sbiadito. Kualid le guardò il viso libero dal velo, che la donna teneva alzato sul capo. Sua madre aveva ancora i capelli neri, un ciuffo le accarezzava la fronte, gli zigomi alti evidenziavano l’infossatura delle guance, un’ombra incorniciava gli occhi come un trucco leggero, ma era solo il segno di una stanchezza antica.
Kualid le sorrise senza aspettarsi sorrisi da lei. Da quando Fahrid, il padre di Kualid, era morto, il sorriso della mamma sembrava essersene andato con lui. Kualid non si ricordava neppure di averlo mai visto quel sorriso, e ogni tanto, quando erano fuori insieme e il volto della mamma era coperto dalla stoffa del burka, si chiedeva se là sotto, di nascosto, la mamma sorridesse.
«Dai, alzati, che il tè è quasi pronto» gli disse con la sua voce bassa e leggermente roca. Non parlava molto la mamma, come se le labbra che non si schiudevano per il sorriso non si aprissero facilmente nemmeno per le parole. Forse per questo ogni sua frase era per Kualid come una carezza e lo rendeva allegro.
La tenda dell’ingresso si scostò e nella stanza entrò la figura curva del nonno, che si era alzato prima per andare a prendere l’acqua. Portava una tanica di plastica gialla. Versò parte del contenuto in una bacinella di latta, si accovacciò, vi immerse le mani nodose e si lavò il viso. Gocce trasparenti scivolavano lungo la sua barba bianca e vi si perdevano, come inghiottite.
«Tocca a te, muso sporco!» disse il nonno a Kualid, sorridendo e allungandogli uno scappellotto. Kualid si passò l’acqua sulla faccia e sui capelli, strofinandosi i ciuffi corti, color castano scuro. Gonfiava le guance sbuffando fuori aria, come per scacciare i brividi che il contatto con l’acqua fredda gli faceva correre lungo la schiena. La mamma si alzò, raccolse la bacinella e sparì silenziosa nell’altra stanza per le sue abluzioni.
«Bene, ora beviamo il tè» disse il nonno e, presa la teiera dal becco ricurvo, la sollevò per far cadere dall’alto il getto dorato in un bicchiere di metallo. Ne riempì un altro per Kualid e glielo porse. Il fumo chiaro che saliva dalla tazza si confondeva con la barba bianca del nonno. “Il nonno ha la barba fatta di fumo, di fili di fumo rappresi”, pensò Kualid e, godendosi il tepore del bicchiere tra le mani, si mise a fissare il nonno senza portarsi il tè alla bocca. Il vecchio colse il suo sguardo e lo scambiò per una domanda: «No, Kualid, stamattina non abbiamo pane. Bevi il tuo tè finché è caldo, il pane ci sarà stasera, se Dio vuole».
Ma Kualid continuava a pensare alla barba di fumo: sembrava che ogni filo passasse sotto la pelle del viso del nonno e la sollevasse in una ruga. «Nonno,» gli chiese allora «tu sei vecchio, ma quanto sei vecchio?»
«Mi stai chiedendo quanti anni ho vissuto? Tanti, Kualid, tanti che non ricordo più quando sono nato.»
«E io, nonno, quanti anni ho vissuto?»
Il vecchio si mise a ridere e il reticolo di rughe intorno agli occhi si fece ancora più fitto. «Quanti anni vuoi aver vissuto, tu? Sei solo un bambino, un ragazzo! Avrai vissuto dieci, undici anni. Che t’importa quanti? Si nasce, si è bambini, poi giovani, e infine vecchi come me e poi, se Dio vuole, arriva la morte, se non è giunta prima, come è accaduto a tuo padre.»
Il nonno si portò il bicchiere alla bocca e bevve una lunga sorsata di tè, come a mandare giù un ricordo amaro.
Kualid stava per chiedergli se anche lui un giorno avrebbe avuto una barba di fumo, ma da fuori arrivarono le voci lontane dei muezzin, che si incontravano, si perdevano e poi tornavano a ritrovarsi, intrecciandosi tra loro come le rughe del nonno.
«È l’ora della preghiera del mattino, Kualid, non dobbiamo mai dimenticare il Signore misericordioso, siamo nelle sue mani.» Il nonno srotolò un piccolo tappeto rossiccio con delle frange, tanto liso che non si distinguevano più i motivi ornamentali che vi erano intessuti. Si inginocchiò e si mise a pregare. Alzava e abbassava il busto e le braccia, rivolto al muro su cui era appeso un quadretto con un foglio ingiallito che, in caratteri arabi, riportava un versetto del Corano. Il quadretto indicava la direzione della Mecca e, perlomeno nel ricordo di Kualid, era sempre stato lì. “Forse” pensò Kualid “è più vecchio del nonno.”
Pregando il nonno bisbigliava qualcosa a labbra socchiuse, ma così piano che solo un leggero movimento dei peli della barba indicava che stava parlando. Kualid, che si era inginocchiato al suo fianco e pregava ripetendone i gesti, prese a imitarne anche il bisbiglio; solo il suono però, perché le parole non riusciva ad afferrarle. “Sarà un’antica preghiera particolarmente gradita a Dio” pensò, mentre con la fronte toccava il pavimento.
Il nonno stava riavvolgendo il tappeto della preghiera, la mamma era riapparsa per bere il suo tè, quando da fuori, forte e rotonda come il verso della pernice, irruppe la voce di Said.
«Sorcio, vieni fuori, dobbiamo andare. Fai in fretta, Sorcio pigro!»
Kualid aveva i due incisivi superiori grandi e un po’ sporgenti, e per questo Said gli aveva affibbiato quel soprannome. Sorcio. All’inizio Kualid ci si arrabbiava e, diventando rosso come un cocomero, gridava contro Said tutti gli insulti che conosceva. Ma poi ci si era abituato. E a dire il vero, adesso, sotto sotto, Kualid andava perfino un po’ orgoglioso del suo soprannome.
Non prima di aver salutato la mamma e il nonno, si precipitò fuori per raggiungere il cugino. Si era messo addosso un vecchio giaccone pesante dal colore ormai indefinito. Gli stava grande di un bel po’ di misure, le mani sparivano dentro le maniche e le falde gli arrivavano quasi alle caviglie, però andava bene per proteggersi dall’ultimo freddo della stagione.
«Era ora!» lo accolse Said. Era un po’ più grande di Kualid, e già una peluria scura si era affacciata sopra il suo labbro superiore. Said ne andava fiero: «Guarda,» diceva spesso a Kualid «io ho già la barba. Sono un uomo io, mica un bambinetto come te!». E Kualid di rimando, alludendo alle sopracciglia del cugino, nere e attaccate fra di loro: «Certo, solo che a te i baffi sono cresciuti sulla fronte invece che sotto il naso!».
Said si era avvolto in una coperta che gli copriva anche la testa. Le guance rosse per il freddo, lo stava aspettando appoggiato al lungo manico di legno di una pala, il piede sul badile arrugginito. «Dai, Sorcio, vai a prendere la tua vanga che ne abbiamo tanto di cammino da fare!» disse in uno sbuffo di vapore.
Said e Kualid andavano spesso fuori Kabul, lungo la strada per Jalalabad. La strada era sterrata e piena di buche. Una volta scelta una buona postazione, aspettavano di sentire il rumore di un motore che si avvicinava e, con le pale, si mettevano a riempire di sassi e terriccio le buche più grandi, sperando in una mancia o in un piccolo regalo da parte degli autisti dei camion o dei vecchi furgoni sgangherati che ogni tanto transitavano su quella pista dissestata.
Mentre un pallore grigio filtrava dal profilo delle montagne annunciando l’imminenza dell’alba, i due si avviarono, ognuno con la pala in spalla, giù per il sentiero che scendeva verso la periferia della città. L’avrebbero lambita per poi raggiungere la strada più grande che, risalendo la montagna, portava a Jalalabad o, se si deviava verso il nord, alla linea del fronte tra i talebani e i moujaheddin del comandante Massoud.
Dove il fondo sterrato lasciava il posto a grandi piastre di cemento sbrecciato, si incontravano le macerie delle prime costruzioni della capitale. Si stagliavano, malferme, in forme che le distruzioni avevano reso strane e improbabili, sagome scure nell’ombra non ancora vinta dalla luce del mattino, immobili, come fossili di antichi animali preistorici. Animali preistorici, ma vivi e in movimento, sembravano anche le figure che cominciavano ad animare la città. Uomini che, infagottati nelle loro coperte, si affannavano a pedalare su pesanti biciclette cinesi, sputando con il respiro nuvolette di vapore. A tratti incrociandosi nel percorso, a tratti raggruppandosi, andavano formando un traffico ancora rado e silenzioso.
Nell’aria scura gli ultimi mucchietti di neve sporca dell’inverno si affacciavano ai bordi della strada, interrompendo la monotonia dei cumuli di detriti.
«Ne buchiamo uno?» disse Said a Kualid ridacchiando, e indicò una collinetta di neve ghiacciata un po’ più grande delle altre.
«Come no?! Così camminiamo più leggeri!»
Appoggiarono le pale a un muro e si accovacciarono davanti al muretto di neve. I getti caldi e fumanti della loro orina foravano la neve tingendola di un giallo trasparente e facendola sfrigolare. Said e Kualid si guardavano ridendo e ammiccando. Erano ancora accucciati, intenti a risistemarsi le brache, quando un rumore attirò la loro attenzione. Era un cigolio continuo e intermittente, che si faceva sempre più vicino.
«Ehi Kharachi, sei già in giro?» disse Said voltandosi verso il vecchio che si era avvicinato, il suo sguardo all’altezza di quello dell’altro, perché l’uomo non aveva le gambe e deambulava con il busto poggiato su un piccolo carrettino di legno munito di quattro rotelle cigolanti.
«E voi?» rispose il vecchio. «Sempre pronti a combinare guai, vero?!»
Subito seguito da Kualid, Said si alzò in piedi. Ora guardava il vecchio dall’alto in basso, si aggiustò i calzoni per darsi importanza: «Quali guai? Noi andiamo a lavorare», e con un gesto un po’ teatrale indicò le pale appoggiate al muro, «mica a spasso tutto il giorno come te!».
Il vero nome del vecchio era Mo...