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1
La sera in cui uccisero i nostri vicini, i Langley, non ci accorgemmo di niente.
Era una sera afosa e umida, perciò avevamo chiuso tutte le finestre e acceso il condizionatore al massimo. Ciò nonostante la temperatura non era scesa di molto sotto i venticinque gradi. Era luglio inoltrato. Da una settimana il caldo non ci dava tregua, con il termometro che raggiungeva praticamente ogni giorno i trentacinque gradi, a eccezione di mercoledì, quando era arrivato a quaranta. Anche quel temporale all’inizio della settimana non era stato di grande aiuto. Non si scendeva sotto i trenta neanche dopo il tramonto.
Di solito il venerdì sera rimanevo alzato più del solito, e in condizioni normali sarei stato sveglio al momento degli omicidi, ma avevo deciso di lavorare, l’indomani mattina. Ero rimasto piuttosto indietro con il lavoro, per colpa della pioggia. Così io ed Ellen eravamo andati a letto presto, verso le nove e mezzo. Ma anche in caso contrario saremmo stati probabilmente davanti alla tv, quindi difficilmente avremmo sentito qualcosa.
Non è che i Langley abitassero proprio dietro l’angolo. Diciamo che, usciti dalla statale, era la prima casa del nostro stretto viale. Una volta superata la loro villa, c’erano ancora cinquanta o sessanta metri prima di arrivare da noi. Dalla statale non si vede casa nostra. Le abitazioni in questo quartiere alla periferia di Promise Falls, una cittadina a nord dello stato di New York, sono abbastanza distanziate. Riuscivamo a intravedere la casa dei Langley fra gli alberi, ma, per esempio, non ci arrivava mai l’eco delle feste che davano. Quanto a loro, se anche fossero stati infastiditi dal rumore del tosaerba, non ne avevano mai fatta parola.
Quel sabato mattina mi alzai alle sei e trenta. Ellen, che non doveva andare al college, si stirò ancora addormentata quando mi mossi per mettermi seduto sul letto.
«Continua a dormire» mormorai. «Non c’è bisogno di alzarsi in due.» Avvicinandomi ai piedi del letto vidi che il libro che Ellen stava leggendo era caduto a terra. Era uno dei tanti volumi ammonticchiati sul suo comodino. Bisogna leggere una marea di libri quando si organizza il festival letterario universitario.
«Non fa niente» mormorò lei, con aria rassegnata, voltando la testa sul cuscino e coprendosi con le coperte. «Preparo il caffè. Tanto mi sveglieresti comunque, quando ti vesti.»
«Be’... Se hai intenzione di alzarti, un paio di uova non sarebbero male.»
Ellen bofonchiò contro il cuscino qualcosa che non capii, ma non sembrava qualcosa di troppo carino. «Ho sentito bene?» continuai. «Hai detto che non ci sono problemi, giusto? Allora friggeresti anche del bacon?»
Ellen voltò la testa. «Esiste un sindacato degli schiavi? Voglio iscrivermi.»
Mi alzai e, avvicinandomi alla finestra, aprii gli scuri per lasciar filtrare la luce del sole.
«Oh, Dio, no, ti prego» borbottò Ellen. «Jim, per favore. Chiudi!»
«Mi sa che sarà un’altra giornata di caldo infernale» ribattei, lasciando aperte le imposte. «Speravo che piovesse, così avrei avuto una scusa per non lavorare oggi.»
«Non muoiono mica, se per una settimana non gli tosi il prato» mormorò Ellen.
«Pagano un servizio settimanale, tesoro» obiettai. «Preferisco lavorare di sabato che dover rinunciare alla paga.»
A quello Ellen non seppe ribattere. Non è che fossimo proprio alla canna del gas, ma non potevamo certo permetterci di buttare via i soldi. E il servizio di manutenzione giardini, specialmente in quella parte del paese, era una faccenda stagionale. Ci si guadagnava da vivere solo dalla primavera all’autunno, a meno di non ingegnarsi a diversificare, inserendo per esempio delle lame rotanti spazzaneve sul davanti del pick-up per ripulire i viali d’ingresso in inverno. Era un po’ che cercavo una lama spazzaneve di seconda mano. L’inverno da queste parti può essere molto rigido. Qualche anno prima, a Oswego, la neve era arrivata fino ai primi piani.
Gestivo il servizio di manutenzione giardini solo da un paio di estati e dovevo trovare il modo di guadagnare di più. Non era esattamente il mio lavoro ideale, o il sogno della mia vita, ma sempre meglio di quanto mi ero da poco lasciato alle spalle.
Ellen inspirò ed espirò a lungo prima di buttar via le coperte. Allungò istintivamente una mano, come le capitava di tanto in tanto, verso il punto in cui un tempo teneva le sigarette, ma aveva smesso di fumare anni prima e non trovò niente. «Colazione in arrivo, Sua Maestà» esclamò. Si chinò a raccogliere il libro dal pavimento, mormorando: «Non posso credere che sia stato un bestseller! Strano che un romanzo sul raccolto del grano non sia appassionante... Non è un caso che molti libri siano ambientati in città, sai? È lì che ci sono le persone. I personaggi».
Mossi qualche passo verso il bagno e mi fermai con una smorfia di dolore, portandomi una mano alla schiena.
«Tutto bene?» domandò Ellen.
«Sì, bene. Sarà stato ieri. Avevo in mano il decespugliatore e devo aver fatto un movimento strano.»
«Sei un vecchio in un gioco da giovani, Jim» ribatté Ellen, infilandosi le pantofole e la vestaglia.
«Grazie per avermelo ricordato.»
«Per quello non hai bisogno di me. Ti basta il mal di schiena» disse ciabattando in corridoio mentre io andavo in bagno a farmi la barba.
Mi guardai allo specchio. Avevo la faccia bruciacchiata. Cercavo di ricordarmi di usare la crema solare e indossare un berretto con la visiera, ma il giorno prima aveva fatto talmente tanto caldo che avevo gettato via il berretto, e il sudore evidentemente aveva sciolto la crema. A ogni modo non ero male per un uomo di quarantadue anni e, nonostante la stanchezza, ero in forma migliore rispetto a due anni prima, quando passavo le mie giornate seduto in macchina con l’aria condizionata, a guidare avanti e indietro per Promise Falls, aprendo la portiera a un figlio di puttana e sentendomi un emerito idiota privo della minima autostima. Da allora avevo perso quindici chili, stavo recuperando un po’ della massa muscolare persa nell’ultimo decennio... e non avevo mai dormito meglio in vita mia. Di certo tornare a casa ogni sera stanco morto aiutava. Alzarsi presto al mattino, però, era dura. Come quel giorno, per esempio.
Il tempo di scendere in cucina e il profumo di bacon aleggiava già per la casa. Ellen versò due tazze di caffè. L’edizione domenicale del «Promise Falls Standard» era sul tavolo, già senza elastici, così riuscii a leggere il titolo in prima pagina.
«Il tuo vecchio amico fa di nuovo notizia» osservò Ellen, sbattendo le uova in una ciotola.
Il quotidiano annunciava a lettere cubitali: SCENATA DEL SINDACO ALLA CASA PER RAGAZZE MADRI. E il sottotitolo aggiungeva: LA PROSSIMA VOLTA PROMETTE DI “PORTARE DEI DOLCI, ANZICHÉ VOMITARLI”.
«Dio mio» mormorai. «Non conosce vergogna.» Presi in mano il giornale e cominciai a leggere.
«Il sindaco di Promise Falls, Randall Finley, si è presentato a sorpresa giovedì sera alla Casa per Ragazze Madri, l’istituzione cittadina che dà asilo alle giovani madri nubili mentre imparano a vivere con un neonato senza l’aiuto di un marito. Un’iniziativa per cui si era battuto il predecessore di Finley, e che da quest’ultimo è sempre stata considerata uno spreco del denaro dei contribuenti. Ma, a essere onesti, Finley considera quasi tutto uno spreco del denaro dei contribuenti, a eccezione della propria auto con tanto di autista. Quest’ultimo del resto è una necessità imprescindibile, vista la tendenza agli eccessi più volte dimostrata dal sindaco, e l’arresto per guida in stato di ebbrezza di qualche anno fa. Finley» proseguiva l’articolo «ha fatto il giro di un paio di bar dopo il consiglio comunale e, passando di fronte a Swanson House, ha ordinato all’autista» immaginai si trattasse di Lance Garrick, ma l’articolo non riportava il nome «di fermarsi. Finley si è avviato alla porta e ha continuato a bussare in modo energico, finché Gillian Metcalfe, la direttrice, non gli ha aperto. La donna ha tentato di impedirgli di entrare, ma il sindaco si è aperto un varco a forza e ha iniziato a inveire: “Magari, chissà, se foste riuscite a tenere a freno i vostri bassi istinti, non vi trovereste in questo casino!”. Poi, stando ai racconti delle giovani donne, ha vomitato nell’ingresso.»
«Mi sembra un po’ eccessivo, persino per Finley» osservai.
«Hai nostalgia?» ribatté Ellen. «Chissà, magari ti riprenderebbe.»
Ero troppo stanco per rispondere per le rime. Bevvi un sorso di caffè e continuai a leggere. Quando, venerdì mattina, la notizia della scenata del sindaco era cominciata a trapelare, Finley dapprima aveva negato ogni cosa. Non si capiva se stesse mentendo, o semplicemente non ricordasse. Ma nel tardo pomeriggio, messo di fronte all’evidenza – per non parlare del tappeto dell’ingresso sporco di vomito, che Gillian Metcalfe si era premurata di lasciare sui gradini del Comune – il sindaco aveva deciso di rivedere la precedente dichiarazione.
«Mi rammarico profondamente» aveva annunciato in un comunicato stampa, incapace di affrontare i giornalisti di persona «per il mio comportamento di ieri sera a Swanson House.» La casa era stata ribattezzata in onore di Helen Swanson, un’ex consigliera comunale, paladina delle cause femministe. «Ero appena uscito da un’assemblea particolarmente stressante e devo aver esagerato con gli aperitivi. Rimango un forte sostenitore di Swanson House, a cui porgo le mie scuse più sentite. La prossima volta spero di portar loro dei dolci, anziché vomitarli sul tappeto.»
«Tipico di Randy cavarsela con una battuta» osservai. «Almeno ha smesso di negare l’accaduto. Troppi testimoni nei paraggi, probabilmente.»
Ellen tirò fuori tre piatti, ne riempì due con qualche fettina di bacon, uova e un paio di fette di pane tostato, e li portò a tavola. Mi sedetti e addentai subito il bacon. Era salato, unto, delizioso. «Mmm» mormorai.
«È per questo che mi tieni, vero?» esclamò Ellen. «Per le colazioni.»
«Anche le cene non sono male» ribattei.
Ellen allungò una mano verso il giornale e recuperò la pagina dell’inserto culturale. Sorseggiai il caffè, fra una forchettata e l’altra di uova, un morso al bacon e uno al pane. Ormai avevo un sistema ben collaudato.
«Devi lavorare tutto il giorno?» domandò Ellen.
«Penso di finire nel primo pomeriggio. La pioggia ci ha rallentato di un giorno, ma già da ieri sera abbiamo cominciato a recuperare.» Di solito riuscivamo a fare sette o otto proprietà fra le otto di mattina e le cinque del pomeriggio, anche se avevo avuto la fortuna di accaparrarmi qualche lavoretto di landscaping, la famosa architettura di paesaggio. Che significa lavori più lunghi, ma anche più soldi. Ellen raggranellava molto di più lavorando al college, ma senza la mia attività non ce l’avremmo fatta. «Perché?» mi informai. «Hai in mente qualcosa?»
Ellen si strinse nelle spalle. «Ho visto che guardavi i tuoi quadri, l’altro giorno.» C’era una serie di tele nella rimessa, a vari stadi di esecuzione, lasciate ad accumulare polvere contro la parete. Vedendo che non ribattevo, Ellen aggiunse: «Mi chiedevo se non avessi voglia di rimetterci mano».
Scossi la testa. «Ormai è acqua passata» dissi. «Stavo solo aspettando di decidermi a caricarli sul retro del pick-up per buttarli in discarica.»
«Smettila» esclamò Ellen accigliata.
Raccattai gli ultimi residui di uova con un pezzetto di pane tostato e li infornai, pulendomi poi con il tovagliolo. «Grazie, tesoro» mormorai, baciandola sulla testa mentre mi alzavo. «E tu che farai oggi?»
«Leggo» rispose senza entusiasmo. «Non è che debba proprio leggere ogni scrittore che partecipa al festival, ma devo quanto meno sapere qualcosa del loro lavoro. Così, se mi capita di incontrarli ai cocktail, almeno posso bluffare. Gli scrittori, ecco, molti sono davvero carini e gentili, ma sono sempre disperatamente in cerca di conferme.»
«Ancora nessun segno del mio socio?» domandai, portando il piatto al lavandino.
«Mi sa che dovrai andare a svegliarlo» rispose Ellen. «Speravo che bastasse il profumo di bacon. Digli che gliene ho messo un po’ da parte e che posso fargli al volo due uova.»
Salii al piano di sopra e mi fermai davanti alla camera di mio figlio, prima di bussare delicatamente alla porta e aprirla appena. Lo vidi raggomitolato sotto le coperte, con le spalle alla porta.
«Ehi, Derek, è ora di svegliarsi, tesoro.»
«Sono già sveglio.»
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2
Derek continuò a darmi la schiena. «Non credo che verrò, oggi» borbottò. «Non mi sento bene.»
Aprii la porta ed entrai nella stanza che, come sempre, sembrava devastata da una bomba. Pile di vestiti per terra, scarpe da ginnastica rigorosamente spaiate, oggetti di ogni tipo disseminati alla rinfusa e innumerevoli custodie di cd e videogiochi. Sulla scrivania addossata al muro campeggiavano tre monitor, due tastiere e, sotto il ripiano, una mezza dozzina di torrette (quegli aggeggi che contengono l’hard disk del computer); poi fili elettrici dappertutto, connessi o meno. Un giorno o l’altro avrebbe finito per dare fuoco alla casa.
«Che cos’hai?» Derek era famoso per le finte malattie inscenate per non andare a scuola, ma di solito non metteva in atto quel tipo di commedia quando lavorava con me.
«Non mi sento bene.»
Ellen sentì uno stralcio di conversazione passando davanti alla porta ed entrò in camera. «Che succede?»
«Dice che sta male.»
Ellen mi superò, andò a sedersi sul bordo del letto di Derek e cercò di mettergli una mano sulla fronte, ma lui si scostò.
«Su, Derek» mormorò Ellen. «Fammi sentire se hai la febbre.»
«Non ho la febbre» borbottò Derek, sempre con la faccia contro il cuscino. «Non posso restarmene a casa per un giorno? E poi è anche sabato, cazzo.»
«Abbiamo già saltato lunedì e metà martedì per la pioggia» gli ricordai. «Dovremmo farcela per mezzogiorno. Mancano solo i Simpson, i Westlake e quella signora... come si chiama, quella con il gatto che sembra un maialino, che ti ha regalato il computer.»
C’è una cosa da dire di Derek. È un bravo ragazzo e gli voglio un bene dell’anima, ma a volte riesce a mandarti su tutte le furie. Escogitare scuse sempre più creative per sottrarsi agli impegni è una delle sue specialità. Odia la scuola e non sempre si è distinto per trovate intelligenti. Tanto per citarne qualcuna: un paio di anni fa, insieme al suo amico Adam, si è messo ad accendere fuochi d’artificio nel prato dietro casa. Non pioveva da un mese e sarebbe bastata una sola scintilla per innescare un incendio capace di bruciare la casa. Per poco non gli torcevo il collo. Un’altra volta è andato in giro con un amico di quindici anni, che aveva preso la MG del padre – senza permesso e senza patente – finendo per schiantarsi contro un albero. Grazie a Dio nessuno si è fatto male, a parte la MG, ovviamente. Per non parlare di quando, con un altro ragazzo, ha deciso di esplorare il tetto della scuola; si sono arrampicati su per le grondaie come dei cavolo di ninja o non so che cosa. Forse, se si fossero limitati a starsene tranquilli e buoni sul tetto, nessuno se ne sarebbe accorto. Invece hanno pensato bene di saltare da un tetto all’altro per raggiungere un’altra ala della scuola, superando un baratro di due metri e mezzo. Un miracolo che non si siano ammazzati.
«Non c’era nessun pericolo, papà» è stata la sua unica difesa.
Hanno fatto così tanto casino che il guardiano notturno ha chiamato la polizia. Se la sono cavata con una segnalazione, visto che non avevano compiuto atti di vandalismo. Ero furibondo quando gli agenti lo hanno riportato a casa.
«Un’altra cazzata simile» l’ho rimproverato «e puoi trovarti un altro posto dove vivere.»
Poi mi sono pentito di quella frase. Non parlavo sul serio. A volte gli adolescenti fanno stupidaggini, è vero, ma devi comunque stare sempre dalla loro parte. Fa tutto parte del pacchetto.
Se Derek stava davvero male, non volevo trascinarlo fuori a spingere il tosaerba con quel caldo e quell’umidità. Ma mi venne il dubbio che non si t...