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Cronache del Regno della Fantasia - 4. L'anello di luce
- 352 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
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Cronache del Regno della Fantasia - 4. L'anello di luce
Informazioni su questo libro
Una terra tetra e desolata si spalanca come un muto grido alla vista del giovane elfo Audace. L'eletto è infine giunto nel terribile Reame delle Streghe e dovrà sfidare in duello la Nera Regina per decidere le sorti di tutti i reami del Regno della Fantasia. Ma prima di combattere, Audace dovrà affrontare i suoi incubi...
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2010Print ISBN
9788856604399eBook ISBN
9788858500507PARTE PRIMA
PER STRADE DIVERSE
1
DESERTI
I raggi ardenti del sole, alto nel cielo, battevano impietosi sull’accampamento improvvisato degli orchi.
Con la fronte appoggiata alle sbarre della gabbia in cui era rinchiuso insieme agli altri prigionieri, Regulus sospirò. Robinia era seduta accanto a lui, mentre sua sorella Spica se ne stava in un angolo, in disparte, pallida e con lo sguardo distante.
Ormai erano quattro giorni che intorno a sé il giovane non vedeva altro che le bollenti distese di quello che gli orchi chiamavano il Deserto Impietoso, e cominciava a pensare che quel viaggio attraverso il Reame delle Streghe non sarebbe mai finito.
Tutto era andato storto.
Prima erano stati separati da Stellarius, l’anziano e saggio mago che fin dall’inizio li aveva aiutati nella loro missione. E poi da Ombroso. Era il loro amico a possedere Veleno, l’unica arma in grado di abbattere i Cavalieri senza Cuore. Veleno, la Spada del Destino. Ed era sempre lui ad avere con sé il solo strumento capace di indebolire e distruggere lo scettro della Nera Regina: il Trillo delle Fate.
E Ombroso era rimasto indietro, dall’altro lato degli Specchi delle Orde, nel Reame degli Orchi, insieme alla giovane Favilla e al piccolo drago Zolfanello.
Oh, sì, non aveva motivo di preoccuparsi: Ombroso se l’era cavata già altre volte... ma se anche fosse sopravvissuto, come avrebbe fatto a raggiungere il Reame delle Streghe e portare a termine la sua missione? Gli Specchi delle Orde, gli unici varchi di collegamento tra i due reami, erano stati sigillati. Tutti.
Sospirò una seconda volta. Loro invece, dopo essere passati attraverso gli Specchi, prigionieri sui carri degli orchi, avevano percorso una vecchia via in mezzo a strani alberi contorti e si trovavano ora in un territorio brullo e desertico.
I carri procedevano a balzelloni sulla strada sconnessa, facendo tintinnare le catene e i chiavistelli, e avanzavano senza sosta, fermandosi solo poche ore per notte. Gli orchi non sembravano stancarsi. Di giorno il sole era torrido e splendeva accecante. Più lontano, sopra il castello della Nera Regina, nubi purpuree si addensavano a formare fitte spirali. Ai piedi delle torri della reggia oscura si intravedevano i Campi delle Streghe e gli Orti della Regina, dove numerosi prigionieri erano costretti a coltivare le piante e i funghi velenosi necessari per gli incantesimi di Stria.
Frotte di draghi neri comparivano a tratti in alto nel cielo, guidati dagli orchi che li conducevano verso lontane battaglie.
Regulus aveva tentato più volte di liberarsi dalle catene, ma tutto quello che aveva ottenuto erano stati profondi segni ai polsi e alle caviglie e qualche frustata, oltre a un dito slogato che si era procurato cercando di salvare dagli altri famelici prigionieri un po’ di acqua per Spica. La ragazza si rifiutava quasi del tutto di mangiare e bere. E lui si sentiva così stanco, umiliato e impotente che avrebbe voluto gridare per la rabbia. Che prezzo stavano pagando per fare ciò che la Regina delle Fate aveva chiesto loro?
In più, una cupa sensazione di terrore si insinuava a tratti nella sua mente, risvegliando echi di battaglie, urla feroci e altri incubi terrificanti. Queste visioni erano in grado di annientare tutti gli altri pensieri, come una nebbia malefica che penetra nella mente e soffoca tutto nella sua morsa di terrore.
Guardandosi intorno Regulus vedeva nelle gabbie elfi provenienti da reami lontani, nani, gnomi... e tutti avevano lo sguardo smarrito e opaco di chi ha perduto ogni speranza. Nessuno osava parlare, neppure quando gli orchi erano lontani, e quando il ragazzo aveva provato a rivolgere la parola a qualcuno non aveva ottenuto risposta.
– Se almeno sapessimo dove stiamo andando... – mugugnò, rivolto a Robinia.

La ragazza fece spallucce. – A che ci servirebbe? Ci staranno portando nel cuore delle terre delle streghe... ci abbandoneranno lì, probabilmente. E poi ci uccideranno – mormorò, a voce più bassa.
Regulus fu sorpreso dal tono cupo e rassegnato della ragazza. Robinia aveva sempre combattuto con grinta, senza lasciarsi prendere dallo sconforto... che cosa le stava succedendo?
– Arriverà pure il momento in cui ci faranno uscire da questa gabbia! – protestò.
– Certo. Per incatenarci e farci lavorare senza sosta nei loro campi... – disse allora una voce diversa.
Apparteneva a una creatura che fino ad allora era rimasta in silenzio: un elfo magro e pallido, dalle cui orecchie ciondolavano strani orecchini.
Regulus gli rivolse un’occhiata perplessa. – Allora qualcuno di voi non ha perso del tutto la voce...
– Per il momento, – sospirò quello, scuotendo il capo – ma più restiamo tra queste sbarre più la nostra volontà si affievolisce. Non lo sentite anche voi? È la condanna di chi cade nelle grinfie delle streghe... Lo scettro della Nera Regina emana un potente incantesimo, in grado di suscitare i peggiori incubi nelle menti dei prigionieri e di paralizzarne la volontà. Crea il deserto nel loro animo. Solamente l’Oscuro Esercito e i servitori delle streghe sono protetti da questa stregoneria.
– E come mai tu parli ancora? – intervenne Spica.
Nella luce del crepuscolo che stava giungendo a portare un po’ di sollievo in quelle distese assolate, gli occhi della ragazza emanavano una lucentezza particolare e Regulus ringraziò le stelle che sua sorella non fosse già perduta come gli altri prigionieri.
– L’incantesimo non agisce subito, ma si insinua nella mente giorno dopo giorno – spiegò l’elfo. – Io ricordo ancora chi sono e la mia volontà non è ancora annientata. Forse gli Elfi Viaggiatori sono più abituati a sopportare situazioni simili... – sogghignò. – Non hanno una casa da ricordare e nostalgie in cui perdersi. Noi Viaggiatori siamo sempre stati liberi come il vento, facciamo ciò che ci passa per la testa e la nostra unica casa è il nostro cuore. E quello non lo perdiamo neppure dietro le sbarre.
– Qual è il tuo nome? – domandò Regulus, a cui quelle parole avevano fatto ricordare quando, da piccolo, suo padre gli raccomandava di tenersi alla larga dagli Elfi Viaggiatori.
– Mezzodì. E prima che mi chiediate perché: sono nato a quell’ora! – rivelò con un lampo malizioso negli occhi.
Regulus sospirò. – Se è vero quello che dici, dobbiamo fuggire al più presto da qui.
– Fuggire! – esclamò Mezzodì. – Nessuno fugge dal Reame delle Streghe...
Regulus avrebbe potuto parlargli di Favilla: lei aveva addirittura servito al castello di Stria ed era riuscita a scappare, anche se nel farlo era stata tramutata in un’oca... Ma non lo fece.
– Forse – intervenne Spica interrompendo i pensieri del fratello – è solo perché nessuno ci ha mai provato.

– Oh, davvero, mia dolce fanciulla? Tu credi? E come hai idea di provvedere? Dimmelo e io ti seguirò ovunque! – rise l’elfo, indicando le distese sassose che si allargavano tutt’intorno a loro e il castello che incombeva all’orizzonte come una minaccia.
– Ancora non so esattamente come, ma di sicuro la prima cosa da fare è cercare di risvegliare tutti quanti da questo terrore che li paralizza – ribatté lei. – E prima che sia troppo tardi.
– Non servirà a nulla! – sussurrò Mezzodì, e la sua voce si fece rauca. – Siamo perduti, siamo destinati a morire qui, lavorando come schiavi per le streghe.
Spica posò la fronte sulle ginocchia, esausta.
Non avevano la minima idea di come agire, era vero, ma se c’era una cosa che sapeva per certo era che non potevano arrendersi.
E non l’avrebbero fatto. Mai.

Spica continuava a pensare. Non riusciva a dormire e quasi non riusciva a mangiare. Pensava soltanto. Da giorni. Preoccupazione, rabbia, dolore, ansia... tutte queste sensazioni si accavallavano nel suo cuore senza lasciarle pace.
In ognuna delle otto carovane, compresa la loro, c’erano circa dieci schiavi. Gli orchi erano in numero minore, una ventina forse, ma ben armati e sufficientemente grossi da tenere tutti sotto controllo. I prigionieri invece erano incatenati e privi di armi, senza contare che nessuno di loro era un mago e, soprattutto, nessuno di loro aveva abbastanza risorse mentali o energie fisiche per tentare una fuga.
Quindi l’unico punto a loro favore, il numero, non poteva essere sfruttato. A meno che qualcuno non riuscisse a riscuoterli dal terrore che li teneva prigionieri... Doveva sottrarli a quegli incubi, pensò Spica risoluta. Solo così avrebbero trovato la forza per ribellarsi, quella stessa forza che ancora animava lei.
Forse l’unico modo era farli sentire a casa, lì, in quel luogo sperduto. Mezzodì aveva ragione quando diceva che la casa di ciascuno è il proprio cuore. E nel cuore si custodiscono tante cose: ricordi dell’infanzia, racconti e leggende che hanno rallegrato tempi ormai svaniti. Forse quegli stessi racconti li avrebbero risvegliati e riportati alla realtà. E se c’era una cosa che Spica sapeva fare fin da quando era piccola era raccontare. Aveva ascoltato così tante leggende da non riuscire neppure a tenerne il conto...
Si guardò intorno nella luce della sera e dopo un breve sospiro cominciò: – In un tempo lontano, in una terra verdeggiante che si estende nel cuore del Regno della Fantasia...
Robinia si voltò verso l’amica con gli occhi sgranati, cercando di non scoppiare a piangere. Non si era mai sentita così spaventata prima di allora; era come se tutte le sue energie fossero risucchiate da quelle catene che le martoriavano i polsi. Temeva che anche lei si sarebbe perduta come gli altri prigionieri... Neppure il pensiero di avere vicino i suoi amici le dava conforto. Avrebbe preferito che Regulus e Spica fossero lontani mille miglia da tutto quel dolore e che non la vedessero in quelle condizioni. E Ombroso, Favilla? E il suo caro Zolfanello? Forse erano già morti. Ma se anche erano ancora vivi, erano pur sempre soli, senza alcuna possibilità.
Ma proprio mentre la sua mente vagava in questi tetri pensieri, ecco che Spica aveva cominciato a parlare. La voce della giovane Stellata era calma e dolcissima. Dopo qualche istante Robinia si rese conto che l’amica stava raccontando una storia. Una vecchia storia che aveva già sentito una volta quando era bambina.

– ... un cavaliere camminava sul greto del fiume Scrosciante, lo sguardo perduto nei giochi di luce che si rincorrevano sul pelo dell’acqua. Sul suo viso il sole disegnava strane ombre, e i suoi occhi erano tristi e lontani. Era stanco, ferito, ma continuava a camminare senza fermarsi. Sembrava che sulle sue spalle portasse il peso del mondo. Veniva da una terra oltre le nebbie della storia, dove da tempo ormai si era perso il sapore della libertà, ma non la speranza di riuscire un giorno a riconquistarla. Non erano le streghe ad averlo esiliato, né gli orchi ad averlo scacciato: era stato il suo re. Quel re a cui lui aveva giurato fedeltà e per il quale sarebbe stato disposto a morire... – e qui la ragazza fece una pausa carica di significato.
Robinia trattenne il fiato. Quella era la storia di Acero, uno dei leggendari fondatori del Reame dei Boschi. Sgranò gli occhi su Spica e l’amica le rivolse un sorriso stanco: era per lei che stava raccontando adesso, anche se probabilmente quella storia sarebbe riuscita a toccare il cuore e la mente di tutti i prigionieri. Era la storia di come Acero aveva salvato il suo popolo e le sue terre dalla tirannia grazie al proprio coraggio e all’aiuto di una fedele compagnia di amici.
Una lacrima scese lungo la guancia di Robinia, mentre anche gli altri prigionieri sembravano in qualche modo scuotersi leggermente sotto quel fiume di parole. La stella sulla fronte di Spica brillava di una luce calda e dorata che avvolse tutto come un’onda. Robinia cominciò a tremare.
– Ehi, stai bene? – le chiese Regulus.
Robinia annuì. Poi guardò Spica e sospirò. L’aveva sempre ammirata, ma non avrebbe mai immaginato che a...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Introduzione
- Parte prima. Per strade diverse
- Parte seconda. Anguilla
- Parte terza. Verso il castello
- Parte quarta. La guerra per lo scettro
- Epilogo
- Indice