Ulysses Moore - 5. I Guardiani di Pietra
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Ulysses Moore - 5. I Guardiani di Pietra

  1. 304 pagine
  2. Italian
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Ulysses Moore - 5. I Guardiani di Pietra

Informazioni su questo libro

Chi è veramente Ulysses Moore? Jason, Julia e Rick sono a un passo dalla verità. Ma anche i loro nemici Oblivia e Manfred stanno per realizzare il loro sogno: entrare a Villa Argo e oltrepassare la Porta del Tempo. Per fermarli, i tre amici devono impossessarsi della Prima Chiave. Per loro si prepara un nuovo viaggio. Destinazione: Medioevo.

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Informazioni

Anno
2010
eBook ISBN
9788858500736
Print ISBN
9788838432958
art
Il passo strascicato che incedeva nella polvere del cortile della stazione apparteneva a Fred Dormiveglia, il funzionario del municipio di Kilmore Cove che Rick aveva incontrato il giorno prima. Alto e ricurvo come una cicogna, Fred si accorse dei ragazzi solo quando i tre lo raggiunsero, sulla porta della Clark Beamish Station.
– Ehi, ragazzi! – li salutò. – Qual buon vento? Che ci fate, qui?
– Oh, niente... – rispose Rick, che presentò Dormiveglia ai due gemelli. – Stavo mostrando loro la vecchia stazione.
– Ah, già, naturale – borbottò quello. Armeggiò con le mani nelle tasche dei pantaloni, che sembravano così profonde da arrivargli alle ginocchia, e ne tirò fuori un bastoncino di liquirizia avvolto in alcuni scontrini.
– Liquirizia? – offrì.
– No, grazie – risposero in coro i ragazzi.
Fred si ficcò il bastoncino tra le labbra, tirò fuori dalle tasche alcuni oggetti stravaganti, una copia del giornale sportivo che si infilò sotto alla spalla, e infine un mazzo di chiavi. – Ah, finalmente.
Rimise il resto nelle tasche con una lentezza che Julia giudicò esasperante, poi, come accorgendosi di nuovo della presenza dei ragazzi, domandò: – E quindi cosa ci fate, qui?
– E tu? – gli domandò Julia, spazientita.
Fred guardò con stanchezza il portone sbarrato della vecchia stazione e quando vide la grossa crepa nell’intonaco che, dall’arcata, saliva verso l’orologio, corrugò la fronte. – Mi devo ricordare di sistemare quella crepa, prima che crolli tutto.
Fece tintinnare le chiavi e si avvicinò ai lucchetti che sbarravano l’ingresso. – Io? – disse dopo alcuni secondi, ricordandosi della domanda di Julia. – Faccio il mio lavoro.
Cominciò a provare le varie chiavi fino a quando non trovò quella giusta.
La serratura scattò, Fred sfilò la catena e appoggiò la mano al portone, come per assicurarsi che non gli crollasse addosso.
– Ma tu non lavori in municipio? – gli chiese Rick.
Fred diede una leggera pedata alla porta, che si scostò quel tanto che bastava a far entrare la sua magra figura. – Ah, ragazzi, magari facessi solo quello... Con i tempi che corrono, bisogna avere almeno un paio di lavoretti extra, se si vuole arrivare a fine mese.
– Possiamo entrare anche noi? – gli domandò Jason, quando lo vide sgusciare nella fessura del portone come un paguro nella sua conchiglia.
– Certo – echeggiò da dentro la voce di Fred. – Venite pure!
Rick, Jason e Julia entrarono finalmente nella Clark Beamish Station. Superato l’ingresso, si ritrovarono in un’ampia sala il cui soffitto si perdeva, in alto, nel grande lucernario centrale di vetro e ferro battuto. Lame di luce piovevano da quella cupola come dalla vetrata di una cattedrale. Dal centro pendeva un grande lampadario spento, sui cui bracci ondeggianti alcuni uccelli avevano costruito i loro nidi. Viticci di rampicanti cresciuti sopra al lucernario oscillavano nel vuoto come liane.
In basso, la stanza echeggiava sorda del rumore dei loro passi. Anni di polvere spinta dal vento e di piogge cadute dall’alto avevano ricoperto il pavimento di marmo di un delicato prato di fiorellini gialli.
Un porticato di colonne delimitava la sala centrale con eleganti arcate, sotto le quali, simili a fiori seccati, pendevano i globi dei lampioni. Da un lato c’era la biglietteria, con gli alti finestroni e i banconi di pietra chiara. Dall’altro, un boschetto di panchine di ferro battuto, sotto le quali riposavano alcuni funghi dai colori vivaci.
Dalla parte opposta all’ingresso si apriva l’arcata gemella a quella da cui erano entrati, che conduceva ai binari. Sopra di essa torreggiava uno spropositato pannello degli orari, lavorato in ferro, con decorazioni floreali e catenelle tintinnanti che lo tenevano in equilibrio come il pendente di una gigantesca collana. L’ingresso sobrio delle toilette e un chiosco dalle serrande sbarrate completavano l’ambiente.
I ragazzi impiegarono alcuni minuti ad accorgersi di tutti quei dettagli, mentre Fred procedeva con passo metodicamente lento verso la biglietteria. Le scanalature delle colonne e le nervature della volta parevano quelle di grandi foglie ricurve, mentre il prato di margherite sembrava la decorazione di un abile marmista.
– Che posto assurdo... – mormorò Jason.
– Scommetto che sono anni che nessuno mette piede qui dentro...
– A parte lui.
Fred stava di nuovo armeggiando con le chiavi, cercando quella che apriva la porta della biglietteria.
– Chissà cosa ci viene a fare...
Lo seguirono, continuando a guardarsi intorno affascinati. All’interno della stazione l’aria era calda e umida come quella di una serra.
In confronto al resto dell’edificio, la biglietteria era decisamente più normale. Era una stanza piccola, arredata con semplicità: un bancone su cui era adagiato un colossale orario dei treni, una macchina per stampare i biglietti e una sedia girevole.
– Dedalus – mormorò Rick, riconoscendo nella macchina per stampare i biglietti la mano dell’orologiaio.
– Senza dubbio – confermò Jason, fissando ammirato la sequenza di tasti rotondi, simili a quelli di una vecchia macchina da scrivere. Ognuno riportava sillabe strane e uno, due, o tre numeri, senza un apparente ordine logico. – La solita macchina incomprensibile...
Alle loro spalle, Julia emise un gridolino.
– Che succede? – domandarono i due ragazzi, voltandosi di scatto.
Accanto a Julia si trovava ora l’orario dei treni, sollevato dal bancone di alcuni centimetri.
– Niente... – disse lei. – Ho solo sfiorato l’orario e... si è alzato da solo.
Rick si chinò a guardare sotto al libro polveroso, scoprendo che era poggiato su un piatto di ferro nero, sorretto a sua volta da un braccio snodabile.
– È solo un reggi libro molto sensibile – disse, sollevandolo. Poi lo spinse, e il gigantesco orario dei treni si levò nell’aria come galleggiando.
Julia sorrise. – Certo. Solo un normale reggi libro...
Si guardarono intorno: Fred Dormiveglia era scomparso in una seconda stanza, subito dopo la biglietteria.
– Certo che ne partivano di treni, da questa stazione – osservò Jason, provando a sollevare la copertina rigida dell’orario.
Soffiò un ventaglio di polvere sulla sorella, poi lesse l’intestazione del volume:
ORARIO PERPETUO DI TUTTI I TRENI
PER/DA E ATTRAVERSO
KILMORE COVE
IN VIGORE DAL 18 GENNAIO 1936
Ne sfogliò alcune pagine: erano piene di interminabili tabelle di orari incolonnati, preceduti dai nomi delle diverse località in cui i treni fermavano.
In alto, ogni tabella era contrassegnata dal nome della stazione di fine corsa, evidenziata in neretto, dal numero del convoglio e, a volte, dalla dicitura treno speciale, oppure treno normale, oppure ancora solo festivo.
Sentendo dei rumori provenire dalla stanza successiva, Jason si disinteressò all’orario e propose agli altri di andare a controllare che cosa stesse facendo Fred Dormiveglia.
Lo trovarono con la testa infilata in un grande buco aperto nel muro.
Quando si accorse del loro arrivo, Fred sembrò quasi dispiaciuto.
– Ah, ragazzi, siete voi. Scusate ma... credo che ci sia qualche problema.
– Che cosa stai facendo? – gli domandò Rick, incuriosito.
Il buco non era un semplice buco, sembrava più che altro un quadro comandi, nel quale transitavano tubi di diverse dimensioni, regolati da snodi e valvole rosse e blu.
La stanza, d’altro canto, costituiva il cuore operativo della stazione. Era occupata per buona parte da un piano di ferro nero con una scanalatura orizzontale che riproduceva il binario ferroviario. A questo binario principale se ne aggiungevano altri nelle due direzioni, tutti contrassegnati da un numero. Nei punti di intersezione tra i binari spiccava la riproduzione di uno scambio ferroviario, azionabile mediante una levetta rossa.
Evidentemente doveva trattarsi della centralina da cui si controllavano tutti gli scambi ferroviari del paese.
– E meno male che qui c’è un solo binario... – mormorò Jason, scuotendo la testa. Quel macchinario così complesso gli sembrò davvero sproporzionato per la stazione di un paesino così piccolo, almeno quanto erano inutilmente titanici il tabellone degli arrivi e delle partenze e l’orario dei treni.
Fred Dormiveglia si voltò verso i tre ragazzi, asciugandosi una minuscola gocciolina di sudore dalla fronte. – Non lo dire a me...
– Ma cosa vieni a fare qui, esattamente? – sbottò Julia.
Fred le indicò i tubi nel muro e rispose, serafico: – A girare le valvole, no?
– E... perché?
– Perché se non lo faccio io, chi lo fa?
I ragazzi si scambiarono un’occhiata perplessa. – Ma a che cosa serve girare le valvole di quei tubi?
Fred si grattò un orecchio. – A dire il vero non lo so. Io so solo che due volte alla settimana devo venire a girarle tutte. Quelle rosse devono chiudersi e quelle blu devono aprirsi.
– Sembrano tubi dell’acqua – osservò Rick, incuriosito. Ci appoggiò l’orecchio contro e disse: – Anzi, direi proprio che lo sono.
Julia era la più interdetta di tutti. – Quindi tu, due volte alla settimana, vieni qui a girare le valvole... e poi te ne vai.
– È il mio lavoro.
– Ma non sai perché lo fai.
– Se è per questo, la maggior parte delle persone è nella mia stessa condizione.
– E, scusa se insisto, ma chi è che ti ha dato questo incarico?
Fred sospirò. – Ah, me lo diede il vecchio Black, prima di partire.
I ragazzi si irrigidirono. – Tu hai conosciuto Black?
– Certo.
– E... ti ha detto anche dove stava andando?
Fred si fece pensieroso. – A dire il vero... forse sì, ma non me lo ricordo precisamente.
– Per favore!
Fred strascicò i piedi per terra, infastidito dal suo buco di memoria. – Ehi, ragazzi, ne sono passati di anni!
– È molto importante per noi...
Fred sbadigliò, appoggiandosi al muro. – Ma sì, posso anche prendermi una pausa – decise. – Mi chiedete di Black, eh? Dunque, fatemi pensare...
Rick, Julia e Jason rimasero in silenzio a sentire le dita di Fred Dormiveglia che tamburellavano sul ferro.
– Prima di partire, – iniziò a raccontare l’uomo, quando i ragazzi avevano ormai perso la speranza – Black venne in ufficio, giù in paese. Sapevamo tutti che la stazione stava chiudendo, per via dei volantini. Per cui non era una novità, per me, che il capostazione se ne andasse. Come si fa a lavorare con i treni, se non c’è nemmeno un treno?
– Appunto – approvarono i ragazzi, in coro.
– Mi disse: «Dormiveglia, amico mio». Perché eravamo amici da un sacco di tempo. Eravamo andati a scuola insieme. Eravamo andati tutti a scuola insieme, a dire il vero, perché non è che ci fossero molti ragazzi, a quei tempi... Comunque mi disse «amico mio» e mi chiese se potevo fargli un piacere. Poiché lasciava il paese, gli serviva che qualcuno venisse a fare questo lavoro delle valvole. «Due volte alla settimana» mi disse. Una cosa da cinque minuti. Pagamento anticipato, perché mi conosceva e sapeva che io l’avrei f...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Il richiamo
  5. Un autentico pasticcio
  6. A Villa Argo
  7. In presidenza
  8. La febbre
  9. A Venezia
  10. Casa Banner
  11. Le macchine nascoste
  12. Pranzo a Villa Argo
  13. Dopo pranzo a Villa Argo
  14. Al Polo e ritorno
  15. L’ospite
  16. Gli scogli
  17. Testa o croce
  18. La stazione dei treni
  19. La trappola
  20. Il funzionario dei tubi
  21. Ingranaggi in funzione
  22. Seguendo Clio
  23. Sotto la superficie
  24. La grotta
  25. Salite e discese
  26. Lo sconosciuto
  27. Qualcuno bussa
  28. La porta del giardino
  29. Il naufrago
  30. Il corridoio della morte
  31. Gli intrusi
  32. I Guardiani del Tempo
  33. Il chiostro
  34. La verità
  35. Indice