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Dall'altra parte del mare
Informazioni su questo libro
Elen e la sua mamma stanno fuggendo: lasciano il loro paese, l'Eritrea, la loro casa e tanti ricordi per realizzare il sogno di una nuova vita. Questa è la loro storia, e quella di tutti coloro che sfidano ogni giorno il mare per raggiungere l'Italia e la pace.
Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2010Print ISBN
9788838436987eBook ISBN
9788858500446Capitolo 1
ore 7
L'uomo con la barba dice a Moses, il ragazzo che ci porterà dall’altra parte del mare: – Tieni il timone sempre diritto e non sbaglierai. Il tempo è buono, arriverete domani mattina.
Indica un punto lontano.
– La costa è là. Non puoi sbagliare –. Parla in arabo. Io l’arabo l’ho imparato da piccola. Mio padre diceva che era importante parlarlo, da noi.
Siamo in attesa di salire sulla barca, mi sono tirata la visiera del cappello sugli occhi per poter osservare meglio gli altri senza che se ne accorgano.
Qualcuno parla arabo, altri lingue che non capisco. Sembra che tutti abbiano paura, come se potesse succedere qualcosa prima della partenza.
Anch’io non sono tranquilla. Potrebbero arrivare a fermarci, o a rubare la barca.
Io e la mamma siamo vicine all’uomo con la barba che parla con Moses. Sono stata molto attenta ad ascoltare quello che dicevano, finché non si sono allontanati discutendo a bassa voce.
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Non mi piace quell’uomo, ha trattato male i ragazzi del Sudan che gli dovevano ancora del denaro. Un altro ragazzo, del Senegal, ha dato all’uomo con la barba il poco denaro che mancava, e nemmeno li conosce, i sudanesi.
Mentre aspettiamo di salire sulla barca, conto e riconto: siamo in trentatré, con Moses e con il suo aiutante, un uomo zoppo, con la maglietta gialla, i capelli lunghi, un grande anello al dito. Le donne sono soltanto sette, compresa me, la mamma e una ragazzina che avrà la mia età. Poi ci sono due bambini, e il ragazzino algerino che non sta mai fermo.
Se fossimo arrivate qua prima, saremmo dovute stare con loro per giorni in quell’orribile e soffocante capannone. Ma io e la mamma siamo arrivate ieri sera, molto stanche, senza nemmeno sapere se avremmo preso la barca. Io mi sono addormentata subito.
L’uomo con la barba ha parlato con mia madre, questa mattina, lei mi ha allontanato, ma io ho capito che lui, con la scusa che siamo arrivate stanotte e non ci aveva calcolato, voleva più soldi, altrimenti ci avrebbe lasciato in attesa di un’altra barca.
Mia madre, che non ha paura di nessuno, lo ha guardato come fosse stato una biscia schifosa, dicendo qualcosa, e lui ha fatto un cenno con il capo.
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– Cosa voleva? – ho domandato.
– Niente. Abbiamo pagato come gli altri e partiremo.
Ci vorranno più di venti ore, ventidue o ventiquattro, per arrivare alla costa: è stato molto più lungo il tempo per arrivare fin qua, e abbiamo rischiato di non farcela. Se i nonni sapessero quello che abbiamo passato… ma ora non voglio pensarci.
Un puntino luminoso attraversa il cielo. È un aereo. Chissà chi c’è sopra, dove vanno. Sarebbe bello arrivare in un attimo dall’altra parte del mare. Sarebbe bello essere in alto, vicino al cielo, e guardare, sotto, il mondo piccolo piccolo.
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Capitolo 2
ore 8
Moses grida: – Salite! Salite, fate presto, dobbiamo partire subito –. Ha lunghe braccia sottili, lunghe gambe sottili e il corpo sottile, si muove qua e là come un ragno. Gli manca un dito della mano sinistra, ma penso che non sia importante per la guida della barca. Di lui mi fido.
Per prima sale la donna molto nera, con il lungo abito colorato e il bambino piccolo legato sulla schiena, sale un altro bambino di tre o quattro anni con i genitori, un vecchio del Marocco, poi gli altri.
La mamma si avvicina alla barca stringendomi forte la mano, ha sulla schiena lo zaino che le ha regalato la sua amica Zibib.
La barca è un po’ scrostata, non è grande, ma per noi basta, c’è posto a sedere per tutti e qualcuno, se vuole, può anche sdraiarsi sul fondo.
–Ehi tu! – grida Moses, quando siamo tutti sulla barca, a un uomo a terra, che non si decide a salire. –Presto, sali!
Gli fa cenno che deve sbrigarsi.
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L’uomo si volta, come se aspettasse qualcuno, poi sale e va a sedersi in fondo alla barca.
Una cicatrice gli attraversa la fronte, ha una tuta scolorita, strappata, le scarpe bucate.
Ha l’aspetto di uno che non sa dove si trovi, che è capitato all’improvviso nel mondo.
La mamma aveva capito subito che è del nostro paese, ma ha anche capito che l’uomo non vuole parlare con nessuno. E lei non è come zia Hanna, che saprebbe far parlare anche i morti con le sue domande e le sue chiacchiere.
Finalmente siamo tutti sulla barca: i sudanesi si siedono vicini, io ho preso subito i posti vicino a Moses per controllare che tenga diritto il timone, il padre dell’altra ragazzina ha fatto sedere la figlia vicino a me. Non so di che paese siano e che lingua parlino.
È una ragazzina silenziosa, ha la pelle chiara, gli occhi e i capelli scuri.
Tahar, l’algerino, mi passa davanti tre volte senza guardarmi, come se non mi vedesse.
Anche a terra faceva finta di non vedermi, eppure ha sentito che parlo arabo, e lui ora è solo, fra gente che non conosce. Sembra allegro, senza problemi. C’era un uomo a salutarlo, alla partenza, ma non era suo padre. Si arrangi, se ne stia vicino al vecchio del Marocco, anche lui solo, e ai sudanesi che parlano fra di loro.
Il padre della ragazzina tira fuori da una borsa una piccola tartaruga e la dà alla figlia.
«Non si possono portare animali, in viaggio» mi aveva detto il nonno prima di partire.
– Lei ha una tartaruga – dico, piano, alla mamma.
Mia madre mi fa cenno che la bambina è muta. Muta! Come zia Rachel, che è muta e sorda ma ci capivamo con i gesti. La zia ha una cicogna nera che non può più volare a causa della guerra. Sta in terra e guarda gli uccellini che le girano intorno. Durante il viaggio riusciremo a capirci, in qualche modo, io e la ragazzina muta. Magari con i gesti.
Moses accende il motore.
L’uomo davanti a me si copre il viso con le mani e dice qualcosa.
Siamo arrivati, tutti, nello stesso deserto, parlando lingue diverse, venendo da paesi diversi.
La barca fa un balzo, oscilla, Tahar ride e mi guarda, io mi abbasso la visiera sugli occhi.
La donna vestita di bianco fissa il cielo e canta. Un canto triste, silenzioso. Forse cerca Dio. Ma Dio non si vede, è dall’altra parte del cielo.
Osservo, da sotto la visiera, Tahar. Ha una tuta celeste, le scarpe nuove, uno zaino con gli adesivi. Tira fuori un sacchetto, un libro, li appoggia sul suo posto, si gira a guardare il mare.
Anch’io mi giro.
Il mare è bellissimo, blu con strisce azzurre e verdi, un gabbiano ci segue. La barca è veloce, la costa si allontana. Siamo salvi.
– Andrà tutto bene – mi dice mia madre. – Domani mattina vedremo alzarsi il sole in un bel paese.
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Capitolo 3
Ame piaceva guardare il sole che si alzava sul mio paese. Lo chiamava Jassù, il gallo, e lui, il sole, grande, rosso, si alzava per iniziare le giornate. Come noi.
Il mattino in cui persi la mia collanina di pietre colorate passarono, bassi, gli aeroplani.
Andavo a scuola con i miei amici, seguendo il lungo sentiero di terra rossa. Il sole, alzandosi, diventava sempre più piccolo. Sentimmo un gran rumore, come se scoppiassero i monti, le rocce.
Ci fermammo, terrorizzati. Una nuvola nera si alzò in alto e oscurò il sole, perché non vedesse.
«Laggiù!» gridava Omar. «Laggiù brucia tutto! Al baobab, corriamo al baobab!»
Il cuore ci batteva forte, ma eravamo insieme, gli aerei erano scomparsi, non si udiva più nulla. Corremmo senza mai voltarci, attraversando in pochi attimi il fiume senz’acqua.
Il grande baobab era solo, nel silenzio, con le sue immense braccia alzate verso il cielo.
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Entrammo nell’apertura del tronco. Nell’oscurità, appena rischiarata da due candele accese, vedemmo l’altare.
Fatima guardava incantata. Lei non era mai entrata nel baobab. Il nonno mi aveva raccontato che quando lui era un bambino il baobab aveva riparato dalle bombe i soldati bianchi, salvandoli.
Anche allora c’era la guerra, gli aerei, le bombe.
Noi amiamo molto i baobab, sono antichi e parlano con l’universo, nessuno oserebbe uccidere un baobab.
Stavamo in silenzio dentro il tronco in attesa che passasse qualcuno.
«I cammellieri!» gridò Mogos, uscendo.
Stava passando la carovana dei mercanti del sale.
Corremmo, seguendoli, gridando.
Il capo si voltò e fece un cenno agli altri. Li raggiungemmo.
«Dobbiamo tornare a casa!» gridò Mogos. «Abbiamo visto gli aerei, c’è la guerra.»
«Salite,» disse il capo con il turbante e il viso coperto «vi accompagniamo».
Non sembravano preoccupati. Il nonno mi aveva raccontato che quella gente viveva in un luogo lontano, il deserto del sale, un deserto con rocce di ogni colore, laghetti di acqua bollente e vulcani che si svegliavano all’improvviso. Era un altro mondo, non c’erano case ma tende, per potersi spostare sempre, e le donne avevano gioielli bellissimi.
Andavamo in silenzio, felici dell’incontro con i mercanti e del viaggio sui cammelli.
Avvicinandoci a casa sentii la voce della nonna.
«È tornata!» gridava. «Sono tornati!»
Avevano avuto molta paura per noi. Corsero tutti fuori. Quella sera Jassù impazzì. Cantò, come all’alba, per chiamare il sole. Cantò e cantò, disperato.
Ma il sole se n’era andato, nell’ora sbagliata di Jassù, ed erano comparse le stelle. Anche la cicogna guardava con pena Jassù che continuava a cantare.
«Gli aerei,» mormorava il nonno «devono essere stati gli aerei a farlo impazzire».
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Capitolo 4
ore 17,30
Il ragazzo con la cicatrice sulla fronte, alzandosi e sporgendosi dalla barca, grida: – Aiuto! –. Stava per gettarsi nel mare. – Aiuto!
Trattengo il respiro, ho paura, abbiamo tutti paura.
Lo afferrano, lo costringono a sedersi, lui urla, il bambino piccolo si sveglia e piange, disperato. Gli uomini riescono a calmarlo, gli danno da bere.
C’è una grande confusione, Moses urla anche lui, io controllo che tenga diritto il timone. Il sole sta diventando rosso, penso a Jassù.
Mia madre si alza e raggiunge il ragazzo, le fanno posto vicino a lui, sanno che parla la sua lingua.
Sento sotto le dita la testa ruvida della tartaruga che si sta ritraendo. Deve averne abbastanza di urla e di rumore, lei può nascondersi e stare tranquilla nella sua casa. Ho fatto amicizia con Leyla, la sua padrona, ha undici anni, come me. Ci capiamo a gesti. Su...
Indice dei contenuti
- Vivere tra due mondi
- Capitolo 1, ore 7
- Capitolo 2, ore 8
- Capitolo 3
- Capitolo 4, ore 17,30
- Capitolo 5
- Capitolo 6, ore 18
- Capitolo 7, ore 18,30
- Capitolo 8
- Capitolo 9, ore 19
- Capitolo 10
- Capitolo 11
- Capitolo 12, ore 20
- Capitolo 13
- Capitolo 14, ore 21
- Capitolo 15
- Capitolo 16, ore 22
- Capitolo 17
- Capitolo 18, ore 22,30
- Capitolo 19
- Capitolo 20
- Capitolo 21, ore 23
- Capitolo 22, ore 23,30
- Capitolo 23, Leyla
- Capitolo 24
- Capitolo 25
- Capitolo 26
- Capitolo 27, Milano 23 dicembre
- Indice