Vivy ha un sogno: fare la ballerina di danza classica in teatro. Non sarà facile convincere suo padre, ma lei ce la metterà tutta per realizzare il suo desiderio!

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Da grande farò la ballerina
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9788838436710
1
Ho un sogno…

MI CHIAMO VIVY. Non come il verbo vivere, ma Vivy con la ipsilon. È un diminutivo, lo so, e nemmeno dei migliori, ma il mio nome è quello della mia bisnonna, che venne chiamata Vittoria perché nacque quando gli italiani vinsero la prima Guerra Mondiale. Però, ci tengo a precisare, mi chiamo anche come la regina inglese Vittoria, che aveva tanta personalità da dare il suo nome al periodo in cui ha regnato: l’età vittoriana.
Ho nove anni e abito in una cittadina vicina a una grande città. Più che una cittadina, in realtà è un paesotto, con tanto verde e tanti abitanti superindaffarati nel loro lavoro. A me non piace viverci: preferirei abitare in una città con la metropolitana, con tanti negozi, tanti cinema… infatti io vado matta per i film, ma mi annoia guardarli alla televisione: mi piace sprofondarmi nella poltrona comoda di una sala buia, vedere la luce azzurrina che porta le immagini allo schermo, grande, immenso… è là che succede la storia! Dove abito invece mi devo accontentare di un unico cinema (che per di più è aperto solo nel fine settimana!); oppure c’è un multisala, ma ci vuole mezz’ora di macchina per raggiungerlo.
Però papà fa il medico, e il suo studio è proprio qui. Tutti gli vogliono bene, soprattutto da quando è morta la mia mamma, in un incidente d’auto molto vicino a casa nostra.
È successo tre anni fa. Io avevo sei anni, ma me lo ricordo ancora.
Dicono che più cresco più le assomiglio, perché sono alta e snella - “secca” dicono le mie compagne di scuola - e ho le gambe lunghissime - “come un fenicottero” aggiungono sempre loro per prendermi in giro. Ma non me ne importa.
Veramente per due anni me ne è importato eccome: «Vittoria, Vittorina, secca, secchina» mi ripetevano, e io giù a piangere. Sono un po’ timida, lo so, e non riesco a chiedere ai miei compagni di giocare con loro. Aspetto sempre di essere invitata. Ma capita di rado, e più spesso mi tocca un «Per questa volta principessa, o meglio regina… non la faremo giocare!». È di sicuro anche colpa del mio collo, che forse è un po’ lungo e sembra che io guardi dall’alto in basso tutti quanti. Ma non è vero: è solo che le mie compagne sono più basse di me, e anche i miei compagni, e a loro dà fastidio!
Ma ora è acqua passata, non piango più, anzi rido dei loro scherzi. Ho anche imparato a rispondere con una battuta. Così, dopo un po’, i miei compagni non mi hanno più preso in giro.
In più, da quando a ottobre papà mi ha permesso di frequentare la scuola di ballo della mia città, ho scoperto che se si hanno le gambe lunghe e magre si può anche essere guardati con benevolenza; l’insegnante mi sorride e se sbaglio mi riprende con dolcezza. E poi a lei il mio collo da giraffa piace! Insomma lì sono trattata bene.
Ma per poter mettere piede dentro alla scuola di ballo c’è voluta tutta la mia pazienza e la mia astuzia, perché ho dovuto organizzare bene la cosa in casa: accompagnamenti, compiti sempre fatti in anticipo, lezioni studiate, bei voti… insomma, una faticaccia!
Però io ce l’ho messa tutta, perché è da quando avevo sei anni che sogno di danzare.
È successo tutto una sera, una di quelle sere magiche che non si possono dimenticare. È stata anche l’ultima sera che ho passato con la mamma. Forse è per questo motivo che non me la dimentico, anzi, ricordo ancora benissimo il suo viso sorridente, il suo abito lungo nero e scollato, i suoi capelli morbidi appoggiati sullo scialle scintillante… era contenta, tanto contenta, di portarmi al balletto!
Dopo quella sera io ho deciso che da grande avrei fatto la ballerina. Sì, proprio come Nureyev.
Come, non sapete chi è Nureyev, Rudolf Nureyev? Ma è stato il più grande ballerino del Novecento! Io ho letto tutto (o quasi) su di lui. Ormai sono già due compleanni e due natali che mi faccio regalare soltanto libri che parlano di lui. Prima guardavo solo le fotografie, poi ho imparato a leggere meglio e così adesso conosco tutta la sua vita, anche di quando frequentava il mitico Kirov, la scuola di San Pietroburgo dove si formano i grandi ballerini di danza classica.
Un posto speciale nella mia decisione ce l’ha proprio lui, Rudy. Io lo chiamo in questo modo perché ho letto che così lo chiamavano i suoi amici. Forse non ne aveva molti, anzi, doveva avere un carattere un po’ difficile. Di sicuro però ha avuto una vita avventurosa: sembra sia nato addirittura su un treno, mentre sua mamma attraversava la Siberia meridionale per raggiungere il marito che era militare in una guarnigione lontana!
Ma ancora non vi ho detto che cosa ha spinto entrambi a diventare ballerini…
Rudy, così ho letto, è stato accompagnato a sei anni dalla sua mamma a vedere Il Lago dei Cigni, e quella stessa sera ha deciso che avrebbe ballato per sempre. Anch’io ho visto quel balletto a sei anni con la mamma, proprio quell’ultima sera… vi sembra solo una coincidenza? Eccovene un’altra.
Poco dopo la morte della mamma, io ero molto triste e mi sedevo spesso sulla sua poltrona del soggiorno. Da quella posizione cercavo di leggere i dorsi dei libri, sì, i titoli scritti sulla parte stretta, esterna del libro. Facevo una gran fatica, perché erano scritti in piccolo e perché allora non sapevo leggere tanto bene. Passavo il tempo così perché non avevo voglia di giocare con nessuno. Poi finalmente un giorno sono riuscita a leggere: Rudolf Nureyev… era un nome bizzarro, difficile. Ho preso il libro dallo scaffale e… sfogliandolo ho passato uno dei pomeriggi più belli della mia vita. Poi, alla sera, papà ha detto che quel libro era il preferito della mamma: io me lo sono messo sotto il cuscino e per tutta quella notte ho sognato, anzi ho ballato…
Comunque ora va meglio, non ho più troppa nostalgia della mamma. A scuola non ho problemi e sono bravissima in matematica, la più brava della classe. In italiano invece vado così così perché in tutti i temi ci metto la danza e la maestra è stufa, dice che sono monotona. A casa tutto fila liscio: Tecla, una nostra vicina, aiuta me e papà nelle pulizie e a fare da mangiare, e poi ci sono i nonni, che fanno a gara per non lasciarmi sola, e la zia Giovanna, che fa la hostess e mi porta sempre un sacco di cose curiose dai suoi viaggi.

Come il libro che ha comprato nella libreria che c’è vicino al Covent Garden, il teatro più importante di Londra. È in inglese, ma le fotografie sono bellissime, e papà per tanto tempo me ne ha letto un pezzetto alla sera prima di addormentarmi. Era la mia favola. E lui era contento così, perché aveva paura di essere meno bravo della mamma a raccontarmi le fiabe della buonanotte.
2
Tre sorprese da Parigi

COME VI HO DETTO, adesso che frequento la scuola di ballo sono proprio contenta. Ci vado due volte alla settimana per un’ora. Non è molto, lo so, ma nella mia camera ho spostato il letto e una cassettiera, una fatica!, e ho sistemato un materassino, dove faccio gli esercizi a terra, e un appoggio sul muro per fare il plié e il grand battement.
Insomma, fino a poco tempo fa andava tutto bene: la scuola, i compiti, i pranzi domenicali con i nonni, quell’uragano di zia Giovanna… e il papà tutto per me.
E così è stato fino a quando lui non è andato a Parigi.
Era partito mogio mogio. Davanti alle mie insistenze per accompagnarlo, aveva risposto: – È un congresso, ti annoieresti, e io non avrei il tempo di portarti né al teatro dell’Opera, né a vedere la Tour Eiffel, né tantomeno a Eurodisney. Passerò tutti i giorni chiuso in una sala congressi, e alla sera gli organizzatori ci porteranno a cene di lavoro e concerti noiosissimi.
– Ma potrebbe venire con noi anche la nonna, o magari la zia Giovanna potrebbe prendere tre giorni di ferie… sarebbe bellissimo! – l’avevo supplicato.
– No, non è possibile, almeno per questa volta. C’è la scuola, e poi fra poco finisce il quadrimestre… Parigi non è lontana, ci andremo un’altra volta e ti porterò all’Opera a vedere Sylvie Guillem (che è la mia ballerina preferita).

Non ho saputo che cosa rispondere, ma il mio istinto continuava a dirmi che dovevo accompagnarlo. Già, ma come facevo? Anche a mettere insieme tutte le paghette settimanali non sarei mai riuscita a pagarmi il biglietto…
E così sono rimasta a casa, coccolata e ben nutrita, certo, ma triste, tanto triste.
Poi papà è tornato, e da Parigi ha portato tre sorprese. E che sorprese!
Ascoltate:
1°: un bellissimo poster di Rudolf Nureyev che mi sono appesa subito in camera.
2°: un paio di scarpine ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- 1. Ho un sogno...
- 2. Tre sorprese da Parigi
- 3. Non ho bisogno di una mamma...
- 4. ...Però ho bisogno di un amico!
- 5. Il nostro segreto
- 6. Una palestra tutta nostra
- 7. L’ho combinata grossa!
- 8. Piedi in dentro o piedi in fuori?
- 9. Max e Daniele
- 10. Palcoscenico... aspettami!
- Come iniziare a trasformare un sogno in realtà
- Indice