Ulysses Moore - 6. La prima chiave
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Ulysses Moore - 6. La prima chiave

  1. 304 pagine
  2. Italian
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Ulysses Moore - 6. La prima chiave

Informazioni su questo libro

Ulysses Moore è vivo ed è sempre stato a Villa Argo, sotto gli occhi di Jason, Julia e Rick. Ma ora i ragazzi devono affrontare un altro problema: dopo aver varcato la Porta del Tempo di Kilmore Cove, Jason e Julia sono intrappolati nel Medioevo e dovranno a tutti i costi trovare la Prima Chiave, l'unica in grado di riportarli indietro...

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Informazioni

Anno
2010
eBook ISBN
9788858500743
Print ISBN
9788838432965
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Era una luminosa notte stellata. Il cielo, immenso e silenzioso, avvolgeva lo sconfinato orizzonte di un altopiano, chiuso dai denti aguzzi delle montagne.
Là, invisibile a chi non conoscesse la strada per raggiungerlo, sorgeva il Giardino del prete Gianni: un grande castello arroccato su una rupe. I tetti merlati, gli archi, le scale, le cisterne e le mura si stringevano tra loro come bambini spaventati. Attraverso gli spifferi delle finestre piombate, le correnti d’aria colmavano gli spazi vuoti dei lunghi corridoi. Il castello vibrava piano. Attraverso le grate sotterranee baluginavano pallidi bagliori d’acqua. Nei camini accesi arrossivano le braci. Dai comignoli si alzavano pigri svolazzi di fumo. I pavoni del grande giardino erano acquattati davanti al portone del loro signore, come farfalle troppo cresciute.
Da una certa finestra, discosta dal castello, trapelava un forte bagliore, che lasciava intuire una grande stanza illuminata da candele. Un uomo, in piedi dietro al davanzale, contemplava la processione di archi crudeli che si inseguivano al di là di un cortile. Tormentandosi la barba, rilesse il messaggio sul lungo pezzo di stoffa che aveva srotolato ai suoi piedi. Era davvero uno strano oggetto: una specie di incrocio tra un tappeto e quello che, mille anni dopo, si sarebbe chiamato “telegramma”.
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Diceva:
Cia0 Vecchi0!
Stai per ricevere visite non ?esiderate ?a Villa Arg0.
Stop.
Fai c0ntr0llare la porta del temp0.
Stop.
E ferma Oblivia una volta per tutte.
Tu0 affezionat0 amic0.
Peter
Le candele della stanza vibrarono, segnalando l’apertura dell’unica porta. L’uomo riconobbe il viso spigoloso della sua assistente cinese. Si inchinarono uno al cospetto dell’altra.
– La tua segnalazione era esatta – disse la donna. – I soldati hanno arrestato due intrusi.
– Due? – mormorò l’uomo, pensieroso.
Trascinò il lungo rotolo di stoffa fino al camino e lo gettò tra le fiamme. La stoffa si annerì, lanciando del fumo nero nella cappa.
– Allora dobbiamo partire entrambi, amica mia. E sarà un viaggio lungo, temo.
La sua voce sembrava carica di un certo numero di brutti ricordi, parte dei quali inconfessabili.
La fiamma viva del camino lanciava lingue dorate.
L’assistente cinese fece un breve inchino. – Preparo le mie cose.
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L’uomo aspettò di essere di nuovo solo, poi spense tutte le candele tranne una. Scostando un arazzo, infilò la mano in una nicchia, fece attenzione a non far scattare nessuna delle trappole che la proteggevano e ne tirò fuori una scatola di legno intarsiata di motivi dorati. La serratura di smalto scattò.
Dentro c’erano numerose chiavi, tutte con l’impugnatura a forma di animale. Ma ne mancavano quattro: la chiave dell’alligatore, del picchio, della rana e dell’istrice.
L’uomo ne fu sorpreso. – Come è possibile? – si domandò, controllando ancora nella scatola.
Incapace di darsi una risposta, spense l’ultima candela che aveva lasciato accesa e scomparve nel buio.
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Jason, fermando sua sorella, esclamò: – Ssst! Julia era a metà esatta degli scalini. – Che cosa c’è? –. Ma la pressione della mano del gemello la convinse a non fare altre domande.
La scala che avevano imboccato era buia, con le pareti strette e il soffitto immerso nell’oscurità. Una torcia crepitante ardeva in cima ai gradini, accanto a un grande portone chiuso dal quale proveniva un rumore metallico: mani indaffarate con il chiavistello.
I gemelli si guardarono rapidamente intorno: i gradini che avevano percorso non offrivano ripari di alcun tipo, e quelli ancora da salire erano troppi per poter raggiungere la porta e nascondersi nelle sue vicinanze. L’unico nascondiglio possibile erano due nicchie ai lati della scala, che ospitavano due grandi vasi panciuti e colmi di vegetazione.
Jason indicò il primo a sua sorella e scelse l’altro per sé.
Julia strisciò nella sua nicchia, rintanandosi nell’esiguo spazio tra il vaso e il muro. Jason, invece, scavalcò il vaso tutto d’un colpo, facendo frusciare la vegetazione e precipitando dall’altra parte con un rumore sordo. Nonostante il male che doveva essersi fatto, non emise nemmeno un gemito.
Il portone in cima alle scale si aprì in modo teatrale, con un fracasso di borchie metalliche sbattute contro la parete. Una cascata di luce piovve sui gradini, gettando macchie dorate che arrivarono a lambire le due nicchie. Julia riconobbe la scarpa di Jason sporgere dal vaso davanti al suo, ma non riuscì ad avvertire il fratello: in cima alla scala era comparsa la sagoma di un uomo robusto, che cominciò a scendere i gradini a due a due. La ragazza si nascose più a fondo nel suo rifugio, pregando che non si accorgesse di loro.
– Piano, Zan-Zan! – esclamò l’uomo con voce tonante. – Vuoi svegliare tutto il castello?
Zan-Zan accostò il portone senza chiuderlo e seguì il suo compare giù dalla scala.
– Hai preso tutto? – le chiese lui, senza aspettarsi una risposta.
Zan-Zan reggeva sulle spalle un grande sacco di seta blu, chiuso da due robuste corde da viaggio.
– E abbiamo messo le trappole? – continuò l’uomo.
Di nuovo, la donna non rispose.
– Gli aironi? Gli spifferi? E i conigli? Mmm… sì. Il laboratorio è al sicuro.
Passarono accanto ai vasi. La luce della torcia ondeggiò e, per la prima volta, la donna parlò: – Un attimo… – mormorò, fermandosi.
Julia chiuse gli occhi e si nascose il volto tra i pugni chiusi. – Fai che non ci vedano… fai che non ci vedano… – cominciò a pregare, con tutta l’intensità di cui era capace.
Zan-Zan si avvicinò al vaso dietro cui si nascondeva Jason, e di fianco al quale svettava la sua scarpa da ginnastica.
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– Fai che non lo vedano… fai che non lo vedano… – prese a implorare Julia.
Zan-Zan era una cinesina molto piccola, con un buffo cappello rotondo e una mantellina blu che si avvolgeva intorno al collo per poi allargarsi come una campana. L’uomo aveva invece tratti occidentali: ben piantato, non troppo alto, barba scura, un lungo saio da monaco e delle scarpe decisamente fuori luogo. Julia lo guardò con attenzione, sicura di essere stata ingannata dalla luce ballerina del fuoco, ma alla fine si convinse: l’uomo indossava un paio di logore Nike.
Zan-Zan infilò una mano nel vaso, fece frusciare la capigliatura verde della pianta e raccolse una manciata di fiori di camomilla.
– Non ero sicura di averne presa abbastanza – disse.
Il suo compare annuì. – Muoviamoci. Non abbiamo molto tempo.
I due ricominciarono a scendere i gradini.
Julia si sporse in avanti quel tanto che bastava a osservarli: il monaco con le scarpe da ginnastica aveva sulla schiena un grande e logoro zaino da viaggio, tenuto allacciato da decine di cinghie di cuoio. E aveva un viso che a Julia parve di aver già visto da qualche parte.
Quando la luce della loro torcia scomparve alla base delle scale, la ragazza strisciò fuori dalla nicchia e chiamò suo fratello. – Se ne sono andati! – lo avvertì, gattonando dall’altra parte.
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– Uuuuuh! – si lamentò allora Jason, con un filo di voce. – Che botta!
– Vieni fuori! – gli consigliò Julia.
– È una parola… – mormorò lui, cercando di spostarsi in una direzione o nell’altra.
L’oscurità e la forma panciuta del vaso impedirono a Julia di capire in che modo fosse incastrato lì dietro, ma dal numero di gemiti dedusse che doveva trattarsi di un incastro piuttosto complicato.
Infine Jason emerse dal lato sinistro, recuperò la scarpa scivolata chissà come nell’angolo opposto e si spazzolò i capelli pieni di foglioline e ragnatele.
– Quella nicchia è una vera trappola – dichiarò.
Dopo un breve consulto sull’opportunità o meno di seguire quei due, Jason e Julia decisero che era troppo pericoloso.Volevano per prima cosa cercare di capire qualcosa sul luogo in cui si trovavano.
Salirono così la porzione di scala che mancava e raggiunsero il portone che si trovava alla sommità.
– Quei due parlavano di un laboratorio – disse Julia, all’ultimo gradino.
– Ho sentito.
– E di trappole.
– E di aironi, spifferi e conigli. Ho memorizzato.
– Che cosa potrebbe significare?
– Non ne ho idea –. Jason osservò la porta, alta tre volte lui, e provò a muoverla. – Ma noi abbiamo altro da fare. Dobbiamo trovare Black Vulcano il prima possibile. E tornare a Villa Argo prima che mamma e papà si accorgano della nostra scomparsa. Allora, sappiamo che Black si è rifugiato in questo posto dopo aver raccolto tutte le chiavi di Kilmore Cove…
– Compresa la Prima Chiave – lo interruppe Julia, con un filo di tensione. – E dobbiamo anche trovare Rick.
– Tranquilla. Starà benissimo, vedrai.
– Ma…
– Non preoccuparti per Rick. Quando torneremo a Kilmore Cove, sarà lì ad aspettarti, e… –. Jason sporse le labbra in fuori in un ridicolo bacio.
– Stupido – lo spintonò lei.
Il fratello appoggiò le dita sul profilo della porta e la strattonò dolcemente verso di sé. – Non l’hanno chiusa bene – disse aprendo uno spiraglio sufficiente a passare oltre.
Julia si morse il labbro. – Jason, hai notato le scarpe?
– Ah ah… – commentò lui, pensando a tutt’altro.
Superata la porta, si ritrovarono su una grande terrazza merlata, al centro della quale crepitavano i resti di un falò. Sul lato sinistro, un camminatoio percorreva zigzagando le mura di una cittadella fortificata. Macchie di luce, simili a frutti infuocati, punteggiavano altrettante terrazze, disposte a intervalli regolari una dall’altra.
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Con una sola occhiata, Jason ne contò almeno venti.
L’aria notturna era secca, per nulla fredda. Il cielo, illuminato da una grande luna piena che stava sorgendo all’orizzonte, mandava bagliori di perla.
– Mi stai ascoltando?
– Certo – rispose Jason alla sorella, raggiungendo il parapetto merlato delle mura e insinuando lo sguardo per dare un’occhiata in basso.
Fu questione di un secondo, poi il ragazzo fece un rapido dietrofront. – Oh cavolo!
Julia gli scivolò accanto. E si sentì rapire il fiato da una sensazione di vuoto. La terrazza si apriva su uno strapiombo senza fine. Non c’era assolutamente niente davanti e sotto di loro, se non il buio. Per metri e metri non si distingueva altro che tenebre verticali, vibranti e sospese.
– Accidenti… – mormorò. – Siamo in alto, eh?
Al contrario di Jason, però, la ragazza riuscì a dominare le vertigini e a comprendere meglio la topografia del luogo in cui si trovavano. La cittadella del castello era distesa sul ciglio dello strapiombo come un grande serpente addormentato, accovacciato sulla sommità. Oltre le mura, si apriva un salto di qualche centinaia di metri che proteggeva una vallata. E, alla base dello strapiombo, brillavano alcune luci lontane, affastellate le une sulle altre come formiche. Provenivano da una piccola cittadina arroccata sotto le rocce.
– Jason, ci sei ancora?
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Il volto del ragazzo, lattiginoso alla luce del falò, era di un pallore spettrale.
– Tutto bene? – gli domandò la sorella.
– Sì, certo – mentì lui, cercando di darsi un contegno. – Perché me lo chiedi?
– Hai avuto le vertigini? – insistette sua sorella.
Jason incrociò le braccia con una certa fierezza. – Ma vuoi scherzare?
– Ehi, hai visto che salto? Saremo a cento, duecento metri da terra. Circa due, tre volte la scogliera di Villa Argo…
– Julia, per favore… – la supplicò il gemello, impallidendo ancora di più. – Non credo di… sentirmi molto… bene.
Julia corse a sorreggerlo. – Ti gira la testa?
– Un po’. E anche… lo stomaco.
– Vertigini.
– Non è possibile! Io non soffro di vertigini. Non mi era mai successo di…
– Può essere una cosa momentanea. Magari dopo che sei caduto…
– Può essere… –. Le gambe di Jason furono attraversate da un rapido tremore e la sorella lo accompagnò verso la parete più interna delle mura.
– Appoggiati qui. Palmi delle mani aperti. Va tutto bene! Senti quanto è solida questa pietra: non può succedere niente. E poi quello non è un vero strapiombo. È solo… un saltino.
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– Julia… – gemette il fratello. E indicò qualcosa davanti a sé.
– Cosa? – domandò lei. Poi: – Oh cavolo! – saltò su, portandosi le mani alla bocca.
A pochi passi da loro c’era un morto. Era vestito come un soldato medievale, ed era appoggiato al muro del camminatoio, il capo reclinato su una spalla, le gambe lunghe e distese, le braccia serrate attorno al...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. 1. L’ultima candela
  5. 2. La scala
  6. 3. Le campane di St. Jacobs
  7. 4. Dagoberto degli Scaltri dei Tetti
  8. 5. Lucchetto Nero
  9. 6. L’archivio di Mister Marriet
  10. 7. Il Maestro di Torce
  11. 8. La confessione
  12. 9. Il Laboratorio Tonante
  13. 10. La stanza di pietra
  14. 11. Una cella per quattro
  15. 12. La grande estate di Kilmore Cove
  16. 13. Sotto il parco
  17. 14. Il fossato delle carpe
  18. 15. Racconto in… nero
  19. 16. Gli sconosciuti
  20. 17. Guardie e ladri
  21. 18. Corse
  22. 19. Padri e figlie
  23. 20. Il signore dei cunicoli
  24. 21. Campo delle lucciole
  25. 22. Alla ricerca dell’eterna giovinezza
  26. 23. Il mattino
  27. 24. La fotografia di classe
  28. 25. L’ultimo diario
  29. 26. Vacanze a Venezia
  30. Indice