Ci vediamo a casa, subito dopo la guerra
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Ci vediamo a casa, subito dopo la guerra

  1. 272 pagine
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Ci vediamo a casa, subito dopo la guerra

Informazioni su questo libro

Olanda, 1943. Al riparo da occhi indiscreti, Lieneke legge e rilegge la lettera dello zio Jaap, fino a impararla a memoria, prima che venga distrutta, come le precedenti, affinché non cada nelle mani sbagliate. Nessuno deve sapere che Jaap in realtà non è suo zio, ma suo padre. E che lei non si chiama Lieneke, bensì Jacqueline: un nome che ormai appartiene al passato, a una vita precedente in cui poteva andare a scuola con le amiche di sempre, passeggiare nel parco e correre in bicicletta. Senza una stella gialla appuntata sul petto. Tutto è cominciato con il "gioco dei nomi", quando la mamma ha spiegato a lei e alla sorellina più grande che tutti i membri della famiglia non si sarebbero più chiamati come prima. C'erano anche altre regole da rispettare: fuggire da Utrecht, separarsi e nascondersi. E non dire a nessuno di essere ebrei. Da quel giorno, la sopravvivenza della famiglia dipende dall'aiuto della resistenza olandese. Lieneke, che ha dieci anni, vive in un villaggio con un certo dottor Kohly e sua moglie, che fingono di essere i suoi zii. Le piace aiutare il dottore a preparare le medicine nel retro della farmacia, il cui odore le ricorda quello del laboratorio dove, prima dell'entrata in vigore delle leggi razziali, lavorava il suo papà. Lui, scienziato dal cuore d'artista, riversa ora il suo talento sui biglietti che manda a Lieneke, con quei disegni colorati e buffi che tengono accesa la speranza di una vita normale. Sarà proprio quella corrispondenza segreta ad aiutare la bambina a sopportare la fame e la paura, il freddo e la lontananza dai suoi cari. E a farle mormorare con convinzione ogni sera, prima di addormentarsi: "Ci vediamo a casa, subito dopo la guerra".

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Informazioni

Anno
2010
Print ISBN
9788856602197
eBook ISBN
9788858501801

Capitolo 1
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Il medico del villaggio consegnò a Lieneke la prima lettera subito dopo averle insegnato a preparare lo sciroppo per la tosse. Si trovavano nella stanza sul retro della farmacia, vicino al grande tavolo da lavoro, e Lieneke non sospettava che nella tasca interna della giacca nera del dottor Kohly si trovasse una lettera del suo papà. Era tutta concentrata a preparare la medicina: pesò la polvere sulla bilancia, misurò l’acqua, mescolò i due componenti in una bottiglia di spesso vetro verde, la tappò con un turacciolo di sughero e prese a scuoterla.
Era una medicina facile da preparare, ma Lieneke ne era comunque soddisfatta; le faceva piacere aiutare il dottore, e poi sentiva che lui ora riponeva più fiducia in lei. Le aveva affidato qualche lavoro nella farmacia già in passato: disinfettare bottiglie, staccare vecchie etichette, scriverne di nuove e persino avvolgere pillole e miscele in polvere in una carta sottile. Ma fino a quel giorno non le aveva mai permesso di preparare da sola un medicinale. “Da grande,” pensava “studierò medicina o farmacia, e preparerò farmaci sempre più complessi.” Forse avrebbe finalmente scoperto la cura per guarire la malattia della sua mamma. A meno che qualcuno non la trovasse prima, pensò, e si disse: “Magari”.
Il dottor Kohly le aveva chiesto di agitare bene la bottiglia, affinché tutta la polvere si sciogliesse senza lasciare grumi. «Gli uomini sono buffi» aveva aggiunto, col viso sottile serio come sempre. «Vedendo dell’acqua nella medicina sarebbero capaci di pensare che è allungata e inefficace. Invece l’acqua è essenziale; se non ci fosse, la polvere non potrebbe agire.»
Lieneke scosse energicamente la bottiglia e poi, una volta sicura che non contenesse grumi, la consegnò al dottore. Con le dita affusolate il dottore sollevò la bottiglia di fronte alla finestra, perché i pallidi raggi del sole ne illuminassero il contenuto. Socchiuse gli occhi per esaminare meglio il liquido.
«Ottimo,» approvò «lo sciroppo è denso e omogeneo. Puoi incollarci l’etichetta.»
Con la sua calligrafia tonda, Lieneke scrisse: SCIROPPO PER LA TOSSE. ISTRUZIONI PER L’USO: PRENDERE DUE-TRE VOLTE AL GIORNO. Incollò l’etichetta e mise da parte la bottiglia.
«Sai, Lieneke,» disse il dottor Kohly con voce gentile «se si sapesse in giro che sei tu, e non io, a preparare lo sciroppo, la gente penserebbe che non è buono, il che è decisamente stupido. Tu lo prepari secondo le mie istruzioni, con grande precisione e non meno bene di me.»
Lei gli rivolse un sorriso, augurandosi che tutte le bottiglie di sciroppo che avrebbe preparato in futuro le riuscissero altrettanto bene, che nessuna le cadesse di mano, che l’acqua non finisse per terra, la polvere non si spargesse; insomma, che tutto andasse liscio e il dottore avesse conferma che faceva bene a fidarsi di lei.
Il dottor Kohly le ricordò che, quando sentiva qualcuno entrare nell’ambulatorio o nella farmacia, doveva restarsene nel retro in silenzio, badando bene a non sussurrare, a non tossire e a non canticchiare.
«Meglio non destare sospetti» spiegò, e Lieneke si rese conto che non si riferiva solo al lavoro nella farmacia, che andava nascosto affinché nessuno mettesse in dubbio la qualità dei medicinali e la serietà del dottore. Aveva altre ragioni per temere i sospetti della gente.
Il dottore si spostò nella stanza anteriore e, sentendo il tintinnio del campanello di latta arrugginita appeso con un cordoncino colorato all’uscio, Lieneke capì che aveva aperto la porta d’ingresso. Un soffio d’aria gelida penetrò all’interno, raffreddando le due stanze. Fuori, l’uomo si guardò intorno e, poco dopo, chiuse la porta ed entrò di nuovo nella stanza sul retro.
«Lieneke,» disse, estraendo una busta dalla tasca della giacca «ho una cosa per te.» Sorpresa, la ragazzina posò sul tavolo la boccetta e gli prese la busta dalle mani. Capì subito chi l’aveva spedita, ma era talmente emozionata che non riuscì ad aprirla.
Il dottore avvicinò una sedia al tavolo e le fece segno di sedersi. «È una lettera dello zio Jaap» la informò.
Lei la strinse forte tra le mani.
«Leggila pure con calma… e poi restituiscimela» proseguì.
Gli occhi azzurri di Lieneke lo fissarono con aria interrogativa.
«Dovrò riprendere la lettera» le spiegò. «Ti renderai certamente conto che non puoi tenerla; non deve assolutamente cadere nelle mani sbagliate. Perciò, per sicurezza, per non correre rischi, quando avrai finito di leggere la riprenderò.»
Dopo di che l’uomo uscì e Lieneke guardò di nuovo la busta. Un piacevole tepore la invase mentre l’apriva. Conteneva una lettera scritta e illustrata dal suo papà, rilegata come un libricino. Lesse attentamente le frasi, che le risuonavano in testa con la voce profonda del papà, e guardò i disegni. La riportavano a giorni lontani, a prima della guerra; poi rilesse tutto dall’inizio.
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Una chiacchierata con Lieneke
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Quattro chiacchiere con disegni
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1. Ottobre 1943
Cara Lieneke,
Eccomi seduto al tavolo con la penna in mano;
di fronte a me c’è Jeanne.
Naturalmente sta sferruzzando un gilet per Lieneke. Riconosci i quadri appesi alle pareti? Li hai dipinti tu: sono il calendario con i funghi e il disegno del campanile del duomo di Utrecht.
Ora voglio scriverti una lettera.
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2. Ma come iniziare? «Cara Lieneke, come stai? Io sto bene…»
No, neanche per idea: tutte le lettere cominciano così, e la lettera a Lieneke non dev’essere banale. Voglio un inizio speciale, insolito! Va be’, insomma, sarà senza inizio… Anche da te il tempo è così gradevole? Pensavo che avresti mandato una lettera per il compleanno di Liesje. Te ne sei dimenticata, o non sapevi l’indirizzo? Che ne dici di scriverle per la festa di san Nicola? Quella festa è un po’ un compleanno per tutti i bravi bambini. Per concludere, Lieneke, un bacino da Jeek.
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3. Benone, questa lettera l’ho finita. È ben scritta, senza errori né macchie. Mi sono decisamente tolto un peso dal cuore. Adesso non abbiamo altro da scriverci, perciò si può fare una chiacchieratina. Su cosa?
Vorrei che mi raccontassi della scuola, ma come faccio a sentirti? Prendi un grosso foglio, un calamaio pieno e una penna nuova…
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4. Chiedi di non andare a scuola per un giorno e scrivimi una lunga lettera con tanti disegni!
Io ti manderò una risposta… e così via, avanti e indietro, finché al postino girerà la testa.
Sono già in attesa della tua prima lettera illustrata.
Salutami la zia, lo zio e la cagnetta Vera, e per te un bacio da Jeek.
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Capitolo 2
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“Cara Lieneke” lesse lentamente fra sé e sé. “Eccomi seduto al tavolo con la penna in mano; di fronte a me c’è Jeanne. Naturalmente sta sferruzzando un gilet per Lieneke”. Lieneke riguardò il disegnino che accompa-gnava le parole: il papà e la mamma seduti uno di fronte all’altra. Sentì una stretta di nostalgia al cuore. Da quanto tempo non li vedeva!
“Riconosci i quadri appesi alle pareti?” chiedeva suo padre nella lettera. Che domanda! Sorrise. Il papà aveva persino copiato in piccolo i quadretti che lei aveva disegnato qualche anno prima, e che stavano appesi nella loro cucina, a Utrecht. A quel tempo la mamma, il papà, le tre sorelle e il fratello vivevano tutti insieme in quella casa. Chissà chi ci abitava adesso, si domandò per un attimo, prima di proseguire la lettura.
La proposta del padre le piacque: lui le avrebbe spedito delle lettere illustrate, e lei avrebbe fatto lo stesso in risposta, come diceva: “E così via, avanti e indietro, finché al postino girerà la testa…”. Che papà speciale, pensò, e rise a bassa voce davanti al disegno del postino con il capogiro. Che caro a firmare la lettera “Jeek”, come lei lo chiamava da piccola, quando non era ancora capace di pronunciare il suo nome, Jacob, né l’abbreviazione Jac, né la versione olandese Jaap, o il nomignolo più affettuoso, Jaapje.
Il campanello all’ingresso della farmacia suonò, Lieneke ripiegò la lettera e se la infilò nella tasca del grembiule.
Udì la voce di Corrie van Laar, che entrava strascicando le gambe pesanti.
«Buon pomeriggio» la signora Van Laar salutò il medico con la sua voce anziana.
«Buon pomeriggio a lei» le rispose la voce gentile del dottor Kohly. «Va tutto bene? Jan sta bene? Serve che venga a visitarlo?»
«No» rispose la donna battendo le nocche sul bancone di legno, contro il malocchio. «Non sono venuta per chiamarla.»
«Ha forse bisogno di una medicina?» proseguì lui.
«No.»
Dall’altra stanza Lieneke sentì un rumore sordo e immaginò che l’anziana contadina avesse lasciato cadere sul vecchio bancone un involto di stoffa. Doveva contenere quattro, forse anche cinque patate grigie e gelate. «Questo è per ringraziarla. Jan si sente meglio, i suoi polmoni non fischiano più» lo informò, e dopo un momento aggiunse: «Vorrei poter pagare di più».
«Va benissimo così» rispose il dottore. Lieneke sapeva che aveva avvicinato il naso alle patate e le stava annusando. Annusava sempre tutto, fosse una ferita, un tavolo, un cane o del cibo.
Prima di uscire, la signora aggiunse: «Mi saluti la signora Kohly e sua nipote Lieneke».
Il dottor Kohly aveva raccontato alla gente del villaggio che Lieneke era sua nipote. Aveva detto che, come molti altri, anche Lieneke si era trasferita in paese perché in città si faceva la fame. In parte era vero, e in parte no: Lieneke era effettivamente arrivata da una città dove si soffriva la fame, ma non era quella la ragione del suo trasferimento, e lei non era la nipote del dottore. Di fatto, prima di andare a vivere in casa sua, qualche mese prima, non l’aveva mai incontrato. Non aveva nemmeno sentito il suo nome, che per esteso era dottor Henri Kohly; per gli amici, Hein. Era il medico del piccolo, remoto villaggio di Den Ham, e gli abitanti del paese lo rispettavano. Lui li curava con delicatezza e dedizione e, malgrado fosse molto affaccendato e preoccupato, non perdeva mai la pazienza di fronte ai dolori e alle lamentele dei pazienti. A differenza di Vonnette, la sua sorridente moglie svizzera, il dottor Kohly aveva un’espressione severa: solo di rado sul suo volto serio si faceva largo un vero sorriso. Nel villaggio nessuno doveva sapere che, oltre a curare i malati, assistere le partorienti e preparare le medicine, quel medico condotto serio e gentile era anche membro della resistenza olandese.
Lieneke fece un respiro profondo, per meglio inspirare l’odore della farmacia. Gliene ricordava un altro, altrettanto penetrante: quello del laboratorio di suo padre ai tempi in cui era il direttore scientifico del grande ospedale dell’università di Utrecht e faceva ricerche sulle malattie trasmesse dagli animali agli uomini. A volte, quando andava al laboratorio di sabato o domenica – per controllare l’andamento di un esperimento in atto nelle piccole, trasparenti piastre di Petri – proponeva a lei e a sua sorella Rachel di accompagnarlo. Rachel non ci teneva particolarmente: preferiva trascorrere le giornate libere con i bambini del vicinato, correre per i ponti, arrampicarsi sulle staccionate, e in inverno, quando l’acqua ghiacciava, pattinare sui canali. Non le piacevano le stanze chiuse. Lieneke, invece, non amava correre, non amava arrampicarsi per steccati e ponti, e non si divertiva se l’acqua ghiacciava.
«Sei un vero impiastro» si lamentava sua sorella. S’irritava particolarmente quando Lieneke si univa a lei e ai bambini del vicinato, perché Lieneke si bloccava sempre davanti alle staccionate. Aveva paura di saltare e cadere e, per colpa sua, Rachel perdeva tempo. «Peccato che non sei rimasta a casa,» la sgridava la sorella, «mi fai vergognare.» Ma finiva comunque sempre per invitarla.
Lieneke preferiva stare al chiuso. Aveva perfino una lista delle stanze più amate: innanzitutto quelle della casa, in particolare la camera dei genitori, per via del grande letto e del bel comò con i cassettini nascosti, nei quali le piaceva sussurrare desideri e segreti. Ogni volta che Rachel la sorprendeva a borbottare nei cassetti, commentava: «Insomma, pazzarella, la pianti di parlare ai mobili?». Ma Lieneke non le dava retta.
Le piaceva anche il soggiorno, con i tendaggi di velluto dietro ai quali ci si poteva sedere – sul davanzale della finestra – ad ascoltare cosa succedeva nella stanza, e il balcone quadrato che sporgeva dalla sua camera. Nelle lunghe giornate e...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Capitolo 1
  5. Capitolo 2
  6. Capitolo 3
  7. Capitolo 4
  8. Capitolo 5
  9. Capitolo 6
  10. Capitolo 7
  11. Capitolo 8
  12. Capitolo 9
  13. Capitolo 10
  14. Capitolo 11
  15. Capitolo 12
  16. Capitolo 13
  17. Capitolo 14
  18. Capitolo 15
  19. Capitolo 16
  20. Capitolo 17
  21. Capitolo 18
  22. Capitolo 19
  23. Capitolo 20
  24. Capitolo 21
  25. Capitolo 22
  26. Capitolo 23
  27. Capitolo 24
  28. Capitolo 25

Domande frequenti

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