Harry è un ragazzino di quattro anni, il più piccolo di cinque fratelli. Il padre, un ebreo immigrato dalla Polonia, lavora alle manifatture tessili, sperperando gran parte del suo salario al pub e sfogando sui figli la rabbia per una vita di stenti. La madre manda avanti la famiglia come può, ricorrendo a mille espedienti. La loro povera casa si allinea con altre simili su una strada di ciottoli di una cittadina industriale nel nord dell’Inghilterra. Una strada come tante, ma solo in apparenza, perché al suo centro scorre un muro invisibile: gli ebrei da una parte, i cristiani dall’altra. Due mondi con usanze, credenze, pregiudizi diversi si fronteggiano, quasi non fossero parte di un’unica realtà, quella della miseria.
La Prima Guerra Mondiale incombe, e con essa eventi che cambieranno per sempre la vita della famiglia, e quella della strada. Ma solo l’amore contrastato di Lily, la sorella maggiore di Harry, per Arthur, un ragazzo cristiano, sarà in grado di aprire una crepa nel muro, lasciando filtrare un raggio di luce.

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Il muro invisibile
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9788856609677
PARTE SECONDA
Capitolo Sette
«Mia cara suocera, caro suocero, cognato e cognate e bambini tutti, solo qualche riga per farvi sapere che noi stiamo tutti bene e spero sia altrettanto di voi.» La lettera per l’America che mia madre mi stava dettando cominciava così, come tutte le altre. Si fermò un momento, per lasciarmi il tempo di scrivere, con la penna che raschiava la carta. Avevo sette anni e ormai avevo imparato a leggere e scrivere rapidamente, e a compitare lettera per lettera. Ero divenuto, si può dire, lo scrivano ufficiale della famiglia. Il compito era passato prima da Lily a Rose, e poi a Joe e Saul; ora toccava a me.
Era una sera d’estate e in cucina eravamo solo mia madre e io. Potevo sentire le voci e gli strilli dei bambini che giocavano in strada, e forse ero un po’ invidioso, forse avrei desiderato potermene stare con loro all’aperto. Ma non più di tanto. In realtà, mi piaceva scrivere le lettere per l’America. Ero arrivato a provare anch’io lo stesso desiderio di andare laggiù che nutriva mia madre, e ogni nuova lettera sembrava un altro passo sulla strada da fare per raggiungere i nostri parenti lontani.
Mentre aspettavo che mia madre riprendesse a dettare, intingevo il pennino nel piccolo calamaio blu, mettendo nell’impresa la massima attenzione, memore delle molte sgridate subite dalla mia insegnante di terza, la signorina Daniel, e dei colpi di righello che ci infliggeva puntualmente sulle nocche delle dita, quando passava fra i banchi e si accorgeva con orrore che prendevamo troppo inchiostro nel pennino e macchiavamo il foglio. Io ero forse uno dei peggiori della classe. La mia calligrafia era un illeggibile scarabocchio che percorreva di sbieco la pagina del quaderno, e di solito uscivo dalla lezione con mani e faccia macchiate d’inchiostro, e con le nocche doloranti per i colpi ricevuti.
Sarebbe stata la stessa cosa alla fine di quella lettera. Già avevo fatto cadere un’enorme goccia d’inchiostro sulla carta, non appena avevo estratto la penna dal calamaio, e avevo dovuto tamponarla con la carta assorbente prima che mia madre potesse continuare. Ora eravamo pronti a proseguire.
«Spero solo,» dettò lei «che questa lettera vi arrivi sana e salva. Con questa terribile guerra in corso, e i tedeschi che affondano le nostre navi una dopo l’altra, non si può mai dire. Ma con l’aiuto di Dio speriamo che giunga fino a voi. Non vorrei perdere i contatti con voi, poiché siete gli unici parenti che ho, e mi siete tutti molto cari...» La commozione le incrinò la voce e io dovetti aspettare, un po’ a disagio, mentre lei si asciugava gli occhi con un fazzoletto. Riprese, comunque, poco dopo. «So che vi piace ascoltare le ultime notizie della cara vecchia strada. Molte cose sono accadute dall’ultima volta che vi ho scritto. Ce ne sono stati di cambiamenti, con la guerra. Intanto la signora Turnbull non ha più i suoi pensionanti con cui bere un goccetto. Sono tutti andati a combattere, così non dobbiamo più preoccuparci che siano ubriachi il sabato sera e ci insultino per la strada. E presumo che al suo povero marito non dispiaccia troppo che siano andati via, perché ora lei si ricorda di riportarlo in casa la notte. E suppongo che anche gli Harris siano sollevati dalla loro assenza, sebbene abbiano un’altra pena. L’esercito si è preso Sam. Era mezzo cieco, lo sapete, ma l’hanno arruolato lo stesso. Il mese scorso è venuto in licenza e la sinagoga ha dato una festicciola per lui. Era la sera prima che tornasse al fronte. Il povero ragazzo si è alzato per fare un discorso, ma non ci è riuscito, perché si è messo a piangere e tutti hanno pianto con lui. Non voleva tornare indietro, ma, naturalmente, lo doveva fare.
Bene, vi racconterò di un uomo della nostra strada che desiderava veramente partire. Si tratta del signor Finklestein, il nostro vicino di casa. Ricordate come i nostri vicini si azzuffassero continuamente e tutte le cose tremende che succedevano a casa loro. Ebbene, non era mai colpa del signor Finklestein. Lui era una persona davvero simpatica. Aveva l’abitudine di venire spesso nel mio negozio, solo per starsene un po’ lontano dalla moglie, il “Soldo di Cacio”, come la chiamavamo noi, perché è tanto piccola di statura. Ed è una vera pazza. Bene, suppongo che anche a lui manchi qualche rotella, ma in senso buono. Quando veniva in negozio, mi chiedeva di fargli un panino al pan di Spagna e aringhe. Io tagliavo a pezzetti un’aringa e mettevo i filetti fra due fette di pan di Spagna, e lui se lo mangiava sospirando, con gusto, mentre il sugo gli colava sulla manica, e diceva “Ah, questa sì che è vita”, come se fosse in paradiso.»
Mia madre rise al ricordo, e risi anch’io, poi lei proseguì, asciugandosi di nuovo le lacrime che le bagnavano gli occhi. La mia penna tornò a raschiare la carta, mentre lei dettava: «Mi manca davvero. Ma si azzuffavano così tanto, e Soldo di Cacio è pazza come sempre, e forse anche di più. Ma c’è stato un cambiamento anche in lei. Ricordate quanto fosse orgogliosa di essere inglese di nascita e come camminasse con il nasino all’insù quando passava davanti a noi, chiamandoci “quegli ebrei russi”? Anche quando eravate qui lei si comportava così. Bene, adesso parla a tutti, e racconta continuamente del marito e di come guidi gli uomini in battaglia e catturi tedeschi e vinca medaglie. Tutti sappiamo che il signor Finklestein è un semplice cuoco in retrovia, ma non diciamo niente, e ci facciamo l’occhiolino l’un l’altro. Uno di questi giorni la porteranno a Macclesfield e la rinchiuderanno in manicomio.
Oh, sì, c’è un altro che è andato a combattere, Freddy Gordon. Vi scrissi già di lui, e di quella terribile volta in cui furono sorpresi lui e Sarah a camminare abbracciati in campagna, e di quanto fossero stati felici gli Harris di averli fermati in tempo e di aver potuto mandare Sarah in Australia. Grazie a Dio lei si è trovata bene laggiù, e prima che la guerra scoppiasse abbiamo saputo che si è fidanzata con un uomo benestante che possiede un emporio a Melbourne. Potrebbe dover aspettare la fine della guerra per sposarsi, ma almeno è salva. Annie Green non è stata così fortunata. È quella ragazza che vive dall’altra parte della strada e ha quel bambino, e tutti pensano che il padre sia Freddy. Lui non è un bravo ragazzo. Non appena Sarah è partita, si è rimesso di nuovo con lei, e presumo che le abbia fatto un sacco di promesse che non ha mai mantenuto. Comunque, adesso è in guerra, e la povera Annie è di nuovo sola, e la madre si rode dalla rabbia. Pensa di essere stata imbrogliata, perché quello che veramente voleva era che Annie sposasse Freddy, così da poter avere la birra gratis tutte le volte che le andava. Sostiene che quello shaygets, come diciamo noi, abbia rotto la promessa...».
«Come si scrive shaygets?» la interruppi.
«Lo chiedi a me?» rispose mia madre, sorpresa. «Come faccio a saperlo?»
«Be’, io non so scriverlo. Che devo fare? Lo chiedo a Lily?»
Mia madre esitò. Non c’era nessuno in casa, esclusa Lily.
Gli altri – Rose, Joe, Saul – erano fuori con i loro amici. Ma Lily era di sopra, nel suo letto, troppo stanca e troppo indisposta per essere disturbata.
Dopo un attimo scosse la testa e disse: «Metti qualcos’altro. Ti riesce scrivere goy?».
«Sì.»
«E allora metti goy.»
Scrissi questa parola e continuammo. «Ora ho alcune notizie veramente tristi da raccontarvi. Riguardano il nostro rabbino e suo figlio Max. Il ragazzo è fuggito. All’inizio si pensò che fosse andato nell’esercito, ma invece non si era presentato e così la polizia è venuta a cercarlo. È stata una terribile disgrazia per il rabbino. Lui è un uomo molto patriottico. Ci ha sempre detto che se l’Inghilterra non ci avesse accolto, potevamo essere tutti perduti. Termina sempre il servizio sacro con “Dio salvi il Re e la Regina”. E ora suo figlio si è rifiutato di prestare servizio militare ed è ricercato dalla polizia. Ma non indovinereste mai dove sia scappato. Questa è la parte peggiore della storia. In Russia. Alla fine hanno ricevuto una lettera da lui, nella quale li pregava di perdonarlo, ma diceva che aveva fatto quello che riteneva giusto. Non poteva continuare a fare finta d’essere quello che non era. Non poteva arruolarsi in una guerra che avrebbe solo creato più miseria nel mondo, indipendentemente da chi fosse il vincitore. Stava andando a combattere per porre fine alla miseria, diceva lui. Per il progresso. Per la rivoluzione. Stava andando a combattere con i bolscevichi. Questo è proprio quello che ha scritto, e potete immaginarvi come si sia sentito il povero rabbino. Quelle parole per poco non lo hanno ucciso...»
A quel punto ci fu un’interruzione, un timido bussare alla porta che significava l’arrivo di un cliente, un bambino forse, perché le donne bussavano più forte o, semplicemente, entravano senza bussare. Mia madre si alzò e andò a rispondere, e io rimasi seduto con la penna in mano ad aspettarla.
Da fuori provenivano ancora, attutiti, le grida e gli schiamazzi dei ragazzi che giocavano e, come sottofondo si sentiva il grammofono dei Forshaw che suonava una canzone di guerra: «Caccia i tuoi problemi nel tuo vecchio zaino e sorridi, sorridi, sorridi». Ma io stavo pensando a quello che avevo appena scritto per mia madre, e ricordai il viso stravolto e assente del rabbino alla scuola ebraica, e come noi ne avessimo approfittato, per tormentarlo ulteriormente... Zalmon si era nascosto nell’armadio dov’era il meccanismo che azionava la campanella alla porta e l’aveva fatta suonare più volte; ogni volta il rabbino saltava su dalla sedia e si lanciava verso la porta, forse pensando che a suonare fosse l’ambasciatore di qualche brutta notizia sul figlio. E noi ci strozzavamo dal gran ridere, tanto che eravamo quasi caduti dalle sedie.
Mia madre tornò dal negozio sorridendo. «Era una piccola batesky di Back Brook Street» disse. «Una ragazzina cenciosa. Era così timorosa, all’inizio, che non riusciva nemmeno a parlare. Se ne stava così, in piedi, tremante, a fissarmi con gli occhioni sbarrati. Era la prima volta che veniva in casa di ebrei.» Mia madre scoppiò in una risata, al pensiero che più tardi avrebbe raccontato della ragazzina a Fanny Cohen e si sarebbero messe a ridere fra di loro. Ma mentre me lo raccontava, si tratteneva, e c’era molta tenerezza nella sua voce. «Allora, alla fine, quando è riuscita a parlare, voleva sapere se avevamo gli zamponi di maiale. Io le ho detto che noi ebrei cose di questo genere non le abbiamo, e che avrebbe fatto meglio a rivolgersi ai Gordon. E poi...» e ora ebbe un po’ di difficoltà a controllare le risate «era così impaurita che se l’è fatta sotto, ed è scappata via, lasciando una pozzanghera alla porta.»
Risi anch’io, ma poi mia madre tornò seria e chiese: «Dove eravamo rimasti?».
Rilessi l’ultima frase per lei, interpretando la mia calligrafia con gran difficoltà, e mia madre continuò: «Non credo che il rabbino si riprenderà dallo shock per la perdita del figlio. Lo si vede dal modo in cui conduce il servizio sacro. Incespica sulle parole, perde il filo, e il signor Harris sta tutto il tempo accanto a lui tenendogli il segno. C’è malumore fra i membri della comunità, e alcuni dicono che, forse, dovremmo avere un nuovo rabbino. Ma la maggior parte di noi non vuol sentirne nemmeno parlare e pensiamo di batterci al suo fianco...».
Si fermò un momento, poi riprese: «Vi ho raccontato gran parte delle cattive notizie che riguardano la nostra strada, ma adesso ve ne devo dire altre che, purtroppo, riguardano noi. All’inizio della lettera ho detto che stiamo tutti bene, ma non è del tutto vero, e io sono molto infelice per quello che sta succedendo. Suppongo che dovrei ringraziare Dio che riusciamo a guadagnarci da vivere. Anche Rose adesso ha finito la scuola e lavora. Per sua fortuna non è stata costretta ad andare con suo padre. Si è trovata un posto in una bella sartoria per donna, sta imparando il mestiere e le piace. Parla a malapena con noi. Se ne va in giro col naso all’insù come la signora Finklestein. Le persone che vanno in quella sartoria sono quasi tutte agiate, e lei ha cominciato a pensare di essere una di loro. Delle volte non so se ridere o piangere. Ma c’è di peggio, credetemi. C’è la povera Lily, che è stata relegata in quel laboratorio di sartoria con il padre. Non ha mai superato il trauma di aver dovuto rinunciare alla borsa di studio che si era guadagnata. Era sul punto di diventare qualcuno, quella borsa di studio era molto importante per lei, e invece lui l’ha trascinata in quel posto».
Ora mia madre faceva fatica a proseguire e cominciò a cercare a tentoni il fazzoletto. Aspettavo, sempre più a disagio, con la penna sospesa a mezz’aria sul foglio, e dal pennino cadde una grossa goccia sull’ultima riga. L’asciugai velocemente col tampone, mentre mia madre ricominciava a parlare, con la voce lievemente spezzata e gli occhi rossi. «Non so come un uomo possa essere così crudele. Ma suppongo che sia più forte di lui, non ne può fare a meno. Anche lui è un disgraziato, ha avuto una vita difficile. Spero solo che Lily possa capirlo, un giorno. Ma adesso sta male. Lui la sgrida continuamente in laboratorio, al minimo errore, e lei resta alla macchina da cucire a piangere, e tutti, lì, provano dispiacere per lei. Quando torna a casa la sera è così stanca e abbattuta che riesce a malapena a mangiare la sua minestra. Ho il cuore spezzato.»
Aspettai fino a quando mia madre non fu in grado di continuare.
Quella non era una lettera allegra. Pensavo anch’io a mia sorella Lily e allo stato in cui era caduta. Quando portavo il tè sul luogo di lavoro, ora avevo con me due lattine, una per lei e una per mio padre. E quando entravo, la vedevo da lontano, con la testa sempre china sulla sua macchina, a cucire, e capivo quanto era triste. Doveva odiare ogni singolo istante di quella vita. Solo il mio arrivo le dava un briciolo di gioia. Mi guardava contenta e prendeva la lattina di tè con avidità. E subito mio padre, piegato come sempre sulla macchina da cucire, le diceva torvo, mentre continuava ad azionare il pedale e senza nemmeno alzare lo sguardo: «Ma quanto ci metti? Non starci tutto il giorno. Cosa credi, d’essere a una scampagnata?».
Le sartorie non erano mai state tanto cariche di lavoro. Erano impegnate a confezionare soprattutto uniformi per i soldati, e la stoffa era ruvida e pesante, difficile da cucire. Quando Lily tornava a casa la sera, era stanca, camminava lentamente, a piccoli passi, e proprio come aveva detto mia madre, era troppo abbattuta per mangiare. Andava subito a letto.
Ora era di sopra, nella camera delle ragazze, e certo dormiva. Mio padre era arrivato a casa prima di lei. Non tornavano mai insieme, lei veniva sempre dopo di lui, trascinando i piedi. Mentre lui, a quell’ora, se n’era andato al suo pub.
Avevo cominciato di nuovo a scrivere. «Vorrei tanto fare qualcosa, ma cosa posso fare, io? A volte sto sveglia la notte a pensarci. Il solo pensiero della splendida occasione che aveva e che ha perduto per sempre è una tortura. Quale vita migliore avrebbe potuto avere se solo le fosse stato consentito di andare al liceo? Spesso ho pensato di parlarne al rabbino, ma lui ha già le sue pene, pover’uomo. Se questa guerra non ci fosse, vi supplicherei in ginocchio di mandare un biglietto per lei. Solo per lei. A noi non importa. Ma anche se voi diceste di sì e mandaste il biglietto, ora io non potrei lasciarla andare, con i tedeschi che affondano tutte queste navi.
E intanto lei sta male. Se ci fosse, almeno, qualche bravo ragazzo ebreo da frequentare. Ormai sono stati tutti presi dall’esercito. Benny Mendelsohn è partito. Ve lo ricordate? E naturalmente Sam Harris, e molti altri. Hanno preso anche i ragazzi dell’altra parte della strada. Stanley Jackson e Johnny Melmose, sua madre veniva ad accendervi il fuoco, ricordate? E Arthur Forshaw. Quel ragazzo di cui vi ho scritto una volta, quello per il quale temevo che Lily avesse una certa simpatia. Anche lui è nell’esercito ed è stato mandato in Francia. Scrive a Lily ogni tanto e lei gli risponde. Non ho avuto il coraggio di impedirglielo, anche se la cosa non mi piace. Dopotutto, siamo in guerra e lui è in Francia, e Dio sa che cosa potrebbe accadergli laggiù...»
Aveva appena finito di dettare queste parole, e la mia penna stava ancora graffiando la carta, quando da sopra venne uno strano grido. La stanza delle ragazze era proprio sopra di noi, e così quel grido poteva venire solo da Lily. Mia madre balzò in piedi, allarmata, e io posai la penna. Si udirono passi frettolosi giù per le scale. Lily se ne sarebbe andata direttamente all’ingresso, senza nemmeno voltarsi, se mia madre non l’avesse fermata, chiamandola.
Lily era in camicia da notte, aveva solo uno scialle sul petto e le pantofole ai piedi. Teneva stretto a sé lo scialle per evitare che si aprisse.
Il suo viso era molto pallido e i capelli erano sciolti, in una massa arruffata e scomposta. Gli occhi apparivano grandi e scuri.
«È Emily» disse in un sussurro.
Mia madre, all’inizio, non capì. «Emily?»
«La ragazza dei telegrammi» disse con impazienza Lily, ansiosa, ovviamente, di aprire la porta. «L’ho vista dalla finestra che andava in bicicletta su Brook Street e veniva verso di noi.»
Ora mia madre comprese. Emily Goff era la figlia dei proprietari di una cartoleria in King Street, ed era una ragazza così piccola e minuta da sembrare una nana. Proprio per questo dava subito nell’occhio alla scuola di St. Peter. Il preside spesso si era preso gioco di lei, ma senza cattiveria, anzi con tenerezza, perché l’aveva in simpatia. Piaceva a tutti, del resto. Non era una ragazza particolarmente sveglia e a scuola non brillava certo per bravura, però era sempre tranquilla e di buon umore e le sue labbra si aprivano spesso in un bel sorriso. Sapeva fischiare molto bene, come un ragazzo, e intonava tante canzoni ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Dedica
- Prologo
- Parte prima
- Parte seconda
- Epilogo
- Ringraziamenti