La scatola dei calzini perduti
eBook - ePub

La scatola dei calzini perduti

  1. 336 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

La scatola dei calzini perduti

Informazioni su questo libro

Gli strilli di un bambino infrangono l'atmosfera di un grande magazzino alla vigilia delle feste. E dall'enorme costume rosso di Babbo Natale riemerge Madut, il ragazzo del Sudan, l'uomo nero. In fuga dalla sua terra in fiamme, figlio di una popolazione di pastori, i dinka, Madut è giunto attraverso strade insolite e rocambolesche fino a Roma, per trovare il suo angolo di quotidianità in una lavanderia a gettone. Nella Città Eterna di Madut sogni e speranze, risate e dolori, desideri e negazioni si mescolano, si incontrano, si scontrano. Storie di immigrati e di prostitute, di poliziotti e di preti, in un balletto di vite che va in scena sul palcoscenico di una metropoli dal volto bonario ma densa di insidie, soprattutto se hai la pelle di un altro colore. Una voce poetica e forte, appassionata e suggestiva. Una riuscita alchimia di relazioni e personaggi che sa tratteggiare vicende straordinarie e minuscole, esistenze sospese tra passato e presente, tra qui e altrove, che si fondono e si confondono con quelle del nostro Paese. Tutte insieme, nella scatola che custodisce i calzini spaiati che Madut ritrova nei cestelli della sua lavanderia.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a La scatola dei calzini perduti di Vauro Senesi in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Print ISBN
9788856610192
eBook ISBN
9788858501191

1

 
Aveva la testa disabitata.
Non un pensiero, non un’immagine, non l’eco della voce di uno spirito. Vuota, come una zucca secca alla quale fosse stata scavata via la polpa per farne un recipiente. Una zucca, quante volte aveva bevuto latte da una zucca svuotata. Così, giusto per riempire con qualcosa il vuoto nella testa, provò a ricordare. Ma il latte della memoria non aveva nessun sapore, né, tra le dita della mente, riusciva a percepire la consistenza liscia della ciotola di zucca. Così la lasciò scivolare, perché non poteva afferrarla.
Rinunciò al ricordo. Da tempo, pensò, non era più padrone dei propri ricordi. Non che li avesse persi, solo che si erano sparpagliati, e non obbedivano ai suoi richiami; una mandria dispersa in una radura senza confini. A volte, da ragazzo, si divertiva a guardare la propria immagine riflessa sulla superficie immobile dell’acqua di una delle larghe pozze lasciate indietro dal grande fiume, rientrato nel suo letto dopo la stagione delle piogge. Faceva buffe smorfie, scoprendo i denti o gonfiando le guance, fino a quando, stufo del gioco, non colpiva l’acqua con il suo bastone ferendone l’uniformità e frantumandone il riflesso in mille piccole schegge, i cui colori venivano subito assorbiti dalle nuvole torbide del fango smosso. Ecco, i suoi ricordi erano così: schegge liquide, immagini scomposte di acqua e di fango.
O almeno, lo erano quelli del prima. Del prima che fosse qui dove era adesso, in questo paese. Ci stava ormai da quasi cinque anni ed era come se uno spirito dispettoso si fosse divertito a spezzare in due il racconto del suo esistere. Una parte, quella di ieri, confusa tra l’acqua e il fango della sua terra; l’altra, quella dell’oggi, nitida, incastrata nell’asfalto e nei muri degli alti palazzi della città dove viveva. Era la prima parte quella che gli sfuggiva. Ogni giorno che passava si faceva sempre più incerta e lontana, labile come un sogno interrotto. Mentre la seconda era invasiva e prepotente, una presenza quasi ossessiva. Spesso aveva la sensazione di appartenere soltanto a questa, quasi che il suo passato avesse avuto inizio solo dal primo dei cinque anni trascorsi da quando era arrivato qui. Certo, ogni tanto, senza preavviso, qualche relitto della sua prima vita riemergeva in superficie dalla pozza fangosa, richiamato da un odore o da un suono. Galleggiava per un po’ permettendogli di osservarlo e di ascoltare un brandello di storia, poi, così come era emerso, tornava a sprofondare.
Nello stanzino in cui si trovava in questo momento non c’erano odori, a parte il suo, di cui era impregnato il lenzuolo stropicciato della branda dov’era coricato. Non c’erano suoni, tranne il ronzio incessante del tubo del neon, che era evidentemente sul punto di fulminarsi e proiettava la sua luce malata dalla porta socchiusa alla parete spoglia contro cui stava la branda. Né odori, né suoni, né ricordi. Svanita la ciotola di zucca, la testa vuota poggiata su un cuscino di gommapiuma con la federa sporca. Si strofinò la nuca rasata passandovi la mano e sentì sul palmo il pizzicore dei capelli irsuti che stavano rispuntando.
Girò gli occhi sulla parete a fianco e vide, sullo strato di smalto grigio e scrostato che la ricopriva, la sua ombra, resa incerta dalla luce intermittente del neon in agonia. Si accovacciò sul letto con il busto rivolto al muro, e l’ombra crebbe di volume. Aprì le braccia e le incurvò ad arco, con le dita delle mani chiuse a punta e tese verso l’alto. Sulla parete gli apparve così la sagoma di un bue dalle grandi corna possenti. La figura fatta di ombra riempì per un lungo momento il vuoto della sua mente. Si fermò a fissarla. Il tremolio impresso dal neon produceva sui suoi contorni un effetto simile a quello dell’aria rovente nelle giornate torride d’estate. L’animale pareva avanzare lento e imponente verso di lui, attraverso le rifrangenze dense e ondulate delle vampate di caldo. Gli sembrava quasi di poterne sentire il fiato. Ma quello che giunse a sferzargli il collo nudo non era il calore del respiro bovino, ma il gelo tagliente di una corrente d’aria, soffiata dalla porta socchiusa. Abbassò le braccia per alzare il collo del maglione di lana, e il bue scomparve dalla parete.
Si alzò per andare a chiudere la porta. Negli ultimi anni la callosità sotto le piante dei piedi si era ridotta, tanto che avvertì subito quanto era freddo e ruvido il pavimento di cemento. Si girò verso la branda, afferrò la coperta e se la appoggiò sulle spalle. Prima di chiudere, dette un’occhiata all’ampio garage sul quale si affacciava il suo stanzino. I musi di latta delle automobili allineate nei box luccicavano debolmente alla luce del neon. “Una mandria senza vita” pensò. Improvvisamente il cane si mise ad abbaiare roco, slanciandosi goffamente contro la saracinesca abbassata del garage. Lui sussultò, colto alla sprovvista dal latrare furioso. “Al solito” pensò. “Qualcuno sta passando davanti al garage per i fatti suoi e questa stupida bestia si sente in dovere di dimostrare il suo valore di cane da guardia.” Gli abbai rimbalzavano tra pareti e soffitto dell’ampio locale del parcheggio, con il risultato di amplificare il rumore. Quante volte era stato svegliato in piena notte dall’abbaiare di Fofo. Sì, perché lo stupido cane aveva anche uno stupido nome, Fofo.
«Fofo basta, fila a cuccia!»
Ma Fofo non voleva saperne di smetterla, anzi si lanciava con le zampe anteriori contro la saracinesca come se volesse sfondarla, così che all’abbaiare si aggiungeva il clangore metallico provocato dalle zampate. Avanzò, deciso a dare una lezione alla bestiaccia.
Non aveva mai sopportato il cane con cui era costretto a dividere l’alloggio. Non che avesse qualcosa contro i cani in generale, anzi li apprezzava. Ricordava quelli che facevano la guardia al bestiame. Il loro abbaiare lo confortava e lo rassicurava, era la musica della notte. Ricordava anche la voce di suo nonno, che seduto vicino alla brace ardente gli raccontava la storia di quando l’uomo non conosceva il fuoco.
«L’uomo mangiava la farina di miglio senza farla cuocere...» gli diceva, accovacciato sui talloni, con la mano serrata attorno all’asta della lancia usata come sostegno. «Mentre la donna si nutriva della crusca. Fu il cane a scoprire il fuoco. Lo trovò nella dimora del serpente rosso dove era andato a rifugiarsi durante la pioggia. Il cane si legò un tizzone alla coda e lo portò al suo padrone perché si riscaldasse e potesse cuocersi il cibo.»
Ma Fofo non portava il fuoco, portava solo pulci. Quando lo raggiunse, il cane, che era vecchio e mezzo sordo, trasformò l’abbaio in un guaito, smettendo di assalire la saracinesca e appiattendosi al suolo. «Oltre che scemo sei pure vigliacco» gli disse con disprezzo, guardando quella massa di grasso e pelo sporco che, in segno di ulteriore sottomissione, si era girata sul dorso mostrando il ventre spelacchiato. Gli tirò una pedata. Non forte, giusto perché se ne andasse e smettesse di rotolarsi per terra. Fofo guaì come se lo avesse colpito con una mazza. Si alzò e si avviò, ciondolando con la coda tra le gambe, verso la cuccia di legno piazzata in un angolo del garage. Lo sentì lappare dalla ciotola dell’acqua. «Ti è venuta sete, eh?» gli gridò. «A forza di abbaiare al vento... Magari ti si seccasse la gola! Chissà che per il resto della notte non mi lasci dormire quella brutta bestia» borbottò fra sé mentre tornava nel suo stanzino.
Si richiuse la porta alle spalle e l’angusto locale sprofondò nell’oscurità. Non c’erano finestre. Solo il taglio della luce del neon filtrava dall’anta della porta, suggerendo un tenue chiarore. Un brivido di freddo gli fece sentire il bisogno di orinare. Il gabinetto era dall’altra parte del garage. Non aveva voglia di attraversarlo tutto per raggiungerlo. Gli occhi, ormai abituati alla penombra, caddero sul piccolo lavandino alla parete di fronte al letto. Vi si diresse e ci orinò dentro; sentiva con piacere la vescica liberarsi e il tepore salire dal fiotto caldo di urina. Aprì il rubinetto e fece scorrere l’acqua. I tubi gorgogliarono un po’, prima che uscisse il getto. “Come se aspirassero l’acqua dalle viscere della terra” pensò.
A distanza di tanti anni gli sembrava ancora incredibile che bastasse girare una chiave per far sgorgare l’acqua, e si chiedeva da quale nascondiglio provenisse, e quanti fiumi scorressero segretamente in letti sotterranei. Lasciò perdere le sue riflessioni idriche ed estrasse dallo scatolone di cartone che usava come guardaroba una seconda coperta, da aggiungere a quella che gli pendeva dalle spalle. Faceva davvero freddo. Un mese prima era riuscito a procurarsi una stufetta elettrica. Gliela aveva regalata Azouz, un marocchino con il quale aveva fatto amicizia alla lavanderia. Azouz ci veniva spesso, alla lavanderia.
«La pulizia del corpo e delle vesti agli occhi di Allah è come la pulizia dello spirito» gli diceva. «E pure agli occhi di questi stronzi di italiani» aggiungeva ridendo. «Ricordatelo Madut, se sei ben vestito e pulito ti rompono meno i coglioni ed è più difficile che la polizia ti fermi per strada.»
Poi un giorno Azouz era arrivato con la stufetta tra le braccia.
«Tienila tu, Madut» gli aveva detto. «Io me ne vado, parto» aveva aggiunto con un lampo di orgoglio negli occhi scuri. «Torno a casa, Azouz se ne va. Ti servirà perché sta arrivando l’inverno. Così quando ti scalderai ti ricorderai di tuo fratello Azouz.»
Madut era rimasto stupito da quel gesto di generosità. Era vero che con Azouz si era intrattenuto spesso a conversare, e avevano anche bevuto qualche birra assieme al bar vicino alla lavanderia, ma un vecchio proverbio della sua gente recitava: «È inutile fare amicizia con degli stranieri». E poi Azouz era pur sempre un arabo musulmano, e le sue esperienze con i musulmani non erano certo state delle migliori. Perciò, pur dissimulandola, non aveva mai abbandonato una certa diffidenza nei suoi confronti. E quello lo chiamava addirittura fratello. Comunque dopo quel giorno fratello Azouz era davvero scomparso, e a lui era rimasta la stufetta. Non per molto però. L’aveva portata nel suo stanzino nel garage. La sera l’aveva accesa, anche se non faceva ancora molto freddo. Gli piaceva guardare i tubi orizzontali che diventavano incandescenti. La luce rossastra che emanavano era simile a quella della brace dei falò, anche se immobile, e gli teneva compagnia. Ma il signor Bottari, il padrone del garage a cui faceva da guardiano notturno per poter alloggiare nello stanzino, non aveva per niente apprezzato la novità. Una mattina se lo era ritrovato davanti con la sua pancia prominente, a stento contenuta nella tuta blu. Le mani sui fianchi, non gli aveva nemmeno dato il tempo di svegliarsi del tutto.
«Sei impazzito Madut?!» lo aveva investito con la sua voce nasale, mentre lui si stropicciava gli occhi assonnati, alzandosi a sedere sulla branda. «Lo sai quanta corrente consuma quella?» aveva gracchiato, indicando la stufetta accesa come si addita il colpevole di un furto di bestiame. «E io la pago la corrente, mica me la regalano! Ti do da dormire qui senza chiederti un soldo, e tu te ne approfitti. Dovresti vergognarti.»
Madut aveva tentato di bofonchiare qualcosa: «Ma io faccio la guardia al garage...».
«Ma quale guardia?» lo aveva subito interrotto l’altro. «Per fare la guardia basta il buon Fofo.» Evocato dal suo padrone, il buon Fofo gli era immediatamente apparso al fianco, scodinzolante e con la lingua penzoloni.
«Quella stufa deve sparire subito, altrimenti quant’èvveriddio ti butto fuori» aveva concluso il signor Bottari, affondando la mano nel pelo sporco e lanoso del cane e prendendo a rivolgersi all’animale con voce caramellosa. «È vero Fofo? Eh, Fofo bello? Bello e bravo il mio Fofone.» Naturalmente il cane si era subito buttato a terra, a pancia in su, mandando in visibilio il suo padrone e al contempo accrescendo il disgusto che Madut provava per lui. Fatto sta che la sera dopo la stufetta non c’era più. Sicuramente ci aveva pensato il signor Bottari a farla sparire. Madut non ebbe mai il coraggio di chiederglielo. In cambio, quella sera, Fofo si beccò la più potente pedata di tutta la sua carriera di cane.
Con un velo di nostalgia per la stufa scomparsa, Madut si avvolse nelle due coperte e si stese sulla branda, sperando di prendere presto sonno. Il vuoto che aveva nella testa però era rumoroso. Aveva cacciato pensieri e ricordi e adesso gli sembrava che il cervello gli stesse respirando nel cranio e che l’eco del suo fiato rimbombasse dentro come il rullio di un tamburo, impedendogli di addormentarsi. Si accovacciò con la schiena appoggiata alla parete e le ginocchia strette al petto. Frugò nella tasca dei pantaloni, ne trasse un pacchetto sgualcito di sigarette e una scatoletta di fiammiferi di legno. La fiammella dello zolfanello lo abbagliò per un attimo, in contrasto con l’oscurità. Vi accostò la sigaretta che aveva tra le labbra e tirò una boccata di fumo. Era caldo e profumato. La brace della sigaretta brillava nel buio. Madut era attratto, quasi ipnotizzato, da quel puntino rosso luminoso. Girò, tenendola tra il pollice e l’indice, la sigaretta in posizione verticale come una piccola candela e stette a fissarla mentre lentamente si consumava, sforzandosi di tenerla immobile. Aveva dato una sola boccata e non tentò di darne altre perché il cilindro fragile di cenere che si stava formando, allungandosi piano sul tizzone acceso, non crollasse. La tenne così, fino a quando quasi tutta la sigaretta si fu trasformata in cenere e sui polpastrelli cominciò ad avvertire il calore dell’ultimo pizzico di tabacco acceso. Allungò allora l’altra mano, dette un leggero scossone al mozzicone e la cenere gli cadde sul palmo aperto, prima tiepida, poi subito fredda, come la sabbia di notte. Si liberò della cicca sbriciolandola tra le dita, prima di gettarla sul pavimento, senza staccare gli occhi dal cilindretto di cenere caduto quasi intatto sulla sua mano. Poi lo schiacciò e lo sparse delicatamente sul palmo. Infine, con un gesto che intuiva antico ma che compì senza pensarci, si spalmò la cenere fina sulla fronte e sulle palpebre.
Poco dopo le palpebre si chiusero, aprendogli le porte del sonno. La cenere sottile si infiltrò nella fessura tra le ciglia e raggiunse impalpabile il suo sogno. L’aria aveva il suo stesso colore grigio, ne era impregnata; la polvere, mischiata ai fumi che salivano dalle braci di fuochi ormai spenti sparsi sulla radura, formava una nebbia bassa, opaca ma trasparente, che rendeva lattiginoso il disco del sole sorto da poco e stemperava il rosso dell’alba. Grigie erano anche le sagome delle mucche e dei buoi dalle lunghe corna, ferme, immobili come fossero fatte di terra. A Madut gli animali apparivano ancora più imponenti perché li vedeva dal basso, come se fosse steso al suolo e si fosse appena svegliato dopo una notte trascorsa all’aperto. Grigie le braccia che entrarono nel suo campo visivo, le mani che si tuffavano nel mucchio di cenere accanto. Alzò gli occhi a seguire il gesto. L’uomo prese a cospargere con la cenere raccolta il dorso di una mucca. La strofinava sui fianchi. Nuvolette di polvere si sollevavano ad accompagnare il percorso delle mani che strigliavano l’animale. Oltre il velo di polvere poteva scorgere il volto dell’uomo. Grigio, coperto anch’esso da uno strato di cenere. Un altro viso di cenere si avvicinò al suo, chinandosi, e prese a parlargli: «Madut...». Non poté cogliere il resto della frase perché aprì gli occhi e si svegliò.
«Madut, per la madonna, sei ancora lì? Sto per aprire il garage. Quante volte ti devo ripetere che non voglio che i clienti si accorgano che dormi qui? Alzati e levati dalle palle alla svelta!»
Quello che ora gli stava alitando in faccia non era più il viso di cenere, ma il volto arrossato del signor Bottari.
«Vado, vado» borbottò Madut. Bottari gli girò la schiena e se ne andò ad aprire la saracinesca del garage. Mentre cercava di districarsi dal groviglio di coperte nelle quali era avvolto, Fofo salì con le zampe anteriori sulla branda e gli leccò la faccia, investendolo con una zaffata del suo fiato fetido.
«Vattene bestiaccia!» Madut tentò di proteggersi dalle effusioni canine coprendosi con un braccio. Ma dovette spingere via di forza la bestia per potersi alzare. Una volta in piedi, si ritrovò tra le gambe il cane che lo guardava con aria adorante e bolsa, scuotendo la coda. Lo scacciò con il piede e si avviò al lavandino per sciacquarsi il viso. “È veramente un animale stupido” pensò con un moto di stizza. “Più lo maltratto e più pare affezionarsi a me.” L’idea che Fofo non percepisse minimamente la sua ostilità, ma anzi la ricambiasse con incondizionato amore, lo faceva arrabbiare; si sentiva preso in giro dall’animale. Gli avrebbe volentieri affibbiato un’altra pedata se fosse stato a tiro, ma Fofo prudentemente si era già allontanato, con il suo passo goffo e ballonzolante. Madut si riempì le mani del getto freddo che usciva dal rubinetto e se le passò sulla faccia. L’acqua che ricadde nel foro di scarico del lavandino si portò via le ultime tracce della cenere della sigaretta e del sogno. Si sedette sul letto e si asciugò il viso con il lenzuolo. Poi, chinandosi, tirò fuori da sotto la branda una scatola. Ne sollevò il coperchio come si apre lo scrigno di un tesoro e ne trasse un paio di calzini bianchi, puliti, piegati e stirati, come nuovi. Li dispiegò con cura e si soffermò a guardarli un attimo prima di infilarli ai piedi con movimenti lenti, quasi volesse carezzare, nel calzarli, la trama di acrilico e cotone.
Quella dei calzini era divenuta per lui una piccola cerimonia religiosa. Ne aveva altre tre paia riposte in ordine nella scatola, tutte bianche come il primo. I calzini erano il segno tangibile del cambiamento della sua vita nuova. Erano le bandiere al confine tra il suo passato lontano e il suo presente. Tra i suoi vecchi piedi nudi e i suoi nuovi piedi con le scarpe. Ripensò alla prima volta che ne aveva visto un paio, tanti anni prima, quando era ancora un ragazzino. Li indossava uno straniero rossiccio che era venuto al campo. Aveva i pantaloni corti e le calze gli arrivavano a metà polpaccio. Quando Madut le vide pensò che lo straniero si fosse dipinto le gambe; solo più tardi scoprì che si trattava di indumenti. A lungo, in seguito, Madut aveva pensato agli stranieri come al “popolo delle gambe dipinte”.
Il rumore della saracinesca che veniva sollevata nel salone del parcheggio lo distolse bruscamente dal ricordo. Si affrettò a mettersi le scarpe e a imbacuccarsi nella giacca a vento rossa, prezioso e involontario dono di un cliente distratto della lavanderia in cui lavorava.
«Buongiorno, dottor Scarpati, ecco le chiavi della sua auto.» Bottari uscì dal gabbiotto di vetro collocato all’ingresso del garage e salutò zelante il primo cliente della giornata, con un’affettazione servizievole che non gli impedì di lanciare un’occhiataccia rabbiosa verso Madut. Lui si calò sul capo il cappuccio della giacca a vento, come uno scudo, calcò le mani in tasca e accelerò il passo verso la strada.

2

Era mattina presto. Madut, gli occhi bassi, notò che i sampietrini grigi sui quali si alternavano i suoi passi erano bagnati, lucenti di acqua. Scostando il cappuccio dalla fronte alzò la testa a scrutare il cielo. Era annuvolato e compatto, le nubi spesse rendevano più incerta la luce già opaca di quel primo mattino invernale. “Pioverà ancora” si disse distrattamente. “Dengdit manderà altra pioggia a bagnare la terra” pensò con un accenno di sorriso, e l’immagine di grosse gocce d’acqua che, cadendo verticali, disegnavano sulla terra crepata e riarsa cerchi scuri sempre più fitti gli attraversò la mente. Dilatò per riflesso le narici, pronto a cogliere l’odore muschiato della pioggia appena caduta, ma non lo percepì. “Qui la pioggia non ha odore” rifletté.
Mille altre volte aveva fatto la stessa riflessione. Se la ripeteva quasi ogni volta che pioveva, perché in fondo non riusciva a capacitarsi di come la pioggia, qui, potesse essere un evento così banale da non risvegliare nemmeno gli umori della terra. E da non produrre altro che rivoli di acqua sporca che scorrevano inutili lungo i marciapiedi, sino a essere risucchiati dai tombini.
In strada i passanti erano ancora radi, e nonostante non stesse ancora piovendo alcuni avevano gli ombrelli aperti. Le serrande dei negozi erano perlopiù chiuse, eccetto quella del bar-tabacchi a metà della salita. Dalla porta a vetri del locale proveniva una luce piatta, senza colore. Colorate erano invece le lampadine dei festoni che, appesi da un palazzo all’altro, si incrociavano a mezz’aria sulla via. Mancava poco a Natale. “Natale, il giorno in cui si ricorda la nascita di Gesù.” Madut pensò quella frase come chi recita una lezione imparata a memoria per non dimenticarsela. Era cristiano, e anche nella sua terra gli era capitato di festeggiare il Natale. Padre Carlo diceva messa di notte e a volte avevano acceso dei fuochi, cantato e danzato.
Fu in una di quelle occasioni che Madut si era ubriacato. “E dire che non ero mica più un bambino, avevo già cessato di mungere, ero un aparak” ricordò. Non sorrise, non era un bel ricordo. Aveva bevuto troppa merissa e, vergognandosi del suo stato, si era nascosto in chiesa e aveva vomitato sulle panche di legno. Padre Carlo si era arrabbiato moltissimo. “Le prime parolacce in italiano me le ha insegnate proprio padre Carlo” pensò tra sé, rievocando l’immagine del prete, alto e robusto, sempre sorridente. “Sorrideva per tenere stretta tra i denti la coda della collera, e quando gli sfuggiva saltava fuori come una leonessa dai cespugli.” Se si lasciava assalire dall’ira, allora padre Carlo diventava paonazzo e gridava ogni sorta di mala parola. “Quando vide come avevo insozzato la sua chiesa, mi prese per un braccio e mi buttò fuori dalla porta con uno spintone. ‘Vaffanculo Gennarino!’ urlò.” Gennarino era il nome di battesimo di Madut. Ne aveva anche un altro: Machar, in onore dello splendido manto nero del toro più bello della mandria di suo padre. Machar era il suo nome più intimo, quello che teneva stretto nel cuore. Mentre Gennarino... Be’, quando era arrivato in Italia era convinto che quel nome italiano gli sarebbe stato di aiuto, e invece... ancora non aveva capito perché tutti, nel sentirlo, sgranavano gli occhi, inc...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. 25
  30. 26
  31. 27
  32. 28
  33. 29
  34. 30
  35. 31
  36. 32
  37. 33
  38. 34
  39. 35
  40. 36
  41. 37
  42. 38
  43. 39
  44. 40
  45. Ringraziamenti