In fondo è un giorno uguale a tutti gli altri, se non fosse per un po' di sole spuntato all'improvviso su Bologna in questa primavera grigia e piovosa. La solita sensazione di vuoto che lo assale al risveglio da quando Alice ha deciso di lasciarlo. Qualcosa che incrina da lontano quello sguardo deciso e sicuro che ha guadagnato a Gabriele Riccardi la fama di commissario tutto d'un pezzo. Forse non proprio un giorno qualunque. Gaspare Nunia, un pericoloso mafioso rinchiuso nel supercarcere di Marino del Tronto, è evaso la notte precedente. Nunia, una bestia oltre il metro e novanta che di sicuro non si è scordato di lui, perché in galera c'è finito proprio a causa sua. E perché il giorno che l'hanno incastrato, Riccardi ha ucciso per errore Teresa Rizzo, la sua ragazza. Il commissario sa bene che da questo momento non sarà più solo la sua coscienza a tormentarlo. Forse non un giorno qualunque. Stamattina hanno trovato Alice nel suo letto, immobile e muta. Ora che lei è in coma in ospedale e i medici sospettano che sia stata avvelenata, tutto è cambiato. Ora Gabriele ha paura. Una paura nuova per lui, non quella che qualche fuori di testa ti pianti una pallottola in corpo, o di sbagliare, di fare del male a qualcuno che non c'entra niente. La paura di cui si nutre colui che ha messo in atto questo gioco terribile e crudele. Un uomo misterioso che nessuno ha mai visto ma che da anni, in silenzio, semina una scia di morte.

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Lentamente prima di morire
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9788856603811
Dodici
Bologna, 5 maggio. Otto e dodici
La macchinetta del caffè sputa il suo liquido color melma e il dottor Donato Aiuti recupera il bicchierino, facendo attenzione a non ustionarsi le dita. È una mattina inaspettatamente serena e dalla finestra del corridoio della rianimazione si ferma a guardare il cielo azzurro macchiato qua e là da piccole strisce bianche, sottili come il filo di lana che esce da un gomitolo.
«Strana giornata» sente dire alle sue spalle e si volta.
«Strana giornata» ripete, guardando negli occhi Giovanni Salvi. Lo conosce da più di vent’anni, da quando tutti e due erano al primo anno di università e ancora non sapevano nemmeno cosa avrebbero fatto il giorno dopo. Conosceva anche Francesca, sua moglie. Almeno finché non si sono lasciati, nemmeno un anno dopo essersi sposati. Ha un viso strano, Giovanni. Il viso di qualcuno che mentre parla sta pensando alla parola successiva da dire. Sempre la frase giusta al momento giusto. Non ha mai capito se è talento, finzione o se gli viene naturale.
«Problemi?» gli chiede Giovanni appoggiandogli una mano sulla spalla.
«La Malvezzi, il lavoro. Le solite cose. Il ragazzo del cinque lo hai visto?»
«Il trauma? Quello della Polo?»
«Sì, è arrivato stanotte.»
«Eri di turno? Pensavo fossi arrivato ora.»
«Più o meno, visto che non posso andarmene a casa. Ero reperibile, mi hanno chiamato alle due e mezza. Ho fatto a tempo a tornare a casa a farmi una doccia e poi solo caffè» risponde sollevando il bicchierino.
Salvi sorride. «Sto cercando di smettere con quella roba. Vorrei provare l’acqua del radiatore.» Fa una pausa. «Dicevi?»
«Il ragazzo. Guidava sullo stradone della Barca. Ubriaco a giudicare dalle analisi. È uscito di strada e si è stampato contro il guardrail del distributore. Quello prima della rotonda della tangenziale. Meno male che non c’era nessuno. Né al distributore né in macchina con lui. Non aveva le cinture e l’airbag gli è scoppiato sul collo. Oltre al resto.»
Salvi sospira e aggrotta le sopracciglia. Il modo in cui la gente riesce ad ammazzarsi da sola lo sorprende sempre. Come se non ci fossero già abbastanza motivi per morire, al mondo. «Ce la fa?» chiede.
«A morire entro la settimana, sì» risponde Donato con il solito cinismo e Salvi lo guarda un po’ storto. «Sono stanco» dice.
«Capisco. Se vuoi andare a casa...»
«No. Non stanco di corpo. Stanco di questa merda, Giovanni. Non era esattamente quello che pensavo di fare. L’ho scoperto solo dopo. Quello che mi piace fare non è questo lavoro.»
«Lo so» risponde Salvi, e stavolta è Donato a guardarlo storto.
«No, non lo sai. Non puoi nemmeno immaginarlo.»
Restano in silenzio a guardare i piccioni che svolazzano sul prato, dentro l’antico chiostro in cui è ricavato il reparto. Poi la voce di Francesca Aliprandi li interrompe.
«Dottor Salvi?»
Giovanni si volta e l’infermiera gli fa un gesto con il capo a indicare l’arrivo del professor De Vitis, in fondo al corridoio.
«Grazie, Francesca. Donato? È arrivata la cavalleria.»
Aiuti si volta lentamente. Sembra far fatica ad abbandonare la vista dei piccioni. «Arrivo.»
«Senti, ti ricordi di stasera?» chiede Salvi mentre si avviano alla riunione del mattino.
«La festa del tuo compleanno è stasera? Merda. Dovevo andare al poligono.»
«Avevo capito che ti eri dimenticato. Fanculo a te e a quella cazzo di pistola che ti porti sempre dietro. È proprio una mania.»
«Accidenti, Giovanni. Scusami. Auguri, sai?»
«Grazie. Non preoccuparti. Però stasera ci terrei che tu ci fossi.»
«Figurati se manco. Esco di qui, mi faccio una flebo per stare in piedi e arrivo. Chi hai chiamato?»
«I soliti. Più Gabriele Riccardi.»
«Anche Riccardi?»
«Anche lui, sì.»
«Hai fatto bene» dice Donato. «A volte mi chiedo come faccia quell’uomo a resistere...» comincia. Poi sente la voce tonante del professor De Vitis e capisce che il tempo delle chiacchiere è finito.
Ma non quello dei pensieri.
La festa di compleanno di Giovanni Salvi è una specie di ritrovo di medici in cui mi sento fuori posto. Ma non potevo mancare. Il mio uomo è qui dentro.
A casa di Giovanni ci sono già stato tre volte. L’ho conosciuto proprio qui, interrogandolo per sapere qualcosa su sua figlia Beatrice, il giorno in cui l’hanno rapita. C’era anche la sua ex moglie e bastava sentire la tensione che scorreva fra loro quando si parlavano per capire che, malgrado fossero passati dieci anni dalla separazione, non si erano lasciati bene. Ci sono tornato, a mangiare sullo stesso tavolo da cui ora trafugo un sandwich col tonno, dopo che la sua bambina è stata liberata. E adesso sono qui di nuovo, decisamente con uno stato d’animo differente che tento di nascondere sorridendo a tutto quello che si muove.
Ci saranno una ventina di persone nell’appartamento di via Galliera dove abita Giovanni. Molti di loro li ho visti anche in ospedale, affaccendati intorno ai monitor di Alice. Guardandoli mi sento come un relitto che si è arenato su un’isola dove il mondo funziona alla rovescia. Non so perché, ma mi sembra strano che chi gestisce la salute della donna che amo possa essere gente normale. Gente che beve birre su birre, che ride e sghignazza, che si ingozza di patatine fritte e parla di moda, di politica, della trasferta del Bologna con la Juve, di donne o di uomini, ma soprattutto di medicina. Gente noiosa e divertente. Gente normale, appunto.
Mi aggiro per il salone e tento di fare conversazione, ma non mi escono mai più di due o tre parole confuse. Guardo la casa, i mobili, le foto. In una c’è Giovanni bambino seduto per terra su un prato, con uno splendido sorriso che gli illumina il viso.
E soprattutto guardo la gente, cercando di cogliere qualcosa dalle sfumature dei loro discorsi, come una cimice attaccata dietro a un lampadario che registra le conversazioni di tutti a beneficio di qualcuno che, con calma e attenzione, li trascrive per analizzarli.
Poi, in fondo a tutto, l’appuntamento a cui sto per andare. È tutto il giorno che lo aspetto con lo stesso stato d’animo di un bambino nell’anticamera di un dentista. Con paura e rassegnata fatalità, ma sperando che arrivi il più presto possibile, che quell’attesa snervante finisca.
«Come stai?» mi chiede Giovanni mentre mi verso due dita di frizzantino.
«Sto» rispondo e bevo. «A proposito, auguri. Quanti sono?»
«Abbastanza perché il calcolo sia difficile da fare» risponde fingendo civetteria. «Ho telefonato in reparto prima. Va tutto bene. Alice si è stabilizzata.»
Non dico niente. Non glielo dico che ero in reparto quando lui ha chiamato per avere notizie e che prima che le dessero a lui, le stesse notizie le avevano già date a me. Io sono lì per osservare lui e i suoi colleghi. Perché non mi fido più di nessuno. Né di lui né di tutti gli altri. Nemmeno di Donato Aiuti che arriva dall’amico come una zattera di salvataggio.
«Buonasera commissario. Si diverte?»
«Per la verità mi sento un po’ un pesce fuor d’acqua.»
Aiuti sorride e si versa da bere. «La capisco. Noi medici abbiamo la pessima tendenza a parlare sempre del nostro lavoro. Alla lunga si finisce per diventare come i componenti di una setta. D’altra parte, come forse avrà avuto modo di capire, non è che rimanga molto tempo per altri interessi al di fuori dell’ospedale.»
«Anche fare il mio mestiere non ti lascia del tempo libero.»
«E in più è anche pericoloso» commenta Aiuti.
Mi accorgo di aver parlato e poi di essermi distratto. «Mi scusi?»
L’altro sogghigna. «Dicevo che il suo lavoro è anche pericoloso. Come i fatti recenti stanno a testimoniare.»
Scrollo le spalle. «Credo di essere fatalista. D’altra parte il mio indirizzo è sull’elenco del telefono. Come forse saprà.»
Lo guardo e aspetto una reazione. Mi pare che faccia una strana espressione inarcando il sopracciglio, ma forse è una sua abitudine e io, semplicemente, non lo conosco abbastanza bene per valutarlo.
«No, non lo sapevo» risponde, quasi scusandosi. Con la coda dell’occhio vedo Giovanni che si abbassa e raccoglie qualcosa.
«Tieni Donato. Quante volte l’hai già persa?» dice passandogli la stessa catenina che porta lui al collo.
La controlla. «Si deve essere consumato il fermaglio. Pensavo di non trovarla più.»
«Bella» dico indicandola con un dito.
Il volto di Aiuti si illumina di una finta espressione di giovialità. «Le piace? Ce l’ha anche Giovanni. L’abbiamo presa insieme a un congresso, qualche tempo fa. Quando ci si conosce da troppo tempo si finisce per avere gli stessi vizi. Era l’unico ricordo che potevamo portarci da un posto come Manerbio.»
«Sì, me lo ha detto. Però mi pare che vi capiti di andare anche in posti più divertenti.»
«A volte sì» dice Giovanni e controlla i gesti dell’amico che si infila la catenina rotta nella tasca della giacca. A quel punto cala il silenzio. Guardo l’orologio.
«Devo andare» dico.
Giovanni sembra sorpreso. «Te ne devi già andare?»
«Sì» rispondo, e il mio tono di voce sembra sufficientemente deciso perché lui si limiti ad annuire con un gesto del capo.
«Gabriele, volevo solo che tu sapessi che...»
So dove vuole andare a parare. Così come so che i motivi per cui mi ha invitato a quella festa possono essere solo due: perché vuole controllarmi o perché gli faccio pena.
«Devo andare» ripeto e gli stringo la mano. «Buon compleanno di nuovo. E grazie dell’invito.»
«Grazie a te di esser venuto.»
Saluto con un gesto della mano il dottor Aiuti che si è allontanato per telefonare – la figlia piccola lo chiama ogni venti minuti – e che mi spara uno dei suoi sorrisi in serie, ed esco. Fuori, dopo le scale, l’aria mi sembra più respirabile.
Una serata buttata, a parte il vino buono che ho appena assaggiato e i sandwich con un tonno da far rinvenire Lazzaro meglio del Redentore. Per il resto niente. Solo un brusio di parole vuote in mezzo al quale non sono riuscito a capire niente. Una volta, in mezzo alla gente, ero bravo a catturare certi segnali. Se c’era una nota stonata la sentivo subito, come un musicista che distingue il suono degli strumenti in un’orchestra sinfonica.
Questa volta no, non ci sono riuscito. Forse perché il mio avversario è troppo bravo per me. O forse perché sono io che non sono più bravo come una volta.
“Lei è il migliore investigatore con cui mi è mai capitato di lavorare”, mi ha detto il questore quando gli ho raccontato dello scienziato. Lo pensavo anch’io fino a poco tempo fa di essere il migliore.
Adesso, mentre mi infilo in macchina e metto in moto, penso solo di essere uno sfigato come tanti. Uno che cerca di inseguire gli eventi e di non rimanere troppo indietro. Fino a quando qualcuno non mi dirà che la gara è finita e che non sono stato abbastanza veloce.
Attacco il telefono al caricabatterie per auto e all’improvviso mi viene in mente Donatella Rizzo. L’ho chiamata tre volte oggi e non mi ha mai risposto. Allora prendo un postit dal cassettino e scrivo il suo nome. Poi l’attacco al centro del volante.
Girando a sinistra in via dei Mille comincio a pensare all’appuntamento a cui sto andando. Senza nemmeno accorgermene la mano mi scivola sul calcio della pistola, nella fondina ascellare.
È lì, fredda e dura come i miei pensieri.
«Secondo te è stato lui?» chiede il Muto guardando il fondo della strada.
«No. Se voleva farlo non lo faceva così» dice Gaspare e sembra tranquillo. Tiene gli occhi fissi in avanti e scala lentamente tutte le marce, finché la Peugeot nera si ferma, accodandosi alle altre auto che aspettano il verde del semaforo.
Sono le undici e venti e le insegne dell’Ipercoop del Centro Borgo sono lì, meno di trecento metri oltre il semaforo a cui sono accodati. Il posto di blocco della polizia aspetta più avanti, appena dopo l’incrocio.
C’è sempre un po’ di fila su quello stradone lungo che dalla periferia di Bologna porta fino alla via Emilia. Perché su quella striscia d’asfalto a due corsie per ogni senso di marcia c’è una distesa praticamente ininterrotta di prostitute slave e albanesi, un’esposizione di carne che richiama il traffico dei curiosi e dei macchinoni metallizzati che si possono permettere la prestazione delle fanciulle.
L’offerta parte dalla rotonda della tangenziale e prosegue per tutta la strada, interrompendosi per poco solo nel punto in cui la macchina della polizia si è fermata e ha deciso di piazzare il suo controllo.
Poco prima che torni il verde, Gaspare ingrana la prima e mette la freccia a destra. Mentre lo fa, il Muto infila il caricatore nella pistola con un rumore secco.
«’un fari u fissa, Luigi. Metti via la pistola. Ci arriviamo da dietro al parcheggio della Coop» dice e volta a destra con calma, evitando il posto di blocco e accelerando piano lungo una strada secondaria. Mentre lo fa, dallo specchietto retrovisore, si gode il culo della slava in minigonna che senza preoccuparsi si piega in avanti per recuperare qualcosa dalla borsetta, mettendo in mostra un perizoma praticamente invisibile.
Allontanandosi dal tavolo Donato Aiuti risponde al cellulare.
«Pronto» dice tentando di isolarsi dal brusio del salotto. La voce dall’altra parte è flebile e incerta. Il dottor Cinti ha spesso quella voce, quando qualcosa lo spaventa.
«Dimmi tutto. Non preoccuparti. Hai fatto quello che ti avevo chiesto?» lo incoraggia, e allora l’altro racconta. Tutto quanto. Quando torna il silenzio si guarda intorno, come se qualcuno avesse potuto sentire quello che gli hanno appena spiegato.
«Chi lo sa oltre a te?» chiede e saluta con un gesto della mano Gabriele Riccardi che se ne va. «Bene. Molto interessante. Dimmi quando.»
E mentre il suo interlocutore gli risponde si accorge che sta sorridendo.
Il parcheggio del Centro Borgo a quest’ora è deserto come uno stadio in un giorno feriale. Mi infilo con la macchina sotto le luci dei riflettori e guardo pass...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Dedica
- Epigrafe
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Ringraziamenti