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LO SPECCHIO
DELLE ORDE
Erano ormai trascorsi più di due giorni da quando Spica e Stellarius si erano messi in cammino e, con gran stupore della giovane, avevano preso a dirigersi verso il Deserto del Vento, una zona arida e disabitata alle pendici dei Monti della Falce d’Argento.
Procedere divenne più difficile e spossante. Di giorno il sole picchiava forte e vorace, e quando il vento si alzava rendeva il tragitto impraticabile, sollevando terra e sterpi secchi. Di notte il freddo era tanto pungente da far battere i denti. I pensieri della ragazza erano lontani. Non riusciva a togliersi dalla mente il viso scuro e preoccupato di Ombroso quando l’aveva salutata e continuava a pensare con ansia ai pericoli che lui e suo fratello stavano affrontando mentre lei non faceva altro che camminare nel deserto.
Era assorta in questi pensieri, quando arrivarono nei pressi della vecchia casa nel deserto. Allora, pensò Spica, esisteva davvero! Antichissime storie narravano che, nel Deserto del Vento, esistevano rovine di un luogo che un tempo era stato abitato da una creatura maligna. Alcuni dicevano una strega, altri un troll o altre creature innominabili.
La leggenda diceva anche che era stata quella creatura maligna a scacciare il fiume da quella terra, rendendola inospitale per sempre.
Le rovine comparvero alla vista della ragazza come un lontano miraggio ondeggiante e per qualche istante Spica credette di avere un’allucinazione.
– Ci siamo... laggiù c’è la vecchia casa – mormorò Stellarius con aria pensosa.
Spica la guardò nuovamente e serrò le mani sull’arco, cercando di trarne tutto il coraggio necessario per affrontare quella nuova avventura. Ma il mago decise che era meglio fermarsi per la notte prima di raggiungere la vecchia casa. Riposarono poco e male. La ragazza fece un brutto sogno, un incubo peggiore di quello che aveva avuto prima di partire. Si trovava nella nebbia e d’improvviso i cumuli densi si disperdevano, rivelando una gigantesca porta di roccia bianca. All’interno l’oscurità era profonda e dava un senso di oppressione. Tuttavia qualcosa la spingeva a entrare, e mentre faceva un passo avanti il terreno le mancò sotto i piedi. Cadde e cadde ancora, senza fiato, nell’oscurità fredda di grotte e cunicoli senza nome... e durante la terribile caduta suoni stridenti, guizzi di fiamme e lampi di luce violacea le ferivano gli occhi, il viso, le spalle... e poi ci furono ringhi feroci... Ebbe la certezza che sarebbe morta, emise un gemito di terrore e di colpo qualcuno l’afferrò per le spalle e la scrollò energicamente. Spica fremette e spalancò gli occhi.
Stellarius la osservò per un breve momento. Poi distolse gli occhi da quelli della giovane.
– Hai fiducia in tuo fratello e in Ombroso? – le domandò all’improvviso il mago, bloccandole sulle labbra qualsiasi domanda.
– Io... – Spica balbettò e si passò una mano tra i capelli inzuppati di sudore freddo, cercando di riprendersi. – Sì... sì. Ho solo paura – mormorò infine.
– La paura è una buona cosa, quando non impedisce di prendere decisioni. Qualcosa di profondo ti lega a quei ragazzi e ti porta i loro pensieri. Le loro paure, forse. Echi di quello che stanno passando... Mente e cuore sono una strana combinazione, ragazza. Ma non puoi pensare a questo, ora. Non ora, no.
Tacquero per un lungo istante, poi Spica domandò: – Siamo vicini, ormai. Quando ci muoveremo? E in che modo?
Stellarius tornò a guardarla con gli occhi che scintillavano di decisione e di rimprovero. – Grazie alla tua bravata della grotta sanno che li vedi, adesso. Ti ho detto, mi pare, che pensano come una mente sola... I Crepuscolari non sono comuni pipistrelli.
– Ma allora mi sai dire come potremo avvicinarci allo Specchio?
– La luce di cristallo che il mio bastone emette ci rende invisibili ai loro occhi. Domattina ci avvicineremo il più possibile. Lasceremo che i Crepuscolari si dispongano intorno allo Specchio delle Orde e che l’incantesimo delle streghe sia vicino a compiersi... Devo osservare quello che accadrà prima di poter agire – spiegò Stellarius con sguardo distante. – Dammi il tuo arco, ora.
– Come? Perché...?
– Quante domande inutili! Come hai visto, un solo semplice arco non servirà a molto senza una piccola modifica! – Stellarius le fece l’occhiolino e Spica gli porse cautamente l’arco.
Il mago lo soppesò con sguardo assorto, poi svolse un piccolo gomitolo di filo dorato dalla bisaccia. Lo annodò e lo legò intorno al legno curvo, formando una fitta rete con le dita abilissime. Poi lo passò attorno alla corda e terminò con un nodo doppio. Controllò il suo lavoro con attenzione e sospirò soddisfatto.
– Ecco qui. Questo – disse poi agitando a mezz’aria l’arco di Spica – ora non è più un semplice arco, ma un’arma assai potente. Un’arma segnata da un incantesimo. Abbine cura. Sarà più resistente del metallo e più flessibile del legno. Inoltre confonderà i nemici, che non saranno in grado di distinguerti con facilità quando lo impugnerai. Ora sei pronta per usarlo; ogni freccia incoccata al tuo arco si adatterà al nemico da combattere, per poterlo annientare. Ma dovrai essere tu a colpire e tu a decidere come, quando e se farlo. Adesso dormi, hai bisogno di riposo!
Spica riprese in mano il suo l’arco e lo fissò con gli occhi sgranati. Era vero. Il peso era diminuito e il legno non sembrava più consunto. Il materiale ora somigliava più a metallo, lucido e sbalzato finemente anche sull’impugnatura. Era un’arma segnata da un incantesimo, ripensò la giovane. Sarò degna di impugnarla?
Il mattino sorse lentamente e prima dell’alba Spica fu svegliata dalla mano di Stellarius. Il suo volto era teso e le parve che vi si agitassero timori di cose non dette, ma non osò chiedere nulla. Quando il mago le fece cenno di seguirlo, lei si alzò e obbedì.
Si rese conto che la casa nel deserto era più vicina di quello che aveva creduto la sera prima. Si trattava di una dimora diroccata. Il basso tetto a cupola era crollato e un cerchio di pietre bianche la circondava. Alcuni cespugli stentati e spinosi crescevano attorno a una buca irregolare, che un tempo doveva essere stata un pozzo e ora conteneva acqua melmosa.
Solo dopo un istante Spica si rese conto di ciò che davvero i suoi occhi vedevano... Un gruppo di Crepuscolari circondava lo specchio d’acqua melmosa. Quelle orribili creature erano ammassate le une sulle altre a formare un cerchio scuro e brulicante.
La ragazza serrò i denti nauseata e impugnò l’arco, poi guardò Stellarius, aspettando il suo segnale. Il mago si avvicinò di un altro passo. Mentre sotto i loro occhi il cerchio di Crepuscolari si chiudeva attorno alla pozza, qualcosa fremette e Spica alzò lo sguardo. I suoi occhi distinsero una delle oscure creature librarsi alta nel cielo, sorvolando la pozza d’acqua con qualcosa tra le zampe.
Per un lunghissimo istante né lei né Stellarius respirarono, poi d’un tratto il mago parve aver compreso il segreto dello Specchio delle Orde. I suoi occhi balenarono d’un guizzo feroce e fece un balzo in avanti, gridando: – Quel Crepuscolare ha tra le zampe una pietra: il catalizzatore! Non deve toccare la superficie d’acqua!
Mentre Stellarius cominciava a esercitare la sua magia contro i Crepuscolari, facendo levare da terra nubi e lampi, Spica sollevò l’arco. I suoi occhi si focalizzarono sulla creatura che volava solitaria nel cielo e non vide più nient’altro attorno a lei.
Un istante e...
... la freccia partì.
Un lampo di luce rischiarò il cielo mentre la freccia raggiunse il bersaglio e lo colpì.
Il Crepuscolare urlò rabbioso e divampò in una macchia scura contro il cielo chiaro.
Ma accadde anche qualcosa che Spica non aveva calcolato. La pietra che il pipistrello aveva tenuto tra gli artigli mentre era in volo, quella che Stellarius aveva chiamato catalizzatore, piombò giù di colpo, con una traiettoria obliqua e inattesa.
Troppo tardi la ragazza capì dove sarebbe caduta: nello specchio d’acqua melmosa il cui orlo ribolliva di orridi Crepuscolari!
Spica corse in avanti, mentre Stellarius si dibatteva tra nubi di stridenti pipistrelli rossi.
Fu questione di un attimo.
Il catalizzatore colpì l’acqua e un nero vortice gorgogliò minaccioso, mentre un lampo di luce maligna guizzò tutto intorno.
Fu esattamente in quell’istante che Stellarius si girò verso lo Specchio delle Orde. I suoi occhi furono colpiti dalla luce violacea che vorticava al centro dell’acqua ribollente: era troppo tardi!
L’acqua roteò e sussurrò, poi all’improvviso un ringhiante mostro dalle fauci spalancate balzò oltre lo Specchio delle Orde.
Spica gridò e cadde all’indietro, Stellarius urlò qualcosa, e tutto parve dissolversi in un lampo che tinse il cielo di rosso.
La luce rossa lottò con quella violacea e si esaurì in uno sbuffo scintillante sopra lo specchio d’acqua, ma l’orribile bestia ringhiante non svanì. Anzi, ringhiò più forte, impedendo a Spica di reagire.
– Sveglia, ragazza! – sbraitò Stellarius, sollevando d’un tratto la mano in cui teneva il bastone.
Come colpita da una mano gigantesca, l’enorme bestia ringhiante fu sbalzata di lato quel tanto che bastava per dare a Spica il tempo di reagire.
Cercando di controllare il tremito che le faceva vibrare le mani, la ragazza serrò le dita sull’arco, lo sollevò e incoccò rapidamente una freccia. I suoi occhi seguirono la linea della punta affusolata e con un sibilo leggero e mortale la punta di metallo fu scagliata lontano, scintillando di luce argentea. Si avvitò in aria e colpì il mostro che si stava lanciando su di lei. Il colpo lo fece rovesciare all’indietro con un tonfo sordo. Poi, d’un tratto, tutto fu di nuovo quieto.
Stellarius si avvicinò lentamente alla bestia e la toccò col bastone per assicurarsi che fosse morta. Poi annuì. – Mannari... le abitudini delle streghe non sono poi cambiate molto nel tempo, si circondano sempre di creature gradevolissime... – mormorò in tono sarcastico, mentre Spica si alzava tremante da terra.
La ragazza esitò un lungo momento, poi volse gli occhi verso lo Specchio delle Orde e deglutì. – Si è richiuso? Com’è possibile? Credevo che...
Stellarius sorrise in maniera sinistra e tese in avanti il lungo bastone, in modo che la ragazza potesse vedere quello che c’era appeso: un sottilissimo nastro a cui era legata una pietra. – Togli il catalizzatore e la porta si chiuderà... – sorrise avvicinandosi alla giovane – esattamente come accade per gli ingressi creati tanto tempo fa dalle fate... Questo catalizzatore lo conosco. È la pietra di un antico Portale di uno dei primi reami che furono perduti... – aggiunse pensoso. – Vedi? Turchese... – sospirò lanciando la pietra a Spica. Lei la afferrò a mezz’aria e la guardò per un lungo istante prima di poter rispondere. – Ma... è nera... – osservò senza capire.
– Oh, sì. È sporca e corrosa. Ma la sua forma romboidale è inconfondibile e non penserai davvero che un simile catalizzatore, caduto in mano alle streghe, non ne esca annerito e corroso? Ora so come la Nera Regina apre gli Specchi delle Orde. Sfrutta i catalizzatori che ha rubato ai reami conquistati, modifica la magia della pietra e la riduce a un oscuro catalizzatore col quale è in grado di aprire i suoi specchi. Dovrò fare in modo di avvertire tutti i reami di confine con le Terre Oscure!
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29
LE NERE VIE
Regulus osservò il cumulo di pietre crollate all’interno della porta e deglutì. – Sembra una caverna... ma non capisco, siamo in c...