STRANO. Di solito Lorna Taylor aspettava almeno fino al giovedì: di martedì non mi chiamava mai. Risposi pensando che non doveva essere una delle sue solite telefonate di controllo.
«Lorna?»
«Mickey, dov’eri? È tutta la mattina che ti cerco.»
«Mi sono fatto la solita corsetta. Sono appena uscito dalla doccia. Stai bene?»
«Sì, e tu?»
«Certo. Che cosa…»
«Sei convocato con urgenza dal giudice Holder. Vuole vederti… veramente voleva vederti un’ora fa.»
Esitai.
«Per quale motivo?»
«Non lo so. So solo che prima ha chiamato Michaela, poi il giudice in persona. Non è sua abitudine. Mi ha chiesto perché non rispondevi.»
Michaela era Michaela Gill, la segretaria del giudice. E Mary Townes Holder era il giudice capo della corte superiore di Los Angeles. Di sicuro non mi aveva telefonato per invitarmi alla festa annuale della corte di giustizia. Mary Townes Holder non chiamava mai gli avvocati senza una buona ragione.
«Che cosa le hai detto?»
«Soltanto che oggi non avevi impegni in aula, e che forse eri a giocare a golf.»
«Lorna, io non gioco a golf.»
«È la prima cosa che mi è venuta in mente.»
«D’accordo, richiamo il giudice. Dammi il numero.»
«Mickey, non telefonare. Vacci e basta. Il giudice vuole vederti nel suo studio. È stata molto chiara su questo punto, anche se non ha specificato il perché. Quindi vai.»
«Va bene, esco subito. Devo vestirmi.»
«Mickey?»
«Cosa?»
«Stai bene davvero?»
Conoscevo il suo codice. Sapevo quello che in realtà mi stava chiedendo. Non voleva che mi presentassi davanti a un giudice se non mi sentivo pronto.
«Non devi preoccuparti, Lorna. Sto bene. Starò bene.»
«Okay. Appena puoi, fammi sapere che cosa succede.»
«Non preoccuparti.»
Riagganciai sentendomi come se stessi prendendo ordini da una moglie, non da una ex moglie.
IN QUALITÀ DI CAPO DELLA CORTE SUPERIORE di Los Angeles, il giudice Mary Townes Holder svolgeva gran parte del suo lavoro a porte chiuse, lontano dallo sguardo del pubblico. A volte la sua aula veniva usata per udienze urgenti su mozione, raramente per un processo vero e proprio.
Per lo più il giudice coordinava il sistema giudiziario della contea di Los Angeles; erano sotto la sua giurisdizione più di duecentocinquanta uffici giudiziari e quaranta palazzi di giustizia della contea. Le convocazioni dei giurati inviate per posta portavano il suo nome; persino l’assegnazione dei posti macchina nei garage dei tribunali doveva essere approvata da lei. Trasferiva giudici tanto per motivi geografici quanto per designazione di diritto: penale, civile, minorile e di famiglia. Nel caso di un giudice neoeletto, era Holder a decidere se destinarlo a Beverly Hills o a Compton, e se assegnarlo a casi finanziari in cui giravano importanti somme di denaro presso la corte civile o a snervanti cause di divorzio presso il tribunale di famiglia.
Indossai in fretta quello che consideravo il mio completo portafortuna, un Corneliani, che di solito sceglievo per la lettura della sentenza. Fui costretto a recuperarlo da una custodia per abiti di plastica appesa in fondo all’armadio: non mettevo piede in aula da un anno, e non presenziavo a una sentenza da più tempo ancora.
Mi precipitai in centro, con l’impressione di essere in attesa di un verdetto che mi riguardava. Mentre guidavo, cercai di ricordare se l’anno precedente fossero rimasti in sospeso dei casi o dei clienti. Forse c’era stata una denuncia, o un pettegolezzo contro di me, e il giudice Holder se ne stava interessando di persona. Comunque fosse, quando entrai nella sua aula ero in preda all’ansia. Essere convocati da un giudice non è mai una cosa buona; essere convocati dal giudice capo è anche peggio.
L’aula era buia, e la scrivania della segretaria accanto allo scranno era vuota. Aprii il cancelletto. Mi stavo dirigendo verso l’uscita sul corridoio posteriore, quando la porta si aprì ed entrò Michaela Gill. La segretaria del giudice era una donna dall’aspetto gradevole: mi ricordava la mia maestra delle elementari. Non pensava di trovare qualcuno, così sobbalzò e per poco non urlò. Le dissi chi ero prima che potesse correre a premere il pulsante dell’allarme. Appena si fu ripresa, mi fece segno di passare e io percorsi il corridoio.
Trovai il giudice Holder nel suo studio, al lavoro su una grande scrivania di legno scuro. In un angolo, appesa a un appendiabiti, c’era la sua toga. Indossava un abito marrone di taglio classico. Era affascinante: sui cinquanta, snella, con i capelli castani corti.
Non l’avevo mai incontrata, ma ne avevo sentito parlare. Era stata pubblico ministero per vent’anni, prima di essere nominata giudice da un governatore repubblicano. Aveva presieduto alcuni tra i più importanti processi penali, ed era famosa per la tendenza a comminare il massimo della pena. Per questo, dopo il primo mandato era stata rieletta con facilità. Dopo quattro anni era diventata giudice capo.
«Signor Haller, grazie per essere venuto» disse. «Sono contenta che la sua segretaria alla fine l’abbia trovata.»
Il tono era insofferente, per non dire arrogante.
«In realtà non è la mia segretaria, signor giudice. Però sì, mi ha trovato. Mi dispiace di averla fatta aspettare.»
«Be’, adesso è qui. Non ci siamo mai visti prima, vero?»
«No, non credo.»
«Bene, questo tradirà la mia età, ma una volta ho seguito un caso con suo padre. Uno dei suoi ultimi, credo.»
Se era stata in aula con mio padre, allora aveva almeno sessant’anni.
«Veramente ero il terzo incaricato; ero appena uscita dalla facoltà di legge della University of Southern California ed ero ancora inesperta. Dovevo fare pratica nei dibattimenti. Era un caso di omicidio e mi lasciarono affrontare un testimone soltanto. Mi preparai a quella prova per una settimana, ma nel controinterrogatorio suo padre liquidò il teste in dieci minuti. Il caso lo vincemmo noi, però la lezione non l’ho mai dimenticata. Tieniti pronta a tutto.»
Sorrisi. Negli anni avevo conosciuto diversi avvocati più anziani che mi avevano raccontato molti aneddoti su Mickey Haller senior. Di storie soltanto mie ne avevo poche. Prima che potessi chiederle altro sul caso, il giudice si affrettò a proseguire.
«Ma non è per questo che l’ho fatta convocare.»
«Immagino, signor giudice. Sembrava che si trattasse di qualcosa di… urgente.»
«Esatto. Conosceva Jerry Vincent?»
L’uso del verbo al passato mi colpì.
«Jerry? Sì, conosco Jerry. Cosa gli è successo?»
«È morto.»
«Morto?»
«Assassinato, a essere precisi.»
«Quando?»
«La notte scorsa. Mi dispiace.»
Abbassai gli occhi e guardai la targa sulla scrivania: sopra era inciso in corsivo GIUDICE M.T. HOLDER. Accanto c’erano un martelletto, una penna stilografica e una boccetta d’inchiostro.
«Vi conoscevate bene?» chiese.
Buona domanda: non sapevo come rispondere. Parlai continuando a tenere gli occhi bassi.
«Ci siamo affrontati in qualche processo, quando lui era procuratore distrettuale e io difensore d’ufficio. Siamo passati a lavorare in proprio in uno studio più o meno nello stesso periodo. Negli anni abbiamo lavorato insieme su qualche caso, un paio di processi per droga, e ci siamo dati una mano. Di tanto in tanto mi passava un caso, quando era in ballo qualcosa che non gli andava di trattare.»
Con Jerry Vincent avevo un rapporto esclusivamente professionale. Di tanto in tanto ci facevamo una bevuta insieme al Four Green Fields, oppure ci vedevamo al Dodger Stadium per la partita. Mi sembrava esagerato affermare che ci conoscessimo bene. Al di fuori dell’ambiente legale, di lui sapevo poco. Tempo prima, qualcuno del palazzo di giustizia mi aveva accennato a un divorzio, ma a lui non avevo mai chiesto niente. Erano fatti suoi.
«Forse se l’è dimenticato, signor Haller, ma io ero alla procura distrettuale quando Vincent era all’inizio della carriera. Poi ha perso un caso importante e la sua stella si è offuscata. È stato allora che è passato all’attività privata.»
Guardai il giudice in silenzio.
«E mi sembra di ricordare che fosse lei l’avvocato della difesa in quel processo» aggiunse.
Non potevo negarlo.
«Barnett Woodson. Ottenni il proscioglimento dall’accusa di duplice omicidio. L’imputato uscì dall’aula, e si scusò con sarcasmo davanti ai media per essersela cavata. Voleva far perdere la faccia alla procura distrettuale, e la cosa mise la parola fine alla carriera di Jerry come pubblico ministero.»
«Allora perché poi ha lavorato insieme a lei passandole addirittura dei casi?»
«Perché, signor giudice, mettendo fine alla sua carriera di pubblico ministero, diedi inizio alla sua carriera di avvocato difensore.»
Mi interruppi, ma non sembrava soddisfatta.
«E quindi?»
«E quindi un paio d’anni dopo guadagnava cinque volte più di prima. Un giorno mi ha telefonato ringraziandomi per avergli aperto gli occhi.»
Il giudice fece cenno di capire.
«Denaro. Erano i soldi che voleva.»
Mi strinsi nelle spalle: mi sentii a disagio dovendo rispondere per una persona morta, così tacqui.
«Che cos’è successo al suo cliente?» chiese ancora il giudice. «Che cosa ne è stato di un uomo assolto con due omicidi sulla coscienza?»
«Sarebbe stato meglio che lo avessero condannato. Circa due mesi dopo il rilascio, qualcuno gli ha sparato da un’auto in corsa.»
Il giudice annuì, come a dire: “Fine della storia: giustizia è fatta”. Cercai di dirottare di nuovo l’attenzione su Jerry Vincent.
«Non posso crederci… Jerry. Com’è andata?»
«N...