Hernán Mamani ha una storia da raccontare. Una storia intensa e coinvolgente, che parla di risveglio, di rinascita e di conquista di una nuova vita. È un uomo che, nato in un piccolo villaggio andino, ha ceduto alle lusinghe della civiltà occidentale. Ma dopo anni trascorsi a Lima e aver realizzato in parte i suoi sogni di ragazzo, il suo corpo si ribella. Fiaccato da una grave malattia, decide di fare ritorno al suo paese, tra quegli indios che sono la sua gente. Ed è qui che, grazie alle sapienti cure del padre, recupera la salute. Ma la sua ripresa non è solo fisica. Perché grazie a una conoscenza antica che credeva perduta, eredità delle antiche tradizioni sciamaniche, riscopre il potere dei sogni, l'importanza di saper ascoltare il proprio cuore più che la mente e il rispetto per la natura. D'ora in avanti questo sarà il suo credo. E ora che, grazie anche all'incontro con un maestro spirituale andino, ha ritrovato la strada smarrita un tempo, lo attende un compito preciso: diffondere il messaggio che ha fatto proprio, e fornire agli uomini gli strumenti per stringere un nuovo patto con la "Pachamama", la Madre Terra. Perché solo traendo da essa la forza, il cuore dell'uomo tornerà puro e riscoprirà la vera felicità, contribuendo allo stesso tempo a rendere questo mondo migliore.

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Negli occhi dello sciamano
Sul sentiero sacro degli inca
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9788838471964
1
CAMBIA STRADA,
RITORNA SUL TUO CAMMINO
RITORNA SUL TUO CAMMINO

Tra il sogno e la realtà, udii, lontana, la voce della hostess che annunciava dagli altoparlanti dell’aereo, prima in spagnolo e poi in inglese: «Signori passeggeri, ci stiamo avvicinando all’altopiano di Arequipa; atterreremo fra dieci minuti all’aeroporto Rodríguez Ballón. La temperatura a terra è di 18 °C e l’altitudine della città è di 2.279 metri... Si pregano i signori passeggeri di spegnere le sigarette, sollevare gli schienali e allacciarsi le cinture».
Con grande sforzo, mi staccai dallo schienale della poltrona sulla quale ero poggiato e mi affacciai al finestrino dell’aereo che, come un gigantesco uccello argentato dalle ali distese, si avvicinava velocemente alla città. Di fronte ai miei occhi stanchi apparvero le alte montagne grigie, dalla vetta bianca, senza vegetazione. Il Pichu Pichu, il Chachani e il Putina o Misti come le chiama la gente. Tutte si ergono come fossero sentinelle rocciose della città di Arequipa. Mi erano familiari, per via degli anni che avevo trascorso in questa città, che è stata costruita nel mezzo del deserto. Poi quel paesaggio desolato si trasformò lasciando posto alla frangia verde smeraldo della campagna arequipegna, bagnata dal rio Chili, un sottile serpente argentato che è fonte di sostentamento per più di mezzo milione di persone. Dal cielo la campagna pareva una scacchiera dai diversi colori: il giallo del mais e del grano, il verde scuro dell’alfalfa, il verde chiaro degli ortaggi e il rosso rosato dell’aglio o della cipolla.
Finalmente apparve la città di Arequipa! Con un misto di dolore e allegria, contemplai i tetti delle case che passavano in fretta davanti ai miei occhi stanchi, che lottavano per non chiudersi. Mentre l’aereo stava atterrando, con fatica, ripassai mentalmente ciò che avrei dovuto fare una volta che l’aereo si fosse fermato. Avevo telefonato a un amico chiedendogli di venirmi a prendere all’aeroporto. Sarebbe stato ad aspettarmi lì fuori? Ero preoccupato... il mio fisico era notevolmente provato, riuscivo a malapena a stare in piedi.
In quegli ultimi mesi estivi ero stato tra la vita e la morte. I medici mi avevano dato per spacciato. Avevo deciso di affrontare questo viaggio per seguire la tradizione india di porre le proprie membra a riposo nella terra dove si è nati! Che altro mi restava? Ero gravemente ammalato. I soldi che avevo erano sufficienti a coprire le spese del viaggio fino al piccolo villaggio del gran Cañón del Colca dove sono nato. Il piccolo abitato si trova su un altipiano di 3.650 metri, ai piedi di una montagna. Conservavo a malapena la speranza di vedere per l’ultima volta la mia terra, salutare i miei familiari, risentire le risa della nostra gente semplice, respirare l’aria e l’aroma della terra dove ho trascorso la mia infanzia, come tanti altri indios delle montagne. L’unico desiderio era raggiungere il mio paese, chiudere gli occhi per dormire un lungo sonno e far riposare le stanche ossa accanto ai miei familiari che già dormivano il sonno eterno...
I miei pensieri furono interrotti quando quattro braccia mi sollevarono dalla poltrona, mi poggiarono su una barella e mi condussero giù dall’aereo.
Il calore del sole arequipegno mi bruciò e la luce mi accecò. Mentre mi portavano verso la sala della reception, come in un sogno si avvicinò il mio amico Lucio. Mi stava aspettando. Mi abbracciò con un misto di affetto e tristezza. «Mamani, amico mio» disse guardandomi stupito. «Fratello mio, che ti è successo? Che cos’hai?» Stava per continuare, ma mi sorrise e scelse di tacere.
Dopo aver attraversato faticosamente un lungo passaggio, arrivammo al parcheggio dell’aeroporto. Lì, Lucio disse agli infermieri: «Mettetelo qui, in quest’auto. Fate piano, per favore». Mi osservava con attenzione, cercando di scoprire quale male mi avesse consumato. I suoi occhi non riuscivano a credere a quello che vedevano: l’amico che aveva conosciuto per tanti anni adesso era di fronte a lui ridotto pelle e ossa. «Spero che tu stia comodo. Mi senti, Mamani?» disse, mentre mi aiutava a sistemarmi.
Mossi solo la testa in cenno affermativo. Riuscivo a malapena a parlare... Facendo un grande sforzo gli strinsi la mano. Avevo la mente annebbiata, come fossi ubriaco. Da quando ero sceso dall’aereo le vertigini e i dolori si erano fatti atroci. Sentivo la sua voce in lontananza, benché lui fosse al mio fianco. Con gran fatica riuscii a dirgli: «Grazie per l’aiuto, Lucio... Scusami se ti creo tanti problemi».
«Non ti preoccupare, gli amici esistono per questo» disse, mentre chiudeva la porta della macchina. Poco dopo la sua auto correva veloce lungo la strada verso il centro della città. Viveva in un’abitazione confortevole in un quartiere residenziale.
Restammo entrambi in silenzio, lui guidava e io stavo appoggiato sui sedili, sistemati in modo da rendere il viaggio il più possibile confortevole.
Lungo il tragitto, tornai con la mente al tempo in cui conobbi Lucio... ai nostri giorni da studenti. Quegli anni giovanili furono molto duri per me. Nel collegio dove mi ero iscritto non conoscevo nessuno, vedevo tutti quanti per la prima volta. Lui fu il primo a offrirmi la sua amicizia e m’invitò a sedere nel banco accanto a lui. Non appena entrai nell’aula per occupare il mio posto, sentii un mormorio fra gli altri... Era naturale, io ero un indio e la classe era composta esclusivamente da bianchi e meticci.
A quei tempi, la discriminazione razziale si manifestava apertamente in una città come Arequipa. Gli indios non erano bene accolti in molti luoghi. Mio padre mi raccontava che, sessant’anni prima, nessun indio poteva risiedere nella "Città Bianca". La chiamavano così perché le case erano state costruite con blocchi di lava vulcanica bianca, detta "sillar"1, e perché durante l’epoca della colonizzazione era la città col maggior numero di spagnoli e creoli. Solo una minima parte della popolazione era composta da indios, che per lo più svolgevano lavori umili e degradanti.
Ma negli anni seguenti le terre meridionali del Perú furono colpite da una siccità che durò diversi anni e provocò una carestia che flagellò gli abitanti di Cusco, Apurímac, Puno e di alcune province di Arequipa. Molti indios di campagna furono costretti, per sopravvivere, a emigrare verso la città. Così la mia famiglia era giunta ad Arequipa, dove la maggior parte della popolazione di bianchi e creoli non ci amava.
Lassù in mezzo al deserto, sopra le colline, noi indios, per lo più Quechua e Aymarás, costruimmo le nostre rustiche abitazioni e sopravvivemmo malgrado l’ostilità razziale.
«Indios! Fuori di qui, tornatevene alla vostra terra» ci ripetevano in continuazione. Noi, gli indios, stavamo zitti, chinavamo la testa e restavamo in città. Alcuni di noi si adattavano a fare lavori umilissimi o poco dignitosi, altri diventavano venditori ambulanti e altri ancora avevano attività occasionali. Eravamo tutti poveri e senza molta istruzione, poiché gli istituti superiori, a quei tempi, erano riservati solo ai bianchi e ai meticci; e gli studenti dovevano vestirsi "all’europea". Certo, anche a noi indios era permesso imparare a leggere e a scrivere nelle scuole medie statali, in stanze povere e con maestri mal pagati. Lì imparavamo a parlare e a scrivere in spagnolo, ci venivano insegnati i rudimenti delle scienze e delle arti e ci inculcavano i vantaggi d’essere occidentalizzati. Ci suggerivano, oppure ci obbligavano, a rinunciare alle nostre origini indios. Solo pochi di noi proseguivano gli studi nei licei secondari e in pochissimi riuscivano a varcare la porta dell’università per diventare in seguito dei professionisti.
Inoltre gli insegnanti e i presidi a quei tempi erano per la stragrande maggioranza bianchi o meticci e non gradivano avere indios nelle loro aule. Nonostante tutto, tra quegli insegnanti c’erano delle eccezioni: uomini sensibili, nemici della discriminazione razziale, che sostenevano l’elevazione intellettuale degli indios. Tra costoro alcuni erano riusciti ad arrivare in parlamento e avevano ottenuto che l’educazione non fosse più patrimonio esclusivo dei bianchi e dei meticci. Così, finalmente, anche noi indios potevamo iscriverci e frequentare qualsiasi centro di studi. Io fui uno di quelli. Gli studi costavano, certo... Però ero riuscito a vincere un concorso e avevo ottenuto una borsa di studio che copriva le spese scolastiche; ma poi dovetti affrontare altre difficoltà.
Ricordo che il primo giorno di scuola arrivai in ritardo nell’aula magna, perché dovetti aspettare che decidessero in quale sezione sarei stato inserito.
«Ciao. Come ti chiami? Io sono Luis, ma puoi chiamarmi Lucio» mi disse amabilmente uno studente.
Io non sapevo come rispondere. Era un bianco che si rivolgeva a un indio. Perciò dissi, timidamente: «Mi chiamo Mamani». Mi sedetti vicino a lui, e fu subito chiaro che tra noi sarebbe nata una grande amicizia. Fin dal principio, Lucio dimostrò di essere un ribelle di natura, nemico della discriminazione. Mi diceva: «Devi difenderti, non farti umiliare dagli altri compagni. Se vengono a cercarti per una rissa, buttati nella mischia, pretendi che ti trattino come un essere umano, uguale a tutti; non ti devi considerare inferiore a loro».
In macchina, la voce di Lucio mi riportò alla realtà: «Mamani, a casa mia ti aspetta una sorpresa che neppure t’immagini». Le sue parole risuonarono lontane e appena udibili.
Senza grande interesse gli chiesi: «Che cos’è?».
«Lo vedrai da te...Ti riporterà al tuo villaggio» mi rispose.
"Cosa potrebbe essere?" pensai.
La sorpresa fu mio padre che, in carne e ossa, era venuto in città per riportarmi a casa.
Il nostro incontro non poteva essere più drammatico. Mio padre, un indio anziano e forte, era di fronte al figlio gravemente malato che non vedeva da svariati anni, da quando cioè avevo deciso di andare a lavorare a Lima, la grande città, per procurarmi una buona posizione e contribuire a migliorare Lima stessa. Una città con oltre sette milioni d’abitanti, un polo di attrazione per i giovani professionisti e per tutti coloro che vogliono sfondare nel regno dell’industria, del commercio, della finanza, dove si trova la sede centrale del governo, con una gran burocrazia ripartita tra ministeri, organismi statali e università. Tutto il potere politico, economico e sociale è racchiuso in questa grande metropoli.
Per noi peruviani stabilirsi a Lima è il sogno, l’illusione di godere del meglio che il nostro Paese può offrire: «Lima è il Perú». Per questo avevo deciso di stabilirmi nella capitale, dove ottenni una cattedra e lavorai per un organismo statale con un incarico direttivo. Per lo meno, questo era quanto sapeva mio padre. Credeva che guadagnassi molto denaro e che vivessi con tutte le comodità di un occidentale.
Da quando mi ero trasferito a Lima avevamo parlato poche volte. I nostri rapporti erano ridotti al minimo. Nel villaggio in cui viveva mio padre non c’era il telefono né l’elettricità e i mezzi di comunicazione erano pochi. Fare un viaggio da Lima verso il nostro paese era come fare un tuffo nel passato, un’odissea di 1.200 chilometri.
Sentii rimorso per non essere mai andato a trovarlo quando stavo ancora bene.
L’ultima volta che mi aveva visto, ero in salute, forte e ottimista, fiducioso di conquistare Lima. Ora mi vedeva ridotto a un relitto umano.
L’incontro fu terribile, tanto per lui quanto per me, che mi sentivo stordito. Le lacrime velarono i suoi occhi: il dolore e la pena apparvero sul viso indurito dall’aria delle montagne andine. Si trattenne subito e, con la serenità che aveva sempre dimostrato, mi abbracciò con forza. «Figlio mio, andiamo nella nostra casa di Arequipa» e aggiunse rivolto a Lucio: «Portaci a casa nostra, per favore».
«Va bene» disse il mio amico.
E così, Lucio ci portò alla nostra umile abitazione fatta di argilla e canne, una di quelle che usa il nostro popolo; già da anni ai margini di Arequipa erano state costruite case di questo tipo perché molti erano scesi dalle montagne attratti dal fascino della città.
Lucio ci portò fin lì passando per strade polverose e case lasciate a metà. Quando arrivammo alla nostra, prima di andarsene, parlò brevemente con mio padre. «Lo stato di salute di suo figlio è delicato, non lo avevo mai visto così. È impressionante cosa può fare la malattia! Se decidesse di ritornare al villaggio dove è nato, vi porterei con molto piacere. Ora devo andare a lavorare, ma tornerò più tardi.» Quindi, avvicinandosi a me, disse per confortarmi: «Mamani, vedi di guarire, animo! Ci sono ancora tante cose che devi fare; spero che ti rimetterai in fretta. Abbi cura di te!». Parlò con voce rotta, mentre mi dava una pacca sulla spalla. «Se ti serve qualcosa non devi far altro che chiamarmi. A presto, amico.»
Mossi la testa lentamente e lo seguii con lo sguardo mentre usciva. Era un amico affettuoso e leale, nonostante le nostre differenze razziali, sociali e culturali. Lucio aveva la pelle chiara, i capelli castani, gli occhi azzurri e la carnagione rosea; era di media statura, con un corpo moderatamente muscoloso che gli dava l’aspetto di uno sportivo. Apparteneva a una famiglia della borghesia, era figlio di un noto imprenditore locale. Io, invece, ero un indio povero che per riuscire a sopravvivere aveva dovuto lavorare di notte e studiare di giorno, mentre il cibo scarseggiava sempre.
Assieme avevamo fatto fronte alle burle e all’arroganza dei nostri compagni di studio. Le nostre differenze sociali e razziali non esistevano più quando dovevamo combattere. A questo proposito, riferendosi alla discriminazione dei bianchi contro gli indios, lui diceva: «Voi dovete difendervi, dovete lottare per voi stessi. Un indio non vale meno di un bianco; inoltre, queste terre prima appartenevano ai vostri antenati. Noi siamo immigranti recenti. Abbiamo meno diritti di voi, su questa terra».
Questi modi gli avevano procurato amicizie e inimicizie fra i compagni: per alcuni era un pazzo, per altri un idealista. Quando parlava delle disuguaglianze esistenti, il suo viso diventava rosso per la forte emozione e i suoi occhi azzurri lanciavano scintille. In quanto bianco, aveva un ascendente sui bianchi e sui meticci, ma quando si trattava di difendere i diritti degli indios non poteva fare a meno di discutere. Con gli anni, proseguendo negli studi universitari, ci eravamo separati: lui si era trasferito in Argentina e io avevo dovuto restare ad Arequipa, per frequentare l’università locale. Quando Lucio tornò dall’estero, la nostra amicizia era salda come prima. Lui si stabilì definitivamente ad Arequipa, per dirigere un’impresa, mentre io trovai lavoro a Lima.
Ci scrivevamo e ci sentivamo spesso per telefono. Alcune volte ci incontravamo ad Arequipa oppure a Lima, dove lui veniva frequentemente per questioni commerciali.
L’incontro con mio padre fu provvidenziale e mi fu di grande aiuto, ma questo l’avrei scoperto solo in seguito.
Anziché ritornare al Cañón del Colca, dopo avermi esaminato attentamente egli disse: «Rimarremo qui ad Arequipa. Non aver paura della morte, poiché non è arrivata la tua ora. Ti curerò e starai di nuovo bene. Ti domanderai come mai mi trovo qui. E come sono arrivato a casa del tuo amico o come sapevo del tuo ritorno in città». Mossi appena il capo, per rispondere a mio padre, perché continuavo a sentire un insistente ronzio dentro la testa dolorante.
«Ti dirò, l’ho sognato. Ti ho visto in casa di Lucio. Eri molto malato, disteso su un letto. Io credo nei sogni, ed è tramite essi che ricevo i messaggi; per questo ho viaggiato fino a qui. La prima cosa che ho fatto è stata andare a cercare il tuo amico. L’ho trovato a casa questa mattina e mi ha confermato che saresti arrivato oggi in aereo. Mi ha chiesto di rimanere qui mentre lui veniva a prenderti.»
L’immagine di mio padre pareva confusa all’interno dell’appartamento, riuscivo a malapena a distinguere il suo viso. Mentre parlava, mi ungeva con alcune pomate la schiena, il petto e il ventre.
Pensandoci bene, conoscevo poco mio padre. Sapevo fin dalla più tenera età che lui era una sorta di curandero, cioè che curava le persone del paese usando le erbe. Ma non si trattava mai di malattie gravi come quella che avevo io. Se la medicina ufficiale non poteva fare nulla per me, figuriamoci come poteva pensare di curarmi lui con semplici erbe, somministrate in modo empirico.
«Non ci sono cure per me» gli dissi. Le parole colme di amarezza e disperazione mi salivano con grande sforzo dalla gola.
Mio padre insistette: «Starai bene. La tua malattia passerà, ritornerai in forze. Hai ancora molto tempo davanti a te. Vivrai molti anni ancora, perché devi affrontare il tuo destino... La tua malattia è solo un mezzo per farti cambiare. E molte cose cambieranno in te. Non sarai più un uomo che ragiona freddamente, ma diventerai un uomo di cuore, con molto amore da dare agli altri. Guarda alla malattia come a un insegnamento, come a un’opportunità che ti offre la vita. Cercane il senso, chiediti: perché sono malato? Dove ho sbagliato durante il mio cammino?».
«Io non ti capisco» dissi lentamente, mentre cambiavo posizione per sistemare meglio il mio corpo indolenzito nel letto duro e grezzo.
«È difficile per te accettare la tua malattia, ma capirai. La comprensione ti verrà col tempo, adesso non è il momento» continuò. A quel punto fummo interrotti da qualcuno che entrava nella stanza.
Riuscii a percepire in modo confuso la figura familiare di una donna della nostra comunità. Indossava un abito multicolore dominato dal rosso, aveva un sorriso affettuoso, gli occhi neri brillanti, il volto ramato e i lunghi capelli raccolti in trecce. «Hermanito, come sei cambiato! Sei così magro!» disse mentre mi osservava con grande attenzione. «Mi prenderò cura di te mentre starai qui» aggiunse dolcemente.
Riconobbi in lei una donna che era sempre vissuta nella comunità del Cañón del Colca e, quando veniva ad Arequipa, viveva nella casa che avevamo costruito fuori città, nel deserto, come tanti altri emigranti, senza particolari comodità.
Mio padre mi disse: «Figliolo, vado alle pendici del Pichu Pichu a cercare le erbe che possono curare i tuoi mali. Nel frattempo, Antonia si occuperà di te».
«Papà, prima di andare lasciami vicino le medicine... le devo prendere» lo pregai.
Guardò i farmaci che stavo utilizzando, li prese e li mise in una borsa, aggiungendo: «Queste non ti cureranno. Se non sei guarito finora, perché ne fai uso? Lascia che il tuo corpo se ne liberi e aspetta che io torni».
Antonia, durante le ore che seguirono, mi fece bere un infuso che mio padre mi aveva preparato. Lo bevvi con difficoltà, ma i suoi effetti non si fecero attendere molto: infatti mi fece addormentare e rilassare completamente. Non riuscivo a capire quanto tempo stesse passando, ero in uno stato confusionale: non mi rendevo conto se era giorno o notte.
Mio padre tornò dal Pichu Pichu, credo il giorno dopo, con un sacco che conteneva una gran quantità di erbe che diffondevano nella casa un odore penetrante. Prima di iniziare, prese tre foglie di "coca" – una pianta medicinale, alimentare e sacra per gli indios – e recitò una preghiera. Poi, avvicinandole alla bocca vi soffiò sopra con molta reverenza. Le interrò e spruzzò del liquore e della "chicha" – una bevanda alcolica ottenuta dal mais – in direzione dei quattro punti cardinali.
«Ho chiesto il permesso alla Pachamama2 e agli "Apukuna", i guardiani della medicina, per poter procedere nella preparazione della tua cura» mi disse allora, mentre manipolava le erbe, dividendole in gruppi diversi: alcune le mise a macerare, altre le macinò e altre ancora le mise a bollire. Dopo che ebbe terminato con i vari procedimenti, rovesciò le erbe trattate in una vasca di acqua tiepida, dove fui adagiato. Il risultato della miscela somigliava al petrolio, e come il petrolio diffondeva un odore forte e pungente. Il contatto con il liquido regalò al mio corpo un’immensa sensazione di sollievo e tranquillità. Mio padre prese a strofinarmi la testa, le spalle, la schiena, il petto, le brac...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Premessa
- Nota dell’Autore
- Introduzione
- 1. Cambia strada, ritorna sul tuo cammino
- 2. Ho un destino, ho un sentiero
- 3. Il sognatore e la strada verso l’apprendistato
- 4. C’è una fratellanza indigena segreta
- 5. Tutti possiedono una stella
- 6. La montagna ti chiama
- 7. Alla ricerca di se stessi
- 8. Conoscere e amare
- 9. Per la terra o contro la terra
- 10. Pachacutiy: la trasformazione ciclica della terra
- 11. La terra è in pericolo
- 12. Noi rispetto a voi
- 13. Incontro con la donna curandera
- 14. Fine di un’epoca, inizio di un’altra
- 15. Viaggio sull’asse del mondo
- 16. Operazione Pachamama
- Ringraziamenti