Jules, Annie, Bettina e India non potrebbero essere più diverse. Jules studia a Princeton ed è considerata da tutti uno schianto. Lei, però, non si è mai sentita a suo agio con i coetanei e ogni lunedì non vede l'ora di fuggire dall'università per raggiungere il centro commerciale più vicino. Lì non è costretta a fingere di essere cordiale-interessata-griffata-colta con una punta di trasgressione, può essere se stessa. Annie ha due figli che adora, un marito che ama da impazzire e una casa che, dopo la crisi, non può più permettersi. Impossibile chiedere aiuto a quell'arpia di sua sorella che non fa altro che sbandierare il conto in banca del marito, medico di successo, e criticare le sue scelte. Forse la soluzione per riuscire a salvare la casa esiste, ma non è detto che tutti in famiglia siano d'accordo. Bettina e India, rispettivamente 20 e 43 anni (anche se ne dichiara 38), sono figliastra e matrigna e non possono stare a meno di cento metri di distanza senza punzecchiarsi e litigare. Bettina teme che quella donna troppo giovane possa approfittarsi del padre per arrivare al suo portafoglio e lasciarlo con il cuore in pezzi. Sarà il caso o forse il destino a far intrecciare le loro vite grazie a un desiderio che quasi ogni donna serba nel proprio cuore: quello di diventare mamma.

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Poi sei arrivato tu
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9788856625394
Jules
L’uomo in giacca e cravatta mi stava guardando di nuovo.
Era il mio ultimo anno di college, un pomeriggio limpido e fresco di marzo, quando mi sentii addosso quello che percepivo ormai come il peso familiare di uno sguardo maschile, mentre sedevo da sola nell’area ristoro. Alzai gli occhi ed eccolo lì, in coda al banco delle insalate, a fissarmi come faceva da almeno tre settimane.
Sospirai. Il centro commerciale era uno dei miei posti preferiti e non volevo rinunciarci per colpa di un maniaco qualunque.
Lo avevo scoperto il primo anno di corso. Uscendo dal campus, dall’altra parte di Nassau Street, in pieno centro, si poteva comprare un biglietto scontato all’edicola con il tesserino studentesco, e poi l’autobus ti portava in un elegante shopping center dal nome altrettanto elegante: Princeton Market Fair. C’erano tutte le principali catene commerciali: un Pottery Barn e un Restoration Hardware per l’arredamento d’interni, due punti vendita Gap (adulti e bambini), un Victoria’s Secret in cui comprare gli slip e un LensCrafters dove procurarsi un paio di occhiali da sole, il tutto riunito in un unico, anonimo edificio dalla pianta irregolare, con pavimenti di marmo e indulgenti luci rosate. A un estremo si trovava una grande e ariosa libreria dalle poltroncine in pelle su cui raggomitolarsi a leggere; all’altro, un cinema che, il lunedì, dava spettacoli pomeridiani a quattro dollari. L’area ristoro era proprio al centro.
Poco dopo la felice scoperta avevo anche appreso che solo i perdenti usavano i mezzi pubblici. E l’avevo imparato sentendo due compagne di corso descrivere in tono sprezzante la serata di una terza ragazza di nostra conoscenza. «Lui l’ha portata al cinema in autobus.» Risatine e una rapida occhiata in cerca della mia approvazione, perché, alta e bionda com’ero, con due del terzo anno – due membri della squadra di football – che mi sbavavano dietro, non potevo certo ricadere nella categoria tipa-da-autobus.
La verità era che a me, invece, l’autobus piaceva. E mi piaceva il centro commerciale. Sapeva di vita reale. Al contrario, il campus di Princeton, con il suo verde perfettamente curato, gli edifici dalle vetrate istoriate ornati di gargoyle e coperti d’edera, gli studenti apparentemente immuni all’acne, all’obesità o anche solo a quelle giornate in cui i capelli vanno dove vogliono loro, sembrava più il set di un film: troppo perfetto per essere vero. Tutti giravano per l’università, i costosi portatili a tracolla e i vestiti sempre azzeccati, come se non avessero mai dubitato un solo istante né avuto, almeno per un secondo, la sensazione di non appartenere a quel posto. Al centro commerciale, invece, le persone non sembravano appena uscite da un catalogo. A volte avevano gli abiti macchiati o della taglia sbagliata. Passavano accanto alle vetrine desiderando cose di cui non avevano bisogno e che non potevano permettersi. Madri sull’orlo di una crisi di nervi che rimproveravano i figli, fidanzati che sbuffavano spostando il peso da un piede all’altro fuori dai camerini di prova, adolescenti che si mandavano sms ai due capi dello stesso tavolo, a meno di un metro di distanza. Grassi, anziani, alcuni dei quali con il deambulatore, la bombola di ossigeno o sulla sedia a rotelle: tutti mi ricordavano casa. E poi lì ero praticamente sicura di non incontrare nessuno dell’università: di certo non sull’autobus, né al cinema, almeno durante il giorno, e sicuramente non da China Express, a ingurgitare pollo kung pao. Magari i miei compagni ci venivano anche al centro commerciale, ma non si trattenevano mai e ciò ne faceva il mio rifugio segreto, un posto in cui essere me stessa.
Quasi ogni lunedì, quando le lezioni finivano alle due, prendevo l’autobus e mi aggiravo per i negozi, provando un paio di scarpe o dei jeans, andando allo spettacolo pomeridiano – vedendo qualunque film mi sembrasse anche solo vagamente interessante –, cenando, infine, nell’area ristoro o, se riuscivo a guadagnare qualcosa di più con il mio lavoretto nell’ufficio ammissioni, nel locale di specialità di pesce con i tavolini fuori. Con meno di venti dollari, riuscivo a trascorrere piacevolmente l’intero pomeriggio e l’inizio della serata.
Alzai di nuovo gli occhi dal vassoio. L’uomo stringeva la sua ventiquattrore, tentando apparentemente di decidere la prossima mossa. Poteva andare solo in due modi: avrebbe continuato a fissarmi oppure trovato il coraggio di percorrere il tratto di pavimento piastrellato che ci separava e dirmi qualcosa.
Quando avevo tredici anni, mio padre mi aveva fatto sedere e mi aveva tenuto un discorsetto. «C’è una cosa che dovresti sapere.» Eravamo in soggiorno, cui si accedeva scendendo una mezza rampa di gradini dalla porta d’ingresso. La stanza aveva le pareti rivestite di legno di pino, tappeti color malva e un tavolino basso con il ripiano di vetro con sopra una decina di annuari scolastici, uno per ogni anno in cui papà era stato responsabile della loro pubblicazione alla McKinley Junior High.
«Che c’è?» Era autunno. Io indossavo la divisa da calcio: pantaloncini, ginocchiere e una felpa con il cappuccio che mi ero messa per tornare a casa in bicicletta. Papà sedeva sulla sua logora poltrona nera dallo schienale reclinabile, un bicchiere pieno di cubetti di ghiaccio in mano, ancora con la giacca e la cravatta che portava a scuola. Mamma era in cucina a preparare il pollo al forno: intingeva ogni pezzo in un intruglio di siero di latte e granelli di senape, poi lo passava sui cornflakes sbriciolati. Il pollo di mia madre, insieme al riso pronto Rice-A-Roni e a un cespo di lattuga tagliato e cosparso di salsa ranch, era il mio piatto preferito, e in quel momento desideravo solo farmi una doccia calda, infilarmi i pantaloni della tuta e una T-shirt extralarge, mangiare e mettermi a fare i compiti.
Papà aveva chinato il capo, bevuto un sorso del suo drink e, parlando al nodo della cravatta, aveva mormorato: «Gli uomini cominceranno a guardarti». Non era una novità per me, e da un pezzo. «Non è colpa tua, Julia» aveva aggiunto, togliendosi gli occhiali mentre parlava. «I maschi lo fanno. Forse siamo tutti così, uomini e donne: programmati per notarci a vicenda.»
Scostai la coda di cavallo dietro le spalle. Ero già alta un metro e sessantadue (crescendo, sarei diventata uno e settantaquattro). I miei capelli erano folti, color burro fuso, e quell’autunno ero passata dalla prima della linea teenager a una vera coppa B, oltre che al primo anno di liceo. Quell’insieme di eventi mi faceva sentire come se il mio corpo non fosse più una parte di me, ma un involucro in cui vivevo, un abito non mio che avevo rubato dall’armadio di mia madre e che avrei dovuto trattare con cura per poi riuscire un giorno, se ero fortunata, a restituirlo.
Cominceranno a guardarti aveva detto mio padre, scrutandomi con un misto d’amore e di rimpianto. A volte citava un verso di Yeats. «Solo Dio, mia cara / potrebbe amarti per te stessa / e non per i tuoi capelli d’oro.» Mi faceva sentire strana. Un pizzico di orgoglio, un pizzico di vergogna, specialmente perché la verità (forse da lui intuita) era che gli uomini non si limitavano già più a guardare: suonavano il clacson, fischiavano, schioccavano baci dalle loro auto, mentre camminavo sola, tornando da scuola. Un mio compagno, Tim Sather, pareva convinto che la sua missione nella vita fosse farmi saltare la chiusura del reggiseno ogni volta che poteva e il signor Traub, l’insegnante di ginnastica, mi stringeva con un braccio, premendo in modo fugace ma deciso il corpo in tuta contro il mio didietro, mentre mi aiutava a impostare la battuta a pallavolo. Quell’estate ero in costume da bagno – un costume intero blu – e correvo sotto il getto dell’irrigatore con i piccoli Lurie, cui facevo da baby sitter, quando avevo sorpreso il vicino, il signor Santos, che mi fissava a bocca aperta dall’altra parte della siepe. Qualche settimana dopo mio fratello più grande, Greg, aveva fatto a pugni alla piscina dei giardini municipali. Mia madre, tutta agitata per l’occhio nero e la guancia gonfia, aveva chiesto chi fosse stato a cominciare e lui aveva risposto borbottando che alcuni ragazzi avevano detto delle “cose” su di me. Mamma non aveva aggiunto altro e io mi ero sentita in imbarazzo, incerta su come comportarmi. Ringraziare Greg? Chiedergli che cosa avevano detto o fatto quei tipi per provocarlo? Alla fine avevo deciso di starmene zitta, di fingere che l’intero episodio non fosse mai accaduto. Sembrava la mossa più intelligente.
Ma il peggio non erano i ragazzi: erano le ragazze, le mie amiche di un tempo. «Si crede così bella» avevo sentito Missy Henried dire in tono di scherno a Beth Brock, un giorno a pranzo, dopo che Matt Blum era quasi finito contro un tavolo, fissandomi dalla parte opposta della mensa. Nemmeno gliel’avessi chiesto io di guardare. Possedevo uno specchio e avevo visto abbastanza copertine e show televisivi per sapere di essere carina, forse persino bella. Ma le belle ragazze in tv o sulle riviste patinate sembravano sempre felici. Non parevano mai sole, come se il loro corpo fosse una trappola che costringeva gli altri a stare loro accanto. Non capivo perché mi sentissi in colpa quando i ragazzi mi guardavano – come se stessi bluffando, offrendo loro qualcosa che non era veramente mio –; sapevo solo che Missy, Beth e io eravamo state insieme nelle scout. Ed eravamo sempre andate di casa in casa declamando “dolcetto o scherzetto” ogni ottobre, nei costumi che ci trasformavano in cheerleader, in streghe o nelle Pink Ladies di Grease, posando tra le risatine davanti alla casa di Missy, mentre suo padre armeggiava con la videocamera. Ora invece ero una nemica. Ora io stavo da una parte e loro dall’altra.
«E cosa ci dovrei fare?» avevo chiesto a mio padre. All’epoca credevo che lui avesse tutte le risposte; casa nostra era piena di libri che aveva letto, biografie di presidenti e scienziati, romanzi dalla spessa copertina cartonata con lusinghiere recensioni del «New Yorker» sul retro, così diversi dai gialli di mia madre, leggeri, in brossura, con immagini di persone vere sotto il titolo a caratteri dorati.
Lui mi aveva dato un buffetto sulla spalla. «Volevo che lo sapessi, tutto qui.» Quasi dieci anni dopo, ogni volta che mi sentivo addosso lo sguardo di un uomo – a volte leggero come acqua che scorre, a volte insistente come il ronzio di una zanzara nell’orecchio – ripensavo a mio padre che borbottava queste cose alla sua cravatta, quando non si era ancora rovinato. «Ti voglio bene, tesoro» aveva detto, abbracciandomi come non faceva quasi più da quando le mie tette erano diventate appena più grandi di una puntura d’insetto.
Infilzai una ciliegia al maraschino con la bacchetta. L’uomo in giacca e cravatta giunse a una decisione e si allontanò dal banco delle insalate, venendo dritto verso di me. Trentina abbondante, pensai. Primi quaranta, forse, con i capelli mossi, scuri e un bel viso curato.
Mi chinai sul piatto sperando che continuasse semplicemente a camminare e diedi inizio alla laboriosa operazione di separare i peperoncini dai pezzi di pollo e ananas, chiedendomi se avrebbe trovato il coraggio di dire qualcosa o se intendesse solo dare un’occhiata più da vicino. Quando alzai nuovamente gli occhi era in piedi al mio tavolo, senza un vassoio in mano.
«Scusami» disse. «Vai a Princeton?»
Annuii, per nulla sorpresa: sopra i jeans portavo una felpa con la scritta PRINCETON. Niente trucco a parte un’ombra di gloss, mascara ed eyeliner senza i quali non mettevo piede fuori dal pensionato studentesco, perché ho le ciglia così rade e sottili che risultano praticamente invisibili se non vengono evidenziate con una passata di Lash Out, e i miei occhi sono di un non-colore grigio-azzurro così chiaro che, in mancanza di una riga nera, tendono a confondersi con la fronte dando al mio volto l’aspetto di un polpettone ancora da cuocere.
«E ti piace?» domandò.
Annuii di nuovo.
Lui sollevò la ventiquattrore e fece come per sedersi di fronte a me. Io spostai indietro la sedia di metallo, preparandomi a dirgli educatamente che dovevo finire di mangiare e andarmene, perché i miei amici mi stavano aspettando, quando mi chiese: «Fai qualche sport?».
Fu una sorpresa. Mi immaginavo qualcosa tipo Che cosa studi? o Di dove sei?... Oppure una richiesta d’aiuto, l’espediente più comune. Al centro commerciale gli uomini mi domandavano che film avevo visto e se mi era piaciuto, o se potevo aiutarli a scegliere una collana, un maglioncino per la sorella o per la madre. In palestra indicavano il quadro comandi dello step simulando smarrimento. Ehi, sai come funziona questo coso? Al supermercato invocavano la mia assistenza per scegliere le susine o la pasta. Al distributore di benzina mi chiedevano indicazioni, a lezione volevano sapere se avevo letto i capitoli assegnati, se avevo progetti per il weekend, se conoscevo il tal libro o la tal band. Lo so, sto dando l’impressione che la mia vita sia una carrellata ininterrotta di uomini che muoiono dalla voglia di parlare con me, ma è così. Quando si ha un certo aspetto – alta, bionda, con la quarta di reggiseno, occhi distanti, naso all’insù e labbra piene che sono rosa scuro anche senza rossetto – gli uomini tendono a rivolgerti la parola. In genere ti chiedono di uscire; due volte in vita mia – una in quello stesso centro commerciale – mi ero sentita domandare se fossi una modella.
«Hockey su prato e lacrosse» risposi. In realtà ci giocavo al liceo e mai più da allora.
L’uomo si sedette senza essere invitato. «Hai ventun anni?»
Strinsi gli occhi a fessura, una mano sulla cinghia dello zaino, chiedendomi se stesse per propormi qualche attività illegale, o viscida, tipo linee erotiche o strip. Da vicino era più vecchio di quanto pensassi, più vecchio di quanto avrebbe dovuto essere per provarci con una della mia età, sui quarantacinque forse, con tanto di fede nuziale d’oro al dito. Non volevo cenare con lui, né dargli il mio numero o il mio indirizzo e-mail, né dirgli dove abitavo o permettergli di offrirmi un drink o uno yogurt gelato. Volevo solo finire il mio cibo e tornarmene al pensionato, evitare il mio ragazzo, raggomitolarmi con un libro e contare i giorni che mancavano alla laurea. Fu allora che sorrise.
«Mi dispiace» disse. «Sto correndo troppo. Jared Baker.» Mi tese la mano dall’altra parte del tavolo.
La strinsi brevemente. La pelle del palmo era morbida come immaginavo quella del volto. Scattai in piedi, al diavolo il piatto ancora mezzo pieno. «Scusi, ma i miei amici probabilmente mi stanno aspettando.»
Avevo il vassoio in una mano, lo zaino nell’altra, quando Jared Baker aggiunse: «Ti piacerebbe guadagnare ventimila dollari?».
Esitai, sentendo uno strano formicolio. “Illegale” pensai. “Sicuramente.” «Facendo cosa? Portando fuori la droga dal Messico?»
Il sorriso si allargò, scoprendo i denti. «Donazione di ovuli.» Rimisi giù il vassoio. «Siedi» mi disse Baker, girando intorno al tavolo per scostarmi la sedia. Infilò le bretelle dello zaino nello schienale e fece di tutto, a parte distendermi il tovagliolino di carta sulle gambe. Una scenetta buffa, quasi la parodia di un uomo che accudisce una moglie fragile come un uovo. O portatrice di uova fragili. «Finisci di mangiare.» Aggrottò la fronte, guardando nel mio piatto. «Niente involtino primavera, però. Grassi saturi.»
Con gli occhi fissi su di lui, intinsi l’involtino nella brodaglia di salsa di soia e sugo d’anatra e diedi un morso gigante.
Il sorriso di Baker si fece ancora più grande. «Faccia tosta» commentò. «Benissimo, alla gente piacciono le ragazze con il senso dell’umorismo.»
«Non sta scherzando?» chiesi dopo avere mandato giù il boccone. «Ventimila per un ovulo?» Naturalmente avevo già visto annunci simili sul giornale della scuola, on-line e su volantini appesi in bacheca allo studentato e in biblioteca – COPPIA CERCA DONATRICE DI OVULI. SPESE PAGATE. AIUTACI A REALIZZARE IL NOSTRO SOGNO –, ma non avevo mai notato il compenso e non avrei mai immaginato che fosse così alto.
Jared Baker era gentile, ma senza smancerie; era serio e pacato mentre mi poneva altre domande. Da dove venivo? Quale era stato il mio punteggio al test attitudinale? Avevo mai fatto un test del quoziente intellettivo? C’erano casi di cancro, diabete o malattie mentali nella mia famiglia? Gli fornii i dati e negai la presenza di patologie. Prese un blocco dalla ventiquattrore e domandò se avessi fratelli, l’età di mia madre quando mi aveva partorito, il mio peso alla nascita. Risposi scegliendo con cura le parole, pensando a ciò che voleva sentirsi dire, a quale storia si adattasse meglio alla ragazza che aveva di fronte, una tizia alta e bionda con un buon senso dell’ironia e la felpa di Princeton, che mangiava da sola soltanto perché i suoi amici la stavano aspettando in libreria.
«Mai stata incinta?» si informò, con lo stesso tono con cui mi aveva chiesto se ero vegetariana o se c’erano cardiopatie nella mia storia familiare. Scossi il capo, facendo ondeggiare la coda di cavallo. Ero andata a letto con tre ragazzi appena, una quota vergognosamente bassa per la mia età, e cominciavo a pensare di essere una di quelle persone cui il sesso non piace particolarmente. Forse era una fortuna: non avrei passato la vita a farmi spezzare il cuore, inseguendo questo o quello.
«E sei single?»
Annuii e cercai di non sembrare troppo entusiasta, come se gli uomini mi fermassero per offrirmi mucchi di dollari ogni volta che mettevo piede al centro commerciale. In realtà la mia mente vagava, fantasticando già su ciò che avrei potuto fare con tutti quei soldi, una somma che non avrei mai immaginato di possedere a meno di non vincere alla lotteria o sposarmi molto, molto bene. Anche con il lavoro nell’investment banking che mi attendeva dopo la laurea, avrei comunque dovuto far fronte a un affitto newyorkese, perciò la prospettiva di un guadagno a cinque cifre era per me inattesa, straordinaria e allettante.
Baker mi porse un biglietto da visita, un rettangolo di pesante cartoncino avorio con caratteri in rilievo che dicevano PRINCETON FERTILITY CLINIC. Sotto c’era il suo nome, con numero di telefono e e-mail. «Contattami. Credo che saresti una candidata eccellente.»
«Ventimila dollari» ripetei.
«Minimo. Oh, e come ti chiami, se posso permettermi?»
«Julia Strauss. Gli amici mi chiamano Jules.»
«Jules» ripeté, studiandomi di nuovo e tornando a stringermi la mano.
Cominciò così, al Princeton Market Fair, sopra un vassoio di polistirolo con del pollo kung pao e un involtino primavera che non riuscii mai a finire. Sembrava talmente semplice. Pensavo che vendere un ovulo fosse come donare il sangue, una X nella casella “donatore di organi” sulla patente, come dar via qualcosa che non avevi mai voluto, che non ti eri mai neppure accorta di avere. Sì, all’inizio fu solo per i soldi, non certo per altruismo o femminismo o qualunque altro “ismo”. Il caro vecchio contante. Ma non l’avrei sperperato in vestiti, in una bella macchina, in una megafesta di laurea, in ecstasy, in un viaggio in Europa, in una settimana bianca a Vail, o in una delle mille frivolezze che avrebbero potuto scegliere le mie compagne di corso. L’avrei tenuto da parte e avrei cercato di salvare mio padre. O, più precisamente, di offrirgli un’ultima possibilità di salvare se stesso.
Annie
Ero in piedi in cucina con il telefono...
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