Vita bassa e tacchi a spillo
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Vita bassa e tacchi a spillo

  1. 416 pagine
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Vita bassa e tacchi a spillo

Informazioni su questo libro

Quando gli ultimi sei mesi della tua vita li hai trascorsi a cambiare pannolini, allattare nel cuore della notte, rinunciando a qualunque stralcio di vita sociale, può capitare che la maternità perda un po' del suo fascino. E Amy aveva trascurato che i chili di troppo, i capelli orfani del parrucchiere e il viso tirato per le poche ore di sonno potessero minare la sua autostima. Quando oi inizia a sospettare che il suo compagno la tradisca, il mondo sembra davvero crollarle sotto i piedi. Per fortuna Alice, una neo-mamma di una specie completamente diversa, viene in suo soccorso con un programma di lezioni di Pilates con un istruttore molto sexy, shopping rigenerante e costose sedute dal parrucchiere che finalmente restituiscono ai suoi capelli un colore degno di essere mostrato in pubblico. La cura giusta per tornare a sentirsi bene con se stesse e con gli altri. E a quel punto, anche il passeggino può essere un accessorio decisamente "alla moda". Amy sposa il nuovo credo, ma quando riesce a infilarsi di nuovo nei suoi vecchi jeans, comincia rendersi conto che forse la felicità sta da tutt'altra parte.

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Informazioni

Anno
2011
eBook ISBN
9788858503454
Print ISBN
9788838499487

1

Meno male che da allora non mi sono più preoccupata se gli uomini mi guardano o no. Perché non lo fanno, neanche per una seconda occhiata veloce. Posso anche attraversare un’intera folla senza suscitare la benché minima reazione erotica. Nemmeno avessi sessant’anni, o un burka addosso. In effetti non c’è ragione per cui dovrebbero guardarmi. Non sono più una fiorente Donna Incinta. Non sono brutta in maniera spettacolare, né comicamente obesa, e neppure particolarmente bella o affascinante. Alta uno e sessantasei, sessantacinque chili, trentun anni, bionda (con due dita di ricrescita color topo) e occhi azzurro slavato. Le ciglia, che una volta tingevo, adesso sono sbiadite come quelle di un maiale. Dopo aver sperperato per anni lo stipendio a colpi di messa in piega ed estetiste, il mio budget mensile per la bellezza – investito più che altro in prodotti contro la caduta dei capelli e coppette assorbilatte – supera ormai di poco il prezzo di uno smalto Chanel.
No, non sono una di quelle donne che hanno subito recuperato la condizione pre-gravidanza. Proprio no. Sono irreparabilmente cambiata. E mi vesto di conseguenza. Oggi, per esempio: Nike Air di tre anni fa, pantaloni con coulisse di Marks & Spencer e una maglietta azzurra che continua a scivolarmi da una spalla rivelando l’elastico sfilacciato del reggiseno da allattamento. Gli altri vestiti, quelli dell’esistenza pre-parto, non mi stanno più.
Per cui, niente più fischi di ammirazione e neppure – anche peggio – occhiate di valutazione delle altre donne (buffo, quello che arrivi a rimpiangere). Gli unici ad accorgersi del mio passaggio sono i poveretti a carico dei servizi sociali o quelli che cercano di vendermi qualcosa per beneficenza. Il che rende ancora più straordinario l’incidente che sto per raccontare.
Mercoledì scorso, tre e un quarto del pomeriggio, Salusbury Road, Queen’s Park: bello e biondo come un surfista, pedalava lungo il marciapiede su una mountain bike pitturata a mano a strisce arcobaleno. Due gambe robuste e abbronzate che sforbiciavano in calzoncini da ciclista giallo fosforescente, muscoloso, non molto alto, squadrato come un martello. Avevo appena fatto un salto in un pub fingendo di cercare qualcuno, in modo da passare per una cliente e scivolare in bagno senza farmi notare dal gestore: la mia vescica non è più quella di una volta. Uscendo gli ero finita addosso, sbucciandomi un ginocchio contro il suo pedale. Mi ero scusata. Si era scusato. Aveva alzato lo sguardo su di me, e poi l’aveva riabbassato, con un sorriso timido. Imbarazzata da morire, ero filata via a un trotto veloce, superando i papà di Queen’s Park completi di zainetti portabimbo e costose scarpe da ginnastica che esaminavano le vetrine delle agenzie immobiliari, i bevitori di cappuccino seduti ai tavoli all’aperto e il bassopiano di teste assiepate di una scolaresca. Persino in quel momento ero consapevole che quel fugace flusso d’attenzione aveva modificato il mio modo di camminare. La schiena mi si era distesa in una specie di falcata da passerella, la testa eretta puntava dritta in avanti all’altezza degli occhi altrui anziché fissare il dipanarsi del marciapiede grigio. E, col senno di poi, tutto questo non aveva fatto che aggravare la situazione: mi ci erano voluti almeno tre isolati, vale a dire più o meno sei minuti, per rendermi conto che mi trascinavo dietro quattro foglietti di carta igienica bianca appiccicati alla suola della scarpa sinistra.
Ma ormai sono immune da illusioni del genere. Un rametto si è impigliato nella ruota posteriore sinistra della carrozzina e batte il tempo a ogni giro mentre percorro Brondesbury Road, del tutto inosservata. Tira vento, ma è insolitamente caldo, come il primo scatto del phon che non ho più usato da mesi. Gli alberi sono carichi di boccioli fitti come broccoli. Merda, rieccomi a pensare al cibo, e sono solo le sei. C’è un brusio di gente che fugge dal lavoro, impaziente di arrivare a casa prima che l’ultimo barlume di sole svanisca nel freddo della sera di maggio. Amo quest’aspetto di Londra, mi fa venire in mente quand’ero single. Il profumo eccitante di primavera, sigarette, birra, boccioli di camelia, scarso inquinamento: è il profumo della libidine che cresce, la promessa di abiti succinti, mutandine umide e piedi abbronzati. Quando sei single significa tutto. E adesso, che significa adesso? Un ombrellino sulla carrozzina di Evie. Un dentino. Svezzamento.
«Dolcezza, sei a casa!» Joe fa l’imitazione di un accento americano e mi apre proprio mentre giro la chiave nella toppa, così cado in avanti e lui mi acchiappa al volo. In un lampo di stupore – mi capita spesso negli ultimi tempi: ancora non riesco a capacitarmi che questa sia la mia vita – vedo distintamente Joe come se lo incontrassi per la prima volta. Non si presenta certo male: un omone di un metro e ottantacinque, spalle larghe, un sorriso così ampio da lasciar intravedere le otturazioni dei molari, occhi blu oceano ombreggiati da ciglia scure come l’inchiostro. Di noi due, è certo lui il più attraente, ora come ora. Si è verificato uno scambio di ruoli.
Inciampa in alcuni mattoncini di plastica. Io mi sarei messa a imprecare, lui si limita a un bonario brontolio. Adora le imposizioni della nostra bimba, tracce preziose dei suoi sei mesi di vita. Un padre ideale. Un’ottima preda. Eppure, la maggior parte delle donne l’avrebbe messo alle strette, lo so. Ma se non puoi permetterti di perdere, a che pro metterti in gioco?
«Sono uscito prima» spiega.
«Tanto per cambiare.» Di solito fa tardi. Le sue ore di lavoro sono imprevedibili in maniera esasperante. Non so mai dove sarà da un giorno all’altro. Il che mi dà da pensare.
Si tira su le maniche, mostrando due robusti avambracci lentigginosi. «Così ho pensato di venire a vedere che razza di pasticci combinate voi due quando io non ci sono.»
«Adesso lo sai. Orge sfrenate di sesso selvaggio, turbini di cocaina...»
Joe sfodera un sorriso timido. «Be’... avrei... ehm... un regalino per te.»
«Fantastico. E non è neppure il mio compleanno.» L’ultimo regalo che ho ricevuto includeva uno sterilizzatore da viaggio e una mia foto recente che lui aveva ritoccato con Photoshop per far sparire le borse sotto gli occhi e il doppio mento post-parto. (Non ha mai capito perché mi fossi offesa.)
Sbircia nella carrozzina. «Dorme, ottimo.» La spinge in un angolo dell’ingresso, rivolta verso il muro.
«Amy...»
Joe si butta sulla mia mano e l’avvolge nella sua, affondandomi le dita nel palmo. Quando ci siamo incontrati amavo le sue manone, grandi come quelle del gigante buono, e mi piaceva il modo in cui facevano apparire le mie così minute, da bambola. Era un bel pezzo che non ci tenevamo per mano.
«Voglio solo che tu sappia...» Mi preparo al peggio. Che ho fatto di male stavolta? «Credo che tu sia una madre fantastica, e che dovrei dirtelo più spesso.»
Ci fissiamo vagamente imbarazzati. Di solito non facciamo così, non ci lasciamo andare a espressioni così melense. La vita con un bimbo richiede pragmatismo e capacità organizzative, distribuzione degli incarichi. Le romanticherie portano via troppo tempo e si prestano a strani malintesi.
«Ma nel nostro rapporto dev’esserci qualcosa di più che fare i genitori.» Abbassa lo sguardo, a disagio per la sua stessa sincerità. «Non dobbiamo scordarci di noi due, Joe e Amy come coppia. È stata dura, ma ci vuole una coppia felice per fare dei buoni genitori...»
Riconosco la citazione dal capitolo “L’impatto con la novità’’ del manuale di puericultura che ha consumato a furia di leggere.
Da dietro la schiena tira fuori una borsa di carta: «...E così ti ho comprato questo».
La scatola è rosa tettarella, lunga e piatta e con la scritta Agent Provocateur scarabocchiata sopra in una grafia da bordello.
«Wow... grazie.»
Liberata la mano dalla sua presa, apro la scatola e disfo i numerosi strati di carta velina. Oh. Uno spumeggiare di pizzo rosa pallido e nero. Un reggiseno! Dopo tutta la serie di reggiseni da allattamento di robustezza industriale, sono stupefatta da quella squisita e trasparente impalpabilità, dall’indifferenza alla funzionalità. «Joe, è stupendo!»
«Ovvio che non puoi ancora metterlo, ha il ferretto sotto» spiega autorevole. «Ma è qualcosa di carino per quando smetterai di allattare. Volevo prenderti solo le mutandine ma è un completo, e la commessa mi ha detto...»
«S-sono davvero colpita.» Joe non mi aveva mai regalato biancheria intima prima d’ora. Anche se in effetti non ce n’era bisogno. Non aveva importanza che mutandine portassi: sparivano subito. Ma era prima che la mia vita venisse misurata in grammi di poppata.
«Ho fatto i compiti a casa» dice piano, con uno sguardo che luccica febbrile. Preferisco non indagare sulla natura di quei compiti. Nella scatola c’è dell’altro! Razzolo fra la carta velina: mutandine di pizzo! «Sono un amore!» Ma come sembrano estranee... (porto ancora spesso le mutande contenitive, sono piuttosto comode). Le sollevo: Santo cielo! Il tassello ha una fessura: un’apertura bordata di raso proprio dove dovrebbe esserci il sedere. «Temo che il mio culetto non sia proprio all’altezza.»
«Non fare la sciocchina, il tuo culetto è fantastico. Perché non le provi? Su, tanto Evie dorme.» La sagoma robusta di Joe si staglia nella luce della lampada a muro: la stessa forma della sagoma maschile sulla porta delle toilette.
«Più tardi, dopo cena.»
«Dici sempre così. Dài, cogliamo l’attimo...»
Un veloce inventario delle possibili scuse. Stanca? Sono appena le sei e mezzo. Le mie cose? Ma se sto allattando! Non c’è altro. A parte la scusa più ovvia, che proprio non posso usare. Così vado di sopra con la mia bella scatola rosa e mi sfilo i mutandoni color carne (da dove escono? e perché?) e il reggiseno da allattamento Marks & Spencer. Oddio! Il cespuglio triangolare di peli pubici arruffati rimanda vagamente a una di quelle illustrazioni di un’edizione anni Settanta de La gioia del sesso. Non mi sono più depilata da quelle parti da almeno... boh, non me lo ricordo. Agguanto l’attrezzo più tagliente che mi capita a tiro, un paio di forbicine da unghie smussate, e attacco a sforbiciare con furia maniacale. Quando smetto sembra un prato mal rasato. Mi infilo il completino nella maniera più pratica e veloce, nemmeno fossi in un camerino di prova pieno di adolescenti che scivolano flessuose nella loro taglia 38.
E guarda che roba! Il reggiseno riesce a compensare l’assenza dello slancio di un tempo grazie a qualche trucchetto intelligente, ma le mutandine affondano nel rotolo di ciccia che s’affloscia tremolante attorno alla cicatrice del cesareo, il mio “sorriso sardonico’’, come la chiama Joe. (È evidente che la mia linea bikini non era al centro delle preoccupazioni del chirurgo.) I peli sbucano attraverso il pizzo. Se allargo le gambe sento uno spiffero freddo. E se mi volto? Oh mamma! Un buco che mostra il solco fra le natiche, racchiuso da un bel fiocco! Un fiocco! Oddio. Non sembro sexy, solo ridicola. Sembro una casalinga frustrata.
«Allora? Che fai là dentro?»
Non posso scendere in queste condizioni, con il culone tremolante, in bella vista. E se Joe mi paragona alle altre donne? (alle sue altre donne?) E per andare al punto: perché mi ha fatto questo? È un comportamento umiliante, è da sadici.
«Ueee ueeeeeh ueeeeeh!»
Tempismo perfetto! Salva! Mi infilo al volo la vestaglia di spugna (la spugna assorbe il latte, quella di seta è ormai rovinata) e mi precipito di sotto. Joe ha preso in braccio Evie e cammina avanti e indietro sul parquet del soggiorno, canticchiandole sottovoce La macchina del capo.
Nell’ingresso la spia della segreteria telefonica lampeggia, due messaggi. Riconoscente per la possibilità di fare qualcosa, premo il pulsante.
«Yu-huuu! Sono Sue, sto organizzando un incontro del gruppo per lunedì mattina alle dieci e mezza, al Teaz Time di Willesden Lane. Ci saranno tutte le ragazze. A proposito, Oliver ha messo un dentino! Non è un amore? Ciao ciao!»
Qualsiasi segno di sviluppo di Oliver è sempre un amore. Anche Sue è un amore. Sue è quel che si potrebbe definire “un’amica fantastica’’. Niente la appassiona di più che parlare di nascite. Perennemente al telefono, dispensa informazioni sui vaccini, esprime comprensione per le notti insonni, si offre di sorvegliare i bambini altrui per un paio d’ore, offerta che a quanto ne so nessuno ha mai preso in considerazione per timore di dover poi ricambiare. A volte è meglio non essere in debito.
Bip bip bip.
«Amy, sono Alice. Abbiamo fatto il nostro dovere, si va a ballare. Vengo a prenderti venerdì sera alle otto. Metti il vestito della festa! Chiamami se ci sono problemi. A dopo.»
Alice! La mia nuova amica Alice. Ci aveva presentate Sophie, una collega all’ufficio PR della Nest dove lavoravo nella precedente esistenza pre-parto, perché abitavamo nella stessa zona e avevamo entrambe bambini piccoli (anche se quello di Alice ha quasi un anno in più, in termini bambineschi praticamente una specie diversa). Sophie temeva che mi sentissi sola, credo. Avere un figlio è come entrare in un club esclusivo di appuntamenti, o essere ebrei. Ti devono presentare. Ma mai alle donne che ti piacerebbe conoscere. L’unica cosa che hai in comune con la maggior parte di loro è il puro esaurimento fisico, il che limita alquanto la conversazione. Ma con Alice è stato diverso. Ci eravamo incontrate poche settimane prima alla piscina Porchester Baths di Bayswater, nella parte più bassa della vasca, con i nostri pupi bardati di braccioli gonfiabili come omini Michelin. Lei mi aveva preannunciato che sarebbe stata quella con il bikini. Era rosa confetto con applicazioni di conchigliette sulle spalline. In una vasca zeppa di mamme inguainate in costumi da piscina blu scuro a sgambatura bassa, Alice spiccava da lontano.
«Ma senti questa che maleducata! E che presunzione!» Joe è arrabbiato perché ho rovinato l’atmosfera decidendo di premere il pulsante della segreteria anziché il suo. Ma a quel punto proprio non mi va di farlo, con o senza biancheria intima di lusso.
«Ma no, non è poi male. Solo un po’ eccentrica.»
«Ma se ti conosce appena! Cosa le fa credere che ti va di andare a ballare se hai una bimba di sei mesi e non dormi mai abbastanza e devi anche allattare? Ti ha chiamato giusto perché le serviva qualcuno per giocare a fare le amichette e uscire insieme, mica...»
«Peccato che non ho proprio niente da mettermi. Le poche cose che potrebbero andare sono almeno tre taglie troppo piccole...»
«Appunto» approva Joe visibilmente sollevato. «E poi Evie è troppo piccola. Non credo proprio che ti divertiresti.»
Il finale è quello che mi convince. Joe che si permette di decidere cosa mi diverte! Mi scatta l’istinto irrefrenabile di dargli contro. Tirare in direzioni opposte può essere un modo per fare un po’ di spazio nelle nostre esistenze così ristrette.
«Ma, ripensandoci...» mi schiarisco la gola. «Una serata fuori potrebbe anche farmi bene, sono mesi che non esco. Dovrei avere ancora qualcosa di abbastanza decente da non farmi cacciare via all’ingresso.»
La faccia di Joe si affloscia per la delusione. «Tu puoi cavartela da solo qui con Evie, vero?»
Joe ha un’aria dubbiosa. Gli va benissimo che io viva sotto un coprifuoco che scatta alle sei di sera, al contrario di lui. «Avevo in programma...»
Mi scosto i capelli dagli occhi per lanciargli una di quelle occhiate eloquenti tipo “non provarci nemmeno’’. Ma sollevando il braccio l’accappatoio di spugna si apre quel tanto che basta a rivelare un lampo di pizzo rosa spumeggiante. Joe lo fissa, basito. La mia pelle impacchettata di fresco sembra del tutto fuori luogo nell’ingresso gelido, nel fuoco incrociato del non detto. Distoglie lo sguardo, la ignora.
«...Stavamo pensando di andare a cena fuori, venerdì. Ti ricordi? Non avevi chiesto a tua madre se poteva farci da baby-sitter?»
«Gliel’ho chiesto ma non può» decido di mentire.
Più tardi, quella stessa sera, faccio il bagno a Evie, la metto a letto, ascolto i suoi urli, la riprendo, le accarezzo la testina, cerco di ricordarmi cos’è che aveva detto la bambinaia galattica della TV, la lascio strillare e mi sento orribilmente in colpa, e poi crollo sul divano. Joe si siede pesantemente accanto a me, una birra in mano. C’è una replica di ER, ma sono così stanca che non riesco a seguirla e mi limito a fissare le bocche che si muovono, come in un pessimo doppiaggio. La manona di Joe s’insinua strisciando sul mio ginocchio, sotto l’accappatoio.
«Amore, sei così sexy con questo...» mi struscia la mano fra le gambe.
Niente. Non provo assolutamente niente. Come cercare di accendere un fiammifero bagnato. Mi raggomitolo, imprigionandogli la mano e ostacolando così i suoi movimenti. «Adesso no, sono stanca morta.»
«Non stento a crederlo» fa lui mentre la mano batte in ritirata verso la confortante sicurezza del telecomando.
Con le mie mutandine sexy addosso, sul divano, mi lascio invece sedurre dal sonno.

2

Alice si abbandona contro lo schienale di cuoio consunto della poltrona, avvolta dal fumo di sigaretta. «Nessuno lo ammetterebbe, Amy, ma meno vedi la tua bambina, e meno ne senti la mancanza quando non c’è. Proprio come il sesso» e intanto si abbassa lo scollo a V per mostrare meglio il solco fra i seni. «È così che se la cavano le mamme che lavorano. Si sviluppa una forma di indipendenza naturale. Quelle che si lamentano che fa male al bambino?» Fa ruotare i cubetti di ghiaccio nel bicchiere. «Nient’altro che isteriche adoratrici del grembo materno. I bambini sono creature resistenti, si adattano. Quindi non lasciare che Joe ti faccia sentire in colpa perché esci. Evie starà benissimo. I bambini piccoli sono fedeli quanto i gatti.»
Evie. La mia Evie che sa di latte, dolce e calda come un budino. Sarà alle prese con un’assenza a forma di mamma, stasera? Più che probabile. Mi manca? Be’, in questo momento, con mia grande vergogna... no.
«Cosa bevi? Acqua! Che ne diresti di un cocktail a base di champagne?» Lo ordina prima che possa rispondere.
In effetti Alice mi fa sentire molto meglio su diversi fronti. Non è come Sue o come le altre mamme del gruppo National Childbirth Trust (NCT), quell’assurda associazione alla quale tutte le mamme della media borghesia non riescono a sfuggire mentre precipitano verso il parto. (Che il vero trauma cominci solo dopo quell’evento, nessuno te lo dice a chiare lettere.) All’NCT non vedi mai madri giovanissime. O single. O lesbiche. Almeno non nella sezione Londra nord-ovest. Incontri solo mamme in coppia, sulla trentina e oltre, soddisfatte di essere riuscite a farsi fecondare prima che lo scoccare dell’orologio biologico trasformasse le loro ovaie in zucche, quelle che raccontano di come si massaggiano il perineo con olio di noce integrale, quelle che cominciano convinte di voler partorire in acqua in modo “naturale’’ e finiscono per implorare gli antidolorifici, con la passera affettata come un salame. O quelle come Sue, che mi fa diventare matta quando tira fuori a ogni occasione i grossi seni cascanti e venati d’azzurro. Una volta mi ha persino schizzata. Avete presente quando il primo getto di latte zampilla nella bocca sorpresa del pupo come un irrigatore...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Vita bassa e tacchi a spillo
  3. Colophon
  4. Prologo
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. 17
  22. 18
  23. 19
  24. 20
  25. 21
  26. 22
  27. 23
  28. 24
  29. 25
  30. 26
  31. 27
  32. 28
  33. 29
  34. 30
  35. 31
  36. 32
  37. 33
  38. 34
  39. 35
  40. 36
  41. 37
  42. 38
  43. 39
  44. 40
  45. 41
  46. 42
  47. 43
  48. 44
  49. 45
  50. 46
  51. 47
  52. 48
  53. 49
  54. 50
  55. 51
  56. 52
  57. 53
  58. 54
  59. 55
  60. 56
  61. 57
  62. 58
  63. 59
  64. Ringraziamenti