«Hai preso tutto?»
«Ho il mio amore per te. Non mi serve altro.»
Fissai Sita negli occhi mentre pronunciava queste parole e vidi nel suo sguardo la paura mista alla felicità. La paura per l’enormità di ciò che stavamo facendo e per un futuro incerto, la felicità per il nostro coraggio e perché in fondo era vero: con il nostro amore a unirci avevamo tutto e non ci mancava niente.
«Andiamo» dissi, e la guidai lungo la banchina, senza perdere altro tempo.
Eravamo alla Main Station di Jaipur, ed erano le dieci di sera. Le luci dei neon scavavano solchi e ombre tra i binari e i treni, lungo i marciapiedi, illuminando i volti di mille altri viaggiatori. Erano loro la nostra garanzia, il mare umano nel quale nasconderci, l’oceano nel quale perderci, sicuri che lì nessuno potesse trovarci.
Eppure Sita continuava a guardarsi indietro, e mentre io cercavo di trascinarla verso il nostro vagone lei tirava, come se alla fine avesse deciso che non voleva scappare, che non voleva lasciare il mondo nel quale era cresciuta. Mi sbagliavo. Quando mi diede uno strattone così forte da bloccarmi capii che c’era dell’altro. Mi voltai e la vidi irrigidirsi.
«Cosa c’è?»
Il terrore era comparso sul suo volto.
«Anban! Ho visto Anban!»
Un brivido mi corse per la schiena e guardai verso la folla, cercando di distinguere tra le tante facce quella del servo di Gulabi. Non vedevo Anban da molti anni, ma ero certo che l’avrei riconosciuto. Non avevo dimenticato il suo bastone e in quel momento, nella sera di Jaipur, come per un improvviso salto nel passato mi sembrò di sentire nuovamente sulla carne il dolore delle percosse che mi aveva inflitto a Kathputli. I segni dei suoi colpi, tutti tranne uno, erano guariti in poche settimane, ma quella violenza mi aveva segnato per sempre, trasformandomi in un ribelle.
«Eccolo!»
La mano di Sita serrò la mia in una morsa.
Additò il servo, che non ci aveva ancora scorti e correva affannato lungo la banchina. Era a non più di trenta metri da noi.
«Svelta! Sali sul treno!»
Le misi in mano i biglietti e la aiutai a issarsi nel vagone.
Fu allora, proprio mentre si infilava nel treno e svettava tra la folla, che Anban la vide.
«Padrona!» gridò.
Si avvicinò a grandi falcate, sgomitando e provocando gli insulti della gente. Solo Brahma sapeva come ci avesse trovato. Forse i parenti di Sita avevano subodorato qualcosa, mettendole il servo alle costole. Forse Anban stesso, mandato da Gulabi a Jaipur un anno prima perché si occupasse esclusivamente di Sita, aveva annusato l’aria e capito che la sua padroncina tramava qualcosa. Fatto sta che adesso era lì, pronto a riprendersi Sita per riportarla a casa. Ciò che non sapeva era che Sita non era sola. Io stavo con lei e non me la sarei lasciata sfuggire per nessuna ragione al mondo. Ero pronto a tutto per difenderla.
«E tu che vuoi?»
Anban non mi aveva notato e io l’avevo afferrato con forza per un braccio mentre saliva nella carrozza, costringendolo a voltarsi. La sua domanda era mista di collera e stupore. Non mi aveva riconosciuto. Non sapeva chi ero e non poteva saperlo: io ero un uomo, non più un ragazzino tremante. E dovetti rinfrescargli la memoria.
«Ti ricordi il figlio di Lakha Darji? Ti ricordi questo?»
Alzai un lembo della camicia e gli mostrai una cicatrice.
Era il ricordo perpetuo delle sue botte.
Lui mi fissò e finalmente comprese.
Un sorriso cattivo gli incurvò le labbra.
«Non ne hai avuto abbastanza, vero?»
E mi mise una mano intorno al collo, stringendo.
Anban era ancora un uomo molto forte, ma io adesso ero un giovane adulto, pieno di energia e non più disposto a farsi umiliare da un servo. Mi guardò negli occhi e vi lesse tutto il mio nuovo orgoglio.
Afferrai il polso e glielo piegai.
Poi gli assestai una testata in mezzo al petto, mandandolo a gambe levate.
La gente attorno a noi si scansò con esclamazioni di paura, mentre gli altoparlanti annunciavano che mancava una manciata di minuti alla partenza dell’espresso notturno per Mumbai.
Anban tentò ancora di salire sul vagone e io lo tirai giù.
«Per avere Sita devi vedertela con me!»
Allungò le mani, ma io mi scansai.
«Te la sei voluta!» ruggì.
E mi corse dietro, mentre io scappavo verso la testa del binario.
Non sapevo cosa avrei fatto, ma sapevo che Sita doveva partire. Io in un modo o nell’altro me la sarei cavata e l’avrei raggiunta a Mumbai. Perciò dovevo impedire ad Anban di salire su quel treno e rapire la mia donna. Per questo scappai. Volevo che lui mi inseguisse, volevo che mi raggiungesse, volevo lottare con lui. E volevo che intanto il treno si muovesse, portando in salvo il mio sogno. Questo era l’importante.
Quando il servo di Gulabi mi fu addosso, rotolammo a terra, incuranti dei facchini, dei venditori di bibite e di focacce, delle persone che andavano e venivano. Erano tutti impegnati nella loro personale corsa per la vita. Tanto impegnati da non potersi nemmeno fermare a vedere quello spettacolo: due uomini che si colpivano senza pietà, avvinghiati sul freddo cemento della banchina.
«Ti ammazzo!» gridava Anban.
Rantolava e sputava, nello sforzo di sopraffarmi, ma io sentivo che la sua volontà veniva meno a ogni secondo che passava, che lottava con sempre minore energia. E sapevo perché. Non abbassai mai gli occhi davanti ai suoi, lui non vide mai la paura. E capì che le cose erano cambiate. Il tempo della sottomissione era finito. Il dalit si ribellava.
«Ti ammazzo!» gridò di nuovo, ma con meno forza, con meno convinzione.
Mi liberai della sua stretta e mi alzai.
Il treno cominciava a sfilarci accanto.
Lanciai un’occhiata ai vagoni in movimento.
Anche Anban li vide e capì che stava perdendo la partita.
Con un nuovo ruggito mi si gettò addosso, ma io lo respinsi e lui perse l’equilibrio. Cadde all’indietro, di schiena, sui binari della banchina accanto, e quel che accadde dopo non dipese né da lui né da me. È qualcosa di cui ancora oggi chiedo perdono agli dèi, come se me ne sentissi responsabile. Ma quella sera a Jaipur, in quel momento, l’orrore si mescolò a un sentimento di feroce soddisfazione.
Il destino di Anban si compì.
Arrivò un treno e lo stritolò sotto le ruote.
Non sentii un gemito, un urlo.
Vidi solo i suoi occhi, lo stupore di chi capisce che tutto sta per finire.
Distolsi gli occhi, non volevo guardare.
E dopo pochi secondi, che a me parvero un’eternità, sentii il grido d’orrore della gente.
«Guardate! Un uomo è finito sotto il treno!»
Nessuno puntava il dito contro di me.
In mille ci avevano visto lottare, ma nessuno mi dava ancora la colpa di quella morte.
Sarebbe accaduto subito, però, e non potevo certo stare lì a giustificarmi.
Mi girai e saltai sul treno per Mumbai.
Come in sogno, attraversai un vagone dopo l’altro, cercando Sita. La trovai, impaurita, rannicchiata sul sedile, ormai convinta di essere stata abbandonata. Mi vide entrare nello scompartimento e subito il grido di gioia le si strozzò in gola. Vide l’espressione che avevo in faccia.
«Cos’è successo, Ram?»
Mi accasciai accanto a lei e le posai il volto in grembo.
Piansi calde lacrime, stringendole le ginocchia mentre mi accarezzava i capelli.
«Ho ucciso un uomo, Sita! Oggi ho ucciso un uomo!»
Le raccontai quello che era accaduto nei pochi minuti della nostra separazione e le sue lacrime si unirono alle mie. Sita piangeva per Anban – perché la morte di un uomo è sempre un male, qualcosa di cui non dobbiamo mai rallegrarci – e piangeva per me. Sapeva che non ero davvero responsabile, che mi stavo solo difendendo, che stavo lottando per il nostro amore. E mi consolava, mi esortava a calmarmi, a dormire, perché la notte era lunga e la notte avrebbe lenito la mia sofferenza, e alla fine avrei trovato pace.
E fu quello che avvenne.
Grazie al denaro di Sita, avevamo preso uno scompartimento tutto per noi, in prima classe, nel vagone di testa del lungo convoglio in viaggio verso Mumbai e l’oceano. Ero già stato su un treno, in passato, ma non avevo mai viaggiato nel lusso che solo i ricchi possono permettersi. Quella notte, tuttavia, ciò che apprezzai di più non furono l’ottimo tè che ci offrirono alla partenza, né le cuccette pulite e comode o il discreto bussare e la gentilezza del bigliettaio. Anche perché lo sapevo bene: le persone in divisa sono gentili con i ricchi e malevoli e arroganti con i poveracci. Quindi il bigliettaio non mi incantava.
A rilassarmi fu il fatto che eravamo soli. Una volta chiusa la porta dello scompartimento, eravamo io e Sita, e nessun altro. Anzi, proprio quella sera, mentre il treno sbuffava e avanzava faticosamente verso sud, mi resi conto che in quattro anni di permanenza a Jaipur non ero mai stato davvero solo neppure con me stesso.
Mi ero sempre trovato insieme a qualcun altro: Ishvar, mio fratello, i compagni di scuola, i colleghi di lavoro e i clienti, la folla che ogni giorno mi circondava per le strade della città. E quanto a noi due, per ritagliarci un momento di intimità io e Sita dovevamo fare i salti mortali ricorrendo a mille sotterfugi.
Ora invece, per una notte, una notte intera, avevamo uno scompartimento tutto per noi. Potevamo finalmente scambiarci carezze e parole d’amore, recuperando il tempo perduto. E quando infine fummo sazi l’uno dell’altra, fui vinto dalla stanchezza.
Dormii un sonno agitato, turbato dagli occhi di Anban, quegli occhi pieni di stupore che continuavano a fissarmi. Sognai gli avvenimenti convulsi delle ultime ventiquattro ore, quelle ore cruciali in cui io e Sita avevamo preso il coraggio a due mani e avevamo deciso di lasciarci definitivamente alle spalle il nostro vecchio mondo per abbracciare una nuova vita, un futuro più ricco e appagant...