Un uomo alto vestito di bianco
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Un uomo alto vestito di bianco

  1. 224 pagine
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Un uomo alto vestito di bianco

Informazioni su questo libro

È Singapore il fulcro ipnotico di questa storia, o meglio il Raffles Hotel di Singapore, luogo mitico e senza tempo dove soggiornarono celebri scrittori come Conrad e Maugham. Al lussuoso albergo, che sembra abitato da un genius loci che si diverte a intrecciare le vite dei suoi ospiti in trame da romanzo, approda un reporter veneziano in cerca di uno dei suoi più cari amici, il giornalista e scrittore Alexander Blackmouth, misteriosamente scomparso.
Tutto ha avuto inizio in una piovosa giornata estiva al Club della Stampa Estera di Londra, quando una strana telefonata dall’Indonesia strappa Alexander dal pranzo con l’amico, spingendolo a lasciare precipitosamente il Club senza poi dare più notizie di sé. Incuriosito e preoccupato, il reporter decide di mettersi sulle sue tracce. L’indagine si trasforma ben presto in un’avventura dal sapore esotico e irresistibile, i cui principali indizi sono le sottolineature di Alexander sui libri più amati, il suo impermeabile abbandonato al club, un messaggio sulla sua segreteria telefonica e dei loschi figuri ingaggiati dalla mafia cinese… Né Penny, la bella sorella del giornalista scomparso, né il suo fedele segretario Jonathan Sage riescono a fornire elementi risolutivi, ma una cosa è certa: la bussola dell’indagine punta decisamente a Oriente e l’Amore, quello con la A maiuscola, potrebbe essere la chiave del mistero che avvolge la figura in dissolvenza di Alexander Blackmouth.

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Informazioni

Anno
2011
eBook ISBN
9788858505458
Print ISBN
9788856621938
Alexander Blackmouth scomparve giovedì 12 luglio 1977 dopo aver ricevuto una enigmatica telefonata. Stavamo pranzando assieme al Club della Stampa Estera di Londra quando un cameriere lo avvisò che qualcuno lo chiamava al telefono. Non era una giornata qualsiasi. Fuori pioveva, attraverso i vetri fumé delle finestre si vedevano le mura annerite dall’acqua dei palazzi vicini. Era forse (o lo divenne a ripensarci poi) una di quelle giornate in cui il destino si guarda attorno cercando qualcuno con cui prendersela. Alexander si alzò, si scusò, uscì dalla sala da pranzo e non tornò più indietro. Poco dopo, quando anch’io prima di andarmene ricevetti una telefonata molto meno misteriosa della sua, Howard, il segretario del Club, mi fermò sulla porta dell’ascensore e, con tono allarmato, mi disse che Alexander era uscito sconvolto dalla cabina telefonica. Gli era passato accanto senza vederlo e se ne era andato di corsa lasciando l’impermeabile nel guardaroba anche se fuori stava piovendo molto forte.
Guardai Howard perplesso.
«Chi lo ha chiamato?» domandai.
«Chi? Non ne ho idea.»
«Ma non hai risposto tu quando è suonato il telefono?»
«Sì, certo.»
«E allora? Avrai almeno capito se era un uomo o una donna.»
«Andiamo! Lo hanno chiamato da Palembang, Sumatra. Non c’è linea diretta con l’Indonesia. La telefonata è passata attraverso i centralini.»
In quel momento, quasi a sottolineare il carattere singolare della giornata, saltò la luce e per alcuni istanti, prima che tornasse, la sala, da dove salivano le proteste o le esclamazioni sorprese degli altri commensali, sembrò la scena di un film in bianco e nero.
«Gesù!» dissi. «Ed era sconvolto? Che cosa mai gli avranno detto?»
Howard alzò le spalle. «Appunto qualcosa che lo ha sconvolto.»
«Boh» dissi «forse non è nemmeno uscito. Forse doveva parlare con qualcuno al piano di sotto.»
Ma non ero affatto convinto di quello che dicevo. In qualche modo Howard era riuscito a comunicarmi la sua agitazione e i miei commenti non erano altro che tentativi di decifrare qualcosa che non capivo.
«Lo chiamerò a casa più tardi.»
«Ok. Avvisami se riesci a parlargli.»
Tornai alla redazione londinese del giornale di Milano di cui ero corrispondente e per un paio di ore mi occupai di un articolo che doveva essere trasmesso prima di sera. Forse fu il familiare suono metallico delle telescriventi a distrarmi dal problema di Alexander, che mi tornò in mente soltanto quando ebbi finito.
Lo chiamai a casa più volte ma nessuno rispose; nemmeno Jonathan Sage, l’anziano segretario-maggiordomo che era stato l’uomo di fiducia del padre e che Alexander aveva ereditato dopo la sua morte. Non sapevo cosa pensare tranne che mi era difficile immaginare Alexander nell’atto di scappare... da chi poi? Non sapevo cosa pensare neppure la settimana dopo, passata in un insolito vuoto di notizie percorso qua e là da fantasmi congetturali, e non sapevo cosa pensare nemmeno due settimane dopo e non è che alla terza settimana le cose andassero meglio. Alexander era scomparso ma nessuno ne annunciava la scomparsa. Quanto a me, non mi sentivo autorizzato a farlo di mia iniziativa.
Ci eravamo conosciuti circa due anni prima, al suo ritorno da Singapore che in quell’epoca sembrava essere la sua seconda patria. Alexander era un bell’uomo, alto e robusto, dall’aria abitualmente quieta di chi ne ha viste tante ma non ci ha fatto gran caso e le ha chiuse e forse dimenticate nell’archivio della sua esistenza. Tuttavia, talvolta, qualche traccia di una vita quanto meno insolita traspariva dal suo viso: ombre, silenzi, malessere da ricordi, cicatrici, souvenir del dolore. Al Club e nell’intera Inghilterra era considerato un personaggio di altezza quasi mitica. Si ricordavano i suoi reportage da tutto il mondo, la sua presenza su tutti i fronti di guerra, l’assoluta libertà di giudizio nel raccontare le esperienze fatte e la sua capacità di visualizzare gli eventi per cui, leggendo i suoi pezzi, sembrava di vedere incendi e alluvioni e di sentire i fischi delle pallottole negli scontri a fuoco. Reportage tridimensionali. Uno dei suoi libri, History of the South-East Asia, era stato un successo internazionale che lo aveva arricchito. Gli aveva aperto molte porte d’Oriente e chiuso quelle dei paesi asiatici più riottosi, dove comunque era entrato come clandestino, travestendosi da contadino afghano, da mercante thai, da ufficiale birmano. Aveva smesso di lavorare come inviato in ogni luogo del mondo quando gli era stato detto che gli stessi disturbi cardiaci che avevano ucciso suo padre potevano uccidere anche lui se non si fosse riguardato. Ma non aveva mai smesso di viaggiare in Malesia e di fermarsi di tanto in tanto, anche per lunghi periodi, a Singapore, cui aveva dedicato un largo capitolo raccontandola, non solo come luogo geografico e politico, ma anche come capitale dei territori immaginari d’Oriente: una specie di Baghdad del mondo moderno.
Ma non starò qui a fare un elenco dei suoi meriti. Né intendo rievocare l’intera storia della sua vita. Ciò che mi preme è portare il personaggio in primo piano, ricostruire l’episodio della sua scomparsa e, anche se è passato del tempo, guardare da vicino gli eventi che ne sono seguiti.
Alexander Blackmouth era figlio di un giornalista liberale italiano, Saverio Boccanegra, che durante la guerra aveva fatto parte del gruppo di Radio Londra, nelle cui stanze segrete si decidevano i programmi di propaganda antifascista e si trasmettevano i messaggi alle brigate partigiane. «Un periodo di cui non ha mai voluto parlare» diceva Alexander di suo padre «quasi fosse ancora vincolato al silenzio. Anche con noi figli, voglio dire. Più o meno sapevamo quello che aveva fatto ma mai nei dettagli. Era un uomo curioso, taciturno e austero.»
Dopo la guerra Saverio, ottenuta la nazionalità britannica, un Order of British Empire e anglicizzato il suo nome, aveva sposato una giovane aristocratica inglese, Lydia Spenser-Dawson, che gli aveva dato due figli: Alexander e Penelope. Alexander aveva studiato a Oxford, dove si era laureato a pieni voti con una tesi su Joseph Conrad. È attorno a questo nome che diventammo amici. Io avevo studiato lingue a Venezia e mi ero laureato con una tesi sullo stesso scrittore. Ce le scambiammo e, durante la lettura della sua, ebbi l’impressione di giocare con lui una strenua partita a tennis nella quale, pur cavandomela onorevolmente, sarei stato inevitabilmente battuto. Come era accaduto a me, ad avviarlo al mestiere dello scrivere era stata la lettura dei libri di Conrad grazie ai quali, prima di farne esperienza diretta, era rimasto affascinato dall’Oriente e in particolare dagli arcipelaghi malesi e indonesiani dove Conrad aveva a lungo navigato. Alexander aveva studiato la natura di quel fascino come lo aveva inteso Conrad, per il quale la parola fascinated o charmed o spelled o haunted aveva perduto il valore di aggettivo qualificativo per assumere quello di sostantivo. Come a definire una tipologia umana miracolata o dannata da un fuoco di cui non poteva né voleva liberarsi: gli “affascinati”, i piantatori di gomma, i mercanti di seta, i capitani dei battelli che navigavano da un’isola all’altra, tutte quelle persone vestite di bianco e con il casco coloniale in testa che parevano creature inventate dalla letteratura e destinate a durare eternamente. Anch’io ero rimasto vittima di quella incandescenza amorosa ma non ne ero stato scottato come lui e avevo lasciato che altri sortilegi si sovrapponessero a quello conradiano. Malcolm Lowry e Vladimir Nabokov avevano fatto irruzione dentro di me e Conrad, per così dire, si era messo di fianco, silenziosa e discreta ombra malese.
«Non importa» diceva Alexander. «Si possono amare più scrittori come si possono amare molte donne. Sempre di fascino si tratta, sempre di innamoramento. Non è solo come aver trovato il proprio posto nell’universo e non volersene allontanare. È qualcosa di più, se possibile. Di più misterioso, di così profondamente irrazionale da non poterci far nulla. Tuttavia neppure io posso dire di essere stato sedotto solo dalla lettura dei libri di Conrad. Henry James ad esempio, credo di averlo amato con altrettanta passione. Hanno contato anche i libri di scrittori considerati a torto minori. Come Somerset Maugham o Noel Coward o Alain Fournier. O grandi giornalisti come Albert Londres. Anche loro hanno lavorato a lungo nell’arcipelago malese e appartenevano alla tipologia degli “affascinati”.»
Fascino. Aveva cercato l’etimologia della parola in inglese, in italiano, in latino, in greco come se scoprirne le radici potesse aiutarlo a capirne il senso profondo, finché si era accorto che la ricerca etimologica non era altro che una delle tante stregonerie della parola indagata. Fascino. Poi la conoscenza diretta dei luoghi raccontati da Conrad, l’incontro con tanti “affascinati” conosciuti in Malesia, compresi quelli scomparsi ma ancora trattati come viventi dalla memoria orientale, ne aveva confermato l’incanto. La memoria dell’Oriente, diceva Alexander, era la più contagiosa, trasmetteva il proprio patrimonio a chiunque fosse disposto ad accettarlo.
Avevamo preso l’abitudine di pranzare assieme tutti i giovedì al Club della Stampa Estera e il giorno in cui ricevette la telefonata e scomparve Alexander aveva discusso a lungo del Raffles Hotel di Singapore dove abitualmente risiedeva, «cuore dell’isola e sede di profonde emozioni». Sosteneva che l’albergo aveva un’anima, che parlava con la voce dei dirigenti europei di cui non si sapeva se dovessero rispondere soltanto a se stessi o a qualche sconosciuta entità, parlava con il silenzio degli impiegati cinesi, con il bisbiglio dei cuochi malesi o tamil, con l’elegante linguaggio poliglotta dei camerieri dei molti saloni ristorante, con il sussurro dei tanti personagggi dei libri chiusi nell’imponente biblioteca. E tutti dicevano la stessa cosa. L’albergo, ripetevano, è nato negli anni Venti, è stato fatto dalla aristocrazia degli avventurieri, dei piantatori di gomma, dei mercanti di seta, dei giocatori professionisti, degli scrittori che vi hanno lavorato, degli adulteri in fuga, degli innamorati e degli imbroglioni. Apparterrà sempre a loro. Apparterrà soprattutto, aggiungeva Alexander, agli scrittori. «Perché si direbbe che il loro spirito e i loro personaggi, per lo più espatriati inglesi dell’epoca coloniale, donne alla deriva o capitani di mare e tutto ciò che in un racconto non muore e merita di essere ricordato, abbiano prodotto con il tempo quello che viene chiamato lo “Spirito del Raffles”, una specie di genius loci dal carattere romantico che impone all’albergo di essere la sede di eventi non troppo diversi da quelli dovuti alla fantasia dei romanzieri.»
Alexander si era interrotto con un sorriso stranamente allegro che in certo modo risultò poi essere in contrasto con quello che stava per dire: «Uno spirito dovuto anche alla morte dei giornalisti avventurieri come il francese Albert Londres morto nell’incendio di una nave che lo portava in patria dopo aver fatto una inchiesta sulle Triadi cinesi e il traffico dell’oppio. Sì, credo che anche la morte faccia parte di quello spirito».
«Il che vuol dire, se non sbaglio, che tu attribuisci qualcosa di magico al Raffles.»
«Non so. Può darsi. So che attorno a quell’albergo nascono intrighi di ogni genere. Macchinazioni raffinate. Difficile dire che accadono per caso e non perché in qualche modo le organizza quella figura parentale del destino che è lo spirito del luogo. Qualcuno sostiene addirittura di averlo visto, quello spirito, il genio del luogo. Un uomo alto magro vestito di bianco che di tanto in tanto compare e scompare. Parliamo dell’Oriente, amico mio, dove agli spiriti non si è mai cessato di credere. Non conosco luogo al mondo che, come questo, sappia trasformare l’astratto in concreto e viceversa.»
Alexander sembrava accalorarsi parlando del Raffles. L’albergo, diceva, resisteva al mondo moderno, teneva a bada tutto quello che era stato costruito negli ultimi anni e che, proporzioni a parte, stava, a poco a poco ma implacabilmente, cambiando lo skyline di Singapore in quello di Manhattan. L’Occidente, che un tempo spariva al calar del sole per lasciar spazio alle poche disperse dolci luci orientali, era una presenza massiccia durante il giorno e trionfava di notte con lo spettacolo luminoso dei suoi primi grattacieli. Ma sotto, nel cuore dell’isola, nulla cambiava. E il Raffles comunque non se ne curava. Era riuscito a mettersi al centro di un’oasi di luci bianche e dorate che non si confondevano con quelle dei grattacieli e che le hostess degli aerei erano solite segnalare ai passeggeri: «Signore e signori, tra pochi istanti atterreremo all’aeroporto di Singapore. Alla vostra destra potete vedere le luci del Raffles Hotel».
Certo, diceva poi, l’albergo ospitava anche persone di scarso interesse come i soliti inevitabili turisti, ma c’erano anche, a conservarne il carattere, gli altri, i pochi o i molti che avevano letto Kipling, Conrad e Maugham e tutti gli scrittori che avessero passato lunghi periodi di lavoro in quelle camere, cenato in quei saloni, danzato in quelle sale da ballo. Insomma uomini e donne da cui si poteva capire da quali libri erano stati spinti fino a quell’isola, in quali capitoli, in quali pagine si erano identificati con i personaggi dei romanzi o dei film che ne erano stati ricavati e ne erano rimasti affascinati al punto da imitarli e da simulare di aver fatto le stesse esperienze navigando nei mari della Cina, sbarcando in Indonesia o in Malesia. Così al Raffles trovavi il gentiluomo calvo e baffuto che ricordava il disincantato barone svedese Heyst di Vittoria, il giovane dall’aria triste e sconfitta come Il piantatore di Malata o la bella donna che faceva di tutto per assomigliare a Leslie, la moglie adultera e assassina di La lettera cui Bette Davis aveva prestato il volto in Ombre malesi, la versione cinematografica del racconto di Maugham. Non era una moda velleitaria ma piuttosto un fenomeno di istintiva mimesi cui si prestavano coloro che potenzialmente avevano qualcosa in comune con gli archetipi letterari, qualcosa che li spingeva a specchiarsene.
Un riflesso analogo veniva segnalato nei luoghi in cui uomini come Ernest Hemingway, Orson Welles o John Huston erano vissuti e avevano operato. A Key West o a Cuba, dove Hemingway aveva passato lunghi periodi della sua vita, si vedevano grossi uomini barbuti, probabilmente scrittori sconosciuti, che in qualche modo tentavano di assomigliarli e lo stesso accadeva a Malaga o a Madrid, dove Orson Welles aveva vissuto, o in Messico o in Irlanda o in qualsiasi altro luogo dove John Huston fosse passato. Al Raffles il fenomeno, invece di apparire come un riflesso degli autori, sembrava riguardare soprattutto i loro personaggi. E dunque sarebbe bastato il Raffles, diceva Alexander, per giustificare un viaggio a Singapore. D’accordo, pensavo, d’accordo. Ma ci doveva essere dell’altro. La passione – perché di questo si trattava – con cui Alexander parlava dell’albergo, mi faceva pensare che il Raffles e Singapore dovessero essere stati la sede di un incontro dei sentimenti o della coscienza doloroso e profondo di cui Alexander non riusciva a liberarsi e che era la causa dei suoi frequenti viaggi nel sud-est asiatico. E che quindi vi fosse una ferita inferta o ricevuta o una storia d’amore, un’emozione che toccava le corde più profonde e che dava un suono dolente. Ne ero quasi sicuro anche perché qualche volta Alexander mi era sembrato sul punto di dirmi qualcosa che andava oltre quella che era stata la sfera dei nostri interessi e oggetto delle nostre conversazioni, il fascino di quei luoghi e la loro estensione letteraria, e che un altro fascino di ben altra natura fosse salito dal profondo e stesse per raggiungere la superficie. Ne ero quasi sicuro, ripeto, e forse, se lo avessi aiutato a superare le ultime resistenze, Alexander mi avrebbe parlato di quello che fino a quel momento mi aveva tenuto nascosto. Ma non volevo far nulla. Aspettavo che fosse lui a decidere.
Eravamo arrivati al bicchierino di sherry quando mi accorsi che i suoi occhi grigi sembravano guardare altrove, qualcosa o qualcuno che forse gli era apparso all’improvviso e pretendeva la sua attenzione. Mi sembrò che avesse dimenticato la mia presenza e che neppure sentisse più il cicaleccio e le risate dei colleghi che pranzavano nella stessa sala. Cosa stava succedendo? Quale evento della sua vita stava guardando? O quale spettro lo aveva chiamato?
«Luci tropicali,» disse poi come scuotendosi e quasi sentisse il bisogno di rispondere a domande che io mi ero fatto ma non avevo formulato «il fumo di un vulcano, una vela bianca all’orizzonte...» In quell’istante il cameriere gli si avvicinò per dirgli che lo stavano chiamando al telefono.
Passarono altre settimane durante le quali Alexander Blackmouth non diede notizie di sé né a me né, per quanto ne sapevo, ad altri. Alexander era scomparso e parevano scomparsi anche sua sorella Penny e il suo segretario maggiordomo Jonathan Sage. Il telefono suonava inutilmente nei loro appartamenti quando ne facevo il numero illudendomi di avere una risposta. Seguivo lo squillo più a lungo del necessario mentre passava da una stanza all’altra, e mi sembrava sostare brevemente nel salotto guardandosi attorno prima di tornarsene indietro deluso.
Quanto alla casa di Alexander, al 230 di Eaton Square, era più muta della tomba di famiglia nel cimitero di Highgate Hospital. L’impermeabile di Alexander pendeva in un armadio del mio appartamento da quando, il giovedì successivo all’ultimo lunch fatto assieme, mi ero ritrovato solo al tavolo al quale abitualmente sedevamo. Howard mi aveva chiesto cosa dovesse farne.
«Dallo a me,» avevo detto «ci penso io a consegnarglielo quando comparirà o a qualcuno della famiglia. Sono sicuro che prima o poi si farà vivo.»
Ma ne dubitavo. Spesso mi capitava di pensare al fumo del vulcano e alla vela bianca all’orizzonte, forse l’inizio di un racconto interrotto dalla telefonata, alla precipitosa uscita di Alexander dal Club e a quel silenzio assoluto di persona non nascosta, non perduta, ma misteriosamente sparita che ne era seguito. Chi lo aveva chiamato da Palembang? E quale terribile evento gli era stato annunciato perché dovesse emozionarsi in quel modo, lui, proprio lui, sempre così freddo, e contagiare chi l’aveva visto andarsene? Palembang, Sumatra. Quelle domande di fondo sulla telefonata proponevano altri interrogativi cui la logica poteva trovare risposte plausibili. Chiunque lo avesse chiamato doveva sapere che quel giorno e a quell’ora Alexander sarebbe stato a Londra al Club della Stampa Estera. A meno che non lo avesse cercato prima a casa e avesse saputo da Sage dove poteva trovarlo. O forse era stato lo stesso Alexander a dare ai suoi amici all’estero il numero del telefono del locale dove avrebbe pranzato ogni giovedì. Palembang, lontano porto fluviale dell’isola di Sumatra, Indonesia. Sintesi frettolose da informatore turistico mi passavano per la mente: petrolio, gas naturali, raffinerie, legnami, caucciù, tè, caffè,...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Un uomo alto vestito di bianco