INTEGRAZIONE
1
Mannaggia a Italia. Intesa come sorella. L’onorevole Garibaldi fa il suo ingresso a Montecitorio in uno stato d’animo diviso tra il disappunto e il desiderio di ridere di lei. Più vecchia di ben sedici anni, residente in Brasile, disperatamente nubile, sua sorella Italia torna puntuale in patria quando si avvicina una celebrazione importante, con il preciso intento di guastare la festa e rubargli la scena. Come se Ezio fosse mosso, nelle sue iniziative, dal desiderio di mettersi in mostra, anziché di mantenere viva l’epopea garibaldina e i suoi ideali. Una volta, durante la cerimonia di posa della corona di fiori sull’Altare della patria, Italia è riuscita ad avvicinarglisi e gli ha rovesciato addosso una boccetta d’inchiostro. E cosa ha ottenuto? Di macchiargli la camicia rossa, la cintura di raso azzurra e i pantaloni. Di rovinargli irreparabilmente i nastrini delle medaglie. E di farlo correre a casa per cambiarsi, come un bambino sporco di cioccolata. Ah, che soddisfazione deve aver provato. Ma quel che avrebbe in mente adesso, per sabotare l’inaugurazione del monumento alla nonna (sì, è la nonna di entrambi!) è oltre ogni decenza.
Si ferma alla buvette e ordina un caffè forte. Ognuno fa dei personaggi storici, e dei propri antenati, l’interpretazione che gli viene più comoda, e quando un antenato è anche un gigantesco personaggio storico è quasi inevitabile che la questione divenga insopportabilmente complicata. Ezio ha dovuto prendere le distanze da un altro suo fratello, Sante, antifascista della prima ora; e ha dovuto dare grande risonanza alla cosa, anche considerando i veleni che non di rado lo investono. Tempo fa la Milizia ha steso una relazione su «Camicia rossa», accusando il settimanale di tramare con i nemici del regime; una calunnia infame, che potrebbe mettere a repentaglio la sua vita! Insomma stavolta Italia ha ben pensato di stabilirsi in una pensioncina a Genova, dove tuttora, nel cimitero di Staglieno, giacciono i resti di Anita. E intenderebbe venire fino a Roma, presentarsi alla cerimonia, avvicinare Mussolini e il proprio indegno fratello e schiaffeggiarli entrambi, davanti alle macchine fotografiche di mezzo mondo e alle cineprese dell’Istituto Luce! Alla poveretta non va giù che la salma sia stata portata via da Nizza; dice che né lei, né il resto della famiglia avrebbero dato il proprio assenso a tale criminosa operazione, della quale i Garibaldi tutti sono stati informati a cose fatte. Già, perché Ezio avrebbe dovuto preventivamente contattare le decine di discendenti sparsi per il pianeta, a uno a uno, e chiedere pareri sui suoi progetti per il cinquantenario. Chi è, tra loro, che s’impegna di più nel tenere alto il nome degli avi e della famiglia intera? Chi è, tra loro, che si è conquistato il ruolo istituzionale preminente in grado di consentire tutto questo, nonché le amicizie importanti, tra le quali quella con il duce? E adesso gli toccherebbe di chiedere permessi?
Depone la tazzina, stizzito, e si avvia verso l’aula. Italia ha confidato il suo grottesco progetto a un individuo a lui ben noto, che si è qualificato come un ex organizzatore delle Legioni garibaldine nella grande guerra ed era in realtà un membro della massoneria sotto copertura. E dopo essersi scagliata in invettive contro il fratello e contro Mussolini (che ha definito qualcosa come «il criminale traditore degli italiani»), è diventata tutto uno zucchero quando ha intravisto la mira del quattrino. Il framassone, con innegabile abilità, si è detto grandemente interessato a uno scritto inedito del nonno che Italia afferma di possedere (chissà se è autentico, e se è autentico chissà che roba è) e disposto a pagarlo profumatamente. Ha poi cercato di convincerla a non recarsi affatto a Roma per la cerimonia, ma non ci è riuscito; allora le ha consegnato sull’unghia le centrotrenta lire del biglietto ferroviario, costo che lei si lamentava di non poter sostenere (già, perché è arrivata in patria senza un soldo, no? E il biglietto del transatlantico come l’ha pagato? Strano che non si sia fatta saldare anche il conto della pensione). In cambio si è fatto giurare che avrebbe rinunciato ai suoi propositi di schiaffeggiamento. A quel punto Italia ha dichiarato la propria assoluta e completa fedeltà al regime. A suo fratello, no.
Disgustato, Ezio occupa lo scranno. Bisognerà predisporre un corpo di guardia aggiuntivo; la polizia e le camicie nere non possono bastare. Il 4 giugno, al Gianicolo, saranno presenti il re e la regina, lui salirà sul palco d’onore, accanto al duce, e non può rischiare di salirci con la camicia macchiata d’inchiostro. O peggio.
2
«Sveglia, che è un giorno importante.» Ai piedi del letto, Elly scuoteva il tailleurino longuette che Elsa indossava il giorno del suo arrivo, appeso a una gruccia. «Avrebbe bisogno di una stiratina, ma tant’è. Questo non è un albergo, signorinella.»
Lei si alzò a sedere e cercò le pianelle con i piedi, stropicciandosi gli occhi. «I miei vestiti – perché?»
«Bisogna fare buona impressione.»
«A chi?»
L’infermiera la sospinse fino ai bagni, dove le fece fare una doccia che le parve più fredda del solito, poi la indusse a consumare una colazione frettolosa e quando la riportò al reparto e la vestì di tutto punto commentò che la gonna le stava un po’ larga sui fianchi. «Devi aver perso qualche chiletto. Buon per te.» Elsa avvertiva un odore di stantio venire dagli abiti ed era rimasta stupita nel notare un’etichetta cucita al risvolto interno della giacca, che riportava il numero 27, quello della sua camera. «Mi spiace per le scarpe. Stranamente non si trovano; dovrai tenere le pianelle. Ma se va tutto bene, sta’ tranquilla che mi metto di buzzo buono e i tuoi tacchetti li riavrai indietro.»
«Se va tutto bene – che?»
«Muoviti, su, che non devi fare tardi.»
Presero l’ascensore, salirono fino all’ultimo piano dello stabile ed entrarono in una stanza luminosa, con le pareti bianche, finestre prive delle inferriate e il pavimento in marmo. Non c’era mobilio, a parte una serie di sedie disposte in fila lungo tutto il perimetro. Alcune signore erano accomodate qua e là, distanti l’una dall’altra; in abiti civili, molte dotate persino della borsetta, quasi non sembravano pazienti della clinica. Due infermiere sconosciute montavano la guardia. Elly scambiò qualche parola sottovoce con una di loro e se ne andò, richiudendo con cura la porta a vetri; sembrava ansiosa di godersi alcuni istanti di libertà. Elsa sedette in un angolo ma subito si rialzò nervosamente, e fu lieta di vedere d’un tratto la porta riaprirsi ed entrare Gigliola. Per la verità non la riconobbe subito; elegantissima, la ragazza pareva pronta per recarsi al ristorante. Aveva anche un po’ di rossetto sulle guance, o forse era solo elettrizzata. «Allora, ti senti pronta?» le sussurrò all’orecchio.
«Per – cosa?»
«Per l’intervista, no? Quella che ti fanno prima di dimetterti.»
Elsa trattenne il fiato. «Mi mandano via? Pe – perché?»
La ragazza la guardò con commiserazione. «Pensavo avessi un discreto cervello, ma invece a quanto pare sei completamente stupida.»
«Puglielli!» si udì gridare dalla vetrata.
«Ah, sei addirittura la prima» commentò Gigliola. «Tanti auguri.»
Si sentì prendere per mano e condurre via in un lampo. In fondo alla sala adiacente, che invece era piuttosto buia, troneggiava un lungo tavolo, al centro del quale era seduto il signore anziano che Elsa aveva visto solo il primo giorno, e ai suoi lati diversi individui in camice. Vitali era in piedi accanto alla finestra, con le braccia strette sul petto. La salutò con un cenno del capo.
«Buongiorno» disse l’anziano. Parlava come avesse una patata in bocca. «Si accomodi, prego.»
Una seggiola vuota era piazzata giusto di fronte a lui. A Elsa parve di non sapere più come star seduta. Accavallò le gambe, poi le distese, poi vide le orribili pianelle e riportò indietro i piedi, tentando di nasconderle.
«Si sente nervosa, signorina?»
Che domanda imbecille. Certo che lo era, e per almeno una dozzina di ragioni.
«Non deve esserlo. Il nostro colloquio non avrà nulla di particolarmente complicato. Al contrario: io le porrò alcuni semplici quesiti, e lei risponderà. Desidera un sorso d’acqua, prima di cominciare?»
Notò una caraffa di smalto bianco all’estremità destra del tavolo e negò con un gesto.
«Come preferisce. Se in qualunque momento dovesse cambiare idea, comunque, lo dica. Lei ricorda di avermi conosciuto, non è vero? Io sono il primario della clinica, Mauro Wisniewski.»
Elsa annuì e l’istante successivo colse un’occhiata tra Wisniewski e Vitali. Allora affermò, decisa: «Lei mi ha – sottratto la mia matita».
Il vegliardo parve compiaciuto. «Vuol dirci come si chiama?»
«Elsa Puglielli.»
Alla sua sinistra, un tipo zelante prese un appunto. Non conosceva già il suo nome?
«Dove abita?»
«In Italia. A Roma. Cioè no, in pe – periferia. Sul colle del gia – Gianicolo.»
«Che scuole ha fatto?»
«Ho finito il liceo l’anno scorso. Anzi no, quello prima.»
«Sia più specifica, per favore, signorina.»
Prese un fiato. «Ho sostenuto gli esami di stato nel giugno millenovecentotrenta con una media del sette poi però non ho fatto l’Università che temo non fosse adatta a me dal momento che a quel tempo balbettavo molto intensamente.»
Wisniewski ebbe una risata bonaria e il tipo zelante gli ghignò appresso. «E adesso ha proprio ritrovato la favella, eh? Molto bene. Mi dica da quanti elementi è composta la sua famiglia.»
«Non capisco.»
«Chi vive con lei, nella casa sul colle del Gianicolo?»
«Tre persone.»
«Ovvero?»
«Mia zia.»
Gli altri due non sapeva più come definirli. Il primario insistette untuosamente, la incalzò, le inoltrò tutta una serie di interpellanze in vari toni, ma Elsa fece finta di non sentirlo. Per porre fine a quel fuoco di fila insensato si alzò di scatto, raggiunse la caraffa, si versò un bicchier d’acqua, lo trangugiò e tornò a sedere. Tutti i dottorissimi la fissavano con sguardi penetranti e quel tizio scriveva frenetico. Vitali sembrava voler dir qualcosa, ma poi si trattenne.
«Sa perché si trova qui?»
Sorrise con scherno e decise di rispondere: «È ovvio, no?».
«Ce lo dica comunque.»
«Vorrei che – che – che non ce ne fosse bisogno.»
«Purtroppo per lei, ce n’è. Deve rispondere alle domande, se vuol essere dimessa.»
«Ma io non voglio essere dimessa.»
Ci fu un moto di sconcerto, molto professionale. Vitali si avvicinò a Wisniewski, si chinò su di lui e gli disse qualcosa a bassa voce.
«Signorina» soggiunse il primario «comprendiamo il suo disagio...»
«Io non sono a disagio. Sto benissimo. E non voglio – non voglio as – solutamente tornare a casa! Prima ero molto spaventata dalle mie visioni. E dai miei sogni. Ma adesso ci ho fatto pace.»
Nello sguardo di Wisniewski sembrò accendersi una luce. «Quali visioni? Ce ne parli.»
«Oh, insomma! Sono stata brava, no? Ho fatto quel che volevate. Ho ricordato tutto, e ve l’ho raccontato per – per filo e per segno. Ora è il momento che siate voi a fa – fare quel che desidero, non vi pare? Io non voglio andar via. Perché non è un caso se mi trovo qui. Quindi adesso, per favore, smettiamola con questa pagliacciata, smettete di tenermi lontana da Giuseppe, e – e fatemi incontrare con lui.»
3
«L’avevo detto, io, che era prematuro! Non è che appena è uscito il trauma, il problema è risolto. Fosse così semplice... secondo te io tendo a banalizzare la psicologia, ma mi sembra che Wisniewski lo faccia più di me. Se pure della psicologia gliene importa qualcosa.»
«Temevo anch’io che fosse troppo presto. Comunque non è un dramma. La prossima volta che la paziente sosterrà il colloquio, lo supererà.»
«Oh, certo. Le avete servito sul piatto d’argento una sconfitta che di sicuro le farà benissimo.»
«Per lei non è stata una sconfitta, Giuseppe. Schmitz ha steso una relazione molto precisa...»
«Non avevo dubbi.»
«Cerca di non essere sempre così polemico. Non aiuta. Leggi e formati un’opinione sui fatti.»
Evandro gli porse la cartella clinica e Giuseppe la scorse con una certa riluttanza. Oltre alle informazioni che già conosceva, conteneva in appendice una trascrizione del colloquio, di scarsa utilità. Gli pareva che si continuasse a girare attorno al problema. «E adesso cosa prevedi di fare?»
«È ovvio. Incontrarla periodicamente e cercare di trovare risposta ad alcune domande fondamentali su di lei. Cosa desidera, quali sono i conflitti che sente, quali le sue paure più profonde.»
In questo bisognava riconoscere al dottor Vitali un vero talento. Tutti i suoi pomeriggi erano dedicati ai colloqui con le pazienti. Poneva loro domande sulle circostanze che le avevano portate al ricovero e sui modi in cui le avevano vissute, coinvolgendole ogni giorno di più; riusciva sempre a riannodare il discorso nel punto in cui era stato interrotto e induceva quelle anime in burrasca a ripercorrere i loro ricordi, rivedendoli e rivivendoli più volte, come al cinematografo. O piuttosto, come su un palcoscenico. Un film è sempre uguale a se stesso, mentre una rappresentazione teatrale (divertimento che a Giuseppe, in quella piccola città, molto mancava) subisce inevitabilmente alcune variazioni quotidiane, dovute allo stato d’animo degli interpreti, alla loro disponibilità creativa, alla crescente confidenza con il testo nonché alle reazioni del pubblico. Dalla prima replica all’ultima, uno spettacolo può divenire assai diverso; lui, che si era recato spessissimo a teatro, beneficiando delle agevolazioni riservate agli studenti, l’aveva constatato. E allo stesso modo, quel che risiede nella memoria, e il suo significato, è soggetto a una continua modificazione; non è mai del tutto uguale a se stesso. Evandro era bravissimo nel condurre le sue pazienti in questo procedimento di riscoperta, facendo sì che rielaborassero i pensieri che avevano scatenato i loro comportamenti anomali; però sembrava non voler affrontare tutto quanto, nei loro pensieri, fosse slegato da esperienze vissute. «E cosa le risponderai quando ti chiederà, un’altra volta, di incontrare la reincarnazione del suo eroe?»
«Non lo so. Per la verità devo ancora rifletterci.»
«La porterai a parlare di Anita?»
«Non so neanche questo. Ma francamente non credo.»
Giuseppe represse un sospiro. Il suo ufficio gli parve più angusto che mai. Aveva sostituito il ritratto di Garibaldi con un paesaggio alpino acquistato a poco prezzo da un rigattiere; non era granché, ma almeno copriva la chiazza sul muro. «Sai, Evandro» disse con tatto «a me sembra che l’idea della reincarnazione, per la paziente, sia di grande importanza. Se non altro perché la aiuta a sopportare l’assenza della madre.»
«E anche del padre.»
«Sì, certo, anche del vero padre. Insomma, le sue “fantasie garibaldine” non dovrebbero essere incoraggiate, ma nemmeno ignorate del tutto. Ci siamo chiesti cosa rappresenti, per la paziente, la figura di Anita? Quale parte di sé stia cercando in lei? Secondo me, questo aspetto andava affrontato dal principio.»
«Giuseppe, non è che tu, semplicemente, desideri rivederla?»
«Signori, avrei bisogno di un attimo del vostro tempo.»
Wisniewski torreggiava oltre la porta, che incautamente era rimasta aperta. Giuseppe scattò in piedi, domandandosi con una certa ansia se avesse udito le loro ultime parole.
«Avrei un piccolo progetto» proseguì il primario, sardonico «per il quale sarebbe essenziale la collaborazione di voi due. Seguitemi, cortesemente, che ve lo illustro.»
4
Nel refettorio Elsa notò subito la presenza di Gigliola e andò a sederle di fronte, con un sorrisetto non dissimile da quelli nei quali sua zia era maestra. «Vedo che non sei stata dimessa neanche tu. Che ne hai fatto di – di quel bel vestito?»
«Sta’ zitta» fu la risposta. «Ti preferivo muta.»
Poco dietro Gigliola era seduta una donna dall’aspetto impressionante. Un’infermiera la imboccava (parlandole con un tono di falsa allegria davvero irritante: «Da brava, su, che ti fa bene») e lei risputava quasi tutto. Non si riusciva a capire quanti anni avesse; le mancavano tutti i denti anteriori e anche l’occhio destro, a giudicare dal modo innaturale in cui teneva la palpebra strizzata. L’intero suo volto, a partire da quella contrattura, era asimmetrico; solo la parte sinistra conservava una parvenza di umanità. L’occhio aperto esprimeva una solitudine micidiale e irreparabile.
«Quella non dovrebbe essere qui» commentò Gigliola, seguendo il suo sguardo. «In questo istituto si ricoverano solo i casi di guarigione certa.»
«Tu però non – non sei spenta come tutte le altre pa – pazienti.»
«Perché io non sono veramente malata.»
«E io lo sarei?»
Fece spallucce. «Io a un certo punto ho dato un po’ di matto, ma avevo le mie ragioni.»
Elsa rifletté un istante e dichiarò: «Anch’io».
«Non hai ancora finito?» domandò Elly sopraggiungendo. «Spicciati, che dobbiamo andare fuori.»
«Che fretta c’è?»
«Ho detto spicciati. Ci aspettano.»
«Chi?»
«Bevi quel latte!»
«Ma perché non mi di – dici mai niente?»
«Non te lo dice, e basta» affermò Gigliola seccamente. «È inutile fare domande. Tu non hai proprio capito come funziona questo posto.»
«Già, perché tu l’hai – capito benis – simo.»
Con malagrazia Elly le piazzò una mano sulla nuca, con l’altra le portò la tazza alle labbra e la tenne inclinata finché lei non ebbe deglutito l’ultima goccia. Elsa sentiva due rivoli di liquido discenderle dagli angoli della bocca e annaspava, strabuzzando gli occhi; quando si pulì con il tovagliolo si accorse che la vestaglia, all’altezza del petto, era rimasta macchiata.
«Vedi cosa succede?» domandò Gigliola e le fece un lezioso cenno di saluto con la mano.
Il percorso ormai le era noto, al punto che avrebbe potuto farlo a occhi chiusi. «No, il soprabito non serve. Fa abbastanza caldo» dichiarò Elly. Il giardino interno era quasi deserto. Vitali le aspettava, in effetti, accanto alla fontanella centrale; Elsa non l’aveva mai incontrato fuori dal parlatorio e dalla camera, ma decise di non investigare. Piuttosto freddamente, il medico congedò l’infermiera e disse alla paziente di andare a sedersi su una panchina; lui comunque sarebbe rimasto nei paraggi. E la lasciò. Elsa si godette la sensazione di ritrovarsi lontana da qualunque sanitario, e in uno spazio relativamente aperto, ma per poco. Poiché d’un tratto, dalla porta degli uffici medici, vide uscire Giuseppe.
L’intensità dell’emozione che provò le diede spavento e la rese incapace di balzare in piedi e corrergl...