1
In una casa nel bosco, ai margini di una cittadina a un centinaio di chilometri a nord-ovest di New York, Danny Malloy si sveglia all’alba. Un tempo si destava dolcemente, risalendo gli strati di soffice oscurità finché la sua coscienza emergeva del tutto e si affacciava sull’orizzonte radioso di un nuovo giorno. Adesso spalanca gli occhi in modo brusco, di scatto, in preda a uno shock ricorrente, aggrovigliato nelle coperte. Un tempo dormiva senza muoversi: le mani di lei, sempre appoggiate sul suo corpo, calmavano qualsiasi attacco di inquietudine o ansia. Adesso in quelle ore di oscurità l’angoscia si impossessa di lui. C’è troppo spazio nel letto e Danny si dibatte nel sonno, cercando a tentoni qualcosa che non c’è.
È la fine di giugno e albeggia presto. Nell’ombra scura lungo il muro della casa rivolto a nord, fioriscono ancora i lillà viola. Il loro profumo intenso riempie l’aria. Gli uccelli sono in fermento: cinguettano e sfrecciano in tutte le direzioni. Uccellini azzurri, rigogoli, cardinali rossi, fringuelli, ghiandaie, picchi, tordi, scriccioli, uccelli gatto, mimi e colibrì si alternano compiendo fameliche incursioni nelle mangiatoie che Danny ha posizionato nella radura fra il retro della casa e il bosco. I bombi ronzano fra i boccioli dei fiori, intrufolandosi in quel caleidoscopio di colori e ricoprendosi le zampette e le proboscidi di polline appiccicoso. Dal bosco giunge il canto del torrente, le cui acque cristalline s’infrangono contro le rocce e l’argilla. Nel tratto che percorre dietro la casa di Danny, il torrente di solito è basso e calmo, ma quest’anno quasi straripa dagli argini ampi e frastagliati a causa del disgelo di un inverno molto nevoso e delle intense piogge di una primavera precoce.
Danny libera braccia e gambe dall’intrico delle lenzuola e le allontana da sé. Posa lo sguardo sulle esili ombre sopra la sua testa, mentre la pallida luce dorata si diffonde lenta sul suo viso. Lancia un’occhiata allo spazio vuoto accanto a sé nel letto, poi si sofferma sul comodino di lei, strizza le palpebre e gira la testa dall’altra parte. Ma questo non migliora la situazione, anzi forse la peggiora perché, quando apre di nuovo gli occhi, sono puntati verso la porta del bagno. Si mette seduto, appoggia i piedi sul pavimento di legno caldo, le mani abbandonate lungo i fianchi e posate sul materasso. Ora il comodino è alle sue spalle. Un semplice tavolino di ciliegio con un solo cassetto. Presto dovrà aprirlo, quel cassetto e affrontare ciò che custodisce; la lunga tregua è quasi finita. Ha fatto una promessa e la manterrà. Mantiene sempre le sue promesse.
Aveva trovato il diario circa un anno prima, in una scatola nascosta in fondo all’armadio di lei. Era una scatola chiusa, di acero nodoso; l’aveva costruita lui e gliel’aveva regalata per il suo ventitreesimo compleanno. Conteneva quell’unico oggetto: un diario non troppo grande con pagine di carta spessa, fatta a mano. Sulla copertina di pelle rosso vermiglio, c’era il nome di lui scritto in rilievo con un inchiostro indelebile color argento. La penna Dupont, quella che lei preferiva, era infilata in un’asola di pelle a margine della rilegatura. Danny non l’aveva mai visto prima. Sapeva che non avrebbe dovuto aprirlo, che non avrebbe dovuto leggere quello che c’era scritto. Era ancora troppo presto e il suo dolore troppo grande. Era convinto che se, inspiegabilmente, dentro di lui qualcosa ancora resisteva, non sarebbe comunque bastato a reggere il colpo. Ma in quel momento lui non voleva reggere altri colpi. Voleva dissolversi, svanire negli oscuri meandri del proprio dolore. Così l’aveva aperto e aveva cominciato a leggere.
Avevo dieci anni quando vidi per la prima volta Danny Malloy. Lui ne aveva diciotto. È stato verso la fine dell’anno in cui ero diventata amica di Linda Tompkins. Ci eravamo conosciute in autunno alla scuola di danza della signorina Ruth a Middletown; eravamo due giovani ballerine ambiziose e sognatrici, che piroettavano e volteggiavano meglio di tutte le altre bambine della nostra classe. Linda e io ci incontravamo tre volte la settimana ed eravamo inseparabili nei dieci minuti di intervallo prima e dopo la lezione, mentre ci cambiavamo nel vecchio spogliatoio. Dopo quel giorno, capii che Linda era entrata nella mia vita per condurmi da Danny.
Era un mercoledì di metà giugno. La lezione era finita, Linda e io eravamo sul marciapiede in attesa che ci venissero a prendere per portarci a casa. Stavamo in piedi sotto il sole con le nostre calzamaglie rosa, i body neri, i gonnellini da ballo annodati in vita e le pesanti borse da danza ai nostri piedi. Ci sentivamo così grandi e importanti. Quando Carol – la sorella di Linda – arrivò, dall’auto scesero due persone: lei e un ragazzo. Il tizio con cui Carol usciva, immaginai. Linda me ne aveva parlato: aveva alzato gli occhi al cielo e arricciato il naso quando mi aveva detto che sua sorella era pazza di lui, che “lo faceva” con lui, che aveva decorato tutti i margini dei quaderni di scuola con la scritta CAROL MALLOY. Avevamo ridacchiato: avevamo dieci anni ed eravamo molto ingenue. Nessuna delle due sapeva cosa significasse essere innamorata cotta di un ragazzo.
Lui indossava un paio di jeans e una T-shirt bianca con le maniche arrotolate che mettevano in mostra i bicipiti. Sembrava scolpito nel marmo tanto era robusto e forte. Il sole primaverile aveva già abbronzato la sua pelle chiara, ora di un color nocciola, e aveva donato riflessi dorati ai suoi capelli biondo rossicci.
Carol disse: «Questa è Tara, l’amica di Linda. È una ballerina straordinaria». Danny si girò verso di me per farmi un sorriso e fu in quel momento che vidi i suoi occhi azzurri. Rimasi senza fiato. Mi innamorai di lui all’istante. Mentre lo fissavo ammutolita e tremante non ero più una bambina, anche se ne avevo ancora l’aspetto. Il suo sorriso si fece più largo e sulla sua guancia destra apparve una fossetta. Mi diede un leggero buffetto sul mento e disse: «Ciao Tara, dovrò venire a uno dei tuoi saggi di danza, qualche volta». Continuò a sorridermi, finché non riuscì a strappare una smorfia dalle mie labbra paralizzate, un battito di ciglia dai miei occhi sbarrati.
Quella notte, ancora sveglia in camera mia dopo che i miei genitori erano andati a letto già da un pezzo, accesi la piccola torcia e aprii il diario su una pagina bianca. Scrissi i nostri nomi uno sopra l’altro. Barrai tutte le lettere che avevano in comune, poi contai le lettere rimaste. Non con i numeri, ma con una litania ripetitiva di possibilità del destino: Amore, Matrimonio, Amicizia, Odio, Amore, Matrimonio, Amicizia, Odio. E annotai i risultati accanto ai nostri nomi.
Venne fuori esattamente quello che mi aspettavo. Non importava se prima di quel pomeriggio non sapevo niente di niente sull’amore. Non importava se per lui sarei rimasta una bambina ancora per molto tempo. Al momento giusto sarei andata a cercarlo.
Danny aveva chiuso il diario e l’aveva scagliato lontano da sé con un gesto brusco. Una reazione istintiva che proveniva da qualche punto al centro del suo petto. Si era seduto sul letto senza fiato, poi aveva barcollato verso il bagno e aveva cercato invano di rigettare la scarsa colazione che aveva consumato un’ora prima. Quando la nausea era passata e il respiro era tornato regolare, aveva cercato una grossa busta imbottita e ci aveva messo dentro il diario. Poi aveva riposto il tutto nel cassetto del comodino di lei. Aveva chiuso il cassetto e le aveva promesso che undici mesi dopo l’avrebbe riaperto e ne avrebbe letto ogni singola parola. Nell’anniversario della sua morte.
Ormai è inutile cercare di riaddormentarsi, il giorno lo sta già chiamando. Danny si alza e stira lentamente le braccia sopra la testa. Riesce a fare molte cose nella quiete del primo mattino. Innanzitutto però sistema il letto, liscia le lenzuola e le ripiega sotto il materasso all’altezza dei piedi, dove le ha scalzate nel suo sonno inquieto. Sprimaccia il cuscino. Attraversa la stanza con passo leggero diretto alla cassettiera, apre il primo cassetto in alto ed esclama: «Oh, merda» con una breve, dolente risata. Non ha più biancheria intima e la sera prima ha dimenticato di mettere il bucato nell’asciugatrice. È passato quasi un anno, ma ancora non è riuscito a prendere il controllo della situazione. Dorme nudo, in qualsiasi stagione, e spesso indossa i jeans senza mutande. In realtà trova che sia comodo. Non si cura nemmeno di mettersi un paio di scarpe o una maglietta.
Quando varca la soglia della camera da letto e non sente parole spettrali che lo seguono nel corridoio, gli sfugge un leggero sospiro e pensa che oggi sarà una giornata discreta. Sbircia attraverso la porta aperta della prima stanza lungo il corridoio. Caleb è un fagottino sotto le coperte al centro del letto; un piede nudo e pallido fuoriesce penzolando dal bordo del materasso. Danny toglie il martelletto di legno che ha fatto lui stesso dal pomello della porta e lo mette sull’attaccapanni fissato al centro della porta di Caleb. È un segnale che hanno stabilito mesi fa: se il piccolo si sveglia e Danny non è in casa, saprà che deve cercarlo in laboratorio.
Danny entra nella cucina inondata dal sole e prepara il caffè. Va nello sgabuzzino dove si trovano lavatrice e asciugatrice e trasferisce la palla di biancheria umida.
Quando però le parole lo seguono non riesce a pensare a niente con lucidità e in quei momenti ha solo percezioni: percezioni di lei, che lo avvolge come una nebbia. Quando invece le parole lo lasciano in pace, quando lei lo lascia libero, Danny riesce a ritrovare i suoi ricordi. È convinto di doversi aggrappare a loro altrimenti non sarà mai in grado di separarsi da lei. Se i ricordi della loro vita insieme saranno per sempre legati all’adorazione che lei gli manifestava con parole e gesti, Danny rimarrà posseduto dalla sua ombra immateriale come lo è stato dalla sua calda presenza.
Mentre ascolta la macchina del caffè gorgogliare guarda il bricco di vetro riempirsi di liquido e la sua mente va indietro di diciassette anni, ritorna a quel giorno di giugno e a quelli che lo seguirono.
Era il caldo inizio di quella che sarebbe stata un’estate particolarmente afosa. Il naso di Danny si era già spellato due volte, così, quando lavorava all’aperto, aveva cominciato a usare una crema protettiva. Guadagnava bene lavorando sodo per Tom Gallo, il miglior appaltatore della zona. Si era diplomato con una pagella mediocre, sopravvivendo alla scuola dell’obbligo con ottimi voti nelle materie che gli piacevano e insufficienti in quelle che lo annoiavano. Per lui l’università era una possibilità remota quanto un puntino microscopico sullo schermo di un radar. I primi anni, gli insegnanti, frustrati dagli scarsi risultati ottenuti da Danny, convocavano spesso i suoi genitori, persone affabili e gentili, nella speranza che potessero convincere il figlio a usare a pieno la sua innegabile intelligenza. John e Teresa promettevano di intervenire, ma poi in privato gli dicevano di fare ciò che lo rendeva felice.
John lavorava come custode nella scuola elementare di Stone Creek; Teresa era cameriera al Kitchen, all’angolo fra la Elm e Main Street, e copriva i turni della colazione e del pranzo. Considerando la loro scarsa soddisfazione personale, si erano convinti che la cosa migliore che potevano augurare a Danny era capire cosa gli piaceva di più e avere la possibilità di trasformarla nel lavoro della sua vita.
Fu a quell’epoca che Danny scoprì di possedere un talento innato e di provare grande soddisfazione nel costruire e dare forma agli oggetti. Era attratto dal legno, dal marmo, dal granito e dal vetro, dalla loro versatilità e malleabilità. Lavorava nell’impresa di Gallo a tempo pieno da sole quattro settimane, ma Tom lo spostava di continuo, per mostrargli le varie fasi di costruzione, lo affiancava a diversi operai specializzati, osservando in silenzio dove il suo talento si sarebbe espresso meglio. Come se fosse stata un pezzo di legno, di marmo, di vetro o di granito, Danny cominciò a dare forma alla propria vita.
Il suo mondo ruotava in armonia con l’universo. Dovevano passare ancora alcuni mesi prima che si allontanasse pian piano da Carol Tompkins, come aveva fatto con le altre due ragazze con cui usciva prima di lei, lasciandola a piangere per tutto l’autunno e l’inverno. Doveva passare più di un anno prima che a sua madre, il cui sorriso aveva accolto i clienti del Kitchen per venticinque anni, fosse diagnosticato un cancro ai polmoni che l’avrebbe portata lentamente alla morte, trasformando John e Danny in angosciati custodi della sua vita che si spegneva. Dovevano trascorrere ancora tre anni, dopo che il suo ventunesimo compleanno era volato via, dopo che sua madre era morta da mesi, prima che suo padre gli desse dei soldi e gli ordinasse di andarsene lontano da lì; così lontano da lasciarsi alle spalle tutta la tristezza e la meschinità, in un posto dove imparare davvero il suo mestiere, dove assimilare abbastanza del vasto mondo fuori da Stone Creek da essere sicuro di avere la possibilità di scegliere.
Niente di tutto questo era ancora accaduto. Era ancora la metà di giugno e Danny era felice lì dove si trovava. Un pomeriggio, sul tardi, andò in macchina con Carol a Middletown, venti minuti a nord-ovest della città, per riportare a casa la sorellina di lei dopo la lezione di danza.
«Guardale lì» disse Carol, appena accostarono al marciapiede. «Non sono le creature più graziose che tu abbia mai visto? Le piccole ballerine.»
«Sì, sono davvero carine» commentò Danny accondiscendente. Guardò Linda e l’altra ragazzina dal finestrino. Linda danzava bene, ma lì sul marciapiede, a lezione conclusa, notando il suo portamento trasandato, le spalle incurvate, i piedi leggermente in dentro e le ciocche spettinate che le ricadevano sul viso, nessuno lo avrebbe mai immaginato. L’altra bambina invece ostentava un portamento e una posa da palcoscenico. Schiena dritta, spalle in fuori, mento alto, lucenti capelli color mogano ben raccolti in una coda alta. Un piedino, ancora infilato nella soffice scarpetta da danza, puntato in avanti come se stesse per incamminarsi a passo leggero sul cemento bollente.
«Chi è, la piccola Carla Fracci laggiù?»
«Già, le somiglia, vero? È Tara. Va alla Harmony, abita sulla Ridge Road. I suoi genitori non le permettono di venire a casa nostra e naturalmente Linda non è mai stata invitata a casa sua» spiegò Carol indignata per l’offesa rivolta alla sorella. «Eppure Tara sembra una ragazzina perbene. Linda la adora.» Il tono le si addolcì.
A Danny non interessava che Tara fosse una ragazzina perbene o meno. Non la conosceva. Era solo un’altra marmocchia cresciuta nella parte ricca della città, un mondo completamente diverso da quello in cui viveva lui. La salutò, le sorrise e la guardò con aria di sufficienza. Era una figurina esile e informe, il suo corpo era tutto ossa e due enormi occhi rotondi e neri le riempivano quasi tutto il viso. Grandi occhi neri che lo fissavano con uno sguardo atterrito. Non aveva molta esperienza con le bambine, ma ne sapeva abbastanza da essere gentile con una che lo fissava in quel modo. Così sorrise un po’ più a lungo al cammeo ovale del suo volto, promise molto vagamente che sarebbe andato a vederla ballare e, quando ricevette in cambio un sorriso, guardò da un’altra parte e si dimenticò di lei.
Dopo quel pomeriggio, Danny notò che Tara si materializzava come per magia dove non aveva motivo di essere, come una parola sentita per la prima volta un giorno per caso, che poi continua a spuntare dappertutto. Per i successivi tre anni l’avrebbe vista sfrecciare con la sua bicicletta; sarebbe apparsa intorno ai cantieri dove lui lavorava, perfino a molti chilometri da casa. L’avrebbe incontrata mentre beveva una Coca-Cola alla vaniglia o un frappè alla fragola al Kitchen, dove a volte Danny andava in pausa pranzo anche dopo che sua madre aveva smesso di lavorarci perché troppo malata. Sarebbe sbucata dietro uno scaffale in libreria, sul marciapiede fuori dalla ferramenta, all’ufficio postale. E, proprio come non si riesce mai a pronunciare quella nuova parola anche se ci si abitua a sentirla, Danny si era abituato a vedere in giro la piccola Tara Jamison e in quelle occasioni scambiarci qualche parola, anche se non pensava mai a lei quando non la vedeva.
Una settimana prima che lui partisse, si incontrarono per caso su Main Street. Teresa era morta; John aveva dato a Danny cinquemila dollari e un biglietto aereo per Londra; Tom Gallo gli aveva rimediato un periodo di prova presso un’impresa che ristrutturava edifici storici. Troppo frastornato per essere gentile, Danny le disse bruscamente che sarebbe partito per l’Europa e non sapeva quando sarebbe tornato, poi si voltò e la lasciò in lacrime e a bocca aperta, con il sole autunnale che faceva scintillare il metallo dell’apparecchio sui suoi denti leggermente storti.
Quando il caffè è pronto, Danny lo versa in un thermos. Fa il caffè molto forte e aggiunge un po’ di latte e panna per addolcirne il sapore. Tiene in mano in precario equilibrio il thermos, una tazza, un vasetto di yogurt alla pesca e un cucchiaino e spinge di lato il pannello della porta scorrevole, che occupa l’intera parete della cucina rivolta a sud e che è rimasta aperta tutta la notte. Richiude la porta. Scende dal portico di teak sul vialetto di porfido e attraversa lo spiazzo di ghiaia che porta a un edificio squadrato simile a un granaio sul retro della casa. Toglie il chiavistello alle enormi porte di assi di legno e le apre appoggiandole contro la parete esterna. Il passaggio è grande abbastanza da permettergli di entrare col furgone quando deve caricare qualcosa. Lascia anche queste porte aperte in modo che Caleb possa raggiungerlo facilmente.
Gli odori penetranti di segatura, vernice, colla, olio e trementina si diffondono in mulinelli d’aria che si sta scaldando rapidamente. Appoggia la colazione su una panca, attraversa il pavimento di cemento verniciato e apre le finestre sul retro per fare un po’ di corrente. Ora il vivace e fresco gorgogliare dell’acqua del torrente alleggerisce i pesanti odori della terra.
Danny si volta ed esamina i progetti che reclamano la sua attenzione. Pregusta il lavoro che dovrà fare oggi. Ci sono molte cose che gli procurano piacere. Ne è consapevole, tuttavia sa anche di essere immobile. Non paralizzato, non è mai stato paralizzato. La paralisi è un lusso a cui non si è mai concesso di soccombere. Ma è immobile e senza di lei, senza il suo aiuto, non riesce a sbloccarsi da questa condizione. Ora questa sua immobilità sta diventando una forma di piacere, ma nessuno deve fargli notare che non è una cosa positiva.
Si riempie la tazza di caffè caldo e lo sorseggia mentre si aggira nel laboratorio. Presto la caffeina inizia a fare effetto, il ritmo cardiaco accelera e il cervello si risveglia del tutto. Danny sceglie fra le molte alternative e si mette al lavoro.
2
A Paul Spencer non servono interventi umani o una suoneria per svegliarsi all’ora esatta. Non ne ha mai avuto bisogno, fin da quando era molto giovane. È nato già sull’attenti e i suoi cinquantaquattro anni di vita hanno temprato sempre più il suo zelo, affilandolo come una lama. In questo mattino di giugno, i suoi occhi si aprono alle 6.15 in punto, nonostante l’oscurità prodotta dalle tende della camera da letto e il ronzio dell’aria condizionata che fa da ninnananna. Queste schermature della luce e dei suoni sono predisposte per Lily, affi...