Nella vita di Ren, suo fratello Scott è sempre stato una presenza costante: a volte impalpabile come una canzone nel vento, inafferrabile come una stella cadente; a volte netta e distinta come un'immagine allo specchio. Come il viso di un ragazzo che avrà per sempre diciassette anni: l'età che aveva Scott quando è mancato in un incidente d'auto. Da quel giorno, Ren non ha mai smesso di sentirlo accanto, di parlargli. Di vederlo. E col tempo, diventata archeologa, si è accorta di avvertire intorno a sé anche altre presenze: anime di quei mondi scomparsi che lei cerca di riportare alla luce, di salvare dall'oblio ricomponendoli pezzo dopo pezzo. Sono voci e visioni che la guidano nelle sue ricerche, fino a condurla a un passo da una scoperta fondamentale per la sua carriera, ma che contemporaneamente la allontanano dalla realtà. Mentre affonda le mani nella terra, Ren sogna di attraversare i secoli a ritroso e sparire, almeno per un istante, in quelle antiche esistenze. E intanto è sempre più distaccata, chiusa in se stessa, incapace di ricambiare sentimenti profondi, di aprirsi agli altri. Di raccontare quel dolore che ha segnato irrimediabilmente lei e la sua famiglia. Fino a quando incontra Silas: il primo uomo che sembra riuscire a incrinare quella corazza, la barriera che lei ha innalzato tra sé e il mondo. In lui, Ren scorge la possibilità e la tentazione di un amore vero. E capirà che forse c'è solo un modo per non perderlo: abbandonare i fantasmi del passato e vivere finalmente nel presente.

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Cacciatori di stelle cadenti
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9788856624991
1
L’abbandono di insediamenti, vallate e intere regioni è da sempre un tema di grande interesse per gli archeologi. Innumerevoli esposizioni museali pongono la medesima domanda: «Perché se ne andarono?». [...] A parte gli eventi straordinari, probabilmente le migrazioni di massa sono dovute a una combinazione tra fattori che spingono le popolazioni ad allontanarsi, influendo negativamente sulle loro condizioni di vita, e fattori che le attraggono verso altri luoghi, lasciando intravedere opportunità migliori.
Abandonment and Reorganization in the Mimbres Region of the American Southwest, di Michelle Hegmon, Margaret C. Nelson e Susan M. Ruth, «American Anthropologist», marzo 1998.
2009
Ren lasciò Albuquerque diretta a sud. Sentiva un oggetto metallico rotolare sul sedile posteriore. Probabilmente un paletto. Forse un picchetto della tenda. Aveva dimenticato di pulire gli scarponi prima di infilarli sotto il sedile del passeggero e il tappetino si stava riempiendo di pezzi di fango secco. Ma erano dettagli insignificanti, poteva tranquillamente ignorarli.
Lui l’aveva contattata poche ore prima sul cellulare, e lei era stata quasi tentata di non rispondere; del resto, le chiamate di lavoro arrivavano sempre al numero del museo. Ren aveva afferrato il telefono e l’aveva aperto senza staccare gli occhi dallo schermo del computer: le serviva un altro paio di pinze da maniscalco del XVII secolo. Il Museo civico Valle de las Sombras vantava una collezione di vasellame e tessuti di tutto rispetto, ma la vera attrazione per il pubblico pagante era la ricostruzione di un’antica fucina.
Ren Taylor, rispose. Silas Cooper, dichiarò la voce all’altro capo del filo. Il nome non le diceva niente. Spiegò che lavorava a contratto nel sud dello stato. Ren sentiva in sottofondo le folate di vento. Doveva essere sul campo. Immaginò un uomo più o meno dell’età che avrebbe avuto suo padre, gli occhi socchiusi per proteggersi dalla polvere sollevata dal vento, vestito con la classica uniforme dell’archeologo: pantaloni color cachi e sahariana a maniche lunghe, forse un berretto. Cooper disse di conoscere il suo lavoro a Crow Creek, e lei avvertì in quelle parole un entusiasmo trattenuto. “Ha scoperto qualcosa” pensò, e smise di immaginare come fosse vestito. Chiuse il portatile e ruotò la sedia verso la finestra.
Ha scoperto qualcosa. Il pensiero le frullava in testa. Un passero si staccò dal ramo davanti alla finestra e lei lo guardò scomparire verso il sole.
Vorrei che venisse al sito in cui stiamo lavorando, qui a Cañada Rosa, disse lui. Venga a vedere cos’abbiamo trovato. Di che si tratta? chiese lei, sperando di conoscere già la risposta. Replicò che sarebbe stata lei a stabilirlo. Era convinto di aver trovato del vasellame interessante.
Ren provò una stretta di gioia allo stomaco.
Erano quasi le due quando riattaccò. Calcolò che avrebbe fatto in tempo a tornare a casa, preparare la valigia e raggiungere il sito prima che facesse buio. Prese le chiavi e uscendo dall’ufficio passò accanto al responsabile e al direttore delle pubbliche relazioni. Senza distogliere gli occhi dalla porta disse, rivolta a entrambi: «Credo che abbiano trovato di nuovo la mia artista. Vi chiamerò lungo la strada». La porta sbatté dietro di lei prima che potesse sentire se avevano risposto qualcosa.
Girò per casa come un turbine, afferrando alla rinfusa abiti e shampoo, stivali e calzini e il beauty case, sempre pronto per ogni evenienza. Nel giro di dieci minuti era di nuovo in macchina. Adorava la frenesia dei preparativi, chiudere a chiave la porta, mettere in moto il fuoristrada e uscire a marcia indietro dal vialetto. L’idea di partire, di dirigersi verso spazi aperti, la rendeva euforica.
Le prime due ore sulla I-25 trascorsero piatte e monotone; riuscì a rilassarsi, anche se aveva bevuto un caffè alla stazione di servizio. Si sforzò di tenere a freno l’entusiasmo e di non illudersi troppo. Non voleva rimanere delusa ancora una volta.
Osservò le montagne. Sembravano spine dorsali di stegosauri, alligatori, iguane. C’era una collina vasta e piatta come il guscio di un’ostrica. Si guardò le mani strette sul volante. La cicatrice sul polso era dovuta a una scivolata lungo un pendio fangoso nei dintorni di Tempe. Era andata a sbattere contro una lastra di ardesia affilata. Se lo ricordava bene. Il dito medio aveva un segno sottile sulla nocca: si era tagliata con i fogli di un raccoglitore.
Non appena lasciò l’autostrada, l’asfalto si fece polveroso e sconnesso. L’uscita era indicata da una freccia su un cartello verde ammaccato: Montpelier a destra. Sembrava piuttosto chiaro. Non le restò che svoltare e sobbalzare per diverse miglia. Lungo la strada incrociò piccole cittadine deserte o sul punto di diventarlo. Dopo l’ennesima curva si trovò all’imbocco del canyon, tra scure pareti di roccia che si innalzavano intorno a lei. L’auto sussultò violentemente. Procedeva a meno di venti chilometri orari, ma in certi punti la strada era stata cancellata dalle inondazioni improvvise.
Lanciò qualche occhiata veloce alle rocce frastagliate delle gole, cercando istintivamente tracce di insediamenti antichi. Su una parete piatta individuò una piccola incisione rupestre, cosa non comune nella zona. Rallentò e abbassò il finestrino a metà. Da quello che poté vedere, si trattava di un motivo stilizzato, un disegno astratto composto da linee rette e curve. Affascinante. Nei pressi di quel canyon avevano vissuto gli Apache, ma la loro arte rupestre si caratterizzava per l’uso dell’ocra rossa e per la scelta di zone riparate. Non avrebbero mai utilizzato pareti di roccia così esposte. Le vennero in mente gli indios Pueblo, del XII o XIII secolo.
Proseguì. Il canyon si allargava e la terra tornava a vivere, punteggiata da salici e pioppi neri, cactus e fichi d’india in fiore lungo il corso di un ruscello. Silas Cooper le aveva detto che l’acqua sgorgava da una sorgente calda all’imboccatura del canyon. Era stata un’estate lunga e secca e ora, in agosto, il New Mexico aveva assunto tutte le sfumature del bruno. Lì, invece, agli occhi di Ren si offriva una tavolozza del tutto diversa: il viola brillante e il rosa acceso dei fiori di cactus, il verde intenso e vigoroso delle macchie di pioppi. Il ruscello scorreva come un serpente avvinghiato alla strada e Ren perse il conto di quante volte l’aveva attraversato. I finestrini erano coperti da schizzi d’acqua.
Tutto quel verde la disorientava.
Stando alle indicazioni di Cooper, la baracca era il primo edificio che si incontrava dopo aver oltrepassato il cancello con la scritta MONTPELIER BOX RANCH. Superò il cancello di ferro aperto e la individuò quasi subito: un piccolo rettangolo addossato a una ripida parete rocciosa. Tetto in lamiera, veranda di legno. La catena del Black Range incombeva a ovest. A est, i monti San Mateo.
Andò sul retro dell’edificio, passò accanto a una jeep parcheggiata proprio davanti al dirupo e si fermò dietro una Dodge nera, all’ombra di un noce selvatico. Era il fuoristrada di Ed Ripley, ne era certa, e vederlo alleviò leggermente la tensione che sentiva sulle spalle. Erano passati almeno due mesi dall’ultima volta che aveva incontrato Ed. Il fuoristrada era lo stesso di quindici anni prima, quando l’aveva conosciuto durante il suo primo scavo. Lei era confusa in una massa di studenti universitari con gli immancabili vestiti color cachi e lui era un uomo elegante dai capelli brizzolati. Indossava ogni giorno una camicia di lino bianco immacolata, immune alle macchie di sporco e sudore. Sembrava quasi un personaggio da romanzo, pronto a partire alla ricerca della tomba di Tutankhamon. Solo che tecnicamente non era un archeologo: si era trasferito nel New Mexico e si era dato all’archeologia dopo essere andato in pensione, al termine di una non meglio specificata carriera a Washington. Girava voce che avesse lavorato per l’FBI o la CIA.
Ren saltò giù dal fuoristrada e sentì all’istante la polvere e la sabbia infilarlesi nei sandali. Dalla porta schermata da una zanzariera arrivavano delle voci. Un cane a macchie bianche e nere, per metà dalmata e per metà di qualche razza da caccia, sbucò da sotto uno dei fuoristrada e trotterellò verso di lei. Cominciò ad annusarle la mano mentre qualcuno apriva la zanzariera.
«Ti presento Zorro» disse Ed uscendo nel sole. I suoi capelli erano diventati completamente bianchi. Li portava molto corti e indossava abiti stirati in modo impeccabile. Accanto a lui c’era un uomo giovane, poco più che ventenne, troppo giovane per essere Silas Cooper.
Ed tese le braccia. Ren fece un ampio sorriso e gli corse incontro, abbracciandolo forte, a lungo.
«Che gioia rivederti, Ed!» Quella barba ruvida contro la guancia era rassicurante.
«Aspettavamo con ansia il tuo arrivo» le rispose lui con la sua voce da mezzobusto televisivo. Tutte le frasi di Ed sembravano uscire dal notiziario della sera. «Questo è Paul, il nipote del proprietario del ranch. Ci sta dando una mano. Da grande vuol fare l’archeologo.»
Il ragazzo le tese la mano. A ben guardare poteva avere anche meno di vent’anni, pensò Ren. Aveva le guance e il naso arrossati e i capelli schiariti dal sole, la pelle molto abbronzata.
«Piacere di conoscerti» le disse.
La zanzariera si aprì di nuovo. Il cane, raggomitolato ai piedi di Ren, saltò su e corse incontro all’uomo che veniva verso di loro. Indossava una t-shirt verde fuori dai pantaloni e aveva i capelli scuri e bagnati. Era diversi centimetri più alto di lei e doveva avere qualche anno in più.
«Ren?»
Lei annuì e gli strinse la mano. Riconobbe subito al tatto i calli del mestiere. «E tu devi essere Silas. Molto piacere.»
«Scusa se ci ho messo un po’. Stavo facendo la doccia.» Si chinò e accarezzò la testa al cane. «Hai avuto problemi con la strada?»
«No. Le indicazioni erano perfette.»
«Mi fa piacere.» Ren notò che non si tagliava i capelli da diverso tempo e che aveva un’ombra di barba. Aveva un ginocchio sbucciato, con la crosta indurita, polpacci muscolosi e cosce da corridore. «Sono contento che tu sia riuscita a venire nonostante un preavviso così breve. Braxton, il proprietario del ranch, voleva essere qui per accoglierti, ma non è ancora tornato. Ha comprato la tenuta un paio d’anni fa, quando si è reso conto di cosa conteneva.»
«E cosa contiene, di preciso?» chiese Ren.
«Non pensare che te lo dica così su due piedi, senza nemmeno un rullo di tamburi. Devo fare un annuncio in piena regola. Zorro, stupida bestia.» Il cane gli si era accoccolato su un piede e Silas si chinò a grattargli le orecchie. «Ma più tardi ti mostrerò una cosa che ti farà venire la pelle d’oca.»
Mentre era concentrato sul cane, Ren gli osservò attentamente la fronte e i capelli lisci e spettinati. Lui alzò gli occhi e incrociò di nuovo il suo sguardo. Un rapido sorriso.
«Professionalmente parlando» precisò. «Stavamo giusto per andare a mangiare un boccone. Ti spiegherò tutto a cena. Sono contento che tu sia arrivata prima del tramonto.»
«È troppo tardi per vedere il sito?»
«Sì. Mi dispiace, ma c’è il rischio di rimanere bloccati nell’oscurità, e non è consigliabile. Ti ci porterò domattina presto.» Fece un passo verso il Land Cruiser di Ren. «Ti do una mano a scaricare i bagagli?»
Lei rispose che non ce n’era bisogno e si diressero tutti verso la baracca, con il cane che scodinzolava ai loro piedi. Silas le tenne aperta la porta sul retro mentre entrava seguita da Ed e Paul. Le finestre erano ampie, l’interno luminoso. I ventilatori al soffitto ronzavano su un soggiorno spazioso, con due divani logori e piastrelle screziate di bianco. Ren andò in cucina. I banconi d’acciaio erano ingombri di filoni di pane e sacchetti di cibo confezionato.
«Durante l’estate abbiamo ospitato i volontari del college» disse Silas, prendendo una tazza di plastica rossa dal bancone. C’era scritto SC con un pennarello indelebile nero. «L’ultimo gruppo è partito una settimana fa e da allora viviamo di avanzi.»
Aprì una delle due porte sulla parete più vicina. «Qui c’è un bagno, tra le stanze da letto. Questa è la tua, io dormo nell’altra.»
Ren spostò lo sguardo da Paul a Ed. «Solo due stanze? Ho buttato fuori qualcuno?»
«No» rispose Ed. «Ho una tenda con una branda, mi piace la vista che si gode là fuori. Io e Paul abbiamo trascorso tutta l’estate all’aperto.»
«In realtà a me non hanno nemmeno offerto un letto» borbottò il ragazzo.
«Stai scherzando?» ribatté Silas. «Il letto te lo devi guadagnare.»
Ren si rivolse a Paul. «Non puoi dormire da tuo nonno? Non deve abitare lontano.»
«In fondo alla strada» confermò lui. «Ma sai come funziona. Il letto me lo devo guadagnare.»
«Siamo i suoi idoli» fece Ed compiaciuto.
Ren notò una veranda chiusa occupata da una fila di tavoli. Silas seguì il suo sguardo. «È il nostro laboratorio» spiegò.
Lei osservò attentamente i borsoni scuri ammucchiati negli angoli e le scatole di cartone impilate. «È lì dentro?» chiese.
«Te l’avevo detto che non sarebbe riuscita ad aspettare» commentò Ed.
Silas guardò verso la veranda, poi si rivolse di nuovo a Ren. «Non vuoi almeno posare i bagagli? Mangiare un hot dog?»
«Pensa di essere divertente» disse Ed.
«Fammi vedere» replicò lei.
Qualcosa percorse lo sguardo di Silas. Ren vi riconobbe lo stesso entusiasmo che aveva percepito al telefono. Si annidava lì, nascosto sotto le presentazioni e i convenevoli.
«Fammi vedere» ripeté.
Silas si diresse verso la veranda più in fretta di quanto Ren si aspettasse. Lei lasciò cadere a terra il borsone e lo seguì. Nel laboratorio, la brezza soffiava attraverso le finestre aperte. Silas si diresse verso una scatola di cartone appoggiata sopra uno schedario. Sollevò il coperchio e tirò fuori un frammento convesso di una ciotola in ceramica. Di colore grigiastro, aveva una forma vagamente trapezoidale e comprendeva buona parte del bordo. Nel punto più ampio doveva essere largo circa venti centimetri. Sotto il bordo correvano tre spesse linee scure e nello spazio bianco convergevano due figure. Una di esse, riempita da tratti diagonali, poteva essere un’ala. Ma fu un altro triangolo ricurvo a togliere il fiato a Ren. Per un attimo riuscì a pensare solo: Sì sì sì sì.Quando recuperò l’uso della parola, indicò la figura. «È un becco. Parte di una testa di pappagallo e un becco.»
«Già.»
«È la sua mano.»
«Lo penso anch’io. Siamo riusciti a datare un’altra stanza del sito e il periodo corrisponde.»
Restituì il frammento. «Quando ti sei reso conto che era un becco, hai capito di dover chiamare me?» chiese. «Hai riconosciuto lo stile?»
«Ti ho detto che conosco ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Cacciatori di stelle cadenti
- Prologo
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- Ringraziamenti
- Copyright